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mercoledì, gennaio 28, 2004
Carissima D.,
ho letto il tuo post e ti rispondo qui, perché un commento sarebbe troppo poco ed un sms troppo breve.
I tuoi pensieri, le tue parole, le tue emozioni, la tua rabbia, il tuo senso di estrema solitudine, di sconfitta, di delusione e di isolamento, in questo momento, sono gli stessi che hanno attraversato me e tanti altri che hanno vissuto un grande amore finito male.
Alcuni anni fa, l'avrei scritto io quel tuo post di oggi. Senza togliere una virgola, o aggiungere uno spazio, o spostare un punto o un ‘a capo’ di quelli che hai usato tu.
Anche le soluzioni possibili alle quali stai pensando sono le stesse. Io finii in terapia – inutilmente - nelle mani di una strizzacervelli, pur di tentare di sfuggire alle mie paure, al mio dolore e a quella solitudine, pur di trovare qualcuno disposto ad ascoltare (possibilmente in silenzio) i miei lamenti di cucciolo ferito ed abbandonato. Convinto che nessuno di quelli che mi conoscevano - da sempre - potesse capire il mio smarrimento o sentire il peso della mia sofferenza.
Dico “inutilmente”, perché non c’era sistema, né artifizio al mondo che fosse in grado di farmi sfuggire e sottrarmi a quel mostro spaventoso e famelico che mi divorava dentro: quel mister Hyde che era la mia doppia vita. Quella maledetta seconda natura che ci perseguita tutti, indistintamente.
Tutti gli esseri umani temono l’incontro con la propria parte più tenebrosa e segreta, quella che ci spinge a slanci vitali e a ribellioni senza freni. Forse cercavo un amore diverso. Quello che avevo già non era abbastanza e rifiutavo quello che avevo conosciuto (quello di mia madre con mio padre). Ma anch’io, come loro, fino a quel momento, mi ero sempre lasciato assorbire dal compito di amare gli altri: la moglie, il figlio, il fratello, i genitori, gli amici, gli altri. E tutto questo mi aveva fatto dimenticare di me stesso, i miei sogni più riposti, i miei sogni di adolescente. Mi ero estraniato da me stesso e non sapevo più ritrovarmi. Non sapevo più essere egoista. Non sapevo rafforzare il mio Io. Non ci credevo più. Non ne ero capace. Era più facile voler bene agli altri che a me stesso.
Quando la conobbi, quella sera (era in dicembre, e, da allora, non sono riuscito più a vivere normalmente un Natale), tutto questo pesante fardello volò via come un soffio di vento alle mie spalle. Uno di quegli incontri che ti sconvolge la vita, già dal primo sguardo, dalla prima stretta di mano, dalla prima parola che senti pronunciarle, dalla prima risata. Anche un semplice suo gesto, come poteva essere raccogliersi o spostarsi i capelli, mi provocava una strana sensazione di vuoto. Quell’impulso potente ed istintivo che ti prende all’improvviso e ti coglie impreparato. Era come una vertigine che ti rende cieco e confuso. E non hai più paura di niente, nemmeno di morire o di volare giù in quel baratro senza fondo…
Riuscivo solo a capire che lei era un terremoto che stava sconvolgendo la mia vita e che minacciava di lasciarla prostrata a terra, senza respiro. Ma non mi importava. Non volevo ascoltarla quella voce che mi implorava di fermarmi, finché ero in tempo. Volevo sapere se per lei era lo stesso. E bastò un solo giorno a capire che per lei era lo stesso.
Io, a quel tempo, ero ancorato ai miei sani principi. Zavorrato dalla testa ai piedi. Circondato da sacchetti di sabbia e da trincee di difesa. Lei, invece, era una guerra senza quartiere, una forza vitale che sbaragliava ogni ostacolo ed ogni resistenza. E prese, ben presto, il sopravvento. Un tornado che segnò, in poco tempo, la mia capitolazione. La mia resa senza condizioni e con bandiera bianca. Lei era capace di scuotermi dal mio torpore, svegliarmi dal mio letargo. Mi ritemprava di nuova energia, ma, nello stesso tempo, mi distruggeva, lasciandomi solo brandelli di vita, pezzi di felicità bruciacchiati.
E quando tutto questo finisce è proprio come la fine di una guerra. Restano solo macerie, cadaveri da seppellire e lacrime. Quando perdi qualcuno che hai amato in quel modo, così tanto, sin dal primo momento, quando non hai più una persona capace di riempire le tue giornate anche solo dicendoti “Ciao, come stai?” (al telefono), allora andiamo in crisi, ci lamentiamo, ci deprimiamo. Pensiamo che non siamo più in grado di riconoscere il nostro valore. Pensi che non sei più niente e che tutto sia finito. Che niente abbia più veramente importanza. E così immagazzinavo altra rabbia, altro risentimento, altra sofferenza.
