Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!





 
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domenica, novembre 22, 2009

 

Post per Nuvolettarossa.

Perché? Perché le cose non vanno mai come dovrebbero andare? Perché non vanno mai come vorremmo che andassero? Perché ci sono certi aspetti della vita, certe zone che non riusciamo mai a controllare? Siamo tutti talmente condizionati dalle convenzioni? Mi hanno detto che molti (o alcuni) si divertono, anche molto, delle mie continue litigate con Nuvoletta. Il nostro continuo amarci, odiarci, azzannarci, sbranarci, insultarci sui blog, lasciarci, per poi, alla fine, riprenderci. Forse, perché pensano che il nostro sia un ostentare l’amore, una specie di esibizione plateale. E’ vero, a volte, certe cose vanno risolte nel privato e non spiattellate in pubblico. I panni sporchi vanno lavati in famiglia. Ma questo luogo, per me, non è “un pubblico”. C’è una platea qui che applaude, che ride, che fa il tifo, che tira i piedi, che sciacalla, che non paga il biglietto? Ma chi se ne frega? I veri amanti non tendono a scomparire. Non vogliono essere prevedibili. Se ne fregano di tutto e di tutti. C’è l’amore che parla, l’amore che coccola, l’amore che cucina, l’amore che lotta per sopravvivere. In fondo, a parte tutto, io so solo che le giornate diventano lunghe senza di lei. Quando se ne va, non so mai se tornerà. Divento furibondo, non perché se ne va, ma perché se ne va perché dice che non l’amo abbastanza. Ma questo non è vero. Io vorrei essere l’uomo verso cui corre e non quello dal quale scappa. Non so se potrò mai essere l’uomo, il compagno che potrà starle accanto a tempo pieno, seguitando a vivere la mia vita. E’ come la storia delle dodici principesse danzanti. Andavano a letto la sera, da brave ragazze, ma l’indomani mattina il cuoio delle loro scarpine era tutto consunto, perché avevano ballato tutta la notte. Il mio sentimento per lei è così. Posso condurre la vita più morigerata, ma l’amore che provo per lei mi tradisce, si vede e si legge sul mio viso che cosa provo, come sto, se sto bene o se sto male, se sto con lei o se mi ha appena lasciato. La mia faccia è come quelle scarpine dalle suole consunte. Me lo ha detto chi mi vede ogni giorno: il mio sguardo è come un libro aperto. Si legge. Si vede. Se sto bene o se sto male.

Poi, Nuvoletta mi fa le pippe (stupide) sui miei “contatti” su Faccialibro o sul Messenger. Ma io le voglio bene lo stesso, anche se è gelosa (questo la farà incazzare, ma è così, anche io sono stupidamente geloso di lei). Lei è fatta cosi ed io l’amo ugualmente. Abbiamo imparato a conoscerci in questi anni. E’ una storia che non ha fine. Non so se è la prima volta che scrivo di lei, non perché mi ha lasciato, ma perché resta con me (nonostante tutto). Se lei comparisse ora, in questo momento, e mi accarezzasse, io verrei di nuovo stregato e attratto da quella foresta, in quella laguna, in quella sarabanda. Ora, grazie a lei, ho capito che non è vero che la passione dura solo pochi istanti. La passione può durare anche molti anni. E questo è bellissimo da scoprire. Perché ti fa sentire vivo. Allontana la tua morte. Tiene distanti le brutture e le storture della vita. La passione deve serbarsi scevra dagli impicci della vita ordinaria per poter restare passione. La vita quotidiana tende a prevalere e a cacciar via la passione. La vita ordinaria è la più tenace di tutte le erbacce (intanto, infatti, mi è caduta la cenere della sigaretta sulla tastiera del piccì e devo cercare qualcosa per pulirla).

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 06:30 | commenti

sabato, novembre 07, 2009

 

Non riesco a dormire. E’ una notte insonne questa. E quando non hai niente di meglio da fare, è meglio scrivere. E’ il “motivo fondatore” di questo blog: scrivere, quando non hai un cappero da fare.

 

Una domanda che, prima o poi, tutti devono farsi nella vita (specie quando non riesci a dormire) è comprendere le cose che ci hanno fatto star bene, quelle che ci hanno fatto star male e le cose che ci hanno invece tarpato le ali. Se penso a quella domanda che mi facevano da piccolo: che cosa vuoi fare da grande? Io, da piccolo, non lo sapevo e, in fondo, credo di non averlo capito nemmeno da grande. Presumevo che ci sarebbe stato un posto, nel mondo, per me. Che mi aspettavano grandi cose e che avrei guadagnato un mucchio di soldi. Insomma, tutti i bambini di otto  o nove anni pensano di diventare ricchi e famosi. E soprattutto pensano di essere migliori degli altri. Non si rendono conto che gli viene la stessa cacarella come a tutti.

 

Vincere gli scoraggiamenti non era un problema. O, forse, sì? Se hai una madre che ti presenta un’amica che ha un cugino che fa il venditore di pentole e ti prospetta l’idea di fare un door to door come se fosse l’apice di una carriera “brillante”, allora, sì, dirle di “no, non mi interessa”, può sembrare facile. In un primo momento, lo è. Ma se poi passano gli anni e ti viene l’ansia di non riuscire a fare nemmeno quello, allora, quando incroci lo sguardo di tua madre, non sei più sicuro che riuscirai a fargliela vedere a quel tale venditore di pentole.

 

Il bello era quando nostra madre, dimentica dei suoi continui sguardi smorzanti o di rimprovero, spingeva me e mio fratello ad ascoltare i suoi consigli di donna saggia che ha conosciuto le avversità della vita: “Non fate come me, io son rimasta fregata, mia madre mi teneva sotto e io mollai tutto! Ma sarei diventata un’attrice di teatro, se avessi continuato …”. Mia madre era una specie di ossimoro: una che tiene sotto i suoi figli (o che tenta di tenerli sotto), ma li induce a ribellarsi a questa sorte di tirannia.

 

Forse, il mio errore fu pensare ed avere delle ambizioni troppo alte, troppo smisurate. Qualsiasi cosa avessi ottenuto, mi sarei sentito un fallito. Questo si impara a casa e si impara anche a scuola. Mio fratello ed io sempre a pieni voti. Bravi nei compiti in classe. Insomma, due bravi figlioli. I problema era che noi ci aspettavamo dalla scuola che ci dicesse se ciò che avevamo appreso in famiglia fosse giusto o sbagliato. Purtroppo, la scuola spesso rafforza i peggiori pregiudizi: c’è quella perniciosa tendenza a stabilire delle graduatorie, come se l’intelligenza fosse quantificabile. Ma è il mondo del lavoro che poi, in realtà, ti insegna ad ingoiare definitivamente un bel po’ di rospi. All’inizio, ti ribelli, ti agiti, poi, ti abitui a mangiare merda, come se fosse un pasto quotidiano. Sarà per questo motivo che poi mi sono messo a cercare semplicemente una professione ed ho abbandonato il mio spirito di difesa che mi portava a schierarmi al fianco di quelli che venivano messi sotto i piedi. E' così che si impara ad essere diseguali, ma, a pensarci bene, gran parte di tale apprendimento te lo porti dentro dalle tue radici e dalla tua adolescenza fatta piena di “no”. La mia incapacità a leccar stivali però mi ha ostacolato in questo processo coprofago. E me lo ha reso più disgustoso.

 

Ci sono uomini (intesi come persone: uomini e donne) che sono ben lieti di collaborare, perché ottengono briciole di potere. In questo modo, ottengono vantaggi e benefici, ma il problema vero non è questo. Quanti di quelli che gravitano attorno a loro hanno il coraggio di ribellarsi e di dire: "Guarda, lasciami stare, mi farebbe schifo essere come te"? Ci fu un sindacalista che ha reso popolare la frase “vogliamo il pane e anche le rose”. Questo cazzo di pane ormai è diventato l'unico obiettivo. Le rose sono diventate superflue come i peli.

 

In queste settimane, nell’azienda in cui lavoro (che, peraltro, ha in corso un processo appena avviato di fusione), sta scoppiando un forte contrasto tra il management e le varie sigle sindacali. Il tavolo delle trattative si è rotto, ma continua a colpi di botte e risposte (lettere, comunicati, mail) molto dure, violente ed offensive nel linguaggio scritto. Mi chiedo che cosa accadrà nella prossima assemblea, nella quale i sindacati dovranno spiegare e convincere i lavoratori che trecento euro "una tantum" non erano “né tanto né poco” (come hanno sostenuto i vertici aziendali), ma solo altra merda da ingurgitare per farti leccare ancora altri stivali. Sento i commenti e gli umori dei colleghi attorno a me. Sono tristi, perché il contratto integrativo non si concluderà e si è persa un’altra occasione utile. In tempi di magra, come questi, nei quali non senti che parlare di crisi economica, disoccupazione dilagante e licenziamenti in aumento – dicono –, bisognerebbe baciare per terra. Certo, baciare per terra, baciare le mani a voscienza, leccare stivali e mangiare altra merda. Siamo votati per questo. Il nostro destino non può essere che questo. Alcuni hanno persino scritto ai vertici, rispondendo che quei trecento euro di aumento li prenderebbero volentieri, anche individualmente e chi se ne frega se i sindacati non sono d’accordo?

