Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!




 

mercoledì, marzo 31, 2004

L’ho sempre detto: l’anima della politica sono gli uomini politici. Quelli veri. Ebbene, sì, tra vent’anni, ai miei nipoti, potrò dire: “Quella sera, ragazzi, c’ero anch’io!”.

 

Stasera, l’ho visto, era proprio lui: l’onorevole Massimo D’Alema. “Il Presidente”, come lo chiamavano i compagni dalla platea. Quelli più intimi gridavano: “Massimo!”. E lui si scherniva, facendo volteggiare una mano nell'aria, come a dire: “Schhh… state buoni, dài, non fate così…”.

 

E’ arrivato per ultimo, con la sua scorta. Come le prime donne. E noi eravamo lì ad aspettarlo. Per vederlo, non ad un comizio, in piazza, dal basso verso l’alto, ma per vederlo dal “vivo”, da “vicino”…

 

Infatti, era lì, a pochi metri, seduto in maniera composta, concentrato, come uno scolaretto nel banco, ad ascoltare, con noi, Ugo Intini che parlava di liberalsocialismo e di grandi sistemi in crisi, mentre lui piegava pazientemente un volantino e faceva una barchetta di carta (deve essere un grande esperto di origàmi).

 

Proprio lui, il leader Maximo, il vicepresidente dell’Internazionale socialista. Con la cravatta blu con simpatici pallini bianchi, vestito grigio, mocassino nero con fibbia, capello brizzolato, con la riga di lato e i suoi inconfondibili baffetti da sparviero. Vabbè… lui, questa città, la conosce bene… oltre ad essere pugliese, ha sposato una di qui, e quindi conosce il passato, le vicende e la storia di questo sperone speronato…

 

Eravamo tutti ammucchiati, in piedi e seduti, in un affollatissimo cinema del centro. Hanno parlato altri, prima di lui, ma la platea aspettava  ansiosa il suo intervento di chiusura. E, quando si è alzato dalla sedia ed ha preso il microfono in mano, l’abbiamo visto in tutta la sua altezza (un metro e sessantacinque scarso)… c’è stata un’ovazione, un boato, un tripudio della folla!

 

Il suo intervento è stato lucido, calmo, ma pungente.  Aveva una mano infilata sempre nella tasca (forse cercava le chiavi di casa?). Ma non voglio scrivere di quello che ha detto del governo  Berlusconi. Non voglio annoiare o infastidire, parlando della guerra. Non voglio discutere di quello che ha detto a proposito di quello che ha fatto (e non ha fatto) il Governo di centro-sinistra.

  

Io, con me, avevo portato anche mio figlio. Gli altri papà, la domenica, portano i figli allo stadio. Io lo porto a vedere D’Alema. Non voglio che diventi un ultrà impasticcato da curva sud e che, da grande, si inventi l’inverosimile per toccare la spalla e i capelli di Totti. Ci siamo seduti, emozionati. Ed abbiamo ascoltato il  Presidente dei DS… Peccato che, a un certo punto, Ale, stanco e assetato, mi abbia chiesto: “Papi, ma quando comincia il film?”

 

A parte questo, quello che mi chiedevo, stasera, era: quante volte lo abbiamo sbeffeggiato, l’onorevole D’Alema, per il suo baffino? Gli abbiamo dato del burocrate, dell’uomo d’apparato, sofisticato, appuntito. L’uomo che ha ucciso il comunismo sotto la Quercia. Eppure… stasera lui era lì. Disciplinato. L’unico a presentarsi. A differenza di Franco Marini e di  Pecoraro Scanio che, hanno inventato una scusa, e ci hanno dato il due di picche… E lui se n’è accorto… se n’è lamentato… Gli ha tirato le orecchie ai suoi compagni di alleanza, assenti… Lui è uno che nella politica (quella vera) ci crede ancora. Ed era lì a testimoniarlo con la sua presenza.

 

E sai perché te lo dico, Massimo? Sai perché me ne sono accorto che tu ci credi ancora nella differenza tra la destra e la sinistra? Sai perché l’ho capito che tu sei ancora contrario a quella destra che sostiene solo le leggi del mercato (e quindi dei potenti) e favorevole a una sinistra che vuole, invece, uno Stato che regola il mercato e cerca di impedire che quest'ultimo schiacci i deboli ed i loro diritti? L’ho capito dalla tua cravatta.