Occorre avere condiviso molto, avere amato molto, forse odiato, comunque sofferto. Subito dopo, pensi che certe esperienze sono come il napalm. Non resta più nemmeno un fiore. Solo molto tempo dopo, capisci invece che ti possono rigenerare. Un germoglio c’è ancora.
Il mio processo è stato molto lento e faticoso. Cadevo continuamente e mi rialzavo, e poi ricadevo e poi riprendevo faticosamente il cammino, cambiando direzione o ritornando sui miei passi. Alla ricerca ancora di quel profumo, di quelle emozioni, di quello sguardo, di quel sorriso, di quel gesto con la mano che spostava i capelli… Non puoi mai dire di essere uscito fuori da “quel” tunnel. Credo sia proprio come una specie di tossicodipendenza. Una droga.
E’ un continuo gioco alternato di mostri da sconfiggere, draghi da annientare e fantasmi del passato che ricompaiono continuamente a tormentare il tuo sonno e la tua tranquillità. E poi comprendi che gli altri (genitori, amici, moglie, figlio, fratello) non possono ucciderlo quel mostro, possono solo accompagnarti, contribuire al tuo benessere, colmare le tue inevitabili mancanze, ma non potranno mai sostituirsi a te per scegliere e agire al tuo posto.
Queste esperienze ti fanno capire che la vita va vissuta intensamente, talvolta tuo malgrado, ti costringono a fare i conti con tutte le sfaccettature della tua imprevedibile umanità. Ti rendono più consapevole dei tuoi limiti e dei tuoi mezzi, più indipendente dai pregiudizi e dai condizionamenti tipici di chi rinuncia alla propria capacità di giudizio per cedere a una logica di appiattimento e di conformismo, in nome dei modelli stereotipati del senso comune delle convenzioni.
Ti fanno capire anche quanto la tua vita sia lontana dalle idee che hai sempre professato. Mi ero crogiolato, per molto tempo, nell’illusione di essermi “realizzato”, di “essere arrivato”, di essere “felice” e scoprivo, invece, che il traguardo era forse più lontano di quando avevo iniziato il cammino. Che ero una persona profondamente infelice ed insoddisfatta di se stessa.
Apprezzare la compagnia di me stesso, tollerare l’ascolto dei miei pensieri, sostenere il mio sguardo che penetra nella profondità dei miei abissi. Solo allora sarà possibile capire e accettare la mia solitudine, trasformarla in una scelta consapevole e intenzionale, arrivando al traguardo della mia autonomia. Io forse non ci riuscirò mai, ma ci sto faticosamente provando… E continuo ancora a cadere e a rialzarmi.
Quello che ho imparato è stato che bisogna affrontarlo quel mostro, guardandolo bene negli occhi, senza arretrare di fronte al suo aspetto minaccioso. Apparentemente minaccioso. Perché quel mostro sei tu che ti guardi allo specchio. Un essere unico e irripetibile, capace di essere madre e padre per te stesso, ed anche fratello e amico.
Ti abbraccio, dolcissima D., ti auguro di ritrovare presto quel germoglio tra le tue macerie e di tornare a volerti bene.
B. Trimonato da BaroneAgamennone | 00:51 | commenti (27) domenica, gennaio 25, 2004
Alessio è mio figlio. Ha dieci anni. E, stasera, era la sua prima uscita goliardica con i suoi amici: Andrea, Nicolas, Sabrina e Gabriella: i suoi compagnucci di classe (la quinta E). Tutti bimbi graziosi e deliziosi a vederli da lontano, vi assicuro. Delle vere pesti a conoscerli (da vicino), ve lo garantisco. Lo accompagno (lui è eccitatissimo, io, in verità, sono un po’ scoglionato) al MacDonald dell’Ipercoop. Non faccio in tempo a finire la manovra del parcheggio, cercando di infilarmi – preciso - nel mio rettangolo con le strisce di colore bianco, che sento già la portiera dell’auto sbattere dietro la mia testa confusa dal traffico del sabato sera. Ovviamente, se libertà deve essere, lui non vuol certo fare la parte di quello che si è fatto (normalmente) accompagnare dal papi, come un bambino di dieci anni, che, considerate le leggi vigenti, per fortuna, non ha ancora la patente. Si sente (poverino) vittima di un genitore paziente e disponibile. Lo capisco. Vuole dare l’impressione ai suoi compagnucci che lui è atterrato lì, direttamente con il suo jet personale con l’ultimo volo da Tokio. Vabbè… Lo seguo a distanza, mentre corre – saltellando goffo – nell’area di parcheggio, con il suo eskimo imbottito verde davanti a me. Gli voglio bene un bene da matti a quel morbido puffo di colore verde… Gli altri suoi compagnucci, anche loro infagottati e con i baschi di lana ficcati in testa per il freddo gelido, erano già tutti in gruppetto a scalpitare, davanti all’ingresso, ad aspettarlo. Cazzo, mi dico, è l’ultimo!? Alessio se ne rende conto e mi dà uno sguardo perfido dal retrovisore del suo jet personale, con l’aria di quello che ti rimprovera da lontano e ti dice: “Papi, non mi importa di quello che stai pensando ora, mi hai fatto fare tardi!”