Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!




 

domenica, novembre 30, 2003

 

Quando mi annoio e non so che fare mi viene voglia di venire qui e di scrivere qualcosa. Oppure scrivo quando mi viene l’ispirazione e devo comunicare qualcosa di importante, per non dimenticarla. Oppure quando ho bisogno di sfogare una delle mie impercettibili tragedie (quasi quotidiane) corro a sedermi davanti a questo monitor. Mi accendo una sigaretta e inizio a battere sui tasti…

 

Sono le sette di sera di una domenica qualsiasi. E questo dovrebbe già mettermi in allarme. Ma, al momento non ci penso. Ma dove cappero sono finite le gif del mio blog? Vedo solo dei quadratini vuoti con delle crocette rosse dentro… Una specie di cimitero dell’immagine… Mi toccherà mettere mano al sorgente… Ma ora non ho voglia e il peggio è che, anche qualora avessi voglia (difficile, ma possibile) non saprei farlo… Quindi penso che dovrò - di nuovo - cambiare nome al blog. Magari lo chiamerò: “La Croce Rossa del Barone Rosso”.

 

Oggi pomeriggio, verso le due e mezza, mi chiama Pio: “Tra cinque minuti siamo da te…”. E io, come Pollicino di fronte a Polifemo: “Per fare cosa? Tu e chi?”. E Polifemo: “Sono con Luca, passiamo a prenderti, ci andiamo a prendere un caffè assieme, fatti trovare pronto!”.

 

Ovviamente, il caffè non si prende al bar all’angolo sotto casa. Bisogna farsi almeno cinquanta chilometri, altrimenti rimane solo un caffè. Dopo una mezz'oretta, dopo aver attraversato montagne, sottopassaggi e gallerie, eravamo in riva al mare. Un mare calmissimo oggi. Un’atmosfera quasi estiva. Era piacevole sentire il rumore dell’acqua che litigava in mezzo agli scogli di Mattinata.

 

Ma non eravamo lì per fare poesia. E quindi di nuovo di corsa in auto, e, dopo pochi chilometri, stavamo seduti ad un tavolino rotondo di un bar del centro di Manfredonia, di quelli con il riscaldamento all’aperto e vista sul mare. Nell’aria, odore di caffè e di paste alla crema. In sottofondo, la radio con le voci dei cronisti che gracchiava e commentava le partite di calcio. Io guardavo il buffo cappellino rosso che aveva in testa la tipa dietro al bancone fatto di legno e inox. Mentre Pio e Luca iniziavano a parlare del più e anche del meno, a scherzare, a sfottere e a ridere... Gli estremi della situazione ormai si toccavano, si confondevano, si fondevano. Il nostro gruppo è ormai diventato come i Tretrè. Scherziamo e scherziamo. Facciamo ironia. Somigliamo a quelle stupide cartoline colorate d’azzurro con i “salutissimi” e i “bacioni” che si spediscono d’estate dal mare o dai luoghi di villeggiatura.

 

Dopo un po’ che eravamo lì, nel bar, sono entrate delle tipe carine che parlottavano tra di loro e ci hanno guardato con la coda dell’occhio. Noi abbiamo “risposto” allo sguardo, con le nostre facce da scemi, tipo Bogart. Ma un Bogart a cui l’alfabeto si era fermato alla lettera “O”. Quelle si sono messe a ridere e si sono dette qualcosa tra di loro (erano tre). Anche noi eravamo tre (abbiamo pensato). Una di loro aveva i pantaloni bianchi e stretti, attraverso i quali si vedevano i coniglietti disegnati sulle mutande. E il suo modo di camminare faceva sì che i coniglietti, ad ogni movimento del sedere, si spostassero ovunque, come se ci fosse un incendio nell’allevamento. Ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. La proprietaria dell’allevamento di conigli si è girata e ci ha guardati storto, come a dire: “Non c’è niente da vedere, guardoni!”. “Bella figura di merda”, ho pensato io.

 

C’è stato un momento di grande tensione. Cominciavamo a guardarci intorno come idioti. Pio stava attaccando un coro di montagna. La situazione stava precipitando. Luca, ipnotizzato dai coniglietti, si è alzato ed ha cercato di farci uscire tutti dall’imbarazzo. Si è diretto verso la cassa e, con grande coraggio, ha preso un panettone, che ha cominciato a stringere spasmodicamente tra le mani fino a ridurlo alle dimensioni di una normale pasta. Che, per il sudore, schizzava qua e là come una saponetta. Le tipe si sono girate dalla parte opposta, come a dire: “Potresti anche fare la verticale sulla macchina espresso, non ce ne fregherebbe niente...”. Poi sono andate a sedersi appartate, ad un tavolino d’angolo. Luca deve aver capito che non c’era più niente da fare ed è tornato sui suoi passi, crollando sulla sedia tra me e Pio.

 

Il nostro sogno d’amore, così come era nato velocemente, si era già spezzato. Frantumato in mille pezzi come un vaso di vetro di Murano caduto da un palazzo alto sette piani. Sentivo che i nostri cervelli si stavano spalmando della marmellata appiccicosa sopra. Come se ci avessero infilato nella scatola cranica del cotone idrofilo. Ora parlavamo sottovoce, votati all’intrallazzo. Eravamo come ad una specie di riunione convocata da Licio Gelli in persona. Ci mancavano solo gli aspetti più grotteschi della liturgia massonica, i compassi, i grembiulini neri, i giuramenti della fedeltà e tutto il resto. E inoltre, ci chiedevamo – ridendo - la storia, la città, la società dove erano in quel momento?