 

La donna può esprimere la sua personalità, forse anche il carattere, oltre che il gusto o il cattivo gusto, con i colori, gli abiti di fantasia, il trucco sulle labbra e gli occhi, il fondotinta; l’uomo invece, a parte i baffi o la barba, ha a disposizione solo la cravatta per esprimere la sua personalità. Dietro una cravatta anonima, c’è quasi sempre una mentalità burocratica, e sotto una cravatta invereconda, difficilmente batte un cuore molto sensibile. Sembrerà una sfumatura, ma la cravatta ha la sua importanza perché si porta dietro gli sbalzi o gli umori dell’animo, oltre che il carattere, il coraggio, la personalità, la sensibilità.

 

Non farò come Benigni, a proposito del caro Enrico Berlinguer. Non dirò: D’Alema, ti voglio bene. Però, sai Massimo, stasera, avevi proprio una bella cravatta!

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:53 | commenti (36)

giovedì, marzo 25, 2004

 

Quando mi hanno telefonato per avvisarmi, ho corso giù per le scale, ho corso verso l’esterno. Ero in strada in dieci minuti. Ho corso aprendo i battenti della porta a vetri. Ho corso attraverso la sala del pronto soccorso, dove qualcuno gridava con un arto fratturato. Mi sono fermato. Eri steso su una barella. In un attimo ero diventato un fantasma che camminava. Ho visto il tuo volto stanco. Eri tu. Mi sono avvicinato. Ti ho preso la mano. Mi hai riconosciuto. Hai accennato, con sforzo, un sorriso, come per scusarti. Sudato e freddo tra i capelli, che accarezzavo.

 

Ti hanno prelevato in chiesa, mentre svenivi, durante la messa. Le sirene spiegate dell’ambulanza. Le macchine si saranno fermate lungo la strada. Mentre la tua testa si muoveva per le curve e gli scossoni sulla lettiga. Al pronto soccorso, il medico alto e magro che ti ha preso in consegna ti avrà sbottonato la camicia, applicato dei fili per controllarti il cuore e la pressione. Il tuo corpo già reagiva lievemente. Hanno preso delle garze e ti hanno ripulito il vomito che era sceso sulla camicia bianca. Ti hanno guardato le pupille. Controllato e aiutato il respiro. Io sono entrato mentre il medico guardava sul monitor il tracciato dell’elettrocardiogramma e della pressione sanguigna. Ti avevano alzato la maglietta. Avevi le calze ai piedi abbassate. Hai aspettato un po’ perché la TAC non era libera, poi ti hanno infilato nel tunnel di irradiazione. Hanno avvisato il primo piano. Il medico del pronto soccorso ha chiesto al telefono: “Chi c’è di turno in neurologia?”. Sei entrato nell’ascensore e le porte si sono chiuse. Io ti seguivo dentro un altro ascensore, guardando i numeri luminosi dei piani che si illuminavano e si spegnevano, con la mia mente confusa. Ho chiuso gli occhi ed ho rifiutato quel dolore. Tu non eri lì, per me, eri ancora in chiesa ad ascoltare un prete che parlava.

 

Degli infermieri, con i passi silenziosi e gli zoccoli verdi di gomma, ti hanno tolto quei vestiti lerci di vomito. Hanno chiuso la porta, non volevano che assistessi alla scena. Sentivo le folate di aria calda salire sulla mia faccia, nel corridoio, di quel luogo asettico, mentre aspettavo. Un odore intenso di medicinali e indumenti usati. Di sudore. Di aria ferma. Chiusa. Mentre la vita, fuori, continuava a scorrere tranquilla. Come sempre. Come tutti i giorni normali.

 

Poi, sono entrato in quella stanza ed ho potuto guardarti bene. Ti ho guardato il viso e le labbra. Erano livide. Poi, ha iniziato a salire la febbre ed hai cominciato a tremare. Avevi cinque coperte addosso, ma avevi i tremiti e battevi i denti. Fuori non era una giornata fredda. Abbiamo iniziato a strofinarti i piedi e le gambe. Forse anche perché avevamo bisogno di muoverci, di fare qualcosa per te.