. Gli dò ragione, rassegnato, come se gli avessi ucciso il pappagallo a colpi di martellate nella gabbietta. Nonostante sia il mio (sporco) mestiere, non riesco proprio a difendermi in queste circostanze, non con lui… Mi appello alla clemenza della corte (quella celeste). Per fortuna, il loro incontro, i loro sorrisi e la loro schietta allegria scioglie, subito, ogni riserva mentale, ogni ritardo ed ogni possibile ulteriore rimprovero. Sono finalmente assieme. Sono felici di trovarsi tutti lì, per la prima volta, fuori dalle aule scolastiche senza grembiulini bianchi indosso… Si siedono allegramente attorno ad un tavolo unto d’olio, rivestito di formica gialla e bianca. Sciarpe che si sciolgono velocemente e cappelli che saltano, scompigliando chiome shampate e profumate. Cappottini che si sfilano frettolosamente e che vengono raccolti da mani pazienti e benevolenti. Tra noi adulti, strette di mano formali, presentazioni veloci e sorrisi di circostanza. Noi genitori (tutti vittime rassegnate dell’incresciosa situazione), mentre ci presentiamo, raccogliamo le contorte ordinazioni dei nostri principini egiziani. Leggo negli sguardi degli altri schiavi da costruttori di piramidi lo stesso mio pensiero: “Ma chi cappero ce lo ha fatto fare?!”. Finalmente arrivano i panini di plastica, le patatine, i bicchieri rossi e bianchi pieni di coca-cola, il ketchup, la maionese, e, quella che più conta, la sorpresina! Un giochino imbecille che la nota multinazionale americana usa per rimbecillire anche i poveri minorenni europei. Con successo, devo dire. Noi poveri profughi spersi in quel limbo al neon, intanto, ci stiamo chiedendo tutti la stessa cosa: “Ma mangiano tutti le stesse schifezze stì bambini?”. Noi genitori, in libera uscita (ma controllata da coniugi superstiti a distanza), siamo diventati tutti come i body-guard di Bush che si aggirano con gli occhiali da sole neri, a passi lenti e circospetti, che ci guardiamo guardinghi intorno, spietati ed inesorabili, pronti a scattare in caso di possibile pericolo o attentato. Siamo alla ricerca di qualche ignaro pedofilo. Sappiamo, per certo, che ci sono maniaci nei paraggi, intorno a noi (lo dice anche il tiggì). Se entrasse un tapino con l’impermeabile, si vedrebbe immediatamente ricoperto da una scarica di sonori ceffoni (da parte dei papà) ed una montagna di calci nelle palle (da parte delle agguerritissime mamme) senza nemmeno sapere perché o ricordarsi perché era lì. Insomma, siamo tutti pronti a bloccare fulmineamente il minaccioso gesto attentatore. Le mamme, secondo me, si sono portate in borsa anche il coltello da cucina (quello lungo) per affettare il pane (chiamiamolo “pane”), per i casi estremi. Ogni tanto, guardiamo i nostri beneamati pargoletti divertirsi con le loro chiacchiere insulse. Loro cazzeggiano allegramente. Noi genitori derelitti ci rendiamo conto che siamo in balia di un tempo implacabile, infinito ed indefinito. Maniaci non se ne vedono, purtroppo. Qualcuno guarda l’orologio, altri telefonano a casa per fornire gli ultimi aggiornamenti sulla temperatura interna dell’Ipercoop. Altri tentano (invano) di aprire una qualche conversazione sul programma scolastico. All’unanimità, si decide di fare un giro perlustrativo nei corridoi dell’ipermercato. Ma ci sono ancora i saldi? Boh? Un po’ rassicurati dall’ambiente affollato e chiuso, per la presenza di vigilantes con la pistola nella fondina, ci allontaniamo per guadagnare uno spicchio di libertà anche noi e guardare un po’ le vetrine. E’ passata una buona mezz’oretta e sul cell. di uno di noi arriva una telefonata. Sul display compare un numero sconosciuto. Anonimo. Insomma, per chi ha la Vodafone (già Omnitel), cancelletto 31 cancelletto. “Sono della vigilanza, abbiamo preso alcuni bambini in libreria; venite subito a riprenderli. Le passo il maresciallo Rocca…”. Click… Guardiamo sorpresi la faccia attonita di questo povero papà, che non sa se ridere o mettersi a piangere, oppure mettersi a correre come un dannato. Comprendiamo l’imbarazzo. Chiediamo notizie. Apprendiamo il testo della breve conversazione ricevuta. Ci guardiamo in faccia. Non sappiamo se ridere, piangere o metterci a correre come dannati. Arriviamo con passo lento ma deciso, trafelati, davanti alla libreria Gulliver. Li troviamo tutti e cinque, le nostre piccole pesti, completamente sbronzi di coca-cola (maledetti americani!), con le facce rosse per le risate. Era solo uno scherzo! Ideato dalle nostre piccole menti pestifere. Oltre il danno la beffa… Lunedì prossimo, la notizia girerà per tutti i corridoi della loro scuola, probabilmente, martedì arriverà anche a Roma, fin sulle scrivanie del Ministero della Pubblica Istruzione della Moratti. Nei prossimi mesi verrà pubblicata sicuramente una circolare con le nostre facce di cazzo. Siamo ormai dei genitori schedati e sputtanati… Il peggio è che le nostre piccole pesti stanno già pensando di organizzare anche una serata in discoteca. Non so che faranno gli altri genitori, ma io ci mando la mamma ad accompagnare Alessio.
