Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!




 

domenica, novembre 28, 2004

 

 

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti

 

Tempo fa, il sabato, andavamo a mangiare a pranzo dai miei. La sacra famiglia si riuniva, ogni fine settimana, per tentare una specie di resoconto di fine settimana. Com’era andata? Come stavamo? Siamo ancora vivi? Siamo felici? Che abbiamo fatto? Che avete pensato in questi giorni? Insomma, era come raccontare il riassunto delle puntate precedenti della fiction della nostra vita. Poi, questa “sana” abitudine si è persa miseramente, per via delle manìe di mia madre che ha sempre adorato (stavo per scrivere “venerato”!) la propria casa come un museo, no, anzi, come un tempio! I bambini erano piccoli e irrequieti e la paura che potessero rompere qualche suo preziosissimo vaso del cappero, l’atterriva. Così, di comune intesa, per non vederla morire d’infarto, abbiamo preferito tenere le nostre tre pesti lontano dalla frangibile casa di vetro della nonna. In pratica, per mia madre, era diventato più importante salvaguardare l’incolumità dell’inutile patrimonio mobiliare, piuttosto che rivedere i suoi nipotini, una volta la settimana…Che tristezza, giungere a questa conclusione…

 

Ogni pranzo, a casa dei miei, è sempre stato un’occasione solenne. Sembrava di essere ad un matrimonio. O alla cena di natale, anche se eravamo in un normalissimo 15 ottobre o 21 marzo. Mia madre, poi, sa cucinare molto bene, ma in maniera troppo elaborata. A me, invece, piacciono dei piatti casalinghi semplici, non amo la cucina troppo raffinata…

 

Si iniziava con un antipasto leggero, che assomigliava più ad un aperitivo, si proseguiva con un altro antipasto più sostanzioso e si passava al primo dei primi. A volte, si arrivava a tre primi! Io, al secondo antipasto, ero già sazio e chiedevo il caffè…

 

A metà pranzo, in genere, mia madre decideva che era scaduto il tempo della serenità e che era giunta l’ora che lei ci intrattenesse tutti amabilmente (od odiosamente, a seconda dei punti di vista) con le sue domande del cappero.

 

Allora, come va? Che mi raccontate di bello? Che si dice in giro?”, iniziava sempre così, con una serie di domande come queste, buttate lì sul centro-tavola, tra l’acqua, il vino e il cestino del pane e poi aspettava che qualcuno dei pesciolini abboccasse all’amo. Il tono era interrogativo, ma sognante. Da trappola per foche monache.

 

Io, in genere, quando mi sono accorto che erano domande buttate nel nulla, se proprio dovevo rispondere, tagliavo corto con un semplice: “Ma’, ma non la vedi la cazzo della televisione?”.

 

Ehi, che cos’è è questo linguaggio con tua madre?”, interveniva subito l’arbitro (alias papà).

 

Io, in questi casi, non salivo sul ring, non avevo proprio nessuna voglia di subire l’ennesimo scontro familiare, mi difendevo debolmente, dicendo che tanto lei non sentiva (è sorda come una campana). E infatti…

 

No, lo sai che i giornali non li compro, ma vedo sempre i telegiornali…ogni giorno una disgraziama dove andremo a finire?” (e tutti notavano - con sollievo - che il mio provocatorio “cazzo”, intanto, si era perso per strada).

 

Mio fratello, dal canto suo, in quei momenti, o era alle prese con il taglio di una fettina di carne oppure con la lisca di un pesce da pulire a dir poco bastardo e, quindi, si limitava a sorridere. Come se stesse dirigendo la riunione di una giunta municipale. Poi, per deviare il discorso, tentava di passare – senza esito alcuno - la palla e la parola ai banchi dell’opposizione: le nostre mogli (che, intanto, avevano colto il senso profondo della conversazione e, infatti, stavano già intrattenendo un’amabile chiacchierata sull’ultimo modello di abbigliamento femminile indossato da qualche presentatrice televisiva del cazzo).