 

Era strano e triste vederti lì. Su quel letto, sotto le coperte dai colori estranei. Con i tubicini nel naso e la flebo in vena, nel braccio fermo. Abbiamo chiamato: “Qualcuno deve venire!” Il tono delle nostre voci era quasi alterato di fronte a tanta indifferenza. Ci irritava quell’abitudine ad assistere persone che non stanno bene. Ci siamo calmati. Abbiamo quasi implorato. “No, è urgente, la prego”. L’infermiere ha detto che era “Solo febbre…”. Credo di non aver pensato a nulla, ma le mie mani si sono fatte pesanti. Eravamo fermi, l’uno davanti all’altro, in quella stanza di ospedale dalle pareti tinteggiate male di un colore celestino sbiadito. C’era un silenzio insolito, un silenzio di gente ammutolita. Abbiamo guardato l’infermiere, incrociato il suo sguardo che subito è precipitato a terra, sui passi di gomma. Poi è corso via, chiamato da altre cose, altre lucine rosse e intermittenti che si accendevano sulle porte… come luminarie di un natale malinconico...

 

Ti guardiamo, in questi giorni, sorridenti e sollevati, ora che stai meglio. Conosciamo così bene la tua gestualità involontaria. Conosciamo tutte le pieghe del tuo collo, quelle piccole borse che la pelle fa sotto i tuoi occhi belli e di un colore ancora verde.

 

Ti vogliamo bene. E tu sei prezioso per noi.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:00 | commenti (67)

giovedì, marzo 18, 2004

Io non sono un irriducibile. E nemmeno un semplice dissociato. Io sono proprio un pentito. Avendo giurato (purtroppo) davanti a Dio amore eterno, fedeltà nella buona come nella cattiva sorte e, soprattutto, avendo accettato la fatidica e magica formula “finché morte non vi separi”, mi gratto gli zebedei e penso che solo l’Altissimo purissimo levissimo e onnipotente potrebbe sciogliere il mio vincolo indissolubile. Nessuno osi dividere ciò che Dio ha unito! Ma, il fatto è che, finora, non ho mai sentito che il Signore si sia pronunciato su una questione così irrisoria come un matrimonio finito male. E poi con tutti i capperi di pensieri che gli stanno dando i seguaci sfegatati dell'Islam, figuriamoci se può pensare, nei ritagli di tempo, ai capperi miei…

 

Secondo la Chiesa e i cattolici non ci sono matrimoni finiti male. Per me, invece, sì. Il mio!

 

E così, penso che, pur di non tradire il giuramento del “finché morte non vi separi”, si possa tradire quello sulla fedeltà e sull’amore eterno. A mali estremi, estremi rimedi.

 

Certe volte, provo ad immaginare cosa passa nella testa di un bambino. Mio figlio, ad esempio. Alessio penserà: “Se mamma e papà restano insieme è perché si vogliono bene, no? In fondo, che fa se non vanno più d’accordo? Che fa se tutte le sere si tirano i piatti in faccia? L’importante è che io stia attento a non farmi colpire dalle schegge! O no?”. Comunque, non lo so se lui sarebbe davvero contento se papà e mamma se ne vadano ognuno per i fatti propri e, dopo aver firmato, il contratto che li lega, ne firmino un altro che li slega? Maledetti contratti!

 

Un sabato, accompagnando Alessio a scuola, mi sono trovato, non so come, a discutere di questa strana cosa con suor Elisa (l’addetta al bottone di apertura del portone di ingresso). Ci conosciamo da quando Alessio aveva quattro anni. Da quando lo accompagnavo (semidormiente), io sempre in ritardo, con il braccio ormai anchilosato e pronto per essere amputato, bussavo al campanello, bestemmiando in turco e lei arrivava -con esasperante lentezza – e schiacciava il suo benedetto ditino sul magico tasto, con serafica tranquillità. Sempre con quell’aria tranquilla, mai scomposta, del tipo “Take it easy, baby”. Forse ha visto troppi film di Whoopi Goldberg?

 

Alla fine, dopo lunga discussione, sembrava quasi dirmi: “Ma che me ne frega a me del divorzio? Sono sposata? No! E allora? Capperi tuoi!”. Anche se poi non faceva altro che iniziare tutte le sue frasi con: “Il papa ha detto…”. Beh anche lì avrei potuto rispondere: “Ma che ne sa il papa di matrimonio? E’ mai stato sposato? Ha mai vissuto con una donna sotto lo stesso tetto? Ma perché si occupa di cose che non conosce?”.

 

Ho fatto un piccolo sondaggio tra i colleghi sposati. Ci sono alcuni mariti che litigano con le proprie mogli perché comprano troppa carne e spendono un capitale. Altri non ne fanno una questione di denaro: “E’ proprio che mangiarla tutti i giorni fa male!”. In questi casi, provo a replicare: “Ma vi pare che uno debba separarsi solo perché mangiate troppa carne? E l’amore?”.