Trimonato da BaroneAgamennone | 00:11 | commenti (27) venerdì, gennaio 23, 2004
Considerazioni sparse sull’amore, frutto di alcuni sms scambiati con D. (questa sera).
La gente probabilmente pensa che io sia triste perché è finito un amore. Che sciocchezza! Non è vero! Ma io sono triste? No, anzi. Sembro quasi un ottimista, vero D.?
Penso a tutte le persone che ho amato e che amo. Ho imparato a voler bene (a distanza) anche a mia madre solo quando ci siamo allontanati (anche fisicamente). Il mio affetto per mio padre è nato quando ho capito i suoi silenzi. Con mio fratello, ci vediamo pochissimo e gli voglio ugualmente bene: quando ci rivediamo, a volte, anche a distanza di mesi, sembra sempre ieri che ci siamo salutati l’ultima volta, con uno di quei nostri caldi ed affettuosi abbracci, in cui ci diciamo tutto con poche parole: “’tello, come stai?” “Bene, ‘tellino e tu?” (se ci chiamiamo così, ci siamo già detti tutto). Non c’è bisogno di usare molte parole con le persone alle quali vuoi bene. Con Nicola, l’altro mio fratello di amicizia, ci vediamo solo quando possiamo (in media, una volta al mese) e, allora, diventiamo subito un concentrato di racconti intimi ed esistenziali, che nemmeno in dieci anni riesco a tirar fuori con altri. Con Terry, ormai sono due anni che non ci vediamo più, eppure, dopo l’odio, il risentimento ed il rancore che ho provato per lei, per via della mia sofferenza, dopo che ci siamo lasciati, solo ora, a bocce ferme ed a distanza di molto tempo, sto imparando ad amarla veramente per tutti i momenti belli che mi ha voluto regalare. Ora, di lei, ricordo solo i suoi sguardi, le sue mani, i suoi capelli lunghi, le sue gambe, le nostre conversazioni infinite e le nostre risate...
La vera tristezza non è non avere più – per sé - una persona che si è amata. La vera tristezza è non avere quella sensazione delirante, che segna la creazione di una poesia. Le persone non sono cose e non possiamo impossessarcene, trattenerle o tenerle – per sempre – con noi. Soprattutto loro non possono essere come vorremmo che fossero. E noi non possiamo fare altrettanto per loro. Chi sa farti piangere, sa anche farti ridere. E, ovviamente, chi sa farti ridere, ti farà anche piangere.
Mi chiedo se sto mentendo a me stesso. Sono ipocrita? Oppure sto scrivendo davvero quello che sto pensando? Attimo di pausa. Rifletto. Mi correggo. Per un attimo, non sono più tanto sicuro di quello che ho appena scritto. Mia madre, mio padre, mio fratello, il mio migliore amico, il mio più grande amore.
So bene che l’amore non è la cura, ma la malattia stessa. Siamo in bilico tra la vita e la morte? Oppure siamo in bilico tra la vita e l’amore?
Non so perché, ma ora, mi sono venute in mente le mie ginocchia di bambino, quando cadevo, ed erano formicolanti, scorticate dall’asfalto e sanguinanti. Mi sento inesorabilmente riportato indietro alla mia infanzia.
Scivolo anche ora. Cado. Mi rialzo. E il cuore mi batte forte spesso. Vacillo sempre sopra un abisso.
Ho sempre avuto le membra molli, sciolte dal dolore e dall’amore ed ho sempre ondeggiato sull’orlo di quell’abisso. Il vuoto e il pieno sono entrambi dentro me stesso.
