|
martedì, giugno 29, 2004
Caro amore del futuro, ti scrivo questa letterina perché ti sto pensando. Spero che anche tu, ogni tanto, mi pensi. T’ho sempre vista e riconosciuta in quasi tutti i miei sogni. E avevi sempre lo stesso sorriso, gli stessi occhi, le stesse mani, gli stessi capelli. Quelli che, ora, hai tu. Hai lo stesso modo di dirmi “Eccomi, sono arrivata, ci sono, finalmente mi hai trovata!”. Caro amore del futuro, è tutto freddo in questa città anche se fa un caldo tremendo e sudi solo a pensarci. Amore mio che non t’ho mai incontrato, dov’eri? Dove sei ora? Perché hai aspettato tutto questo tempo? Che hai fatto finora? Perché non mi hai cercato? Perché non mi hai trovato? Perché non mi hai scelto prima? Perché hai lasciato che andassi alla deriva in balia di me stesso? Come ti vedo bella, amore mio, nei miei sogni. Come ti vedo saggia. Come ti vedo bambina. Come ti penso mentre mi dici che mi hai capito, che hai intuito la mia rotta e che prima che io mi metta in cammino tu sarai già alla meta che mi aspetti. Caro amore del futuro, tu sei l’esplosione che si fa canto, musica, storia perfetta. Vorrei guardarti dormire. Come vorrei essere lì, nel tuo lettone a due piazze (vuoto per metà), mentre dormi. Vorrei guardare nei tuoi sogni. Viverli assieme a te. Ora sento dentro di me quella strana gioia di chi sente di aver trovato una persona che non potrà dimenticare facilmente. E non voglio perderti… Sai, a volte, penso che tutto passerà, ma quella serata qualunque mi rimarrà dentro per sempre. Quei tuoi mezzi baci, dati al buio, mi hanno staccato il fiato. Gli occhi non bastavano per guardarti. Non servivano (non si vedeva un cappero in quel buio che ci avvolgeva tutt’intorno). Però le labbra si sono cercate e sfiorate. Le nostre mani si sono strette. Ho potuto darti una carezza sul viso e sentire la leggera consistenza dei tuoi capelli. Il mio cuore è esploso di gioia ed ha avuto paura di morire con uno schianto. Ho fatto fatica a continuare a respirare. Non riuscirò mai a descrivere quella emozione. Dopo, sono stato tre minuti in apnea. Non potevo nemmeno gridare la mia gioia, mentre quell’auto continuava la sua corsa e ci riportava ai nostri mondi. Caro amore del futuro, ti dico la verità: io penso che la vita è un gioco da adulti, dove chi perde fa la stessa penitenza di sempre: si mette insieme alla persona sbagliata. La stessa penitenza che abbiamo dovuto pagare tutti. Te compresa. Però, l’altra notte, ci siamo salutati quasi felici e forse ci stavamo entrambi chiedendo che cosa poteva accadere fra noi due. Forse ce lo stavamo chiedendo anche dieci secondi prima del primo bacio. Ce lo stiamo chiedendo anche adesso. Ma la vita è sempre lo stesso gioco, sempre, sempre, sempre. Il gioco è una via di mezzo tra monopoli, nascondino, mercante in fiera, risiko, campana, palla avvelenata. Insomma, tutti i giochi messi insieme, ma con una sostanziale, evidente, differenza: alla fine, si muore tutti. Non si perde e non si vince, si molla il colpo e si sparisce. Due lacrime, due fiori, familiari più o meno disperati. Un funerale, una bara, una lapide. Terra o cemento che ci ricopre per sempre… A volte, pensiamo che “di là” è meglio che “di qua”. Ma da quando ti ho conosciuta, io penso che la vita terrena sia molto meglio di quella celestiale. Riserva sempre delle bellissime sorprese. Incredibili e meravigliosi incontri. E le regole del mio gioco sono queste: vince chi passa il tempo che gli è dato di vivere nel miglior modo possibile. Anche