 

Renato (che noi noi chiamiamo “ruciulicchie”), un tipo bassino e grassottello, che, quando parla, sbatte per terra il piede destro come se stesse suonando la batteria, si è fatto rosso paonazzo e mi ha risposto secco: “Ah, ci stà pure l’aMMore? Allora quella troia può andarsene anche affanculo con quel porco del macellaio!”.

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:19 | commenti (54)

domenica, marzo 14, 2004

 

Ho trascorso una bella settimana di libertà. Un vero sollievo fuggire dalla prigione dei miei pensieri. Lo so, non è bello dirlo, mentre in Spagna esplodono le bombe dei terroristi islamici e persone innocenti muoiono in treno… Mi sentirò in colpa anche per questo e cercherò di pensare che “the show must go on”…

 

Però la moglie di Nicola non lo sapeva, prima di partire, che Bin Laden stava progettando un attentato, e, quindi, è partita lo stesso, in pullman (con figlia al seguito). Ogni anno, più o meno a marzo, Nicola resta in casa da solo perché sua moglie va a sciare. A lui non piace sciare. Nemmeno a me. Ma anche se mi piacesse, resterei in città con lui per fargli compagnia.

 

Io, quando sua moglie va a sciare, praticamente, mi trasferisco a casa sua e passiamo lunghissime serate a parlare, bere e fumare. Quest’anno poi c’era anche Arly, il suo cane lagotto di quattro mesi, marrone, ricciuto e simpaticissimo che va matto per le mie scarpe. Appena mi vedeva arrivare, mi veniva incontro e pisciava sul parquet (per l'emozione). Nicola, paziente e già con il mocho vileda in mano, gridava: “Arliiii, torna in cucina!”. Lui, mortificato, abbassava le orecchie e la coda e tornava a cuccia ed io, per consolarlo, gli davo le mie scarpe da mordicchiare…

 

Comunque si sta bene a casa con Nicola. E’ accogliente (come lui) e riscalda come un camino di una casa di montagna. E’ un sollievo farsi una cicca e non stare attenti a come ci si comporta. Trasformare la cucina in una camera a gas. Riempire la busta dell’immondizia e ridurla ad un raccoglitore differenziato per il vetro. Avere un continuo, disperato bisogno di fare pipì. Andare al supermercato a fare la spesa e cazzeggiare con la cassiera.

 

Sotto certi aspetti, Nicola ed io siamo scombinati. Abbiamo il cervello bacato (come dice lui). Quando iniziamo a parlare, quel che resta dei nostri cervelli inizia a vorticare come un frullatore in cerca di possibili spiegazioni, prima di fermarsi. Non parliamo mai di calcio. Solo di lavoro, donne, viaggi e politica. Sulla politica, ci stiamo dividendo. Sulle donne e sul lavoro abbiamo visioni molto comuni. Stiamo pensando di fare un viaggio assieme. Cercando un equilibrio tra l’importanza dell’amicizia e le solite difficoltà di partire.

 

Un paio di sere siamo andati al nostro solito pub (il Duncan). Ci siamo fatti strada impettiti in mezzo alla folla, abbiamo appallottolato i giacconi su uno sgabello e poi ci davamo il cambio per raccoglierli, perché cadevano continuamente per terra. Abbiamo preso le nostre solite due birre- scotch al doppio malto, commentato in uno stato di frenesia priapica il tatuaggio sul culo di Sabrina che si muoveva altrettanto freneticamente dietro al bancone, continuato le nostre solite oziose chiacchiere e poi, verso l’una, sotto una pioggia fastidiosa, siamo tornati a casuccia (ognuno alla sua).

 

Una sera, abbiamo invitato gli altri amici per una cenetta. Maria Grazia, verso le dieci e un quarto, si è messa a vedere il “Grande Fratello”. Enzina rideva in continuazione, perché Pio voleva misurarle il grasso dei cuscinetti con le tenaglie e Alessia non faceva che gridare “Giù le mani!”, parlando ovviamente del dolce che aveva preparato con le SUE manine. Perché come dice sempre quello: una donna deve essere cuoca in cucina e puttana in salotto. O in una delle stanze, insomma. Luca, Angelo, Pio e Tony, già verso le nove, hanno aperto un’impenetrabile conversazione di lavoro che girava in tondo e nella quale si è riusciti a trovare un varco solo quando abbiamo scolato gli spaghetti in standing ovation.