Ecco, il pensiero che cercavo: non posso più usare nessuno come uno scudo. Prima mi riparavo attraverso loro. Fingevo di essere protetto, buttandomi tra le loro forti braccia. Ora, un abbraccio è solo un abbraccio e può dire tutto oppure niente. Rivedendo, come un lampo, tutta la mia vita, ora, in questo preciso momento, sono consapevole che la vita, la morte e l’amore possono essere vinti ed accettati solo abbracciandoli, accettandoli o rifiutandoli.
Ma i tempi, spesso, si confondono, si accavallano. La barca sulla quale ho navigato, quando avevo venti anni, sbiadisce impercettibilmente e si confonde con l’imbarcazione su cui sono salito a trenta e poi a quaranta. E’ sempre la stessa barca sullo stesso mare. Quel mare che si chiama “tempo”.
Grazie, D., devo a te questi strani pensieri… Tvb. Trimonato da BaroneAgamennone | 23:43 | commenti (8) domenica, gennaio 18, 2004
Questo post non ho veramente voglia di scriverlo. Non sono nemmeno sicuro di sapere come scriverlo. Ci vuole un po’ di coraggio. Non tanto, ma ci vuole. Riuscirò a cogliere il mio processo mentale, il mio punto di vista su questo problema? E’ questo il problema, come direbbe amleticamente Shakespeare se avesse aperto un blog: scrivere o non scrivere? Oppure questo post potrei intitolarlo: “Le pene del piccolo scrivano foggiano”.
Scrivere… Ogni volta che non ho un cappero da fare vengo qui a scrivere. L’ho scritto anche come sottotitolo, quando ho aperto questo blog. E riempio questa pagina di fatti, di sogni o ricordi, o anche solo di cazzate. E’ una specie di sfogo e porta il sollievo della pace al più afflitto degli spiriti: il mio.
So che, con il passare del tempo, la mente delle persone cambia, e cambiando, lascia impronte imperfette di sé, residui parziali. Però, ho notato, con il passare dei mesi, tra la pubblicazione dei miei primi post (quand’era? luglio?) e questi ultimi, che è subentrata un’inibizione sempre maggiore, non una maggiore libertà.
Si stabiliscono delle specie di “relazioni” tra te che scrivi e gli altri che ti leggono. E, ogni tanto, mi capita di farmi domande del tipo: “Chissà cosa penserà Tizio quando leggerà questa cosa?”. Oppure: “Piacerà a Caia?”. O anche: “Sempronia capirà che sto pensando a lei, mentre dico questo fatto?”. A volte, mi dico anche: “No, questa cosa non posso proprio dirla, né tantomeno scriverla, mi vergogno…”. Nascono anche delle forme di auto-censura.
Insomma, parlo della mia vita reale, ma poi, in fondo, mi lascio influenzare e condizionare da quella virtuale? E così mi viene il dubbio se io – a questo punto - scriva solo per me o anche per gli altri. Oppure per entrambi?
Scrivere qui è sicuramente un gioco, non certo un duro lavoro. Ma, in questo modo, può diventare meno giocoso, meno capriccioso, meno vero.
Io non penso certamente che la parola possa cambiare il mondo, e so anche che il mondo non si dà nemmeno la pena di leggerla la parola (la mia), o, se la legge, rinuncia spesso a capirla (anche quella degli altri).
I giovanissimi credono che la scrittura sia una forma di comunicazione, i blog sono come un diario in cui scrivere quello che gli è accaduto a scuola, con il compagno di classe. Ma quelli di mezza età, come me, sanno che la scrittura è semplicemente un catalizzatore delle reazioni della gente, delle attenzioni degli altri che ci leggono. Forse la parola non può cambiare il mondo, ma, poi, alla fine, è capace di cambiare noi stessi. Non nel nostro modo di essere, ma di scrivere di noi stessi.
Insomma, io mi chiedo se a furia di cambiare il mio modo di scrivere ed anche quello che dico e che penso, alla fine, questo processo creativo diventi solo un viaggio con una meta diversa da quella che perseguivo prima. Se c’era una meta (prima). Però mi accorgo che non scrivo più con il gusto che nasceva dall’Adesso-gli-faccio-vedere-io! Mi chiedo allora se scrivo ancora per il mio piacere intimo? Il piacere di usare la mia parola, il piacere di dare forma ai miei pensieri più assurdi, alla mia vita presente o passata (su quella futura nemmeno mi sono mai azzardato).
Speriamo di non arrivare al punto che questa cosa mi blocchi completamente. Mi ibernerò fino alla paralisi, così. A quel punto, dovrò scomparire da qui. Fare come quelli che lo chiudono il blog. Ma non per via di se stessi o per quello che gli sta accadendo nella vita reale. Ma per colpa degli altri che lo leggono e vivono nella tua vita virtuale. Per continuare a lasciare che gli argomenti li scelga io e non il contrario, quando sono gli argomenti a scegliere te. Proprio com'è accaduto ora...