 

Tutto questo non fa che confermarmi quella vecchia teoria, secondo la quale i membri di un gruppo minoritario tendono a sfogare la loro aggressività gli uni contro gli altri, anziché contro i comuni nemici oppressori. Il padrone non c’è, o, meglio c’è, ma è solo una generosa mano tesa (pronta a darti un ceffone oppure un piatto di lenticchie). Noi odiamo più noi stessi e il nostro essere schiavi diventa un fatto naturale. Per certi versi, una fortuna che ti sottrae a cose che senti essere più grandi di te. Responsabilità che è meglio evitare, per dormire tranquilli e sbarcare il lunario. Dovremmo, quindi, essere fieri di avere una mano da baciare che ci passa, ogni tanto, anche un po’ di merda da mangiare. Fieri di averla mangiata, non già vergognarcene per averlo fatto. Se l’inferno sono gli altri, come diceva Sartre, ebbene noi siamo all’inferno.

 

Il mondo diventa così una bocca famelica, divorante. Tu sei dentro e devi solo lasciarti inghiottire. Non importa cosa mangerai lì dentro quello stomaco e se passerai dentro quegli intestini e se verrai espulso, alla fine. Un mangiatore di merda non può fare lo schifiltoso se diventa merda anche lui. Non voglio spararmi una pippa più grossa delle altre questa notte. Ma credo che il motivo della morte del comunismo o della ricerca delle uguaglianze e del rispetto dei propri diritti sia stato anche questo: la perdita di consapevolezza, graduale, lenta, strisciante della propria forza e di sé stessi. Del proprio essere parte di un tutto che, preso singolarmente è debole, ma che unito ad altri può diventare forte ed invincibile. I partiti di sinistra, i sindacati e tutti quelli che avrebbero dovuto impedire che ciò accadesse hanno vissuto e stanno vivendo la stessa crisi. Omologandosi, uniformandosi, soggiacendo, chinando il capo e smettendo di ribellarsi con fermezza a quelle scelte decisive del potere che voleva piegarli ed emarginarli, mettendoli da parte. Alla fine, riducendo anche i mangiatori di rose a mangiare della merda.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 04:03 | commenti (7)

domenica, novembre 01, 2009

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:17 | commenti (1)

giovedì, ottobre 29, 2009

 

 

 

 

 

 

 

E’ nato un nuovo gruppo (di ascolto) su faccialibro.

 

La DifferenZa Tra Te e Le NuVole?

 

NeSSuNa; Se vi LeVate Dai CoGlioNi EsCe UNa BeLLa GiorNata... =)

 

 

 

(continua)

e solo il giorno seguente telefona inaspettatamente per dire: (omissis)

Tanto "inaspettata" non doveva essere la mia telefonata, visto che non sembravi affatto sorpresa. Forse per via del fatto che mi avevi appena mandato un sms (disperato)? Forse perchè il tuo sms sembrava più un sos, per dirmi che tutti ti cercano e tutti ti vogliono (solo per scoparti), ma che, nonostante tutti i tuoi nuovi corteggiatori che spuntano come funghi o come ex finti e vecchi amici disinteressati (una volta, li avremmo chiamati "sciacalli", ma ora paiono più delle "Yene"), stavi piangendo e ti stavi distruggendo? Sarà per quello che ora vuoi fare la vittima e la persona  matura e coerente con i tuoi beneamati "lettori"? Tranquilla, non ti agitare troppo e non tentare di bluffare con me, perchè non lo sei. Come non lo sono io.

 

(continua?)

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:24 | commenti

martedì, ottobre 27, 2009

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:13 | commenti

sabato, ottobre 24, 2009

 

Volevi un post dedicato a te? Eccotelo.

 

A ciascuno a seconda delle sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

 

Io credo di essere diventato uno sporco comunista per via di mia madre, cattolica, bigotta, militante democristiana. Insomma, il peggio che si possa avere e pretendere da una donna.

 

Per questo sono e resto di sinistra. Non riesco ad ingoiare tutto. A volte, sputo. Spesso qualcuno si arroga il diritto di insegnarti come si fa a campare o il merito del successo dell’altro, ma anche il suo fallimento e la sua sconfitta. Io penso che nessuno abbia il diritto di giudicare la vita degli altri. Anche se è difficile rispettare le scelte, le strategie, le decisioni. Ad esempio, se devi fare un trasloco è normale che ognuno si scelga e si riprenda la propria roba. Ma che cosa diventiamo se, per fare un dispetto all'altro, o per mera diffidenza, o per timore che l'altro ci fregi, ci riempiamo la casa di scatoloni? Diventiamo un casino.

 

Com’è difficile parlare di sé stessi. Se dovessi parlare di me e dei miei difetti? Da dove comincio? Io sono un essere assurdo. Impensabile, persino al più pazzo degli inventori. Ma non ho mai pensato di incolpare la storia o gli altri per i miei fallimenti e a volte preferisco farmi consumare dalla rabbia. Credo che tutto questo sia dipeso dal cattivo rapporto con mia madre. Questo vecchio senso di colpa nei confronti della madre, prima o poi, viene sempre fuori. Come un turacciolo di sughero che viene a galla. Se fossi diventato troppo simile a lei, sarei rimasto intrappolato come lei. Ma se avessi rifiutato il suo esempio, avrei tradito il suo amore. Qualsiasi cosa avessi fatto avrei sbagliato. Ho sempre cercato la maniera di essere simile a lei e dissimile da lei al tempo stesso.

 

La mia generazione è quella del riflusso. Sempre piena di messaggi contraddittori. Confusi per quanto riguardava competere o non competere, far soldi o non far soldi, essere volitivi o remissivi. Ma abbiamo pagato sempre tutto e a carissimo prezzo anche buttando a mare il rivoluzionario concetto scoperto da Freud sull’inconscio, confondendolo per mero sessismo. Abbiamo rinunciato proprio a quegli attrezzi che ci servivano per capire quello che avviene tra noi e le nostre madri. Abbiamo sabotato il nostro successo, proprio quando stavamo per coglierne i frutti. Come si fa con la coppia e con l’amore. Preferiamo correre sugli stessi binari, come un trenino giocattolo, girando eternamente in tondo. Alla fine, ti ritrovi in un labirinto e non sai come venirne fuori.

 

Non esistono ricette per la felicità. Ho sempre preferito fare errori, piuttosto che raggiungere il successo ingrassando. Mi sono privato di buone relazioni. Ho perso amici o presunti tali. Infine, ho respinto mia madre, ho preferito tenermi lontano da lei, perché il suo esempio mi faceva spavento. Ma lei è parte di me, una parte che mi critica e mi disapprova. Non sarà mai soddisfatta di me, perché quello che vuole da me è impossibile: che io sia come lei. Solo quando ho capito che io non posso stare dalla sua parte ma solo dalla mia, ho capito che questo stato di tormento non sarebbe mai passato. Questa scissione del mio animo non sarebbe mai finita. Il cuore nel passato e l’idea nel futuro. Condannato a soffrire qualunque cosa io faccia.

 

Spesso mi capita di esprimere questa mia oscura ambivalenza con le mie donne. Con le donne che amo. O che ho amato. O crollo nel silenzio oppure ne abuso o ne divento schiavo. Diventano come strade dure, dall’asfalto che ti rimbomba attraverso le gomme nel cervello e continuano a farmi soffrire. Dicono che io non mi dono mai abbastanza nell’amore, così me ne convinco e non riesco a dare più nulla. Ma mi butto sempre nell’amore, sperando in tal modo di spezzare le catene sadomasochistiche che mi vincolano.

 

Lo so che il mondo non si presenta alla porta di nessuno, spontaneamente. Io lo trascino alla mia porta, il mondo, e poi gliela chiudo in faccia. Mollo. Chiudo tutto. Butto la spugna. Mi arrendo. Capitolazione all’esterno e risentimento interiore: la vecchia, vecchissima storia. Se ci comportiamo bene, se soffochiamo i nostri impulsi, veniamo ricompensati con l’ “amore”. Sennò, l’ “amore” ci viene negato.

 

Mia madre è sempre arrabbiata. Sempre così lacerata. Come me. Ed è questo che non mi darà mai pace con le donne.

 

Cosa rimpiango? Niente. Ho fatto le mie scelte. Ho fatto i miei errori. Non sono perfetto. Chi lo è? Per me fare una scelta è terrificante. Mi chiedo sempre: ma metti che fai la scelta sbagliata? Mi sono assuefatto a tutto. La libertà è troppo ardua. La libertà mi caricherebbe sulle spalle il peso delle responsabilità. E’ davvero tanto strano? Il mio passato sarà stato anche schiavitù, però è una schiavitù familiare, nota. A volte, l’amore, la passione si trasformano in odio. Anche l’odio è energia. Talvolta, un’energia che brucia più incandescente dell’amore. L’odio è spesso la precondizione della libertà.

 

Per quanto io tenti di sparire, c’è sempre questa ombra di donna che mi segue. Ed è lei: mia madre, con i suoi capelli neri (ormai tinti), il suo sguardo da rimprovero. La sua aria incazzata. Credo sia questo che “rovina” ogni altro rapporto che ho avuto con l’altro sesso. Prima pensavo che la libertà è piena di paure. Sì, ma la paura non è la cosa peggiore che devo affrontare. La peggiore è la mia paralisi. Questo restare fermo di fronte a tutto il resto che va in malora, che mi distrugge, che mi sfascia e che va in mille pezzi.