 

Ci eravamo detti che sarebbe stata una piacevole serata intima, con della deliziosa pasta – leggera ma nutriente – e a lume di candela. Poi, ognuno se l’è presa comoda e tutti sono arrivati quando cappero gli pareva. Arly pisciava in continuazione sul parquet (per l'emozione), ogni volta che suonava il citofono, Nicola sembrava una guardia svizzera con il mocho vileda in mano e io, dopo ore di chiacchiere irrilevanti, sono riuscito a sganciarmi, mentre scrivevo o rispondevo agli sms.

 

Il giorno dopo, avevamo tutti un gran mal di testa. Il fatto è che non ti dicono mai cosa succede se bevi più di due alcolici in un giorno; anzi, per essere precisi, la quantità di tutta la settimana in una sera. Vuol dire che ti ritroverai con la faccia paonazza e il naso rosso come uno gnomo, o che sei alcolizzato? Ma in questo caso, tutti a quella festa dovevano essere degli alcolizzati.

 

Quando frequenti qualcuno, ti rendi conto che tra le persone ci sono enormi differenze, differenze a cui adattarsi e di cui smussare gli angoli. In fondo, gli esseri umani assomigliano a torrenti d’acqua: se lungo il loro cammino trovano un ostacolo, si gonfiano e lo aggirano alla ricerca di un nuovo corso. Mmm… adoro questa deliziosa grappa. Ooohhh, baby, take me to the river!

 

Hakuna matata! Non preoccuparti e sii felice!

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:02 | commenti (36)

sabato, marzo 13, 2004

Al Qaeda chiama questi attentati "Operazione treni di morte", ha inviato una lettera ad un quotidiano londinese ed ha scritto:

"Quando attaccammo le truppe italiane a Nassiriya inviammo un ultimatum a voi e agli americani affinché si ritirassero dall'alleanza anti-islamica. Ma non avete compreso il messaggio. Ora, lo ripetiamo a chiare lettere, e speriamo che stavolta lo comprendiate".

"E' un regolamento di vecchi conti con la Spagna, alleato dell'America nella sua guerra contro l'Islam".

"Siamo riusciti ad infiltrarci nel cuore dei 'crociati' dell'Europa, ed abbiamo colpito una delle basi della loro alleanza".

"Portiamo ai musulmani nel mondo la buona notizia che l'atteso attacco 'Venti della morte nera' contro l'America è ora nella sua fase finale, pronto al 90 per cento e, a Dio piacendo, vicino".

"Noi delle brigate Abu Hafs non siamo rattristati per i cosiddetti civili. E' ok per voi uccidere i nostri bambini, le nostre donne, anziani e giovani in Afghanistan, Iraq, Palestina e Kashmir? Ed è vietato per noi uccidere i vostri?".

 

Al di là di queste parole, piene di inaudita distruttività, dei seguaci di Osama Bin Laden (non credo che a Madrid sia stata l’ETA, ma poco importa…), al di là della guerra ormai normalmente usata  come lo strumento più sicuro per risolvere crisi e depressioni economiche, al di là della “guerra preventiva” inventata dallo sceriffo Bush, al di là del terrorismo, surrogato della guerra divenuta proprietà di un solo padrone, al di là insomma di questa folle violenza che ci investe, io credo che non basti più dire no alla guerra. Bisogna dire no a un mondo che la guerra l'ha incorporata come sistema, che della violenza ha fatto la ricetta del proprio agire quotidiano.

 

Se la violenza omicida è alle origini delle nazioni e perfino della vicenda umana (tanto da ritrovarsi nel profondo di ciascuno di noi), quel che fa la differenza oggi è la scala: la quantità che si trasforma in qualità. Non basta più uccidere poco, ma uccidere tanto. Far sentire all’Europa che non può continuare ad ignorare…. I palestinesi suicidi sembrano indicarci col loro sacrificio questo.

 

Nuova non è la risposta del terrorismo integralista islamico, che, essa sì, è subalterna alla logica della guerra. La guerra è terrore, come il terrorismo è guerra.

 

Ma se questa violenza non si può eliminare con uno scontro, è inevitabile che lo scontro macchierà ambedue le parti. Tutti.



Trimonato da BaroneAgamennone | 12:22 | commenti (16)

martedì, marzo 09, 2004

 

Mio fratello ha tre anni più di me. Quando io ero in prima elementare, lui era in quarta, quando ero in terza media, lui era già al liceo.