Trimonato da BaroneAgamennone | 19:10 | commenti (57) sabato, gennaio 17, 2004
Tre cose sono difficili per me da capire...
La traccia che lascia l’aquila nel cielo.
La traccia che lascia la serpe sulla pietra.
La traccia che lascia la nave sull’onda del mare.
Ma una quarta non la comprendo...
La traccia che lascia un uomo dentro una donna...
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:16 | commenti (18) venerdì, gennaio 16, 2004 A volte, ritornano…
Ho bisogno di qualcuno che mi spieghi cosa mi sta succedendo. Perché mai la mia vita sembra diventata - di nuovo – così ingovernabile, così folle, così inesplicabile. In fondo, ho tutto quello che si può desiderare al mondo, eppure non ho niente.
Sono tre pomeriggi che mi telefona Erika, in ufficio. Tre. Ed erano, ormai, tre anni che non ci sentivamo più. Mi chiama per lavoro, ovviamente. Da un po’ di tempo, segue una causa incasinatissima e non riesce a venirne fuori. “E’ troppo complessa, per me…”, mi dice con un tono di voce sconsolato e preoccupato. Così, mi chiama per avere qualche consiglio (conforto? boh...). Mi piace quella sua discrezione, un po' timida, che esordisce con un: “Perdonami se ti secco ancora, ti chiedo un’ultima cosa e poi non ti scoccio più…”. E, mentre lo dice, io penso che starei ore e ore, a chiacchierare con lei, anche di quella cappero di causa, dei cui esiti non me ne fotte assolutamente un cazzo – in teoria -, ma che – a parole – sembra l’affare che deciderà i destini dei nostri universi.
Lei si schernisce oppure mi prende in giro, come un registratore Philphs rotto, facendomi il verso, per via della mia erre moscia. Lei ride, divertita. Anch’io rido, divertito, con lei. Mentre, dentro di me, spero che, la sua, sia solo una scusa per risentirmi, per riallacciare un filo spezzato e lasciato appeso. Per scacciare questo mio pensiero illusorio, mi dico che, il suo, è solo mero opportunismo, spinto dalla necessità del caso. Ma non voglio pensarci. Ecco perché lo scrivo, così esorcizzo e dimentico. Vorrei non pensarci, ma, in questo preciso momento, ci penso...
Siamo stati assieme, per alcuni mesi. Di lei, conservo un tenero e dolce ricordo. Del nostro rapporto, anche se finito malissimo, mi è rimasta un’increspatura. Come una schiuma bianca su un’onda, mentre il mare si ritira con la risacca...
Erika è stata una storia d’amore bellissima. Intensa e molto passionale. Come quelle candele che hanno la fiamma troppo alta e si consumano troppo rapidamente.
La nostra, una storia d’amore fatta di tanti piccoli, ma preziosissimi momenti. Da conservare nei nostri lontani ricordi. Troppo complicati da descrivere, questa sera, che sono così stanco, ma felice e triste, allo stesso tempo.
Ma, se devo essere sincero, a mente lucida e distaccata, credo siano stati - per entrambi - il senso del proibito ed il gusto di vivere una specie di trasgressione a spingerci l'uno verso l'altra. Come fare l’amore in un archivio appoggiati ad un armadio rotante, perché presi da un impeto folle ed irrefrenabile. Oppure sull’autostrada, con l’auto in corsa, che è costretta a fermarsi alla prima piazzola di sosta. Lei era la voglia di restare in ufficio (ufficialmente) per continuare a lavorare durante la pausa pranzo, ma poi, andati via tutti gli altri, lei era la voglia di abbracciarla di corsa per sentire il suo odore sul collo, slacciarle i vestiti ed assorbire l’odore del legno, dell'inchiostro delle carte inerti e inutili, sdraiati su una scrivania.
Ma Erika era anche stringersi le mani di nascosto, oppure incontrarci in una serata qualsiasi, solo per il desiderio di starle vicino, seduto accanto alla sua sedia per guardarle le gambe mentre le accavallava. Parlarci in fretta in un corridoio, prendere il caffè assieme. Oppure guardare i suoi meravigliosi e smarriti occhi verdi. Erika era raccontarci le nostre strane, inestricabili ed incomprensibili vite. La mia, sempre più incasinata e piena di problemi, tanto da sembrare un labirinto senza uscita. O la sua, annoiata e sempre più stanca di annoiarsi. Rampolla di una famiglia facoltosa, con un padre troppo imprenditore di successo, ma anche troppo ricco e troppo ossessivo per capire le sue aspirazioni di figlia alla ricerca della sua indipendenza e della sua libertà. Con una madre sempre troppo assente e silenziosa, dagli sguardi rassegnati.