 

Mollandoti, io ti amo. Lasciandoti andare, io ti stringo tra le mie braccia. Per sempre.

 

E’ questo quello che penso (ora).

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:13 | commenti (2)

martedì, ottobre 20, 2009

Guagliungè (alias nù gins e ‘na magliett’)

Sarò cinico, ma a me queste storie mi fanno venire in mente quei filmetti stucchevoli e vomitevoli di Ninetto D’Angelo. Ieri sera, hanno sparato ed ucciso un ragazzo di vent’anni sotto casa… come cazzo si fa a morire a quell’età e non sapere il motivo? Storie di ordinaria follia? Di corna? Un vecchio rancore per un parcheggio fuori posto? Omicidio trasversale per via di parentele con la malavita? Svizzeri a cavallo, venite a prendermi.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:39 | commenti (2)

venerdì, ottobre 16, 2009

A.V.D.

A questo gruppo di giovani metallari devo fare un po’ di pubblicità…

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:02 | commenti (4)

mercoledì, ottobre 07, 2009


OGGI, ABBIAMO FATTO BINGO!
I numeri vincenti sono 3 e 138 (*)
(*)  Grazie alla Corte Costituzionale, infatti, abbiamo scoperto oggi che il lodo Alfano, da una parte violava l'articolo 138 della Carta: il governo per garantire l'immunità alle quattro più alte cariche dello Stato avrebbe dovuto procedere con l'iter previsto per le leggi costituzionali (due letture in parlamento e approvazione a maggioranza assoluta). Dall'altra, il lodo Alfano violava l'articolo 3, cioè il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:44 | commenti (13)

domenica, settembre 20, 2009

 

La patatina tira.

Sul “Manifesto” di ieri, c’è un inserto di Daniele Luttazzi che scrive sulla differenza tra la satira che è contro il potere e l’ironia fascistoide propagandata dal potere verso chi ha subito un torto (ad esempio, le foto di Veronica Lario a seno nudo pubblicate da “Libero”; lo scherno di Ghedini contro la Bonino ad “Annozero”; gli attacchi del “Giornale”, i fondi di Feltri, i continui sondaggi sulla popolarità del premier). Un disagio del genere sul mondo dell’informazione ha finalmente aperto gli occhi a Mentana. Dopo la trasmissione-propaganda del Berlusca fatta da Vespa sul terremoto, forse, anche al signor Floris di “Ballarò”.

Il potere, quando non usa l’arroganza, usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale. Ti illude che, unendoti a lui e alla sua risata, diventerai forte e predatore. E non più un debole tra i deboli.

Prendiamo, ad esempio, il video che sta sopra il titolo del post.

C’è una scena dei “Griffin” nella quale Peter mangia patatine in modo molto rumoroso nel rifugio di Anna Frank durante un rastrellamento nazista.

Sembra divertente. Pare sfatare un tabù. Ma, in fondo, a pensarci bene, è una scena sacrilega verso l’orrore nazista contro gli ebrei. Si banalizza l’atto dei carnefici nazisti. Quella gag su Anna Frank (una vittima REALE) è legittima per un nazista. A me, dal newsgroup di "Bastardi dentro" è arrivata la foto del Berlusca fotomontata su quella della pubblicità di Rocco Siffredi che mangia patatine (con la scritta "la patatina tira"). La patatina è la stessa (o forse no, perchè per il Nano ci sono allusioni pedofile di mezzo), ma la satira ed il senso cambia.

Tv e Internet stanno diffondendo nel mondo da diversi decenni attraverso questa spenseriatezza apparentemente innocua dei cartoon Usa con questo tipo di comicità insidiosa. Secondo Luttazzi, c’è anche un motivo sociologico e culturale che ne fa sentire l’esigenza. Crescono le ansie del nostro futuro, minacce vere incombono, i problemi sembrano irrisolvibili e noi sentiamo il bisogno della fuga nella deresponsabilizzazione e nella forza muscolare che l’idea fascistoide può fornirci a buon mercato. E’ quello che ci dicono sempre quando proviamo a lamentarci del nostro status. “Ti lamenti? Guarda che c’è gente che sta peggio di te”.

Se uno ride di quella gag di Griffin, deve porsi una domanda: fino a che punto la mia scala di valori, in questi anni, senza che neanche me ne accorgessi, si è corrotta?

In questo video, invece, Michael Richard, un comico, viene interrotto dal pubblico sul palcoscenico, perché ha usato una parolaccia razzista nel suo spettacolo. I neri presenti nel pubblico non ridono. O si incazzano oppure si alzano e se ne vanno. Un comico di colore può fare tutte le battute che vuole sui “niggers”; le stesse battute in bocca a Wood Allen diventerebbero razziste.

Questa striscia (*), invece, oppone all’orrore della violenza della guerra l’orrore delle conseguenze di quella violenza.

Non è una questione di humor cinico o noir, se rido della violenza su una vittima reale, se mi compiaccio dello scherno su di lei, se la battuta si pone dalla parte del carnefice, la gag e la risata sono fascistoidi.

L'esempio sulla patatina fatto sopra rivela le nostre differenze politiche. Luttazzi ne fa un altro. Quando Arafat stava lottando tra la morte e la vita, Letterman fece una battuta: “Notizie dal mondo:  Yasser Arafat aggrappato alla morte”. Per chi considerava Arafat uno che combatteva per la liberazione della Palestina (buona parte dell’Europa e del mondo arabo), questa battuta era fascistoide. Per chi considerava Arafat un terrorista (Letterman, Bush) la battuta attaccava un bersaglio meritevole.

Una battuta satirica rivela il tuo mondo di valori e ti giudica di fronte alla storia.

(*) NB: io la striscia del fumetto l’ho tradotta così (e non mi fa ridere), se avete altre traduzioni che facciano ridere fatemi sapere:

- Sai che cosa amo? Io amo come facciamo cadere quei pacchetti degli aiuti alimentari in un paese che è un grande e fottuto campominato! Questa è buona!”

- Bene, potremmo trasformare il grande sforzo che facciamo in un gioco di divertimento per la gente afgana - un gioco chiamato "Vedi se tu hai qualche fottuta arma, lascia mangiare il cibo che abbiamo lanciato, dopo vai a fare step su un campominato cercando di restiuircelo!”

- Giusto! O può essere che giocherebbero a “Vedi se, quando tu vai a fare step su un campo minato, gli aiuti alimentari si ficcano nel culo e ti decapitano la testa ed essa vola in aria!”.

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 16:40 | commenti (6)

giovedì, settembre 17, 2009

 

In onore dei nostri caduti, ma anche degli altri e di Muntazer al-Zeidi.

 

Torniamo a fare la conta dei morti in guerra. Strano, si fanno questi macabri conteggi solo quando uccidono gli italiani (campanilisti anche in questo). Ochei, i nostri parà valgono di più dei militari australiani o degli inglesi. Ochei i nostri sono più vicini ai nostri cuori italici. Ochei siamo italiani con la bandiera, l’inno di Mameli e il tricolore e ce ne ricordiamo solo in queste luttuose occasioni e quando gioca l’Italia del calcio?  Ma… quanti civili innocenti e inermi sono morti finora sotto le bombe intelligenti delle nostre guerre “preventive” e a causa delle nostre “missioni di pace”? Chi ne parla nei costri tiggì?

 

Non dico che bisogna essere coraggiosi come Muntazer al-Zeidi, quel  giornalista iracheno arrestato e torturato dagli iracheni, solo perchè ha avuto il coraggio di lanciare un paio di scarpe contro il presidente Bush, ma incazziamoci e denunciamo anche il giornalismo italiano iscritto nell’agenda di Berlusconi , quel giornalismo vile, viscido, untuoso e ossequioso fatto indegnamente nella televisione di Stato dai vari Vespa e Faziofabio che spettacolarizza la tragedia umana, se ne fotte della censura e che si preoccupa solo degli indici di ascolto…

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:57 | commenti (4)

giovedì, agosto 27, 2009

Quando i piccioni fanno “oh…”.

 

 

 

A volte, sono così strani i meccanismi delle reazioni umane. Esiste, credo, in ogni uomo l’orgoglio (specie se ferito), la faccia, l’onore, la volontà di far prevalere le proprie ragioni attraverso la forza, ed esiste spesso o sempre, immancabilmente, lo strano rapporto uomo-donna che si incunea in queste combinazioni. Ma esiste spesso anche il pubblico, gli spettatori che, anche solo guardando, amplificano la scena e moltiplicano i gesti ed i comportamenti. Come, ad esempio, la scena di una sfida, di una provocazione. Probabilmente, ci sono episodi che se rappresentati in un deserto non avrebbero lo stesso identico epilogo che possono o potrebbero avere in una pubblica piazza.

 

E lo scenario di questa storia è proprio la piazza (la “piazzetta”, anzi). Ore 22 circa, un paio di giorni fa. E’ sera. Una di quelle calde ed afose sere, in cui la gioventù cittadina si riversa per le strade e si raggruppa nel consueto posto di ritrovo. Tra i pub ed i tavolini per bere una birra fresca, o mangiare un panino, oppure solo per fare due chiacchiere o due risate con gli amici. Nelle piazze si va per questo, ma anche per broccolare con le ragazze. Per fare nuovi incontri. Per darsi nuove possibilità di vita.