 

Non l’ho raggiunto mai! Ci ho provato, ma niente… per qualche anno, ho pure sperato che lo bocciassero, ma non c’era niente da fare: troppo studioso, troppo intelligente, troppo secchione. Il problema era che frequentavamo le stesse scuole, gli stessi istituti e gli stessi insegnanti per le medie.

 

Non c’è nulla di peggio che essere il fratello balordo di uno troppo bravo! Appena sgarravo, i professori iniziavano a scassarmi le palle e a fare quei fessi confronti: “Ma come puoi comportarti così? Tuo fratello era tanto bravo!”.

 

Confronti a scuola? Come se non bastassero quelli che facevano i miei a casa… Poi, lui era il primogenito, l’Edipo di mia madre. Il “bravo” di casa. Io ero la “pecora nera”. Quello che avrebbe dovuto essere una femmina e invece, in maniera deludente, era diventato “il secondo maschio”. Che, quando i parenti e gli amici lo vengono a sapere, per consolare i genitori affranti e delusi, sparano una di quelle stupide frasi del tipo: “Vabbè, non ci pensate… Che fate? Ci riprovate per il terzo? Comunque, meglio i maschi, perché le femmine creano troppi problemi…”. Come se quelli non lo capissero che li stai pigliando per il culo…

 

A scuola, l’aura di mio fratello incombeva su ogni mia interrogazione, su ogni compito in classe, su ogni ricreazione. Me lo immaginavo fermo, immobile in un angolo a mangiare la sua merendina, circondato da un alone di santità, tipo San Francesco d’Assisi con il lupo e la pecorella che gli leccavano le scarpe e che gli chiedevano se aveva bisogno che gli andassero a comprare il “Corriere dei Piccoli”.

 

Io, invece, correvo, saltavo, giocavo a pallone, mi picchiavo con i compagni di scuola e ci provavo con le ragazzine, tipo Lucifero.

 

Quando si trattò di decidere cosa fare per le superiori, mi arresi. Volevo spezzare la catena. Dissi che non volevo iscrivermi al liceo classico (come lui) e che preferivo fare il ragioniere e non proseguire gli studi per iniziare, al più presto, a lavorare. Almeno non avrei incrociato più gli sguardi di mia madre che, quando tornavo a casa, stava sempre a spuntare il nostro percorso a ostacoli. Strade parallele ma, al tempo stesso, disallineate e sbilenche.

 

Ma, la staffetta, purtroppo per me, proseguì all’Università. I miei ne fecero una questione economica: “Sai quanti soldi potremmo risparmiare se ti iscrivessi alla sua stessa facoltà?!”. Così fui costretto ad adoperare i libri che aveva usato lui negli anni precedenti. Erano tutti sottolineati con la matita e pieni di note “a margine”. E io le mie cappero di note “a margine” dove avrei dovuto scriverle? Sulla copertina? Sull’indice? Sulla bibliografia degli autori?! C’erano già le sue di note! E lui mi diceva: “E’ inutile che leggi il testo, basta che studi le mie note…”. In fondo, lo faceva per il mio bene, così non avrei dovuto fare molti sforzi. Sarebbe bastato leggere le sue note… Il fatto era che io volevo mettere le MIE  di note!

 

Ai tempi delle medie, ricordo che questo fatto mi creò non pochi problemi… Mio fratello si era innamorato di una tipa biondina della quinta C che si chiamava Clelia. Il suo nome era scritto su tutte le pagine dei suoi libri. Cuori con le iniziali, “Ti amo Clelia”, frecce sanguinanti con Cupido svolazzante, “Clelia, ti voglio” e tutto l’armamentario solito di un adolescente innamorato.

 

Peccato che la sua prof di Italiano andò in pensione proprio quando arrivai io. E, guarda caso, la  nuova prof si chiamava proprio Clelia! Un mostro orrendo con il mento sfuggente ed il naso aquilino identico a quello di Dante Alighieri.

 

Così, un giorno, la Prof mi chiese se potevo prestarle il libro di letteratura perché lo aveva dimenticato in sala professori. Quando lesse le cagate che aveva scritto mio fratello, mi passò la mano sulla testa, come per dire: “Che simpatico birichino…”. Quel bastardo del mio compagno di banco, che aveva capito tutto, iniziò a ridacchiare e, in breve tempo, tutta la scuola “De Sanctis” si convinse che mi ero innamorato della prof di Italiano. Durante l’ora di ginnastica, quando andavamo in palestra, i miei compagni di classe, negli spogliatoi, mi sfottevano, chiamandomi “Beatrice”. Un giorno, mi fecero persino trovare una scritta oscena con il pennarello nero sul tappetino blu dove facevo le flessioni, prima di salire sulla pertica: “La Professoressa di Italiano vuole il tuo coso in mano”. Che bastardi!