 

Il sole stava ormai formando una striscia rossa sul bordo del mare ed era giunta l’ora di tornare ognuno ai propri focolari domestici. Eravamo solo ad una quarantina di chilometri dalla nostra città, ma ci sembrava di attraversare una terra abbandonata e dimenticata. Ai bordi della strada, uliveti a terrazze o grandi pareti di roccia livida. Valli sperdute dove non vi batte mai il sole, ai piedi delle montagne che vanno a spegnersi in boschi fitti e umidi, pieni di tronchi morti. Pochissime case, quasi tutte disabitate.

 

E noi pensavamo, in auto, che ogni vita, come le sue pagine, si ripete tante volte, nelle proprie passioni, nei propri gesti e nelle proprie abitudini. Non c’è una conclusione e s’interrompe in ossequio alla realtà, che rimane incompiuta e inconclusiva, anche per la penna che vorrebbe raccontarla tutta, ma viene sempre spezzata proprio mentre cerca di adempiere a questo compito eroicomico.

 

Comunque scrivere mi tranquillizza abbastanza. Scrivere i miei pensieri. Detto in termini più brutali, la merda è sempre merda. Ma se la smettiamo di tirarcela in faccia, e cominciamo invece ad utilizzarla per coltivare fiori, allora diventa infinitamente più utile…

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:21 | commenti (15)

domenica, novembre 23, 2003

 

Ho notato che quello che ha colpito di più, nel post precedente, è stata la storia del parrucchiere… Non che il resto che avevo scritto avesse grosse pretese, ma…

 

Beh, a questo punto, ritengo sia il caso di approfondire l’argomento.

 

Io, quando vado dal barbiere, è come quando andavo dall’analista. Decido di tagliarmi i capelli corti corti perché qualcuna mi ha lasciato. O perché sono proprio giù di corda. E quindi capisco che è giunto il momento di dare un “taglio” netto alla mia vita. Di girare pagina. Ho bisogno di una svolta decisiva. Sprofondo nella poltrona (come se mi stendessi sul lettino), chiudo gli occhi e mi faccio fare, dapprima, uno shampoo. Sento solo l’acqua calda del risciacquo, le sue mani agili che mi accarezzano il cuoio capelluto, mi faccio cullare dai suoi massaggi, dalle musichette che arrivano dallo stereo, dai profumi di paradiso che avvolgono l’aria.

 

Per me, il mio barbiere, Antonio (l'insegna - molto chic - è "Tonino coiffeur pur homme"), è come un amico, un fratello, un maestro di vita. Mi rilassa vederlo che mi gira intorno, con il suo camice verde da chirurgo, mentre fa il doppio passo, agitando - anche da fermo - le forbici come se ballasse una rumba sbattendo le nacchere. E io, con lui, ballo, sogno, ritorno nell’utero materno, dimentico i miei guai…

 

A volte, i clienti entrano nel suo locale come bestie, senza nemmeno dire "buonasera", si stravaccano come trichechi nella sala d’attesa e leggono giornali sportivi o chiedono ad alta voce se c'è qualche pornazzo. Li vedi arrivare con le barbe lunghe, capelli da carcerato (magari hanno appena scippato una vecchietta della pensione), e poi, quando escono, hanno i capelli lisci come eunuchi, basette ricamate, due guance rosse come le chiappette di un bambino a cui hanno appena cambiato il pannolino. Secondo me, quando escono da "Tonino coiffeur pour homme", corrono subito in parrocchia a confessarsi.

 

Mi diverte vedere Antonio quando “cura” i calvi. C’è un cliente che trovo spesso da Antonio che ha solo sei capelli: quattro corti e due lunghi. Ha una specie di avvallamento sulla testa a forma di palla da biliardo, che, quando piove, si forma persino una pozzanghera. Ma Antonio tira, liscia, riporta, asporta, allunga i peli delle orecchie, insomma, riesce a coprire tutte la sommità del cranio con uno folto strato capelluto che, alla fine, quello sembra Lenny Kravitz. Per fare ciò deve stirare i capelli uno per uno alle dimensioni di una tagliatella. Su di lui fa un vero capolavoro. Lo anestetizza con un cocktail di sei frizioni, e poi, mentre dorme, lo passa flambé con il phon.

 

E poi Antonio riesce anche a trattare con competenza i più svariati argomenti. Mentre lavora, ti intrattiene sulla situazione del governo, su Bush, sulla guerra in Iraq. Ti fa capire che lui sa dove si sono nascosti quei fetenti di Bin Laden e Saddam. Ma non può dirlo, perché altrimenti gli farebbero saltare in aria il locale. Io annuisco, sognando Alessia Marcuzzi che mi massaggia, con le sue belle mani affusolate, i miei riccioli con la schiuma bianca al buon odore di camomilla… E lui: “Sì, avvocato, tutti in galera bisognerebbe metterli… Sì, avvocato, tenga su la testa. Brucia l’acqua? Il fatto è che non c’è voglia di lavorare… Ci vorrebbe qualcuno capace di chiudergliele quelle televisioni… Ne ha troppe… Facciamo un altro shampoo?”.