 

A questo punto, mio padre sentenziava che era arrivata l’ora di passare alla frutta, senza rinunciare al suo sorriso pacificatore, con il quale sperava di placare gli animi. In effetti, alla frutta, ci stavamo già arrivando…

 

Gloria in excelsis Deo

 

La conversazione, che stava già prendendo una pessima piega, per fortuna, cadeva dopo un po’ (mentre mia madre si alzava dalla tavola). A questo punto, quando mio padre vedeva mia madre tornare con un piatto tra le mani con ogni ben di Dio, iniziava a parlare della fame (ma non quella del mondo!) quella che aveva dovuto subire lui durante la seconda guerra mondiale, mentre era prigioniero in Grecia, sull’Isola di Malta o di Creta o su tutte e due (non ricordo bene, perché, a questo punto, io andavo in stand by).

 

Il panico era leggibile sui nostri volti. Eravamo tutti terrorizzati all’idea di risentire - per la due milionesima volta - il racconto sulla sua prigionia durante la grande guerra, che ormai conoscevamo a menadito, anche nei suoi profondi risvolti psicologici. Sapevamo il nome di ogni suo compagno di cella. Quelli che erano stati fucilati. Quelli che erano riusciti a fuggire. I posti dov’era stato. Come si chiamavano i due carcerieri nazisti (uno era sicuramente un “Franz”, l’altro nome non me lo ricordo) che gli portavano da mangiare quella sbobba schifosa. Sapevamo come si chiamavano le loro mogli, quanti figli avevano o aspettavano, sapevamo anche il formato delle foto che custodivano gelosamente nei loro portafogli, persino il colore delle sbarre di quella cella buia, ed anche quello che avevano scritto gli altri prigionieri, prima di loro, su quelle pareti umide e sporche…

 

A quel punto, iniziava la grande fuga generale. Come quando i topi scappano dalla nave che affonda. Mio fratello accendeva la televisione con un: “Mah, vediamo un po’ qui che dicono … “. Io mi inventavo la necessità di una “controllatina” ai bambini. Con un: “Mah, vediamo un po’ le tre pesti che stanno combinando…”.

 

Mia madre (che è sempre sorda) fingeva di seguire attentamente i discorsi del caro marito sui bombardamenti, sul decreto Badoglio e sulla ritirata dell’esercito italiano nelle campagne elleniche, ma si vedeva benissimo che non gliene poteva fregare di meno e che si stava certamente interrogando su argomenti molto più bellici (se lavare o meno le tende del salotto, ad esempio).

 

Dai banchi dell’opposizione, giungevano acuti guaiti o sommessi lamenti, ma ovviamente, nessuno osava interrompere il racconto di mio padre (giunto, ormai, nella fase più struggente: quando, fuggiti in una notte con la neve, mangiavano l’erba nei campi come le mucche). Figurarsi! Se provavi a fermarlo, non ti rivolgeva più la parola per un mese e attaccava la solita manfrina sul: “VOI siete nati in un’epoca ricca e felice! VOI avete tutto quello che volete dalla vita! Che ne potete capire, VOI, della guerra? L’avete fatta VOI la guerra?”. Quando diceva “VOI”, ovviamente, ce l’aveva con me, che, ingenuamente, ogni tanto, mi lasciavo andare ad uno timido sbuffo d’aria con la bocca… Che lui avrà avuto pure ragione, ma io - giuro! - la guerra l’avrei fatta davvero solo per potergli dire: “Sì, papà, l’ho fatta la guerra e allora?! Di quale epoca ricca e felice parli? Questa?! E dove sta la felicità?”.

 

Così, mio padre continuava il suo racconto sulla sua grande, dolorosa e triste guerra, mentre mia madre si addormentava sul tavolo della cucina e, a quel punto, la messa era praticamente finita e noi potevamo andare in pace a riprendere ognuno la sua guerra personale alla ricerca della felicità.

 

Aaaahmen!