se poi sembra che, in realtà, io cerchi sempre la sofferenza. Non mi piace per niente soffrire. Non sono un masochista (vero). Non mi chiedo mai alla fine se è valsa la pena. Quella notte, in quella strada buia, in mezzo alla campagna nera, sembravamo figurine gentili, di quelle che si fanno con la carta e le forbici. Quelle figurine di carta che si tengono per mano. Un girotondo fatto di due persone e basta. Visti dall’alto di un aereo potevamo sembrare due lucine nel buio, di quelle lucine che più ti avvicini e più scompaiono. E questo era il bello. Anche oggi sembravi la donna più bella e onesta del mondo. La più bella di tutte. E poi mi piace da morire il modo in cui mi guardi, anche quando sei arrabbiata. Si forma una linea sulla tua fronte. Ogni volta che vedo una bella coppia che si bacia con trasporto, penso: “Che bella coppia, quanto dureranno?”. Mi viene da pensare all’amore, a quanto in media può durare. E quella notte, pensavo che, da qualche parte, ci doveva essere anche quell’amore che nei romanzi chiamano “eterno”. Io credo di amarti davvero, caro amore mio del futuro. E amo tutti i pezzi del tuo domino che non riesco ancora a mettere in fila. Vorrei trovarli. Vorrei capirli. Mi si stringe il cuore quando sento la tua voce e l’anima mi si allaccia a tutto quello che sei stata. A quello che sarai. Me lo hai fatto notare proprio tu: mentre ti guardo, il mio collo si piega e la testa scarta di lato e poi si butta all’indietro e fa un giro. Sai, ti ho sognata. Eri seduta in mezzo alla campagna e c’erano delle pompe di benzina abbandonate, mentre aspettavi qualcosa o qualcuno che ti potesse portare lontano. E mi sono svegliato. Mi è venuto un groppo in gola. Ma mi sono svegliato con la sensazione che stavo amando qualcosa o qualcuno. Vorrei vederti, ora… vorrei stare seduto al tuo fianco. Sentirti parlare. Ridere. Sfottermi.. Guardarti mentre mi guardi. Com’è bello tutto questo: non dover fare niente di eccezionale per stare bene. Solo respirare. Solo incontrarti. E, con te, qualsiasi posto diventa il migliore posto del mondo nel quale stare. Mi viene quasi da piangere, pensando che, proprio mentre mi dicevi che quella era l’ultima volta che ci saremmo visti, ci davamo un bacio. Il destino è stupido, ignorante, cattivo, superficiale. E così ora ho paura. Paura da morire. Paura che finisca tutto. Ho paura di perderti. Come sono stanco, caro amore del futuro, di questo mio eterno “né con te, né senza di te”. Ma che cazzo di modo di amare è mai questo? Se ami una donna davvero perché dovresti camminare costantemente in bilico tra il volerla e il volerne scappare? Finora, mi è sempre successo, caro amore mio, ed ho sofferto, mi sono contraddetto mille volte. Lo sai, non sono un tipo molto coerente. Mi conosci. Finora ho sempre promesso, sapendo di mentire, ho tirato in alto i dadi sicuro che avrei comunque perso ogni tipo di partita. Ho sentito un freddo, a volte, che ho creduto di rimanerci secco. Ho creduto di morire sdraiato su un divano in una pozza di sudore. E non sono mai morto. “Né con te, né senza di te”, ho sempre voluto tirare il gioco per le lunghe anche quando l’arbitro e gli spettatori se ne erano già andati via e avevano addirittura spento le luci. Io ero stanco, teso, sfinito, pieno di dubbi. Ma con te non sarà così, amore. A te non ti lascio nemmeno se mi dividono in due. Se lo faranno io mi rincollerò da solo e ti verrò a ripigliare ovunque ti abbiano portata. Con te sarà una volta per tutte. Con te o con te.