 

C’è un segnale inequivocabile. Un’azione apparentemente innocua. Un piccolo gesto che annuncia che… ok, hai cominciato finalmente a prendere la tua vita tra le mani. E’ quando riesci a dire al tuo barbiere che il taglio che ti ha fatto fa schifo. Ti accorgi, alle volte, che ha proprio sbagliato tutto. Ti guardi allo specchio (al tuo risveglio) e ti accorgi che, stà volta, te li ha tagliati come la coda di un mulo e che, per non dare nell’occhio, non ti rimane che ragliare.

 

L’errore che non bisogna mai fare con Antonio è quello di dirgli: “Fai tu”. Perché sarebbe un po’ come decidere di fare boungee jumping senza elastico. Lui diventa come un boia al patibolo. Cercherà di sperimentare sulla tua povera testa uno di quei tagli che si vedono sfogliando quei tremendi giornali che trovi proprio dai barbieri, stampati in una specie di segreta tipografia per la categoria. Un misto di testa a pera e tagli da Napo l’orsocapo. Tagli asimmetrici, sfilacciati, impettinabili, portabili al massimo a Milano Collezioni.

 

Lui, se lo lasci fare, metterà mano alle forbici e taglierà. Tanto. E mentre mieterà e falcerà, ti dirà: “Avvocà, stà volta, mi ringrazierà!”. Tu intanto dormi, ignaro. E al risveglio, sotto gli schiaffi che ti spalmano l’olio o il gel, la prima cosa che penserai – attonito - davanti allo specchio sarà: “Oddio, quanto cazzo ci rimetterà un capello a ricrescere? Un mese? Un anno? Un decennio?!”.

 

Così esci dal negozio che c’hai i capelli unti come dopo una settimana d’influenza. Una volta vidi uscire un tipo dal locale di Antonio, io stavo finendo di fumare (da lui non si può), con una fluente capigliatura vaporosa, larga un metro sull’asse delle orecchie, provò a mettersi il cappello e si sentì il sibilo di un canotto che si sgonfiava. I capelli, con il freddo, si stavano ritirando come vermi nella terra e dalla testa iniziò a fioccare, lenta lenta come neve, una tormenta di forfora che imbiancò il marciapiede.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:43 | commenti (41)

giovedì, novembre 20, 2003

 

Alla stesura di questo post, credo che collaborino di più la stanchezza e il sonno che il desiderio di far salire la videata.

 

Fatta questa premessa, devo dire che ho scoperto che ci sono due modi di scrivere e per iniziare a scrivere a qualcosa.

 

Il primo è il metodo alla Julien Green che affermava che nel mentre scriveva “un giovane esce di casa…” non sapeva quello che sarebbe accaduto successivamente. D’altra parte, dal momento in cui scrivo e quello in cui un altro legge passa del tempo, ed anche il mio stesso stimolo può cambiare. Inizio a scrivere e sono di umore allegro: penso ad un lieto fine, in cui lui e lei fanno l’amore in auto; quando arrivo al finale, mi incazzo (per una serie di avvenimenti accaduti nel frattempo) e faccio sfracellare i protagonisti della mia storia alla prossima curva.

 

Il secondo metodo è sostenuto da altri che credono di essere come architetti. Non cominciano una casa, se non hanno deciso come scavare le fondamenta, dove mettere i pilastri, la scala, il cortile, ecc. E così avviene per il finale. Questa gente, quando si siede ed inizia a scrivere le prime righe, ha già in mente il disegno, la struttura ed anche la fine. Insomma, sa dove vuole andare a parare il discorso, prescindendo da quelle che potranno essere le variazioni atmosferiche e del proprio umore.

 

Anche se può essere più interessante il secondo, questa notte, applicherò il primo metodo. Anche perché non è vero che tutta la vita è determinata dall’inizio alla fine: rimane sempre un margine di arbitrio. Ed io, poi, non riuscirei mai a scrivere un bel finale allegro, mentre sono incazzato.

 

Io, la mia vita, riesco a vederla solo così: alti e bassi, salite e discese, flussi e riflussi. Non c’è una vera e propria armonia. Non vedo il disegno e non mi interessa il finale. E’ un po’ come quando conversiamo con un amico. Parole, gesti, interruzioni, battute, pianti, risate, tra il chiacchiericcio e le riflessioni più o meno sentite, frutto magari di proprie esperienze. Senza sapere mai come si sviluppa il discorso che va giù come un fiume, ma, a volte, tracima e cambia direzione.

 

E questo accade anche quando leggiamo un libro. Spesso la lettura comincia bene: lo abbiamo scelto e comprato (quando il libro viene regalato è un altro discorso). Poi il romanzo (se è un romanzo) ci prende. Sempre di più, man mano che la trama si sviluppa. Va avanti bene per le prime cento, duecento pagine. E poi? Poi, magari, sul finale, si perde. Sembra tirato via. E quel romanzo tanto amato ci lascia delusi, inaspriti.

 

Un bel finale a questo post potrebbe essere una di quelle domande-chiave, grosse grosse, del tipo: la vita, al pari di una guerra, è riconducibile alle leggi del caos oppure è governabile con gli strumenti della ragione?

 

Ma, avendo scelto il secondo metodo, preferisco una chiusura stupida e senza senso: una donna che lavora va più spesso dal parrucchiere?