 

Nascono amori o amicizie nelle piazzette. Nascono anche antipatie. O indifferenze. Nascono decine o centinaia di strane situazioni e di episodi apparentemente innocui. Come il caso di quel diciasettenne contorniato dai suoi amici che inizia a sfottere un paio di ragazze sedute ad un tavolo vicino. Per farsi bello, o per fare lo spaccone, o il conquistatore, il play-boy da quattro soldi, o per farsi grande con i suoi compagni. Ma non sempre gli riesce. O non sempre gli riesce molto bene. La strafottenza o la spavalderia non attecchiscono, a molte donne non piacciono. Quando magari lo “spaccone” si accorge che le sue tecniche di “conquista” non funzionano e non riscuotono il successo che si aspetta, cambia tattica. Il ragazzo non si arrende e fa come la volpe con l’uva: inizia ad insultarle (anche pesantemente). Le ragazze infastidite si allontanano. Lo spaccone le insegue con i suoi strali, trova, casualmente, per terra, un colombo morto. Lo lancia in aria in direzione delle ragazze. Con un gesto quasi allegorico. In quello strano volo lugubre di uccello morto, il piccione “atterra” proprio sulla testa di una di queste ragazze che si spaventa, forse piange, forse si irrita, forse ha una crisi isterica. Gli amici dello “spaccone”, al tavolo, invece, si stanno “spaccando” dalle risate. Lo spaccone - anche se respinto - ha ristabilito il suo ruolo da leader nel suo branco di balordi. Il suo orgoglio è salvo.

 

Le ragazze, risentite ed oltraggiate, incontrano nella loro “fuga” un amico, al quale riferiscono l’episodio increscioso. L’amico delle ragazze ha diciannove anni e lavora con il padre come idraulico. La sua amica piangente è furiosa, gli racconta del piccione morto, in qualche modo, in quel momento, gli  chiede di intervenire per lavare l’onta. Scatta in lui l’orgoglio protettivo dell’uomo verso la donna, o quello del maschio coraggioso che deve insegnare il rispetto ad un altro maschio vigliacco (forse). Scatta la molla del “vendicatore” che deve dare una lezione allo “spaccone”. Lo va a cercare e lo affronta. Le parole sono subito forti e si incalzano rapidamente. Gli insulti reciproci crescono e montano la rabbia. Intorno a loro si crea “il pubblico” che non si chiede chi abbia torto o chi ha ragione, ma solo chi dei due è il più forte e chi di loro riuscirà a dimostrarlo con un’azione (si spera, violenta). Non si ragiona più, in quei momenti. Ci sono anche le ragazze offese che assistono alla scena ed al confronto tra i due. Si chiedono : chi vincerà in quel duello rusticano che sta nascendo. I due iniziano ad alzare le mani e a spintonarsi. Volano schiaffi e pugni. Nasce una colluttazione. Qualcuno interviene e li separa. I due stanno per allontanarsi. Ma interviene il destino, come se la cosa non potesse finire lì, in quel modo. Come se quel piccione morto fosse rinato, tornato sui suoi passi e rimessosi al suo posto con il suo collo flaccido. Il piccione ricompare sulla scena. Lo “spaccone” diciasettenne prende il volatile inerme tra le sue mani e lo lancia sul viso del “vendicatore”, in un ennesimo gesto di sfida e di disprezzo profondo. Il vendicatore, a quel punto, perde completamente il senno. Qualcuno sta ridendo di lui e della sua magra figura. Le ragazze sono deluse, sconfitte anche loro e per la seconda volta, come se avessero perso l’onore. Il vendicatore sente di avere qualcosa in tasca, infila la mano e tira fuori un coltello a serramanico, lo usa spesso nel suo lavoro da idraulico con il padre. Non se ne separa mai. Lo porta con sè anche quando fa la "movida" in piazzetta. In un attimo, il "vendicatore", con uno scatto fulmineo, si scaglia contro quell'aria da spavaldo che ancora ride, mena un fendente e lo colpisce all’addome. Il sorriso dello "spaccone" si spegne in una strana smorfia, mentre il suo corpo si accascia per terra in un lago di sangue. E' in piazza del Lago. Il piccione era già morto. Lo spaccone morirà, poco dopo, facendo “oh…”.

 

Sipario.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:17 | commenti (13)

domenica, agosto 23, 2009

Trimonato da BaroneAgamennone | 11:22 | commenti (3)

lunedì, agosto 10, 2009

Oggi notavo su Facebook che ci sono alcuni che hanno diverse centinaie di “amici” tra i propri contatti. Mi è sorta qualche perplessità sull’amicizia “virtuale”. Probabilmente, sul web scambiamo "amicizia" con tutti (o quasi), ma non conosciamo la faccia del nostro vicino di casa. Forse, sono solo degli anonimi “contatti” con i quali condividiamo barzellette, gruppi, fotografie, video e cazzatelle varie.

 

Una cosa che mi fa tanta tristezza è il fatto di non avere più amici. Amici “veri”. Quelli che ti parlano, che ti cercano quando hanno bisogno e che cerchi quando hai bisogno tu. Quelli che ti trasmettono quello “stramaledetto” calore umano.

 

Gli amici che avevo e con i quali sono cresciuto li ho persi tutti cambiando casa e quartiere. Quelli di scuola, cambiando scuole. All’Uni, mi sono isolato per studiare. I compagni di lotta li ho persi abbandonando il militarismo permanente (era il momento del riflusso, in cui si tornava a guardare meno il politico e sempre più sé stessi o esclusivamente sé stessi). I vari tentativi "facebookiani" di riallacciare vecchi rapporti sono falliti tutti alla seconda uscita. Alla fine, mi sono ritrovato solo. Mi sono anche chiesto se il problema nasca da me. Probabilmente, la colpa è mia. Sono troppo complicato. Troppo esigente. Troppo scostante. Troppo tutto, insomma.

 

Gli amici che ho ora sono solo “occasioni” temporanee, sporadiche, momentanee. Mi manca il branco che viene a salvarmi, quando mi perdo. Come se fossi un animale ferito. Ad esempio, un elefante viene circondato dai suoi simili che lo avvolgono nel branco e lo proteggono dall’esterno.

 

In realtà, mi rendo conto che il malessere non aggrega. Specie se non si hanno veri amici. Proprio come in natura, in alcuni casi, il branco scappa. Si fa il vuoto intorno. Gli altri fanno come se niente fosse. I primi giorni, magari, si fanno sentire, anche troppo. Con poca presenza fisica e tanta sollecitudine virtuale: mail, telefono, sms. Poi, velocemente, l’attenzione scema senza essere di reale aiuto. Minimizzano, trascurano il fatto che non sei ancora uscito dal tuo tunnel depressivo e fanno come se niente fosse. Si rimuove la situazione. Oppure si spaccia per pudore verso chi soffre la poca voglia di essere coinvolti: “Sai, in questi casi, non sai mai come ci si deve comportare”.

 

Il dolore è scomodo. Per te che lo vivi e per gli altri che dovrebbero lenirlo. In questo individualismo così diffuso ed esasperato (io mi metto in cima alla piramide), si preferisce pensare che ognuno deve essere in grado di cavarsela da solo. La condivisione della sofferenza altrui, alla lunga, costituisce un problema. Un limite alla propria felicità. Hai la sensazione che se non ti fai passare quel muso da cane bastonato, quel magone che quasi ti paralizza e quella faccia smunta e cadaverica, nessuno ti aspetterà. Perché tutti corrono, inseguono, cercano altro. Devono proseguire nel loro cammino verso il proprio destino che li aspetta. E, in fondo, è stupido interrogarsi su queste cose in questo periodo ferragostano, nel quale tutti sono a bagnarsi il costume, schizzarsi con gli spruzzi d'acqua o giocare a palla nei prati in montagna e le città sono deserte con le serrande abbassate alla vita di tutti i giorni. 

 

A quel punto, cerchi di scrollarti rapidamente di dosso quella faccia vittimistica. Capisci che devi smetterla di piangerti addosso. Ma capisci anche che fingere diventa controproducente, così come è stupido raccontare tutti i cazzi tuoi al primo che passa. Capisci anche che non è realistico aspettarsi una mobilitazione generale della piazza se sei caduto e ti sei sbucciato un ginocchio. Capisci anche che è inutile aspettare di essere salvato. Tu non sei l’unico che sta affogando e gli amici non sono dei bagnini.  Nessuno potrà prendere in mano la tua vita.

 

Ti sorge quella paura ancestrale e quell’intima ansia del “se non funziono come devo, non verrò più nemmeno amato”. Cerchi un gruppo di ascolto. A volte, si decide di andare dallo strizzacervelli proprio per essere ascoltati da qualcuno. Io ti pago, così tu mi ascolti, mi capisci ed io non mi sento più incompreso. Confrontarsi in modo maturo con qualcuno (e non con tutti) è fondamentale, perché accellera il tuo processo di guarigione e di riequilibrio. Ma è paradossale pensare che, in un mondo in cui “condividere” è tra le parole più cliccate su Internet, non si riesca più a condividere uno straccio di niente di vero.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 12:53 | commenti (6)

venerdì, luglio 17, 2009

 

Neri e abbronzati.