Trimonato da BaroneAgamennone | 15:51 | commenti (26) lunedì, giugno 28, 2004
URRA'! Trimonato da BaroneAgamennone | 02:17 | commenti (8) martedì, giugno 22, 2004
Per chi, come Clio (leggi tra i commenti al post precedente), è ancora curioso di conoscere l’epilogo finale dello “scontro” con Baffona, posto la striminzita ed insignificante lettera che ho ricevuto dal Super Mega Direttore Galattico qualche settimana fa… Io ho interpretato queste parole (dal tono vagamente minaccioso) come l’atteggiamento del papà (o del padrino) che vuole buttare acqua sul fuoco sul litigio dei suoi figliocci (o picciotti). In genere, da noi, quando si ricevono comunicazioni disciplinari o di servizio dall’Ufficio del Personale (e questa mi è arrivata proprio da lì) le mandano in duplice copia (perché una va restituita con data e firma “per ricevuta”). Questa lettera, invece, mi è arrivata in busta chiusa in singolo (e singolare) esemplare. Una mera dimenticanza? Non credo. In ogni caso, in qualunque momento, potrei sostenere di non aver mai ricevuto questa lettera, proprio perché l’Ufficio del Personale non ha una copia firmata – da me – per ricevuta. L’altra cosa che ho notato è che il Vertice aziendale, in questo modo, non ha voluto prendere una posizione nettissima (a favore dell’una o dell’altra parte), ma ha comunque spostato leggermente il piatto della bilancia della “ingiustizia” su di me (a Baffona, infatti, la letterina è indirizzata solo “per conoscenza”). Lo si può notare anche dall’uso dell “Egr.Sig.” (rivolto a me) e dalla “Gent.le Sig.ra” (rivolto garbatamente alla Baffona). L’altra gaffe (imperdonabile) è stata quella di sostenere che interesse dell’Azienda è solo la produttività (in realtà è stato usato un termine ancora più ostico come quello di “proattività”) e che non è solita occuparsi (“purtroppo”?) di “dissapori personali”. Ma che cappero vuol dire? Vuol dire, forse, che vorrebbero farlo ma non possono perché non hanno tempo? Vabbù, è una lettera che è stata scritta con i piedi… oltre che con poco cervello… Tra l’altro, parla, all’inizio, con la prima persona singolare e chiude diventando una prima persona plurale … per non parlare dell’uso delle virgole e di alcuni passaggi del tutto incomprensibili… Questo atteggiamento da Ponzio Pilato che se ne lava le mani, oltre a dimostrare la profonda ignoranza del semplice concetto che un clima di reciproco rispetto e di corrette relazioni interpersonali è uno dei presupposti su cui fondare lo sviluppo stesso di un’azienda, tralascia completamente anche l’aspetto legale, atteso che : “il datore di lavoro - tenuto ex art. 2087 c.c. a garantire l’integrità psico-fisica dei propri dipendenti e, quindi, ad impedire e scoraggiare con efficacia contegni aggressivi e vessatori da parte di preposti e responsabili, nei confronti dei rispettivi sottoposti – è chiamato a rispondere del risarcimento del danno sofferto (sia biologico sia da dequalificazione professionale) da liquidarsi in via equitativa, più interessi legali e trasmissione degli atti di causa alla Procura della Repubblica per le valutazioni e le eventuali iniziative del caso in relazione a quanto accertato in corso di giudizio” (come ha riconosciuto la Cassazione 20 aprile 1998, n. 4012 in una fattispecie di lavoratore bancario colpito da grave malattia nervosa a seguito di vessazioni). Per dirla, invece, con Einstein: “Indubbiamente cattivo è colui che, abusando del proprio ruolo di potere e prestigio, commette ingiustizie e violenza a danno dei suoi simili; infinitamente più cattivo è colui che, pur sapendo dell’ingiustizia subita da un suo simile, tacendo, acconsente a che l’ingiustizia venga commessa.” (in A. Einstein/S. Freud – Perché la guerra – Ed Boringhieri, 1981) Questo è il testo della letterina che ho ricevuto: “Egr. Sig. Barone e, p.c. Gent.le Sig.ra Baffona 3 giugno ‘04 Faccio seguito alla Sua corrispondenza via e-mail intrattenuta lo scorso 15 maggio con la resp.le dell’ufficio presso cui ella è in forza. Mi ha stupito rilevare che se esistono delle problematiche di lavoro urgenti, importanti ed improrogabili, il Super Mega Direttore Galattico debba soltanto essere messo al corrente per conoscenza e