Trimonato da BaroneAgamennone | 01:28 | commenti (38)

domenica, novembre 16, 2003

 

Noi e la guerra degli altri.

 

Parlare contro la guerra, con i nostri morti squartati dal tritolo ancora nelle bare e tutta l’Italia che si stringe attorno a quelle bare, capisco che può sembrare antipatico ed impopolare. Una cosa che va contropelo, mentre la nostra pelle è d’oca per quelle immagini che ritornano nei nostri occhi, nella nostra mente e nel nostro cuore. Proprio per evitare questo, non scenderò nella polemica, così i nostri leader politici saranno contenti. Ma qualche riflessione credo che si possa fare comunque, anche se non è perfettamente in linea con il sentimento comune dettato da quelle immagini che invocano vendetta e guerra ai terroristi nazionali ed internazionali.

 

Siamo nel terzo millennio. Da un secolo ormai l’Europa non è più il centro del mondo dopo una successione inimmaginabile di mutamenti epocali, eppure molti Stati e Governi continuano ancora a praticare la teoria ottocentesca di Von Clausewitz, secondo la quale “la guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi”.

 

 

Se questa dottrina è iniqua, semplicemente perché postula la legge del più forte a fondamento dei rapporti intestatari, quella che predica la necessità della guerra preventiva è molto peggio, perché basata sull'arbitrio del più forte, in dispregio di ogni diritto internazionale.

 

In questo quadro, le ragioni addotte per giustificare l’intervento occidentale in Iraq con la necessità di introdurre in quella regione la libertà e la democrazia, assomigliano molto a quelle del governo fascista che diceva di aver fatto la guerra in Abissinia per “portarvi la civiltà”.

 

Ciò che si vuole nei fatti è il mantenimento degli standard di vita attuali nell’occidente a discapito del Sud del mondo, con l’oppressione e lo sfruttamento di paesi poveri ma ricchi di materie prime, nel solco del più bieco imperialismo colonialista. Nella prima guerra del Golfo, infatti, i pacifisti americani chiedevano a Bush senior: “Che cosa succederebbe se l’Iraq producesse broccoli?”.

 

La strage da terrorismo di Nassiriyha si pone quindi nel solco di tante altre stragi di guerra, al pari di quella non meno crudele e cruenta, ma silenziosa e oscurata, da uranio impoverito.

 

Ricordiamo perciò i nostri morti con commozione, unendoli però al compianto per tutte le vittime militari e civili che silenziosamente, mutamente e quotidianamente ci lasciano per guerra, fame o povertà. Ogni strage finirà con la scomparsa della sopraffazione alla Clausewitz.

 

In questa prospettiva, il ritiro delle truppe è un atto di estremo coraggio (come quello della Francia e della Germania che hanno preferito non appiattirsi alla politica guerrafondaia dello sceriffo Bush junior) perchè ci distinguerebbe da chi pratica le devastanti teorie della supremazia di una civiltà, unendoci a chi ha proclamato che "non c'è pace senza giustizia".

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:39 | commenti (37)

sabato, novembre 15, 2003

 

Se questo diario è anche un taccuino, un quadernetto per gli appunti, un block-notes sul quale annotare i pensieri sparsi che mi passano per la mente, credo sia necessario segnarmi le cose che mi danno più fastidio.

 

ANSIA di:

 

-         prendere un treno (un aereo, intraprendere un viaggio in auto):

-         parlare in pubblico;

-         approcci amorosi (paura di essere respinto);

-         malattie (mortali);

-         avere le mani pulite (lavarsele ogni tanto, così, tanto per fare qualcosa);

-         mettere in ordine le cose in casa, quando non ho niente da fare;

-         fare un esame, un corso, un conferenza, un’udienza;

-         non avere sonno;

-         i traslochi;

-         i cambiamenti radicali;

-         sentire un cattivo odore provenire dalle mie ascelle dopo tutto quanto sopra ed usare uno spray.

 

Conclusioni?

Sono un nevrotico.

 



Trimonato da BaroneAgamennone | 19:08 | commenti (19)

giovedì, novembre 13, 2003

Ieri, guardavo in televisione i volti delle nostre mummie politiche che ci rappresentano e che stanno riducendo questa Italia ad un bordello confuso e cimiteriale. Sono quelli che decidono le sorti del nostro paese e comandano anche le nostre vite.

 

Mi sono sorbito, tutto il cucuzzaro di “Porta a Porta” di Bruno Vespa & Company. Ho ascoltato tutti: la dichiarazione di Ciampi, il comunicato di Silvio che ora non vuole polemiche (per gestire meglio la crisi, che culo che ha quell’uomo, questa disgrazia era proprio quello che gli ci voleva!), Bertinotti che dice che è meglio se ce ne torniamo a casa, perché siamo degli invasori. Ho ascoltato il ministro degli Esteri (con uno splendido orologio al polso), Piero Fassino (con una giacca che gli stava sulle spalle come a un manichino esposto in una vetrina dell’Oviesse).

 

Ma quella che mi ha colpito di più è stata (immancabilmente) la Lilli Gruber, detta “Titti la rossa”, con stivale nero, rigorosamente sotto il ginocchio, gamba accavallata elegantemente e calza nera molto scura. Strano che non abbia messo anche il foulard maculato al collo, come durante i suoi sabbiosi reportage da Bagdad.