Oggi, nella mia cassetta della posta, ho trovato la rivista di “Emergency”. Ogni tanto, me la mandano. C’era un articolo che parlava della mia terra e di “mancata accoglienza” per gli extracomunitari.

In un clima generale di intolleranza, di ansia collettiva che ci opprime, di paure per il diverso da noi e di “dalli al clandestino”, mi rendo conto che ogni città ha la sua fetta d’Africa. Qui abbiamo l’Africa clandestina di Cerignola, in Puglia. Ma non solo a Cerignola. Quell’Africa, qui, è disseminata nelle masserie, nelle campagne, nei campi che, d’estate, sotto questo caldo rovente e afoso, si popolano di braccia nere per la raccolta dell’ortofrutta. Li guardo raccogliere i pomodori, mentre, al mattino presto, passo con l’auto e vado al lavoro. Penso a quanto sarà dura e calda la loro giornata. Penso alla mia lussuosa e grassa giornata, con l’aria condizionata in ufficio troppo alta che mi fa starnutire e lamentare goffamente.

Penso a quando li respingiamo ai semafori. Quei lavavetri insistenti e fastidiosi come le mosche. Da Haider a Le Pen, dalle ronde promosse dalla Lega al respingimento di un Paese multietnico del nostro Premier, il terreno dell’accoglienza non è elettoralmente redditizio. E, dopo il “terrorismo islamico”, in ogni volto magrebino o pachistano o indiano, l’uomo della strada vede l’ombra del nemico. Andiamo verso un futuro che allarga l’ostilità reciproca, le xenofobie locali che restringono il campo della convivenza civile.

La tolleranza è un pensiero debole. La tolleranza zero, invece, ci fornisce il conforto di un nemico da odiare con allegro malumore. In fondo, la Fallaci, dopo l’11 settembre, immergendo il suo grido di rabbia nel brodo avvelenato (e razzistico) aveva già capito tutto di questo preteso primato morale e civile dell’Occidente. Il mondo è stato sempre dolore e sopraffazione. E, in questo particolare momento di crisi generale, non solo economica o finanziaria, di ideali, di fedi, di politica ridotta alle veline, l’Occidente non può fare altro che rimanere aggrappato alla sua argenteria...

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:56 | commenti (6)

giovedì, luglio 02, 2009

 

Michael Jackson è morto di vitiligine.

Tutti ricordano le immagini di MJ che “sbiancava”. Il suo volto da nero diventava sempre più bianco che più bianco non si può. Un nero che non solo rifiutava di essere “abbronzato”, ma che rifiutava anche il colore della sua pelle.

Del resto, lui stesso cantava black or white, no?

 

 

Tutte balle. Così come quella della pedofilia. La verità VERA gira ora su Internet: pare che MJ fosse affetto da vitiligine.

P.S.: Sta nascendo un nuovo giornale che si autodefinisce “eccentrico” (uscirà a settembre). Finanziato dai soli soci, non avrà finanziamento pubblico (perché non lo vuole) e sarà senza padroni editoriali. Ha già quarantamila prenotazioni di abbonamenti. Sarà diretto da Antonio Padellaro e, tra le firme, c’è Marco Travaglio. Si chiamerà “L’Antefatto”. Questo giornale ha già un blog (messo sulla piattaforma de "il Cannocchiale", per fare tutto in economia). Nel blog ho trovato un articolo dedicato dallo psicoanalista Luigi Zoja al grande MJ e dice:

“MJ è morto. Gli dobbiamo molto. Gli dobbiamo Barack Obama. MJ era la prova che il mondo è così ingiusto da causare, prima o poi, una reazione. Ingiusto non tanto perché MJ spendeva un milione di $ al mese per la sola manutenzione di Neverland (o per chirurgie estetiche). E’ mostruosamente ingiusto che, a un secolo e mezzo dalla fine della schiavitù, un nero americano, anche ai vertici del successo, sia ancora così privo di identità: così schiavo dell’opinione altrui. Lo spazio da occupare, nella psiche collettiva americana, era ancora tutto disponibile. E’ stato sufficiente trovare una persona intelligente e con forte personalità, perché venisse finalmente assegnato.”.


 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:38 | commenti (5)

mercoledì, giugno 17, 2009

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:43 | commenti (5)

mercoledì, giugno 10, 2009

 

 

Facciamo resuscitare il PD.

Su un blog ho scoperto il volto nuovo e la voce nuova del PD.

Sul suo blog ho letto il suo discorso all’ultima Assemblea del Partito.

Il suo intervento è stato molto diretto. Ma molto semplice. Ma critico. Ha fatto a pezzi l’intera casta dei dirigenti del Partito. Franceschini rideva, divertito.

Ha detto le cose che pensiamo tutti. Tutti quelli che non stanno dentro, ma fuori al PD.

Non conoscevo Debora Serracchiani e mi ero perso anche questa intervista alla trasmissione televisiva “L’Era glaciale”.

 

A queste ultime elezioni europee,  in Friuli ha preso più voti di Berluscoini (oltre che del capolista Luigi Berlinguer).

Diamo le pagella alle vecchie mummie della Sinistra storica di Botteghe Oscure e buttiamole tutte a mare.

Vediamo che succede…proviamo..che altro di peggio ci può succedere? Perdere le elezioni? Almeno, potremo dire che abbiamo provato con i ggiovani..

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:51 | commenti (5)

sabato, giugno 06, 2009

 

La tuta gialla.

Non so se andare a votare, ‘sta volta…lo so che, così facendo, aiuto il Nano a vincere e stravincere…ma sono così deluso e sconfortato dalla sinistra che il mio voto finirà o tra gli astensionisti o nei voti del cazzo che non servono a niente, tranne che a farli partecipare alle trasmissioni televisive…ormai la democrazia è bella che morta in questo Paese…

 

poi, cambiando del tutto argomento, Colino, scusa, ma sono mesi che mi ha promesso di passarmi i due dvd di Kill Bill del film di Tarantino con la bellissima Uma Thurman e col cazzo che me li passi..ma che sei geloso, oh? Te li restituisco, eccheccazzo, fammok a te!

PS: grazie a Jacopo per avermi fatto scoprire questa song che, peraltro, è diventata pure lo stacchetto di Xfactor. Esticazzi, chi se ne frega…

PPS: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Spettacolo/?id=3.0.3401266474

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:11 | commenti

sabato, maggio 23, 2009

 

Viaggio a Milano.

Una volta partito, mi sono accorto che l’Italia vista dall’alto ha un altro aspetto. All’andata, era solo verde di boschi di alto fusto e acqua di mare, di fiumi, di laghi. Al ritorno, luci arancioni di lampioni delle autostrade e buio.

Gli amori contrariati dalle grandi distanze sono una strana cosa. Sono come gli amori dei marinai. Si vedono poco, ma si pensano molto. Ma sono belli come una bella manovra in vela su un mare agitato. Ecco forse perchè, quando l’aereo è decollato non ho avuto paura. Nemmeno quando è atterrato, mentre sentivo le gomme frenare non ho pensato “qui ci schiantiamo!”.

Pochi giorni di bella vita. Di sogno. Di felicità. Di libera uscita. Un calabrone che svolazza qua e là. Che conosce il suo quartiere, la sua strada, la sua casa. La gente che la saluta, quando va in giro, con quel suo strano accento. Niente mi sembrava noioso in quei girolonzamenti. Eravamo così lontani dalla fatica dell’esistenza. Eravamo così avvoltolati (“abbrancicati”, direbbe lei) tra noi due che mi pareva di essere una braciola ripiena di amore.

Io credo che ciascuno di noi ha delle buone ragioni per evadere dalle sue miserie private, dai propri piagnucolamenti e dal suo deserto e ognuno per riuscirci prende a prestito dalle circostanze qualche scappatoia ingegnosa. Ma non basta solo eccitarsi come mattoidi. Ci vuole anche del cuore e della cognizione per andare più lontano degli altri…Io l’avevo persa, ma poi ci siamo ritrovati. Cercandoci e facendoci anche la guerra nei sotterranei dei nostri orgogli. Volevo proprio rimettermi con lei. In un nuovo modo, con nuove forme, nuovi intenti e nuovi sentimenti. Non escludo che tra noi due ci saranno altri mille (o un milione di) altri scazzi, ma io spero che ci ritroveremo sempre, ancora, come questa volta, capendo che non possiamo fare a meno di noi...

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 15:19 | commenti (13)

sabato, maggio 09, 2009

 

 

Le parole di Veronica.

 

Non so se avete visto l’ultima puntata di Santoro…a me, sentire quello che ha detto la signora Lario (nella rappresentazione poco teatrale di Monica Guerritore), ha fatto venire la pelle d’oca sulle braccia…

 

Giovedì 7 maggio 2009
il complotto


E' stata dedicata alla vicenda Veronica Lario-Silvio Berlusconi la puntata di Annozero in onda su Raidue giovedì 7 maggio. Durante la puntata, intitolata Il complotto, Monica Guerritore ha dato voce alle parole della signora Veronica Lario

Sul sito di AnnoZero, i commenti di Berlusconi e la risposta di Santoro.