 

Tornato a casa, bruciai mio fratello con degli sguardi pieni di odio. Mia madre (che non è scema) capì che era successo qualcosa e, per interrogarmi, aspettò pazientemente il ritorno di mio padre e che ci sedessimo a tavola. Così, arrivati al secondo, fece cadere – molto casualmente – la conversazione sulla scuola con il suo solito: “Beh, com’è andata oggi?”. La fettina di carne mi si fermò in gola. Io bruciai nuovamente mio fratello con sguardi pieni di odio! Mentre lui, con espressione serafica, sbucciava una mela e sembrava che accarezzasse il lupo e la pecorella sotto il tavolo che gli stavano portando le ciabatte per non stancare i piedini…

 

Puoi combattere tutto, tranne le dicerie e le illusioni delle vegliarde!

 

Il problema vero fu che, non so come, mi ritrovai la stessa Prof anche al Ragioneria. Io ero già grandicello, lei era pure invecchiata e, al quinto, mi chiese se mi faceva piacere che lei venisse ad accompagnarci alla gita scolastica. Io, come un fesso, non capii, e dissi ingenuamente di “Sì” (rallegrandomi del fatto che non venisse quello scassacazzi del prof di Matematica che non ci faceva fumare nemmeno nei bagni).

 

Lì, a Firenze, durante la gita scolastica, iniziarono i miei guai. Mentre gli altri giravano per Palazzo Pitti a guardare estasiati la Primavera del Botticelli, io cercavo di estasiarmi con le tette della mia compagna di classe, proprio mentre “Dante” stava salendo le amare e salate scale altrui… Così, ci sorprese in un corridoio e fece una pietosa scenata! Poi, si mise a piangere…

 

Finita la scuola, iniziò a perseguitarmi, a farmi regali, telefonate alle quali non rispondevo mai. Così divenne amica di mia madre e riuscii a liberarmene.

 

All’Università, mio fratello militava in “Comunione e Liberazione”. Poi, nella sua fase più rivoluzionaria, passò con i bacchettoni-sempre-vergini di Formigoni, mentre io bazzicavo Piazzale Italia con gli extraparlamentari di sinistra in eskimo. La sera, andavamo a farci le canne nella sede del Partito Radicale. Beh, erano anche i tempi della liberalizzazione della cannabis indiana… Non potevamo mica praticare bene e razzolare male, no? Non sarebbe stato coerente…

 

Comunque, io e mio fratello ci siamo sempre voluti bene. E ci siamo sempre chiamati (anche ora) ‘Tellone e ‘Tellino.  Non era colpa sua (e nemmeno mia) se è sempre stato perfetto. E poi gli devo eterna riconoscenza. A parte quella volta che voleva vendicarmi per l’occhio nero che mi avevano fatto in cortile, ma, in fondo, io non ho mai avuto una camera tutta mia, quando vivevo a casa con i miei. L’ho ricevuta in eredità quando lui si è sposato.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:28 | commenti (34)

sabato, marzo 06, 2004

 

Io sono cresciuto in un quartiere periferico della mia città, una zona che, ora, non è più periferia e nemmeno centro. Di fronte ad una palazzina talmente vecchia che, un giorno, crollò. Ora lì c’è un palazzo di vetro.

 

Giocavo con i miei amici a pallone su un largo marciapiedi davanti casa. Poi, un brutto giorno, vennero le ruspe e decisero di farci un bel parcheggio per auto in sosta. E così decidemmo di “emigrare” e di diventare “grandi”.

 

Trascorrevo la maggior parte del mio tempo dividendomi tra la scuola e la parrocchia di San Michele. C’era un prete simpatico, padre Modesto. Veneto, il naso sempre rosso… non ho mai capito se era il vino o il freddo di quel cortile parrocchiale. Morì in un incidente stradale. Io mi allontanai dalla parrocchia, perché non potevo accettare l’idea che dio lo aveva preso con sé. Era molto più utile da noi. Nuova “migrazione”. Nuova “crescita”.

 

Le strade erano piene di 124, 128, 500. La polizia aveva le Giuliette dell’Alfa Romeo. Poche Mercedes. Non ricordo Bmw. Però ricordo che ridevo, sudato, attaccato, con i pattini ai piedi, alla targa  di un autobus, durante l’Austerity.