 

Lei è una che si arrabbia con gli altri, si inarca sui reni, si aggiusta la posizione del culo sui braccioli della poltrona bianca con le mani, quando sente dire cose dagli altri che le disturbano il ciclo mestruale. Mica scherza, oh?! Ha una carica sexy non indifferente, ma la rovina un po’ quella sua aria da maestrina dalla penna rossa di deamicisiana memoria.

 

Me la ricordo ancora quando faceva i suoi tiggì, seduta di tre quarti, si dava un colpo al ciuffo ed aveva sempre la penna in mano per battere il ritmo della lettura. Riusciva sempre ed inevitabilmente a colpire il telespettatore come se gli dicesse: "Vedi come sono bella e brava, eppure anch’io sono una pippabauda, pardon, una donna".

 

Me la ricordo ancora quando con le dita sottili, pallide, spioventi, un po’ nervose della mani sistemava irrequieta i fogli delle notizie sopra il bancone. Oppure quando, con l’indice ed il medio della mano destra, stringeva la biro come una sigaretta. Il capello sempre fresco di bucato, volto impostato, boccuccia rosa ed a modo, l’accenno di un sorriso quando c’era un disguido nei collegamenti o in chiusura di trasmissione. L’occhio sempre attento al gobbo per leggere le notizie e contemporaneamente al minuscolo monitor per controllare l’esposizione.

 

Sempre diligente nel recitare la poesia imparata a memoria. A me, sinceramente, piaceva di più la Marialuisa Busi (anche con gli occhiali con la montatura nera). Era più seria ed umile. Le prime della classe non mi sono mai piaciute.

 

E poi diciamooocelo (IgnazioLarussa e Fiorello docet) la Lilli Gruber è una a tetta espansa. Sempre in competizione con Tiziana Ferrari e la Buttiglione (che se non fosse per il fratello coglione, anche se filosofo, che ha, sarebbe anche una in gamba). Sarà che la Lilli Gruber è una che viene dal fresco dell’Alto Adige, una capopopolo, che, quando sbatte il musetto e la frangia rossa, è bombarola da tutte le parti, fa il testa-coda del capo, come fosse infastidita da una mosca o da una vespa (e Bruno Vespa se n’è accorto ieri sera, mentre si fregava le mani e i nei, per gli indici di ascolto che salivano, sai?!). Qui è davvero proprio una maestra. Specie quando si siede di sghembo sulla poltrona.

 

In questo, credo che influisca la lap-dance. Secondo me, la faceva (da giovanissima). Non saprei spiegarmelo altrimenti. Siccome dice spesso cose ruminate e pastorizzate dalla plancia di comando, forse è costretta a fare quella ginnastica ossessiva per non perdere il ritmo e per tenere su di giri gli ascoltatori: un colpetto a destra, uno a sinistra, uno in basso, uno in alto. Ieri sera, le ho visto fare anche la doppietta, due scatti simultanei, tìc-tàc, una specie di sgommata con la frizione ed il cambio, come si usava ai tempi di Nuvolari con la Millemiglia.

 

Per dare più sentimento alle cose che dice, l’alto tesina del TG1 dilata le narici, socchiude le labbra in un mezzo sorriso o si incupisce improvvisamente, secondo i casi, butta l’occhio di sguincio, ammicca, beccheggia, sfringuella, sempre con lo sguardo complice, come a dire: ”Hai capito ascoltatore, che cosa intendo dire, guarda che questo stronzo che parla ti sta prendendo per il culo, ascolta me, seguimi, che prima o poi mi candido e tu votami, che ti faccio vedere la coscia”. Manca poco che ci faccia anche il ruttino o la linguetta.

 

La vedo e la ricordo anche, ogni estate, sui rotocalchi maliziosi con la tettina al sole. Ma queste sono sfumature. Anche Emilio Fede, suo primo maestro a metà degli anni Ottanta, sosteneva che la Lilli Gruber era costretta a spingere fuori il mezzobusto buttandosi alla disperata sul bancone come una motociclista in curva, perché, avendo le gambe corte, non arrivava al pedale del gobbo.

 

E lì, sul teleschermo, tu la segui, davvero, lasci da parte la pizzafritta di Bertinotti con la custodia degli occhiali appesa al collo, con il montgomery addosso, sotto la pioggia, ed anche Fassino che si aggiusta sulla sedia, perché stanno chiudendo la vetrina dell’Oviesse, Ciampi sotto gli ombrelli, Dalema sul fondoschermo, le immagini dei carabinieri morti, tutto è uno sfondo, la notizia ha un altro significato. Nel clangore e nella confusione di tante discussioni e diatribe, baruffe, la gente muore e la guerra chi se la ricorda più…

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:13 | commenti (27)

martedì, novembre 11, 2003

Dindina, vuoi anche un riassuntino della mia giornata di oggi?

Giornata decisamente "no", di quelle che era meglio restare in casa, fingendosi malati. Vado a Bari e mi tamponano. Chi era seduto al mio fianco ha un colpo di frusta. Corro al pronto soccorso, un medico freddo come un iceberg compila velocemente un modulo, barra alcune caselle (peggio di me, mentre facevo il cid con il tamponatore) e ci manda al reparto neurochirurgico, senza nemmeno alzare la testa; da lì, una tappa a forma di medico ci spedisce a neuroradiologia, dove un'altra stronza (scusate l'eufemismo) fa i raggi ics e tira un paio di lastre, ma "in fretta" perchè deve scappare, perchè il suo turno è finito (quasi spogliandosi del camice e degli zoccoli), e mentre fa battute acide con la collega che aveva tardato a darle il cambio.