Erika era anche ridere a crepapelle, in quei fermi ed assolati pomeriggi di un giugno caldo, in quel posto di mare ma fuori stagione, sotto un pino silvestre, mentre lei mangiava le vongole con le mani ed io cercavo di usare goffamente le posate per aprirle. Erika era cantare con il microfono in mano e le bocche tanto vicine da sentire la voglia di baciarsi, ridere e fare il karaoke di melense canzoni degli 883, stonando come campane, ma fino quasi al punto di commuoversi per quelle frasi d'amore...
Ma, per me, tutta questa telenovela finisce qui. Non può ricominciare. Non esiste più. Ci sono momenti talmente belli che possono essere vissuti solo in quel momento. Non esiste il remake nell'amore. Io so già che non la chiamerò, nè oggi, nè nelle prossime settimane, anche se tutto mi dice e mi spinge a farlo. Anche perché, in queste situazioni, salta sempre fuori il mio orgoglio. Che cos’è l’orgoglio in confronto all’amore? Che cos’è l’orgoglio in confronto alla poesia? L’orgoglio è un’invenzione del diavolo, dell’io maschile, dei demoni maschili. L’orgoglio viene prima della distruzione, è uno spirito altero prima della caduta.
Eppure, quando una storia finisce, io tiro sempre fuori l’orgoglio. Cristo e Buddha non si preoccupavano dell’orgoglio. E nemmeno io, nemmeno io, penso…. Trimonato da BaroneAgamennone | 23:25 | commenti (9) domenica, gennaio 11, 2004
Mailing List colleghi "Abuglia" (seconda parte).
Vabbè, per Pucino ormai è stato deciso di tenerlo lì, a bagnomaria, vitanaturaldurante. L’idea della ML parallela non è apparsa sicura, perché Ciccillone (sua amico) potrebbe sputtanarla. E così si è deciso che un rifiuto (più o meno velato) è meglio di una presa per il culo che potrebbe rivelarsi un boomerang.
Ma, ora, in ML , si è aperto un nuovo dilemma.
E’ da un po’ di tempo che una ditta fornitrice barese (che, per discrezione, chiameremo “ditta del Cappero”) sta monopolizzando tutte le forniture dell’azienda. La titolare di questa ditta è un’affascinante biondona, di quelle che, quando ti guardano, sembrano che ti dicano: “Vieni qua, piccolo, che te lo stacco con un mozzico!”.
E’ così, tra di noi, serpeggiano moltissimi pettegolezzi. Per spegnere il gossip dilagante, ho lanciato un sondaggio.
----- Original Message ----- From: il barone rosso To: "Abuglia" Sent: Thursday, January 08, 2004 9:53 PM Subject: Attenzione! La CIA ci spia!
Oggi, ho chiesto in giro se era avanzato qualche calendario, visto che il nostro ufficio non ne ha avuto nemmeno uno. E Maria Grazia (la segreteria, ndr) mi ha detto: "I nostri sono già finiti. Vuoi quello della ditta del Cappero?". Poi ho chiesto se aveva anche un'agenda e mi ha detto: "Le nostre sono finite. Vuoi quella della ditta del Cappero?". Là, mi sono un po' preoccupato. Ma non è che la Signora del cappero, titolare dell’omonima ditta (dopo aver venduto le macchine conta spiccioli, i cartobox per la raccolta della carta da macero, i fotocopiatori, le stampanti laser, la gestione dell'archivio, i coperchietti delle penne, le matite, le penne, l'economato, i preservativi marchiati, eccos' eccetera) ci sta pure comprando?!
Mi è venuta un'idea! Facciamo un sondaggio! E, nel contempo, speriamo che, almeno, qualcuno se la trombi... Non lo dico per u'vove.... muuuhh (il marito, detto il Toro e non perchè, pur essendo barese, tifa inspiegabilmente per la squadra del Torino), quanto per chi se la gode...
Alcuni mi chiedono anche di garantire l'assoluta impenetrabilità, segretezza e riservatezza della ML. Bene. Faremo questo esperimento. Se, dopo che ho lanciato il prossimo sondaggio, mi trasferiscono dalla ditta del Cappero (dove attualmente presto servizio assieme all'allegra compagnia bella della signorina che mi chiama ogni giorno dall’archivio, di Atlante, Bebbe quello con il cell. con il trillo delle cornamuse scozzesi e di tutti quelli che trasportano i pacchi con le pratiche), ed invece di fare i pacchi o aggiustare la stampante laser con il foglio che si inceppa ogni mezz'ora, eccetera eccos', mi passano al Servizio Legale/Contenzioso, oppure se arriva una lettera anonima a mio carico, oppure se mi trasferiscono a Foggia, beh, sappiate che se mi succederà qualcosa nei prossimi mesi, allora vuol dire che qua c'è una gola profonda!