 

Bevevamo l’acqua dai rubinetti, anche dalle fontane che ancora si trovavano per strada.

 

I televisori in bianco e nero con le trasmissioni che iniziavano nel tardo pomeriggio. La radio con Arbore e Boncompagni. Il cinema con Lino Banfi e Nadia Cassini. Bruce Lee. E noi che, quando  uscivamo dal cinema, saltavamo sui pali della luce o facevamo grandi mosse nell’aria di judo e karatè, ululando come cani ai quali avevano schiacciato la coda.

 

Facevamo la raccolta delle figurine Panini, i calciatori iniziavano e finivano la loro carriera nella stessa società. Quando non ti potevi godere le partite in diretta perché non le trasmettevano mai. Quando per poterti godere una partita in diretta dovevi aspettare i Mondiali. Quando per godere veramente ti toccava vincerli i Mondiali.

 

Quando l’appetito era tanto perché si mangiava meno e si era tutti un po’ più magri. Quando essere magri non significava soffrire di anoressia e l’anoressia era soltanto una malattia sui libri degli psicologi. Quando gli psicologi facevano la fame ed erano gli unici a soffrire di anoressia.  Quando il latte era venduto in strani tetra-pacchi di cartone. Quando chi produceva il latte faceva i soldi con la vendita del latte. Quando “Bond” era il nome di un personaggio cinematografico e non di un prodotto da truffa finanziaria.

 

Quando le banche venivano rapinate e non rapinavano. Quando a urlare: “Questa è una rapina!” erano i rapinatori e non i correntisti leggendo il proprio estratto conto.

 

Quando il papa era ancora giovane e forte. Quando i primi polacchi lo seguirono in Italia e cominciammo tutti a considerare in maniera diversa i parabrezza delle nostre auto. Quando, nei campi, gli “extracomunitari” eravamo noi a spaccarci la schiena. Io andavo a tagliare l’uva, con la bagnarola e la striscia delle serrande avvolgibili che me la teneva al collo.

 

Quando “noi” era sinonimo di partecipazione, condivisione, passione e lotta. Quando lotta significava avere i termosifoni funzionanti a scuola oppure, per gli operai, raggiungere il minimo salariale per poter vivere dignitosamente. Quando si viveva dignitosamente con un milione di lire al mese.

 

Quando c’erano ancora le lire. Quando la moneta unica era quella che ti restava nel fondo della tasca a fine mese.

 

Quando il fruttivendolo del mercato rionale ti salutava per nome e ti faceva credito per non perdere la clientela.

 

Quando essere piccoli significava stare zitti e ascoltare i discorsi dei grandi. Quando i discorsi dei grandi non erano incentrati esclusivamente sul calcio e sulla gnocca. Quando di gnocca se ne vedeva pochissima e si impazziva di immaginazione. Quando l’immaginazione era talmente forte che il desiderio ti bloccava le parole. Quando le parole non erano abbastanza per spiegare quanto desiderio avevi di gnocca.

 

Quando, vedendola stesa ad asciugare, capivi che la mutanda di una donna era una grossa realtà. E non una striscetta infrachiappa che, vedendola, devi cercare di capire dove sia stata inghiottita la sua mutanda!

 

Quando ascoltavi le Tribune Politiche moderate da Jader Jacobelli (e non da Bruno Vespa) e non capivi un cazzo di quello che dicevano i politici e nemmeno quello che diceva Jader Jacobelli, che aveva la patata bollente tra i denti, ma tu eri pronto alla rivoluzione. Quando capivi che vedere un politico in tv non ti dava il voltastomaco come quando vedi Bruno Vespa.  Quando il tuo voltastomaco non si traduceva nel gesto rivoluzionario di cambiare canale.

 

Quando i canali erano solo due. Quando non esisteva il telecomando. Quando il telecomando di casa eri tu.

 

Quando il più realista dei tuoi amici ti diceva che questo è l’unico mondo possibile.

Quando il più ottimista dei tuoi amici ti diceva che questo è il migliore dei mondi possibili.

Quando il più pessimista dei tuoi amici si preoccupava che l’ottimista avesse ragione.

 

Quando mi innamorai per la prima volta e scrissi la mia prima poesia d’amore per una tipa con i riccioli scuri che andava alle elementari alla “De Amicis”: “Lucia, io ti amo. Quasi sempre. Tu mi ami?  o No? Fai una crocetta sulla casellina e poi ridammi il biglietto. Io capirò”.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 10:59 | commenti (44)

grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).