non direttamente, come si dovrebbe sempre. Mi sembra peraltro ovvio, che le normali e quotidiane problematiche dell’ufficio debbano essere affrontate in maniera risoluta, determinata, rapida e all’interno dello stesso, con il coinvolgimento di tutti i componenti dell’ufficio. La invito ad assumere per il futuro atteggiamenti, nell’interesse Suo e dell’Azienda, finalizzati a fornire un contributo professionale sempre ai massimi livelli, improntati alla proattività, allo spirito di collaborazione fattivo, tralasciando eventuali dissapori personali di cui purtroppo non siamo soliti occuparci. Certo di non dover tornare sull’argomento Le auguro buon lavoro. Cordiali saluti. Il Super Mega Direttore Galattico” Intanto, per chi è in situazioni analoghe alla mia, consiglio di rivolgersi ai Centri Anti-stress da lavoro e Anti-mobbing, come sto facendo io. Trimonato da BaroneAgamennone | 01:24 | commenti (24) sabato, giugno 19, 2004
Buonanotte a te bella manina affusolata con le unghie lunghe che stringe ed accarezza la mia mano sinistra (invece della destra) per salutarmi. Buonanotte a te strano quartiere (mai visto prima) con quella piazzetta anonima circondata da occhi e palazzi con i panni stesi ad asciugare e stracolma di cicche di sigarette, di cartacce e di immondizie sparse vicino ai cassonetti. Mancava solo la panchina di Forrest Gump e quella piuma che ondeggiava nel cielo facendo scorrere sotto di lei guerre, sangue, semplici litigate, urla, gatti in amore, partite di calcio e pronostici. Buonanotte a quel lampione che mi ha dato la possibilità di appoggiarmi, mentre barcollavo per l’emozione. Buonanotte a te siringa usata, buttata per terra, accanto a quel marciapiede, ricordo di una notte solitaria e disperata. E’ questa la vita, semplice, semplice, diciamoci la verità. In quella piazzetta, oggi, c’era tutta la vita. Proprio tutta... al completo... Forse, per te, c’era solo un sì o un no, la notte e il giorno, la serenità e l’agitazione. Per me, invece, c’era l’intera esistenza umana. Questione di particolari... Buonanotte a te bacio furtivo che mi sfiori le labbra. Buonanotte a te, piccola carezza che ho lasciato sui tuoi capelli lunghi e lisci. Buonanotte alle tue dita che mi passano dolcemente sotto il mento. Buonanotte a te imbarazzo. Buonanotte a te mio silenzio, incapace di parlare, di dire e di portare argomenti contrari ai tuoi. Buonanotte ai tuoi meravigliosi occhi verdi che mi guardano, che mi fissano, che mi scrutano e che mi chiedono di togliere gli occhiali da sole che ho sul naso per proteggermi. Buonanotte al tuo sguardo che punta nel mio per leggere un pensiero che sa già e che conosce benissimo. Sai che mi veniva da dirti? “Lo sai che sei ancora più bella di persona?”. Ecco, questo volevo dirti. Volevo dirti che la vita è uno sputo. Ma sarebbe stato triviale aggiungere (o scoprire) che, prima che lo sputo tocchi terra, la vita è già finita. E’ vero non ho detto il tuo nome. Te ne sei accorta, forse mentre mi confrontavi al tuo ex al quale, ancora oggi, mi hai paragonato e con il quale mi trovi somigliante per certi aspetti (molti?). Chissà se nel cuore della notte lui ti pensa ancora (come faccio io) oppure festeggia la fortuna di averti persa? Sei bella, bellissima. Ed io ti amo. Sì, sì, sì, sì, sì, sì. Ed ancora “sì” per altre dodici volte. Conto i miei “sì” come si contano le pecore per addormentarsi. Sei bellissima, specie mentre scoppi a ridere, mentre cerchi di dire una cosa seria, mentre ti contraddici, mentre te ne accorgi e poi ti scappa da ridere. Buonanotte a te dolce cuore che risali in quella macchina ferma (assieme al suo cervello) che avevi parcheggiato poco tempo prima e poi vai via. Buonanotte al tuo cellulare di colore rosa che squilla continuamente (è questa la telefonia?) e che, dopo un po’ che ci siamo salutati, prendi istintivamente per richiamarmi e per dirmi che, forse, come me, hai sentito quel buon odore improvviso, leggero e impalpabile che sale lungo le narici e ti mette allegria. Chissà perchè pensarti mi fa piacere e mi fa stare bene? Ed ora datemi l’ergastolo, sputatemi addosso, impiccatemi, oppure costringetemi a qualche alternativa, e se ci riuscite: salvatemi!