Torniamo al reparto di neurochirurgia, dove la tappa a forma di medico (senza nemmeno sedersi, forse per non scomparire dietro la scrivania) guarda velocemente le lastre, mette un timbro, una firma e consiglia un collarino per cani per cinque giorni e delle compresse "per sciogliere il dolore".

Tutto questo calvario, in un paio d'ore, fra attese e giri a vuoto per il Policlinico, dove ogni reparto dista circa 300 metri uno dall'altro, chiedendo a buone anime in camice verde, come Totò e Peppino, dov'era la strada per andare dove dovevamo andare ("andate lì in fondo a quella strada, di fronte alla Rianimazione, lì scendete un sottoscala e prendete il tunnel", "andate in fondo al corridoio", "la prima a destra", "la seconda a sinistra", "prendete l'ascensore, secondo piano, poi chiedete lì", ecc.).

Insomma, Dindina, riassumendo, una giornata veramente di merda (uguale al colore che ho messo in questo post!) e la solita qualunquistica considerazione che la sanità (a Bari, non so in Italia) fa proprio schifo! Bad, avevi ragione tu: statti dove stai, che sicuramente stai meglio!

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:16 | commenti (21)

domenica, novembre 09, 2003

 

Oggi, pensavo che, in fondo, io sono un ottimista. Perché le cose finiscono sempre per andare peggio delle mie più fosche previsioni. Sono passato attraverso catastrofi sentimentali storiche e casini personali, accanto ad abissi in cui non mi è stato facile non venire inghiottito. Eppure, ogni volta, ci ricasco… faccio sempre gli stessi errori… Mi ripeto, come fossi in una moviola. Vado avanti, mi fermo, poi torno indietro, poi riprendo ad un ritmo normale. La vita di un gambero.

 

Non è facile essere nel deserto. Anche nel mio deserto ci sono grandi tempeste di sabbia, il forte vento della vita che stordisce e trascina via. Ci sono insidie velenose, i granelli di sabbia si appiccicano dappertutto, negli occhi, nei vestiti, nei capelli e tolgono l’aria alla pelle. La siccità dissecca il corpo e prosciuga anche l’anima.

 

Detesto sentirmi un professore astioso che boccia la mia vita scorretta e approssimata. Il mio modo di essere (quando sono un giudice indulgente di me stesso) è limpido e piano, caparbiamente onesto. Anche se il filo che mi lega e che percorre il mio personale labirinto si aggroviglia ogni giorno e tesse implacabile l’immagine di una realtà casuale, dolorosa, felice e grottesca.

 

Il mio sguardo sul mondo, a volte, diventa disincantato e pieno di pietà. La mia contemplazione del caos è priva di fedi e di illusioni.

 

So che in questo mondo tutti hanno tanto da fare. Così evito di seccare gli altri. Mi tartasso e mi strapazzo, perché sono l’unica vittima che mi resta.

 

Cosa volete che vi dica? Mi scuso. Ogni tanto sbaglio letto e mi corico nel materasso sbagliato. Poi, mi dico: “Sta attento, perché io annoto tutto”.

 

Perisco sotto le rovine della casa pericolante che vado costruendo e restaurando, proprio come quell’operaio di Genova…

 

E’ più facile riconoscere che la vita, nonostante le tragedie, ha un senso. Un unico senso, per me. L’incanto amoroso. La piana, affascinante semplicità dei sentimenti, l’unica arma che ho per combattere l’ingenerosità e le brutture della vita.

 

Io ho sempre provato stupore e gratitudine se piacevo a qualcuna e mi pareva brutto non essere gentile. Ma grazie a quella gentilezza, il palco cascava presto. Comunque in tempo, prima che qualcuno cominciasse a soffrire. Perché dopo un po’, a letto, cosa volete che uno faccia? Non è mica la tua donna, quella che passa insieme a te attraverso tutto il viavai e il putiferio delle cose. Poi, al mattino, ti svegli ed è tutto finito. Nasce l’imbarazzo. Quell'odioso non sapere che dirsi. Quei silenzi fatti di niente.

 

Anche per loro è stato un bene non avermi più tra i piedi. Questa storia si è ripetuta alcune volte, nelle mie passioni, nei miei gesti, nei miei amori nati in un mese. Non c’era una vera conclusione. Le storie restano frammentarie, incompiute e inconclusive.

 

Comunque non fa male riverniciare, coprire, chiudere i tombini. Anche scrivere queste cose è come dare una sapiente mano di vernice alla propria vita, sino a farla apparire nobile, grazie ai suoi errori messi abilmente in vista mentre si finge di occultarli, con un tono di sincera auto-accusa che li rende magnanimi, mentre la sozzura resta sotto.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:06 | commenti (34)

 

Questa notte, come forse saprete, ci sarà la Luna rossa. La "luna rossa", qui, è anche il nome di un locale dove ho passato le mie migliori serate. Purtroppo, un locale ora chiuso...

Stanotte, verso le due, la Luna della notte si incontrerà con il Sole del giorno. Il sogno onirico si ricongiungerà con la realtà quotidiana.