A proposito, di "CHI FA CHE COSA ", ma avete letto l'ultima Circolare che disciplina le Circolari (quella che sostituisce la n° 8 dell'11/3/2003)?! Leggete il pezzo scritto in grassetto a pagina 3:
"Per quanto scontato, si ribadisce, inoltre, che la responsabilità operativa è SEMPRE di COLUI CHE AGISCE (CIASCUNO E' RESPONSABILE DI QUELLO CHE FA) e rimane ben distinta e divisa dalla RESPONSABILITA' DI CHI DEVE CONTROLLARE. E' del pari evidente che la responsabilità operativa diventa preminente in caso di funzionamento irregolare dell'attività".
Ma chi cappero le pensa stè cose? Che cappero vuol dire?! Mica vuol dire che, da oggi in poi, ogni responsabilità (civile e penale) sarà da addebitare (non a chi guadagna in un mese dieci volte quanto guadagnate voi in un anno), "a chi fa qualcosa"... cioè di Gino, il commesso, perchè si fotte le MontBlanc lasciate incautamente sulle scrivanie oppure perchè non porta la posta?
Beh, ma se da oggi mi inculano se faccio qualcosa, allora è meglio che non faccio più un cazzo, così si inculano chi mi deve controllare... O no? Vabbè, che cappero mi vogliono fare? Io faccio il magazziniere per la ditta del Cappero. Venissero pure a dirmi che ho sbagliato il colore del nastro da imballaggio! Eppoi Zerododici (un nostro alto dirigente ndr - così soprannominato perchè di statura, alto un metro ed un pacchetto di sigarette), che veste sempre Benetton, ma quello per i bimbi, mi dice: "Avvocato, ma perché da un po’ di tempo si veste con la tuta, e non mette più la giacca e la cravatta?"... Fammokk!
Barone
Oggi è possibile votare! È in corso il nuovo sondaggio del gruppo Abuglia:
Trimonato da BaroneAgamennone | 19:07 | commenti (33) venerdì, gennaio 09, 2004
Mailing List colleghi "Abuglia" (prima parte).
Da un po’ di tempo, con un gruppo di colleghi (siamo circa una decina, per ora), abbiamo creato una Mailing List su “Yahoo!” L’ho battezzata “Abuglia”, un termine un po’ equivoco usato dalle nostre parti per esprimere una donna di facili costumi, ma che ricorda anche vagamente la nostra adorabile regione, oltre che la denominazione sociale della nostra beneamata S.p.A.
Pur lavorando nella stessa azienda, apparteniamo a uffici diversi, con Grandi Kapi diversi, siamo fisicamente dislocati in luoghi di lavoro diversi, facciamo cose diverse e viviamo tutti situazioni di lavoro diverse. Insomma, siamo “diversi” .
Così, ogni tanto, attraverso questa ML, ci aggiorniamo con le nostre mail, cerchiamo di tenerci in contatto (segretamente, come i Carbonari nel periodo del Risorgimento): ci scambiamo impressioni, pettegolezzi, raccontiamo “nanetti” di ufficio (aneddoti, come diceva Nino Frassica quando faceva la trasmissione televisiva “Quelli della Notte”, con Renzo Arbore) e cerchiamo, in questo modo, forse, di reggere lo stress, le frustrazioni ai quali – quasi quotidianamente – siamo sottoposti, con un po’ di cazzeggio ed un pizzico di ironia. Cerchiamo di ridere sui nostri drammi professionali personali. Perché il riso ed il sorriso - è inutile negarlo - aiutano molto.
Un po’ ci unisce la nostra amicizia solidale, che si è creata in questi anni di “fiancheggiamento”. Una specie di contro-potere all’interno del potere. Quando è il caso, sul lavoro, ci spalleggiamo, ci copriamo, cercando di non adeguarci all’orientamento comune, diffuso e dominante di camminare con le mutande di ferro e rasentando le pareti per evitare incontri dolorosamente intrusivi.
Di recente, è arrivata la richiesta di iscrizione alla ML da parte di un collega, detto “Pucino” (tradotto in lingua italiana: “il pulcino”, per via dei suoi radi e biondi capelli pettinati, con il gel, a spazzola). Da tutti definito una spia ed un delatore. Uno che, se fosse nato nel 1925, all’epoca di Hitler, sarebbe sicuramente finito nelle Essesse o nella Ghestapo, insomma, un gran figlio di puttana. Così, considerati i sospetti sul suo conto, è rimasto in “pending”, in attesa di ammissione. Ma, purtroppo, si è aperto un dibattito (un referendum) sul tema. |