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:15 | commenti (22) domenica, giugno 13, 2004
In questi giorni, ho avuto pochissimo tempo da dedicare ai blog. Non solo non sono riuscito a trovare un attimo di tempo per scrivere qualcosa sul mio, ma non sono riuscito a leggere nemmeno gli ultimi post degli amici bloggers che solitamente leggo. Spero di recuperare presto. In momenti come questi, mentre non fai altro, per giorni e giorni, che parlare di “politica” e di “pubblico”, in genere, quando cerco di rilassarmi o di distrarmi, preferisco ritirarmi un po’ nel “privato”. Il mio. Non so perché, ma oggi mi è venuto in mente un ricordo lontanissimo: il giorno in cui scoprii il sesso. Io l’avevo capito che a qualcosa doveva servire! Era chiaro che quella cosa appesa tra le gambe doveva avere un fine più interessante che non solo quello di espellere i liquidi di troppo dal mio corpo. Ma quando ero ragazzino, mi chiedevo a che cappero serviva quel pezzo di carne aggiuntiva, quel brandello di ciccia con appese due oscure cose sensibilissime ai colpi… Non pensavo che quel pomeriggio avrei fatto una scoperta così sensazionale. Se lo avessi saputo, mi sarei segnato il giorno sul calendario per ricordarlo in eterno. Di sesso ne avevo già sentito parlare dai miei amici del quartiere, quelli più grandi… in quei pomeriggi caldi d’estate da sfaccendati… quando trascorrevamo il tempo stesi per terra sui marmi freschi del portone di casa a discutere animatamente se Cinzia si era baciata o no in quel cinema… Avevo capito che esisteva qualcosa di indefinibile nei lunghi bocca a bocca che vedevo nei film in bianco a nero e che gli attori si scambiavano il lunedì sera alla tivvù… Ma io ero ancora in quell’età in cui maschio e femmina sono quasi indistinti. L’età in cui una gonna fa una donna ed un paio di pantaloni fa un uomo. Quando vedevi una donna con un paio di pantaloni, tutte le differenze si annullavano. Lei poteva giocare a pallone con noialtri. Capivi che era una donna solo nei contrasti: perché cacciava un gridolino strano e acuto dalla gola. Quel pomeriggio dovevo andare a studiare da Dominique, una mia compagna di classe. Questa cosa mi seccava un po’ perché significava dover ammettere che lei fosse più brava di me in francese. Lei era francese (o meglio era nata a Bourgogne e sua madre era francese) ed io sono sempre stato un vero cesso in francese. Mia madre aveva conosciuto la madre di Dominique e si erano messe d’accordo così. Quando arrivai a casa sua, guardandola in faccia, capii che neppure lei era molto contenta di fare i compiti con me. Ci rendemmo conto che eravamo due popoli i cui governanti prendevano decisioni che passavano sopra le nostre teste. Un po’ a malincuore, mi spiegò subito che avrebbe preferito uscire con la sua amica Antonella che doveva andare a comprarsi le scarpe. Mi scusai, mortificato, spiegandole che non era dipesa da me quella visita intrusiva. Lei capì e sorrise. Mi tirò per un braccio ed andammo in camera sua. Affrontammo gli esercizi, parlando anche un po’ di quanto era stronza la prof di francese. “Hai visto quella volta con me?!” quasi gridai. E lei: “Sì, mi ricordo, l’ho notato anche io…”. Apprezzai la sua sensibilità e la sua attenzione di fronte ad un episodio apparentemente insignificante che pensavo nessuno – a parte me – poteva aver notato. Lei lo aveva notato, invece. Feci il verso alla prof (si grattava la testa con la penna). Ci mettemmo a ridere. Stare così vicino a Dominique era un piacere misterioso. Non avevo mai notato che avesse degli occhi così azzurri. A scuola non mi ero accorto che potesse essere così bello trascorre del tempo vicino a lei. Emanava un profumo di pulito. Sentivo l’odore dello shampoo che mi arrivava al naso quando muoveva i suoi