Ho trovato un sito che si aggiorna ogni 14 secondi. Una webcam puntata sulla luna. Il magico mondo di Internet continua a stupirmi... 

http://membres.lycos.fr/yanu/media/webcam/moon.htm

Può essere utile, per chi resterà sveglio, in questo sabato di novembre, fino ad oltre le due di notte...

Il 9 novembre è anche il compleanno della donna che ho amato di più nella mia vita. Troppe coincidenze... Ed io non credo nelle coincidenze...

Buon compleanno Terry, buona luna rossa.

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:19 | commenti (11)

sabato, novembre 08, 2003

L’imprevedibilità del viaggio, l’intrico e la dispersione dei sentieri, la casualità delle soste, l’incertezza della sera e della notte, l’asimmetria di ogni percorso.

 

La vita… l’amore… sono come il riflesso del nulla che accende le cose, i pezzi di plastica ed i copertoni dei camion abbandonati sulla spiaggia, che ti chiedi che ci facciano lì… il riflesso dei catarifrangenti lungo le strade che brillano al passare della tua auto…

 

Se è vero che l’esistenza è un viaggio, come si suol dire, e che passiamo sulla terra come ospiti, muoversi, comunque, è meglio di restare fermi, è meglio di niente.

 

E’ come guardare dal finestrino del treno il paesaggio, ci si mescola alla gente, e qualcosa scorre e passa attraverso il corpo, l’aria si infila nei vestiti, l’io si dilata e si contrae come una medusa.

 

Il mio inchiostro non trabocca solo dalla boccetta, ma continua a diluirsi nei miei sms retro-illuminati, di colore arancione.

 

E’ l’ora della ricreazione nel programma scolastico, quella in cui l’uniforme viene sostituita con il pigiama. La seduzione dell’apparenza…

 

E’ l’ora del folle volo in cui si varca il confine del reale. Quella in cui lo spietato azzurro si spalanca sopra l’opinabile realtà. Come quella alla quale le agenzie ci hanno insegnato, che la clausola “tutto compreso” delle tariffe turistiche include pure il vento che si leva e la pioggia che ci bagna.

 

La stessa simpatia che avevo per la panchina di legno nel parco, quand’ero ragazzo, identica alla mia casella di posta e a quella bustina chiusa piena di mistero e di aspettative, ora, alla piccola arte della fuga…

 

E’ grazie a quel breve segnale di fumo che la mia vita sembra una giornata fresca ed ariosa, una promessa di cielo e di vento. Una felice congiura delle circostanze e una benevola rilassatezza, forse anche favorita dall’affetto di quelle brevi frasi…

 

Tutto questo che sto leggendo e vivendo (adesso) mi invita ad avere fiducia nel mondo, ad accettare anche le sue storture, le sue brutture, le sue meschinità, la sua sporcizia…

 

Mi rendo conto che ogni viaggio ha i suoi pesi, che è possibile doversi portare dietro le sue pietre, come un fardello.

 

Il mio fiume è, ora, una melodia di sentimenti… un fiume lungo il quale le parole risalgono a portare il senso dell’essere. La poesia del cuore, la liberazione, la riconciliazione.

 

E’ come l’odissea di una parte di me che torna a casa, la mia storia che ritrova un nuovo mondo, dopo aver raccolto per strada ed annotato immagini, chiacchiere, ritagli di giornale, impressioni, pensieri, citazioni e fisime

 

Verso la grande persuasione, la grande ed infinita illusione…

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:22 | commenti (14)

giovedì, novembre 06, 2003

 

Quello che ha scritto Dindina (http://aledindi.splinder.it/) nel suo post di ieri mi ha fatto pensare a quante possibilità abbiamo in una vita di incontrare l’amore. Quello con la “a” maiuscola. Quello vero. Quello che fa battere il cuore.

 

L’amore arriva, quasi sempre, senza che nessuno l’abbia invitato e invocato, magari preannunciato da una dolorosa sensazione di vuoto. O magari arriva in una stagione fertile della nostra vita. Non ha un momento ben preciso. Forse l’effetto sorpresa è il suo maggiore alleato.

 

A qualcuno è dato incontrarlo assai presto e di frequente. Ad altri – come al sottoscritto – forse continua a venire incontro in modo troppo storto. Altri ancora, e sono certamente i più infelici fra noi, compiono l’arco dell’intera esistenza senza conoscerne, addirittura senza neppure presentirne la vicinanza, il modo silenzioso e ostinato che ha di guardarci e coinvolgerci.

 

Una coppia non è soltanto il congiungersi di due persone che camminano insieme lungo un tratto di strada.  Ma certo non sappiamo se la persona che incontriamo sarà o no quella con la quale avremo un progetto in comune o il “costruire” darà i suoi frutti.  Siamo spessi bucati dal piccolo verme dello scetticismo. Il dubbio? Nascondere i nostri dubbi sarebbe autolesionista. L’autocritica? Solo quando ci costringe il fisco.