 

NOI

(ANSA) - ROMA, 8 MAG - Silvio Berlusconi non ha gradito la puntata di Annozero dedicata al rapporto con sua moglie Veronia Lario, giudicandola, in alcune conversazioni telefoniche con parlamentari della maggioranza, non una trasmissione giornalistica ma una puntata a tesi contro di lui. Tanto che, riferisce chi ha potuto ascoltare i suoi commenti, il presidente del Consiglio si e' chiesto se questo sia il modo di spendere i soldi pubblici. Il Cavaliere ha seguito in diretta la trasmissione di Michele Santoro dal salotto della sua residenza romana di Palazzo Grazioli con alcuni suoi stretti collaboratori. Ha seguito passo passo l'evolversi della serata facendo critiche a piu' riprese e sottolineando in successive conversazioni come quello che vedeva fosse lontano da un corretto modo di fare giornalismo. Ma pur essendo pronto ad intervenire personalmente alla trasmissione recandosi negli studi di Annozero, il premier alla fine non ha ritenuto di farlo giudicando che, nonostante la faziosità della puntata, non ci fossero elementi tali che lo inducessero a prendere questa decisione.(ANSA).

                                                   LUI

 

Berlusconi  invece li spende bene.

Berlusconi invece li spende bene.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 12:47 | commenti (3)

mercoledì, maggio 06, 2009

 

Second Life.

 

Dicono che “Second Life” sia solo un gioco tridimensionale inventato dalla “Linden Lab.”. Sarà anche vero, ma è abbastanza recente la notizia che un tizio (nick “il Mafioso”) ha sgozzato la moglie (nick “Katana”, perché catanese) per un tradimento virtuale. Il gesto di un folle che prescinde dal contesto web? Ok. D’accordo. Intanto, scopro, leggendo il “Sole 24-Ore” del 3 maggio scorso, che si è celebrato il primo processo tra due avatar. O, meglio, tra due persone che “giocavano” con gli avatar su Second life.

 

E’ avvenuto in Florida, davanti alla Corte distrettuale. Un certo Robert Leatherwood (nick “Volkov Cattaneo”), un diciannovenne statunitense, aveva copiato e rivenduto in rete, a un prezzo stracciato, un prodotto erotico (un letto con delle poseballs, nella fattispecie). Ne è nato un bisticcio (virtuale) tra i due avatar, ma che ha avuto uno strascico (reale) dentro l’aula di un tribunale per violazione dei diritti d’autore conseguente alla realizzazione di copie del “fantastico arredo” che sarebbero state rivendute ad altri avatar, in barba ai profitti che avrebbe potuto trarre il creatore e l’ideatore dell’oggetto.

 

La storia nasce nel giugno del 2007 dalla produzione ideata dal signor Kevin Alderman (nick “Stroker Serpentine”), residente in Florida, che stava avendo un certo successo su Second Life, avviando un’industria per l’intrattenimento per adulti (la “Eros Ltd”). Dopo aver acquistato uno spazio virtuale (un’isola proibita in una land di Amsterdam) che poi ha rivenduto ad un’altra società olandese per la modica cifra di 50 mila dollari. Il signor "Serpentine", in pratica, si era aperto su SL un negozio di letti con palline che riproducono le varie pose degli amplessi.

 

Mister Cattaneo aveva trovato interessante il “sex bed”. Lo aveva comprato per 45 dollari. Poi lo aveva copiato illegalmente ed aveva iniziato a rivenderlo ad altri utenti avatar di Second Life, riproducendo altri esemplari (non autorizzati e senza protezione) del prestigioso talamo digitale, ad un prezzo pari ad un terzo di quello praticato dal creatore e a sua insaputa. In questo modo, riducendo le vendite dell’alcova originale.

 

La vittima, scoperta la truffa, si cerca un avvocato. Il primo problema da risolvere per il legale, l’avvocato Francis Taney (dello Studio “Buchanan, Ingersoll & Rooney” di Philadelphia) sarà quello di individuare chi è il padrone dell’avatar birbante. Partono le indagini. Vengono acquisite delle prove sulla condotta dell’avatar Cattaneo in danno al proprio cliente.

 

Ma come fare ad individuare chi si nasconde dietro quel nick? L’utente di Second Life non è tenuto a rilasciare le proprie (vere) generalità. Le uniche informazioni attendibili sono contenute nei server della Linden Lab. L’analisi dei files e dei log fatta sui computer della società proprietaria del sito S.l. consente di registrare tutti gli eventi. Si scopre che l’avatar di Mr. Cattaneo è stato creato nel febbraio del 2007, si individua il suo numero IP di registrazione, si risale alla connessione utilizzata e infine…al suo numero di carta di credito utilizzata attraverso il circuito di pagamento PayPal per l’acquisto di lindens dollars che rappresentano la moneta virtuale utilizzata su Second Life. Si arriva al suo vero nome.

 

A questo punto, il legale dovrà scegliere tra due strade: la causa civile oppure una procedura stragiudiziale davanti all’ufficio Dispute Resolution della Linden Lab Legal Department che si trova al numero 45 di Battery Street a San Francisco. L’aggueritissimo avvocato sceglie la causa civile e la solleva davanti alla Corte distrettuale della Florida.

 

La domanda che mi ponevo è: qual è il foro competente per una lite tra due avatar che stanno in due continenti diversi? Vale il domicilio dell’avatar attore o quello dell’avatar convenuto?

 

In questo caso, si è data prevalenza al diritto del luogo della parte lesa (che era della Florida). Se fosse valso un altro principio, la causa si sarebbe dovuta svolgere secondo il diritto del luogo in cui è avvenuto il fatto (in questo caso la California, dove ha sede la società Linden, proprietaria di Second Life). Oppure la Virginia (dove hanno sede i server del “gioco tridimensionale”).

 

A marzo 2008, l’avvocato della vittima riesce ad ottenere un’ordinanza che diffida Volkov Cattaneo dal continuare nel suo comportamento illecito. Poi, persistendo l’illecito, si è aperta la causa a colpi di carta da bollo.

Nell'articolo sul giornale non trovo l’esito della causa, forse perchè abbastanza prevedibile, ma…per curiosità, avrei voluto assistere alla prima udienza in cui Robert Leatherwood confessa: “Sì, vostro onore, io e Volkov Cattaneo siamo la stessa persona”.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:16 | commenti (2)

lunedì, maggio 04, 2009

 

Viva mamma RAI!  Di tutto e pure di più! Alias "Não tenho paciência pra televisão"...

 

Sabato scorso ero a Roma in piazza Monte Citorio. E chi mi ritrovo? La mezzobusta Simona Sala (un volto non notissimo del nostro Tiggìuno). Giacca rossa e pantaloni neri. In piedi su un trespolo. Pronta per il collegamento con il telegiornale delle tredici e trenta e per la sua “consueta” nota politica (peraltro, intervallata da un paio di filmati registrati sui commenti politici di Franceschini e Di Pietro e dall’intervento di un altro semisconosciuto commentatore della Rai).

 

La Simona si può vedere in tutto il suo splendore (un metro e mezzo pacchetto di sigarette di altezza)  sul sito della RAI, cliccando su questo link: e portando il cursore del player all’ora 00.07.33 (e seguendo il collegamento fino alle 00.10.16). In pratica, sono meno di tre minuti di Tg1.

 

Ora, ho capito finalmente perché pago il canone alla RAI. E soprattutto dove finiscono i miei soldi.

 

Assieme a lei (la Simona in diretta), c’erano: un tipo semisdraiato per terra che manteneva un enorme specchio circolare antiriflesso per regolare il contrasto della luce; un cameramen; un altro che le teneva il microfono e la intratteneva allegramente prima del collegamento; l’autista del furgone della Rai ed infine un tipo con la faccia da buttafuori di discoteca che teneva a bada il pubblico assiepato alle spalle della “giornalista” (opportunamente e preventivamente ammonendolo di non salutare, non rumoreggiare e tenere i cellulari spenti, perché avrebbero potuto creare disturbi al collegamento).

 

Ovviamente, il pubblico assiepato alle spalle della Simona in diretta ha fatto “ciao ciao” con la manina alla Simona, al cameraman ed ha anche salutato caldamente i propri cari a casa, opportunamente e preventivamente chiamandoli con il telefonino.

 

Insomma, per un collegamento con la Simona in diretta che è durato meno di tre minuti (e che avrebbe potuto fare comodamente seduta in uno studio televisivo, leggendo le sue sei anonime righe), la Rai ha mandato una troupe televisiva esterna di sette-persone-sette davanti alla Camera dei Deputati a muovere l'aria.

 

Ora io mi chiedo: “Ma quanto cazzo mi so’ costati 'stì tre minuti di gloria della mezzobusta?!”

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:40 | commenti

domenica, maggio 03, 2009

Io c'ero...

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:22 | commenti (8)

sabato, aprile 25, 2009

 

Ancora tu? Non mi sorprende, lo sai? Ma non dovevamo vederci più? E come stai? Domanda inutile…Stai come me. Che bella sei…Nessuna no. Ho solo ripreso a fumare. Ancora tu? Purtroppo, l’unica. Lasciarti da me? Possibile?