capelli. E, soprattutto, indossava una gonna scozzese, tenuta da una grossa spilla da balia color oro che lasciava intravedere qualcosa sopra il ginocchio. Sentii una cosa strana muoversi dentro di me. Non era quello che qualche maialino, forse, sta già pensando (quello accadde dopo). Le sue gambe mi stavano ipnotizzando. Ma non proprio le gambe. Il femore! Trovavo bellissimo quel femore. Quella pelle vellutata da una peluria chiara e morbida, e il muscolo della coscia che testimoniava le numerose partite di tennis che lei disputava a livello agonistico in tutta Italia da anni. Ricordo che, dopo gli esercizi di francese, stavamo studiando una cosa di storia su Cristoforo Colombo, sul fatto che quando sbarcò nelle Americhe quello era convinto di essere arrivato in India. Così lei commentò: “S’era perso di brutto, eh?” Era pure divertente con quella erre rotante molto simile alla mia. Che femore! “…ed è per questo motivo che i nativi vennero chiamati indiani”. E lei: “Pensa se avesse creduto di arrivare in Svezia. I pellerossa si sarebbero chiamati svedesi…”. E io: “…penso che gli svedesi avrebbero preferito dare il loro nome a un altro popolo piuttosto che ai fiammiferi!”. Dominique si mise a ridere! Tantissimo. Fino alle lacrime agli occhi… Dovemmo sospendere la lettura per quanto rideva. Non si fermava più. Più lei rideva, più io le guardavo il femore. Credo che, dopo un po’, lei lo avesse capito. Ma non credo che le desse fastidio, perchè più io le guardavo il femore, più lei se lo scopriva per comprendere che effetto faceva su di me. Più se lo scopriva, più io sentivo una cosa strana che si muoveva dentro di me (ora è quell’altra). Finito di ridere, mi guardò fissa. “Ecco! – pensai – si è arrabbiata perchè le guardo il femore!”. Invece si avvicinò con il suo viso al mio (pensai che mi volesse mordere la faccia), ma lei poggiò le sue labbra alle mie. Poi aprì la bocca ed io pensai “Ecco! Ora mi morde la faccia…”. Sentii la sua lingua umida intrufolarsi nella mia bocca a cercare la mia. E io non capii più niente… Mi girava la testa. Una tale botta d’ossigeno mi arrivò al cervello. Stavo per cadere dalla sedia. Quella strana sensazione di umido, di profumato, di vuoto e di buono. Un cammino sull’orlo di un precipizio. Mi appoggiai a quell’unica ringhiera che trovai (le misi le mani nei capelli e le accarezzai il collo dietro la nuca). Restammo così, bocca a bocca, per non so quanto tempo (mi sembrò l’intero quadrimestre). La testa continuava a girarmi. Non sembrava la stessa Dominique che stava in classe con me. Sembravano due persone completamente diverse. E in tutto quel tempo il mio pensiero fu: “Le voglio toccare il femore! Le voglio toccare il femore!”. Con tutto quel combattimento interiore, alla fine, mi decisi, le poggiai la mano sulla coscia. La infilai nella sua gonna scozzese verde con linee gialle, proprio vicino allo spillone e lei ebbe un sussulto. Il tennis sviluppa dei muscoli di cui non sospetti nemmeno l’esistenza! Era così caldo lì… Lei continuò a baciarmi con la sua lingua che girava nella mia bocca come se stesse cercando una via d’uscita che non c’era. Sentimmo i passi di sua madre. Ci staccammo con un rumore di ventosa e diventammo paonazzi dalla vergogna. Sua madre aprì la porta e si affacciò dicendomi che, per me, era ora di tornare a casa. Credo che si fosse accorta di qualcosa, perché sentivo il rossore sulla mia faccia colpevole, le labbra rosse come quelle di un clown ed i capelli imbizzarriti e soprattutto avevo ancora la mia mano destra sul femore sinistro di sua figlia. Disse qualcosa in francese alla figlia (che ovviamente non capii), sorrise e uscì dalla stanza. Me ne tornai a casa. Ero completamente confuso. Non ricordavo nemmeno la via. Continuavo a pensare alle sue labbra ed al suo femore. Sentivo un dolorino sotto e camminavo come un cow-boy. Alla fine, riuscii a ritrovare la via di casa. Non mangiai nulla e me ne andai a letto. Durante la notte successero cose sensazionali... Trimonato da BaroneAgamennone | 03:27 | commenti (25) mercoledì, giugno 02, 2004