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:39 | commenti (46)

martedì, novembre 23, 2004

 

Insomma, sei tornata, T.

 

Ieri, mi chiedevo perché sei tornata. Mi chiedevo perché proprio ora, perché proprio adesso?

 

Sei ricomparsa come una che è tornata da un lungo, difficile e faticoso viaggio nel dolore, nella sofferenza, quelle cose che sono molto vicino alla morte. Ed ora sembra che tu voglia tornare a sorridere. Vuoi tornare alla vita e all’amore.

 

Mi hai sempre abituato alle tue lunghe assenze. Ai tuoi misteri, al tuo modo strano e indecifrabile di essere e di scomparire nel nulla.

 

Eppure sembra ieri che ci siamo detti “buona fortuna”, vero, T.?

 

Da quando sei partita, quante cose sono accadute? Io non ti trovo molto diversa. Sei sempre tu. Ieri, invece, tu mi hai detto che mi hai trovato cambiato, diverso, doppio.

 

Forse mi ero un po’ perso…oppure non mi sono mai trovato…

Ci stavo pensando anch’io: basta guardarmi, conoscermi un po’ più a fondo, per accorgersi che sto vivendo la mia vita a metà, e sto cercando - con apparente successo - di farmela bastare.

Sembrava tutto definitivamente chiuso, finito. Ma poi ci è bastato poco per capire e percepire il potere che certe persone esercitano su di noi.

 

Ora ti vedo andare in giro in questo blog, in mezzo a questi racconti…leggere quello che è successo nel frattempo…cercare di capire e scoprire chi ero e chi sono diventato… mi disegni i tuoi giorni, mi fai vedere il tuo gatto “Barone”…le tue calze colorate… come i tuoi pensieri… e poi cammini cammini in mezzo a queste parole che per te sono campi, montagne e scogli da sdraiarsi e pigliare il sole…

 

Tra un po’ chiuderò questa pagina, le luci si spegneranno, e, quando non sarò qui, spero che tu legga che sono contento che tu sia tornata…

 

Mi vuoi ancora bene e io ti adoro, T., quando porti le mani alla bocca, mentre ti faccio ridere.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 02:14 | commenti (44)

sabato, novembre 20, 2004

 

Ma che cazzo ha questa mia città?! Sembra seduta sempre su una bomba inesplosa. Ogni tanto, gliene scoppia una sotto il culo…così dà modo alla cronaca di tornare ad occuparsene solo per i suoi morti ammazzati…

 

Ieri notte, proprio mentre scrivevo i miei deliranti deliri, si è tornato ad urlare…così è tornato l’incubo di Viale Giotto…e di una città maledetta che non trova mai pace…avvolta dalle sirene delle ambulanze ed immersa in questi fumi di morte e di macerie, mi sembra di vivere a Bagdad…

Trimonato da BaroneAgamennone | 14:08 | commenti (27)

 

 

 

Mi chiedo di me in questa notte di novembre.

 

Dopo una settimana di traffico e pene e sudore.

 

Dopo questa giornata fatta di questo ripetersi di eventi, di frasi e pensieri.

 

Dopo questa serata.

 

Mi vorrei incontrare.

 

Ora mi fisso un appuntamento.

 

Vediamoci lì, sotto i portici. Alle dieci e dieci del dieci maggio.

 

Mi aspetto lì.

 

E dal momento che ci sono aspetto anche te.

 

Tanto si dice, si dice, e poi non si fa mai.

 

Tanto arriva Natale. E tutto peggiora. Io specialmente.

 

La vita è identica a se stessa. E’ fatta di piombo e di rame e si fonde con le fermate dell’autobus, con le cene e con le microgonne delle donne che ti passano di lato, per strada, ed io guardo le loro gambe che sgambettano negli stivali alti.

 

E così mi viene voglia di cantare e di muovere la testa ed il piede… di ticchettare il dito sullo sterzo come fosse un tamburello…canta, canta, canta che ti passa…

 

E scaccia via la malinconia con un colpo sordo e secco come un rutto.