 

Non si tratta solo di fare un post il cui titolo è più lungo del post…

E’ strano..ma quanta felicità riesce a darci anche la sofferenza…Quando ne esci fuori però…Anche se non sai quanto durerà…E tu, sotto sotto, speri per sempre…

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:48 | commenti (3)

domenica, aprile 12, 2009

 

Tribalistas - Já sei namorar

Já sei namorar
Já sei beijar de língua
Agora, só me resta sonhar
Já sei onde ir
Já sei onde ficar
Agora, só me falta sair

Não tenho paciência pra televisão
Eu não sou audiência para a solidão

Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo me quer bem
Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo é meu também

Já sei namorar
Já sei chutar a bola
Agora, só me falta ganhar
Não tenho juiz
Se você quer a vida em jogo
Eu quero é ser feliz

Não tenho paciência pra televisão
Eu não sou audiência para a solidão

Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo me quer bem
Eu sou de ninguém
Eu sou de todo mundo
E todo mundo é meu também

Tô te querendo como ninguém
Tô te querendo como Deus quiser
Tô te querendo como eu te quero
Tô te querendo como se quer

Tribalistas - So Già Far Innamorare

Già so corteggiare
Già so baciare con la lingua
Ora devo solo sognare
Già so dove andare
Già so dove stare
Ora devo solo partire


Non ho pazienza per la televisione
Non dò ascolto alla solitudine
Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo
E tutto il mondo mi vuole bene


Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo
E allo stesso modo tutto il mondo è mio


Già so corteggiare
Già so giocare a pallone
Ora devo solo vincere
Non ho giudizio

Se tu vuoi che la vita sia un gioco
Quello che voglio io è essere felice


Non ho pazienza per la televisione
Non dò ascolto alla solitudine
Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo


E tutto il mondo mi vuole bene
Io non sono di nessuno
Io sono di tutto il mondo
E allo stesso modo tutto il mondo è mio


Ti sto amando come nessuno
Ti sto amando come lo farebbe Dio
Ti sto amando come ti amo
Ti sto amando come si deve amare


 

Trimonato da BaroneAgamennone | 12:03 | commenti (13)

venerdì, aprile 10, 2009

 

Innamorarsi è niente, è restare insieme che è difficile...

Trimonato da BaroneAgamennone | 17:28 | commenti (3)

lunedì, aprile 06, 2009

Bau bau.

A volte, compro i libri perchè mi piacciono le copertine. Altre volte, vengo attratto dal titolo. Per questo motivo, ho preso questo libercolo, dal titolo “Il piccolo libro degli addii”. Scritto da Luca Ragagnin, un 44enne torinese mai sentito prima che si è preso la briga di fare una minuziosa raccolta di brani di scrittori, di cantanti, di frasi fatte e discorsi che si arrampicano sugli specchi e che, generalmente, si usano quando due si lasciano e si dicono l’ultimo “addio”. Da questo libro, ho scelto i passaggi che mi sono piaciuti di più.

Non è colpa nè mia nè tua, è colpa della società, mi ha detto.

L’ho lasciato perchè è stato meglio così.

Ci amavamo tantissimo, ma nel modo sbagliato. Abbiamo dovuto scappare.

L’ho lasciata perchè sosteneva che non ne sarei mai stato capace.

L’ho lasciata perchè io ho bisogno di ridere. Ieri avevo voglia di sentirla ancora, così l’ho richiamata. Non mi ha riconosciuto. Io pensavo di aver sbagliato numero.

L’ho lasciata perchè mi interrompeva sempre. Anche quando non c’era niente da dire. Anche quando non parlavo: interrompeva i miei pensieri. L’interruzione era il suo particolare modo di comunicare.

L’amore si trasforma, con il tempo, mi ha detto. E mi ha lasciato.

E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. (Fabrizio De Andrè)

Era terrorizzata dalla crisi del settimo anno. Una specie di fobia. Ho cercato di tranquillizzarla: “Ma no, vedi, tesoro, le cose non stanno esattamente così come pensi…”. Ma lei niente. Mi ha parlato per tutto il settimo anno della crisi del settimo anno. Mi ha scongiurato per tutto il settimo anno di trovare un rimedio, una soluzione che annullasse il rischio del settimo anno. Alla fine, non ce la facevo più. Ho aspettato il primo giorno dell’ottavo anno e poi l’ho lasciata.

Arriva un momento in cui bisogna farsi due conti con la propria coscienza in una relazione. Dove la "coscienza" vuol dire: quanti anni hai, quanto tempo ti resta, quanti soldi ha l’altro. Anche se un amore dura da così tanti anni, bisogna scavare nei propri sentimenti. Capire con precisione e freddezza che vuoi fare della tua vecchiaia, della tua vita, del tuo futuro. E quando ho capito che stavo solo perdendo tempo e stavo studiando il modo meno traumatico per comunicarglielo, lui mi ha lasciata. Che stronzo.

Svegliati, reagisci. Non puoi continuare a vivere nella più totale apatia. Guarda che se perdi questa occasione, perdi le occasioni belle della vita. Quelle non arrivano da sole, sai, gli dicevo. Così si è alzato ed è andato a cercare le cose belle della vita.

Ci sono dei momenti nella vita in cui un uomo ha bisogno di rimanere da solo. “Mi stai dicendo che hai intenzione di passare il resto della tua vita chiuso a chiave in un cesso?”.

Non essere sempre così egocentrico. Ti lascio, e va bene, ma non c’è niente di personale.

Ho zero seni, e allora, cazzo moscio che hai da dire?

Tu non sei capace di amare nessuno. Ami solo l’amore. Eh..Sì, non sono capace di amare nessuno che mi rompe sempre i coglioni su come vedo io l'amore, e allora? Mò che cazzo vuoi? L’ho lasciata con queste esatte parole.

Se mi ami, ti supplico, lasciami andare via. Perchè non mi lasci andare? Perchè non mi hai lasciata prima? “Ma ti dovevo lasciare per telefono o dovevo prima scriverti una e-mail”?

Urlava così tanto che, alla fine, l’ho capito anche io che voleva andarsene. Allora ho aperto la mano che le teneva la caviglia e dolcemente l’ho lasciata scivolare dal palmo giù verso il vuoto. Settanta metri, un bel volo. Il volo della libertà.

Non ti preoccupare per me, se devi andare vai, non farti scrupoli, per carità, ti capisco sai, poi te ne pentiresti. Perchè dovresti fingere che non ti annoi con me? Io resterò qui al freddo e al gelo. Morirò di freddo e di fame. Morirò di dolore, magari mi taglierò le vene, perchè a volte il dolore ti annienta. Magari riempio la vasca di acqua bollente e poi mi taglio i polsi oppure potrei buttare il ferro da stiro nell’acqua. Ma il dolore mi prosciuga tutte le forze. Metti che va via la luce proprio in quel momento? Mi metterò a correre senza vestiti per tutta la casa, mi ammalerò di polmonite. Se non abitassi al primo piano, mi butterei dalla finestra. Ma tu non ti preoccupare, dài, ma sì, qualcosa troverò vedrai, non ti preoccupare, vai pure, vai, vai dove devi andare.

Se mi stai lasciando dimmelo, non aver paura. Non stare lì a piagnucolare, è perfettamente inutile. Dimmi un solo buon motivo per cui non avresti dovuto farlo.

L’ho lasciata perchè parlava troppo. E parlava solo e sempre di sè stessa. E io? E a me, non ci pensi?

L’ho lasciato perchè mi ha otturato il cesso di sperma. E’ stata una liberazione, alla fine.

Anche se lui dice che non è vero, l’ho lasciato. Anche se lei non lo sa ancora, l’ho lasciata.

E' stata una storia malata, te lo devo dire. Guarda, voglio essere onesto con te, io mi sento un perdente, un magnifico perdente. Un infedele, un inguaribile infedele. Un distratto, un irresistibile distratto, a proposito, come hai detto che ti chiami? Non importa, l’amore non ha nome, l’amore si vive dimenticandolo, dimenticandosi. L’amore è invisibile, come tutte le cose importanti. Non mi vedrai più, sarà terribile. Lo so. E se cominciassimo subito? (le ho proposto).

[…] Pensi solo a te stessa, a ciò che tu  vuoi e via di questo passo. Se mi ami davvero, mostralo, provalo. Altrimenti devo trovarmi un’altra. (Henry Miller)

E adesso che ho capito che tu sei la persona più importante della mia vita, non so proprio come farò, mi ha detto lasciandomi.

Sono un errore e basta, e non sono per te. Ti sono capitato, ma non mi volevi, non mi hai mai voluto. E’ andata così, vero?

Ho fatto in modo che mi lasciasse, non avevo altra scelta.

L’ho lasciata perchè pretendeva tre aggiornamenti al giorno sull’incremento del mio amore. Al mattino, appena svegli, a metà pomeriggio mentre ero a pranzo e pure dall’ufficio. Facile per lei che non ha un cazzo da fare tutto il giorno.