Ritornano le sturm truppen… Stamattina, ho portato l’auto a lavare. Il sole era un po’ incerto, ma la mia macchina era piena di guano di uccelli. Enormi cacche incrostate di colore giallo, bianco e marrone, grosse come uova al tegamino, sparse dappertutto sulla carrozzeria, moscerini, insetti spaziali e zanzare spiaccicate sul vetro del parabrezza e sul cofano, da non far vedere più i numeri della targa davanti. E poi, secondo me, le cacche di piccione portano sfiga… Guardo le spazzole blu ruotare. Mi fumo una sigaretta. Si accendono due enormi phon per Polifemo. Mi arriva il vento in faccia, assieme al pulviscolo dell’acqua che odora di sapone… Dopo un po’, il tipo dell’autolavaggio mi chiama con un cenno della mano per dirmi che potevo passare a ritirarla. Pago i miei dieci euro e lui mi ridà le chiavi. Non faccio in tempo ad uscire dall’autolavaggio che viene giù il diluvio universale! Acqua a secchiate! Ci deve essere una specie di convenzione municipale tra il dio della pioggia e quelli dell’autolavaggio… Fammok io lo dicevo che i piccioni portano sfiga… Ma perché mi cacano sempre addosso? Cos’è una gara di tiro al piattello al contrario? Poi mi sono detto: “Chi se ne frega? Io l’ho conosciuta! Ho avuto un culo pazzesco ad incontrarla!”. Gli uccelli volano in alto come i miei pensieri… Anche se sto in questa fogna come un deficiente… Da quando l’ho conosciuta, io amo questa fogna… E tu sei Foggia! Perché nella vita si resiste. L’uomo è fatto per sgomentarsi, lamentarsi, agitarsi, stancarsi, resistere. Eppoi amare… Sambadi can elp mi? Abbasso il volume di almeno cinque tacche e mi viene da chiedermi perché a quest’ora la musica si ascolta ad un volume che poi la mattina troviamo assordante… audiotrack cinque… credo che diventerà la nostra canzone, amò…due amanti scelgono sempre una loro canzone… di quelle che, quando ti lasci, poi piangi, perché ti fanno pensare a quella giornata di vento che ti scompiglia i capelli e ti smuove i pensieri nella mente… E così ti ho scritto questa letterina a forma di poesia, perché sto qui a pensarti così tanto che non credevo fosse possibile. L’ho scritta pensando a te. Ti penso spesso. Ti penso, quando mi alzo al mattino e guido ed invece di guardare la strada, scrivo i miei messaggini sul cell. e, prima o poi, mi schianterò sotto un tir, mentre schiaccio il tasto di invio. Ti penso quando mi incazzo con Baffona e poi mi viene da ridere col risucchio. Ti penso seduta che fumi sulla tua terrazza in mezzo alle tue piante ed ai rampicanti. Penso al salottino di vimini e tu che sbricioli biscottini. Penso al tuo cane rivoluzionario che fa la cacca in pieno centro, mentre ricche signore, scandalizzate, guardano le vetrine di Bulgari. Ti penso quando esco, la sera, con gli amici a sparare cazzate e spero che tu, da un momento all’altro, entri nel pub e ti metti a ridere e mi sfotti e mi porti via. Ti penso mentre sudi e provi i passi di salsa. Ti penso quando mi s’incasinano così tanto i pensieri che non mi riesce di razionalizzare quello che penso. Come un pittore che impazzisce e non disegna mai quello che ha in testa. Ti penso quando sono allegro. Ti penso anche quando sono triste. E penso alle tue malinconie. Penso a quando noi ci piglieremo dolcemente in giro come sempre come un mare come quando la rima si fa sempre baciare…
Ti penso sotto questo cielo grigio e questa pioggia che mi sta rilavando l’auto, portando via come un fiume tutta la melma che ho dentro.