 

Conosciamo, incontriamo, vediamo, ridiamo, scherziamo, le nostre attenzioni rimbalzano in mezzo agli altri, senza focalizzarsi su nessuno in particolare. Poi, di colpo, ci capita di vedere negli occhi dell’altra persona una specie di mare profondo. E noi, là, ci inabissiamo e ci perdiamo…

 

Facciamo quelle strane smorfie sul viso che ci vengono quando il lampo della verità appare e viene a prendersi gioco di noi portandoci fin sul ciglio delle cose, dentro la vertigine delle interpretazioni, delle sensazioni strane (ansie, paure, sudori, emozioni, gioia), del loro stupefacente oscillare, del confondersi e del decidere, infine, ben trafitti nel cuore stesso del gioco che ci gioca d’aver capito… beh, tutto, più o meno…

 

Quel dardo impazzito nella sua traiettoria casuale ci ha beccati di nuovo. La freccia scoccata dalla mano di un dio dispettoso che si diverte, trafigge il nostro povero cuore già pieno di macerie. Ma è inutile rammaricarsi sul perché quel dio abbia scelto proprio noi. All’inizio, ce ne rallegriamo e lo ringraziamo persino. Ci sentiamo fortunati. Le parole ci escono facili e fiorite. L’umore buono ci guida per sentieri di discorsi giusti.

 

Viviamo il nostro sogno, come succede a ora tarda, fra amici, in certe serate all’aperto, nella buona stagione, allorché il semplice fatto di essere riuniti, piano piano consente alle parole d’ognuno, come in un sogno, di portare in qua così tante intonazioni della verità che ci manca. E il mattino dopo, ci sorprendiamo di quello che abbiamo detto (fatto), e amaramente ne sorridiamo, dimentichi. Quasi come se, in ciascuna di quelle strane occasioni, si perpetrasse un inganno ai nostri danni.

 

Poi, la polvere del tempo trasforma quel fuoco in cenere e non rimane altro che un povero pugno di sabbia che rapido corre via per la clessidra. La tristezza ci avvolge, e insieme a quella, l’onesta rabbia del giusto. Le povere cose che la gelosia ed il risentimento ci lasciano crescere dentro ci costringono di nuovo a cercare, lasciando quel triste e goffo buio che ci abitava. Quel fascino fasullo, quelle radiazioni negative, quel lasciarci pieni di delusione.

 

Poiché tutti noi sappiamo che l’amore non dura in eterno e prima o poi nella nostra vita irromperà un nuovo ospite che prenderà il nostro posto o il posto dell’altra. Come un deserto che avanza inesorabilmente. E quel desiderio di continuare a specchiarsi l’uno negli occhi dell’altra molto oltre il tempo finisce. Si spezza anche il filo di quei discorsi con cui quelle due persone si erano avvicinati pian piano l’uno all’altra ed avevano superato il muro d’ombra.

 

Come sempre accade nel regno confuso dell’insoddisfazione e del dubbio, si finisce nel luogo dove un amore si trasforma nel suo ingiusto contrario e un altro, invece, di cui fino all’istante prima nulla sapevi, ne prende il posto.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:58 | commenti (17)

martedì, novembre 04, 2003

 

E buonanotte…

 

Buonanotte per avermi mandato un messaggino di saluto, solo per dirmi che stai andando a nanna e che sei stanca (tra palestra e salsa).

 

Buonanotte per la buonanotte che mi hai mandato.

 

Buonanotte alla tua vasca piena zeppa di ricordi.

 

Buonanotte alle poche cose che ci siamo detti.

 

Buonanotte alle cose che non ci diremo.

 

Buonanotte a questa notte ed alle nostre risate un po’ spente.

 

Buonanotte perché t’ho in bilico sul cuore.

 

Buonanotte come nelle poesie d’amore che si aspetta sempre l’ultimo minuto per dire la verità.

 

Io sono qui e tu forse stai già dormendo.

 

Il momento mi è sfuggito come nei film d’amore.

 

Provo a fare il tuo numero.

 

Ma se chiamo c’è una donnina di ferro che mi dice “Vodafone – messaggio gratuito – il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile – la preghiamo di riprovare più tardi- Grazie”.

 

E poi me lo dice anche in inglese il free message che non sei raggiungibile. Se non l'avessi capito bene in italiano...

 

Non sei raggiungibile.

 

Ma l’amore si può mettere in attesa?

 

Riprovare più tardi?! Più tardi di che?

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:38 | commenti (19)

lunedì, novembre 03, 2003

 

Spengo. Buio. Luce. Apro un libro, lo annuso, lo richiudo. Da dietro la parete mi arriva sinistra una voce da telefilm. Alzo un po’ il volume della musica per coprire i rumori che rompono la mia quiete silenziosa. Ma anche questo silenzio è stupido. Inutile. Lontano, forse, i treni continuano a rincorrersi. Lontanissimo le stelle si confrontano l’una con l’altra. Da vicino, c’è solo questo buio intorno a me.

 

Cerco di fare un conto di quante persone nel mondo vivono come me. Quanti riescono a fermare la propria felicità con un gesto, una parola sbagliata, consapevoli di farlo.

 

Adesso ve lo posso anche confessare, tanto chi vi conosce?

 

Io vivo a occhi chiusi.

 

Che cazzo me ne frega?

 

C’è tempo per aprirli e, se mi riesce, forse non lo farò mai.

 

Vivo in bilico a occhi chiusi.

 

Sono sul filo di un muro altissimo che separa il sogno dalla realtà.

 

Ieri ho rotto il sogno anche con lei. Li costruisco e poi li rompo. Come fanno i bambini con i mattoncini lego. Come quegli scultori che creano e poi, insoddisfatti, distruggono a martellate la statua.

 

“Non ti credo”.

“ E chi se ne frega! Senti, per me, possiamo anche chiudere qui”.