Ho cercato di farle capire che per me litigare è una questione di vitale importanza. Mi fa sentire vivo dentro il rapporto. Si discute, si discute di tutto, delle piccole e grandi cose. Si vive il quotidiano e se ne parla. Ci si confronta. E’ così che ci si conosce veramente. Se no sembra tutta una recita, con i ruoli prestabiliti. Ma lei niente. Allora l’ho provocata. Perchè per me la provocazione è un po’ come il midollo, la spina dorsale, non so come dire, il motore segreto di un grande amore. Niente di pericoloso, s’intende, qualche piccola scossa, due o tre urletti, un po’ di piatti rotti. L’ho fatto per noi, per la durata del nostro grande amore. E ho fatto bene, perchè adesso posso dire di conoscerla veramente. Però, ora, ho ancora un mese di degenza in ospedale. Comunque, qui non la fanno entrare. E’ un vantaggio, per la mia concentrazione. Domani mi tolgono i punti.

Cantava in continuazione quella sciocca canzone italiana di Julio Iglesias: “Se mi lasci non vale / se mi lasci non vale”. Io detesto le canzoncine da doccia. Era insopportabile. Alla fine, ha capito e ha smesso, ma era troppo tardi.

Quattro anni non sono così pochi. Uffa. Amo un poeta. Un artista. Non mi sembra vero. Uffa. Mi paga pure il biglietto del treno. E’ generoso. Non come quel tirchio di prima. Spilorcio. Ora ho un uomo vero che mi ama, e anche se sa che non lo amo, mi ama lo stesso. E ha pure i cani. Come me. Mi tratta come un cane e, a volte parla al posto mio, ma mi lancia l'osso da rosicare e io glielo riporto, scondinzolando. Poi, al mattino, un bel giorno, sopra il guanciale ho trovato una rosa ed un bigliettino profumato. C’era scritto: “Non abbiamo più niente da dirti. Firmato: Io e tutti gli altri”.

Dimmi una bugia / - Ti amo / - Stronzo.

Non ci lasceremo mai. Stringimi. Stritolami. Baciami. Stringimi. Non ci lasceremo mai. Non riesco a rezzare il coso. Metti la tag. Mi hai dato i permessi? Non ti lascerò mai sola. Non sono come quello stronzo che ti scopava solo sul web. Non mi va il mouse. Ti amo da impazzire. Petta, scatto una fotina e gliela mando. Flash! Spè, sono crashato. Din din din…Vabbè, si è fatto tardi, vado a nanna, piccolino. Bacio. Bacio. A domani. Sì sì, a domani, piccolino, poi, ti mando un messaggino?

La prima notte con lui è stata bellissima. Avevo tanta di quella voglia di scopare…Lui o un altro era uguale, era la mia voglia che andava soddisfatta. Le altre volte un po’ meno, sfogliavo le pagine del web e aspettavo che lui venisse e intanto dicevo “sì, sì, continua così...” oppure guardavamo un film alla tele o io osservavo il soffitto…

Con te, mi annoiavo. Ora finalmente mi diverto. Ero stanca di impedire a tutte di avvicinarsi a te. Mettila così, è come il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Non è che ti ho lasciato improvvisamente, alla vigliacca. Ho solo voluto darti delle possibilità migliori, perchè te le meriti.

Ho dato una ragion d’essere alla sua gelosia. Mi mortificava vederla sempre così inquieta, così tormentata per qualcosa che non esisteva.

Ah, sei pentito, ti sei pentito, finalmente? Mi fa piacere che tu abbia compreso che cosa stavi scegliendo di perdere. Bene, tesoro, in fondo non sei così stupido, e adesso togliti dai coglioni.

Sono stata con te due faticosi anni perchè sentivo di avere una missione da compiere. Adesso la mia missione è terminata.

E ora cerca di avere il buongusto di non dirmi che non è la fine di tutto, che la vita continua e che conoscerò un altro uomo, e che sarà quello giusto. Che cosa significa giusto? Anche se io per te ormai sono una pratica archiviata, guarda che io sto male, mi sento vuota, svuotata e vilipesa.

Aveva il dono raro di dire le cose sbagliate nel momento sbagliato. Si chiudeva a riccio, quando avrebbe dovuto aprirsi e starmi vicino. Di soffocarmi con la sua vicinanza e la sua prepotenza, quando volevo stare solo. Le ho detto, è un vero peccato, saremmo stati perfetti l’uno per l’altra, se soltanto ci fossimo incontrati nel momento giusto per entrambi.

Prima mi ha fatto girare la testa. Poi me l’ha svuotata e ci ha messo dentro tutte le cose che andavano bene a lei. L’ha caricata come si fa con le trottole e infine l’ha fatta girare di nuovo, ma in un’altra direzione, in un altro senso.

Ci siamo lasciati durante un gioco di ruolo. Le giarrettiere le ho tolte, anche il segno sulla gamba, perchè mi stringevano molto, è andato via. Ma c’è un altro segno, che non è visibile a occhio nudo e che non va più via.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 14:58 | commenti (4)

giovedì, aprile 02, 2009

 

 

 

“Uno dei principali bisogni dell’uomo è quello di sentirsi dire che il proprio comportamento è coerente e razionale. Ogni comportamento che ci appare irrazionale minaccia il nostro senso di salute e integrità mentale. Quando ci comportiamo in modo inesplicabile, ci sentiamo costretti a trovare una spiegazione logica per rendere sensato ciò che pensiamo o facciamo”

(White e Gilliland, 1975).

 

[…] In ogni caso Barone, ti pregherei di smettere di cercarmi ancora. Mostrati coerente per una volta con le tue scelte di vita così come io lo sono delle mie. […]

Oggi ho trovato questo messaggio sul mio Facebook. Persa la causa sul blog (preventivamente blindato), si sperimentano nuove mosse, nuovi raggi di azione, nuove accuse e nuove provocazioni. Salvo, poi, alla prima bordata di risposta, cancellare tutto e ritirarsi di buon ordine alla chetichella nelle proprie stanze (chiuse pure quelle) a fare un po’ di bon ton, chiacchiere insulse e montagne di pettegolezzi.

Inutile dire il nome di chi ha scritto questa stizzosa, ma simpatica esortazione (peraltro, su Fb si firma pure con il cognome). Ma mi stupiva pensare, leggendo l’orario del messaggio, che l’autore, mentre con una mano mi invitava a non cercarlo “ancora” (e me lo scriveva su Fb), con l’altra mi stava inviando l’ennesimo sms con il suo telefonino. Misteri della coerenza doppia con  la supercazzola prenaturata e scappellamento a destra e pure a sinistra? Mah..

Tralascio il resto del web-giallo che probabilmente seguiremo a puntate su questi schermi (una certa Luana sta cercando di rubarle la posta. Chi è l’assassino? Il maggiordomo è tra i principali sospettati. Dov’era la tata all’ora del delitto?), perchè sono i soliti vaneggiamenti di una che crede di vivere una nuova vita, ma continua a vivere sempre quella (la stessa) e solo sul web e vede trame oscure (sempre sul web) alle sue spalle (ordite sempre da me) ad ogni angolo di strada. In ogni caso, sul resto, ho già risposto su Fb e non vorrei svelare il finale per i più appassionati del gioco televisivo del “Grande Fratello”.

Ma è sul concetto di “coerenza” e di “smettere di cercarla ancora” che mi vorrei fermare a riflettere. Chi mi invita alla coerenza e a non importunarla “ancora” lo ha fatto nello stesso giorno ed è la stessa persona che oggi mi ha sbomballato le palle con duecento essemmesse, fino a farmi scaricare la batteria del cell. Comportamento un po’ strano anche per la migliore vittima di stalking! Questo la dice lunga sul concetto (non tanto della mia, che non ho mai preteso di avere) della sua “coerenza” …

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 01:32 | commenti (12)

lunedì, marzo 30, 2009

 

Aimee Mann - Wise Up (*)

It's not
What you thought
When you first began it
You got
What you want
Now you can hardly stand it though,
By now you know
It's not going to stop
It's not going to stop
It's not going to stop
'Til you wise up

You're sure
There's a cure
And you have finally found it
You think
One drink
Will shrink you 'til you're underground
And living down
But it's not going to stop
It's not going to stop
It's not going to stop
'Til you wise up

Prepare a list of what you need
Before you sign away the deed
'Cause it's not going to stop
It's not going to stop
It's not going to stop
'Til you wise up
No, it's not going to stop
'Til you wise up
No, it's not going to stop
So just...give up

 

Aimee Mann - Apri gli occhi

Non è.. come pensavi...
quando all’inizio ... cominciasti.
Hai ottenuto... ciò che vuoi...
Ora, tuttavia, puoi sopportarlo a stento
Ormai lo sai, non si fermerà...
Non si fermerà...
Non si fermerà,
fino a che non apri gli occhi.

Ne sei sicuro... c’è una cura...
E alla fine l’hai trovata.
Pensi... un bicchiere...
ti ridurrà a... a terra
e ti farà dimenticare,ma non si fermerà...
Non si fermerà...
Non si fermerà,
fino a che non apri gli occhi.

Prepara un elenco di ciò di cui hai bisogno,
prima di firmare la tua condanna,
perché non si fermerà...
Non si fermerà...
Non si fermerà,
finchè non apri gli occhi.

No, non si fermerà,
finchè non apri gli occhi.
No, non si fermerà,
quindi lascia stare…

(*) colonna sonora del film "Magnolia"

 

 




Trimonato da BaroneAgamennone | 21:35 | commenti (2)

grazie a Pia per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).