Trimonato da BaroneAgamennone | 15:54 | commenti (45) martedì, giugno 01, 2004
Carissimo Pinocchio… Il processo di Milano all’ex ministro della Difesa Cesare Previti è stato davvero una valanga infinita di carte: verbali di interrogatori al teste Omega (Stefania Ariosto), atti parlamentari, scritti di difesa (anche quelli a firma dell’on. Silvio Berlusconi, suo caro amico), atti di accusa, sentenze, processi talmente mastodontici da dover costringere i giudici a dividerli in diversi tronconi, “Caso Mondadori”, “IMI-SIR”, “Caso SME”, “Pacifico / Squillante”, appelli, ricorsi e contro-ricorsi, ricusazione dei giudici, ecc. E non è ancora finito! Chi ha tempo (molto) e voglia (tanta) può dare un’occhiata, visto che il “buon” Cesare ha messo tutto su web (http://www.previti.it/), a disposizione di tutti i curiosi appassionati di “grandi” processi. Ma di tutte le storie (e le bugie) che l’on. avv. Cesare Previti ha raccontato, ce n’è una che mi ha colpito particolarmente. Cito testualmente da pagina 13 dell’ultima memoria difensiva presentata dal “buon” Cesare alle Sezioni unite della suprema Corte di Cassazione: “Il Tribunale dovrebbe aver notato anche, questa volta nell’aula di udienza, la presenza di un variopinto gruppo di persone, che ha seguito costantemente il processo: ci si riferisce al gruppo che ha esternato la propria ostilità nei confronti degli imputati e dei difensori, al cui interno svettava la signora che si è sempre presentata – dinanzi ai giudici, giornalisti, parti, televisioni – portando con sé e continuamente ostentando, nella più totale impunità, un Pinocchio di legno che avrebbe dovuto testimoniare le bugie che nel corso del processo sarebbero state raccontate dagli imputati. La predetta signora è stata talmente attiva nella pervicace opera di demonizzazione degli imputati, da divenire protagonista sul quotidiano “La Repubblica”, che, come è noto, è di proprietà della parte civile costituita nei due processi. E si può negare che sia questo un turbamento in grado di incidere sulla serenità della condotta delle parti nel processo in corso?”. Di tutta la montagne di prove pazientemente raccolte dagli eroici magistrati inquirenti, Colombo e Bocassini, rogatorie internazionali, testimonianze, registrazioni, fotografie, documenti, girotondi e giro conti estero su estero, ecco la prova decisiva, risolutiva, regina: il pinocchietto ostentato dalla “pervicace” signora demonizzatrice che – quel che è peggio – lo “ostenta nella più totale impunità “. Duole riconoscerlo, ma l’onorevole Previti ha ragione: portare con sé un Pinocchietto di legno ad un processo è un reato gravissimo. Niente a che vedere con il mentire ai magistrati, frodare il fisco, esportare illegalmente ed occultare capitali all’estero, pagare e corrompere giudici. Che aspetta il Tribunale milanese ad arrestare la megera per porto abusivo di Pinocchio in aula di udienza e ad assicurare alla giustizia il suo inseparabile corpo del reato? Se non lo fa, è prevenuto. Ed infatti non lo ha fatto. Quindi il Tribunale di Milano era prevenuto. Trascurando peraltro il rischio che il naso del burattino si allungasse all’improvviso ad ogni bugia di Previti. Quel pupazzo poteva diventare un’arma impropria, un oggetto offensivo, una specie di spillone acuminato per riti woo-doo, con grave nocumento per la salute e la fortuna del deputato-imputato. Secondo me, erano anni che in Cassazione non si divertivano tanto….
Trimonato da BaroneAgamennone | 00:52 | commenti (11) |
grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).