 

Smacckete, e si ride…

 

Mi chiedo, in questa notte di novembre, cosa sono tutti questi pensieri appesi alle pareti? Come vitellini bianchi e rossi, scannati, con la bocca aperta che cola sangue, appesi, a testa in giù, ai ganci di ferro a forma di esse in una macelleria.

 

Quanti ne rimarranno tra cento anni? E questi libri, questi ciddì, queste penne, questo cellulare, queste sigarette, sparsi su questo tavolo, questo monitor che si illumina e lampeggia? Che fine faranno? Che sarà di me?

 

E dove sono andati a nascondersi tutti gli amori di quando ero piccolo? Che fine hanno fatto? Che fine hanno fatto i miei pensieri di quando non ero così come adesso?

 

E chi mi dice che davvero la vita esiste o che invece non siamo solo burattini ridicoli che si muovono senza neanche tutti i fili attaccati per benino?

 

Notte di novembre che si apre verso un dicembre sconosciuto, come una boccaccia, come un gioco che s’apre alla caccia.

 

Rieccomi a me stesso.

 

Fermo con centocinquantadue pensieri in testa tutti in fila per due.

 

Eccomi a fare i conti, come spesso faccio, con i miei pensieri strani e con la mia stanchezza.

 

Sto qui seduto a scrivere e a pigliare fiato. Qui in questa città che crede di esser viva e vegeta. Mentre io muoio ogni giorno di un giorno.

 

Penso che avrei voluto essere come mastro Geppetto, con il suo burattino di legno (che poi sarei io). Artefice e carnefice, nello stesso tempo.

 

Forse avrei voluto essere il pilota di un aeroplano che vira tra il cielo e la terra e fa certi disegni nell’aria che se uno c’avesse un pastello grandissimo potrebbe ricalcarli e verrebbero fuori dei disegni bellissimi che farebbero paura ai bambini.

 

Avrei voluto studiare da dottore e guarirmi da solo i buchi che fa la paura. Con lo stucco e il cemento tapparli tutti sapendo da solo e da sempre che i buchi tanto non si tappano con il cuore.

 

Forse volevo scrivere Il barone rampante, perché sarei rimasto anche dopo duecentocinquant’anni. O forse tra duecentocinquant’anni i libri si bruciano. E non servono più…

 

Forse, forse, forse.

 

Forse questa notte di novembre l’hanno fatta per farmi incazzare.

 

Ma chi? Chi se l’è inventata?

 

Vorrei saper scrivere poesie. Prendere sempre il treno giusto. Dire le cose giuste, al momento giusto.

 

Vorrei piegare le lettere che ho scritto e farne una capanna.

 

Mi guardo le mani che spezzano il pane.

 

Mi viene da ridere.

 

Mangio il pane. Pane e salame.

 

Era nel frigo da due settimane.

 

Non mi sono chiesto se il salame va a male e così lo mangio.

 

Mangio e rido.

 

E sto bene: “Bene come uno che si sogna” diceva Gaber.

 

Mangio e rido.

 

E io mangio il mio pane e salame. Ed è il meglio che si possa fare.

 

Poi sul tovagliolo scrivo una frase. Una specie di bugia con tutte le parole che riesco a ricordarmi.

 

Mi piace scrivere.

 

Quello l’ho sempre fatto.

 

Tante altre cose non so se riuscirò a farle.

 

Ma forse faccio in tempo a fare tutto.

 

Ci sfugge sempre questo piccolo particolare, a tutti noi.

 

Possiamo essere quasi sempre in tempo ancora per tutto.

 

Così picchio questi tasti mentre fuori soffia il vento di questa notte di novembre e fa freddo. E io sono qui. E tu sei lontana, lontana, lontana. Così lontana dalla mia vita che mi viene in mente la solita poesia che non ho mai scritto… e che non scriverò mai…

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 04:15 | commenti (11)

mercoledì, novembre 17, 2004

 

MANIFESTO PER I DIRITTI DEI FUMATORI

Toglietemi tutto, ma non la paglia dopo il caffè! E nemmeno quella dopo aver fatto l’amore…

 

Dove lavoro io, rompono terribilmente le palle con questa storia del fumo e con quelle stupide leggi tardo-proibizionistiche scritte da quell’altro cazzone di Sirchia! Ormai siamo degli emarginati. Ci hanno messi al bando! Ci sono cartelli dappertutto! In ascensore, nei corridoi, negli uffici. Ovunque, leggi:

 

VIETATO FUMARE!

 

Da un po’ di tempo a questa parte, io mi sento come un lillipuziano che lavora come una formica in un pacchetto di sigarette, circondato da quelle orribili ed inquietanti scritte nere...che sembrano manifesti funebri!

 

IL FUMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE!

 

IL FUMO DANNEGGIA GRAVEMENTE TE E CHI TI STA INTORNO!

 

IL TUO MEDICO O IL TUO FARMACISTA POSSONO AIUTARTI A SMETTERE DI FUMARE!

 

Mi gratto gravemente!

 

Siamo trattati come dei malati. Dei poveri dipendenti (che poi, tranne notai e pittori, chi non è dipendente?). Siamo tutti vittime delle nostre debolezze. Io amo fumare e non voglio uscirne…Chisenefrega!

 

Da quando sono uscite le scritte sui pacchetti, si raccontano anche divertenti storielle dai tabaccai, quando vai a comprare le sigarette. Come a quel tipo che gli hanno rifilato un pacchetto con su scritto: “IL FUMO RENDE IMPOTENTI!” E quello: “No, scusa me lo cambi? Magari, me ne dai uno che mi fa venire solo il cancro, grazie…”.

 

E, poi, la mia tabaccaia mi piace. E’ simpatica. Mi sorride sempre allusivamente. Non mi dà, per niente, l’impressione di una che nasconde la falce sotto il bancone… insomma, non penso che mi voglia far morire… fuma anche lei…forse, mi vuole fottere, sì, ma in un altro senso…

 

Stamattina, insieme ai miei cari colleghi, al caffè, sfumacchiando, stavamo parlando male proprio di quei coglioni che, da noi, hanno smesso di fumare da quando è uscito l’ordine di servizio che vieta di fumare sui luoghi di lavoro.

 

E, quindi, ora, dove lavoro io, per sopravvivere, noi fumatori, noi del braccio B, quello della morte, siamo costretti ad alzarci come zombies, uscire dai nostri uffici,  lasciare quello che stiamo facendo, e rispondere all’irresistibile richiamo del fumo, pur di soddisfare questo nostro perverso ed immortale vizio. Ma il fumo è anche un modo di socializzare, di stare assieme, di scambiare due chiacchiere, visto che non si fa altro che parlare di lavoro e di cose pallose e serie…

 

Massì, ti distrai un po’, ti fai un giretto, ti fai due passi che non fa mai male. E ci si vede tutti nei cessi per fumare una siga. L’unico posto non ancora messo sotto divieto. Si fanno divertenti discussioni. Si spettegola sui kapi. Ci si chiede come sta andando la giornata… ci si sfoga, si commentano i rompimenti di palle, il clima e i vestiti del giorno… si fanno battute da caserma, mentre si guardano i culi e le tette delle colleghe…insomma, è come stare al bar sport!

 

Così, ormai, non ci resta che fumare nei cessi. Io, a dire il vero, sono anche più contento, perché, prima, fumavo seduto (mentre lavoravo). Ora, invece, ogni volta che devo fumare, sono costretto ad alzarmi e a sparire, per almeno un quarto d’ora, sotto l’occhio sempre vigile, velenoso ed attento di Baffona. Che si vede lontano un miglio che le rode il fegato, ma alla pancia non si comanda.. è forse vietato andare al cesso? E se ho la diarrea? Se non sei convinta, fai un’interpellanza parlamentare al ministro della sanità, stronza!

 

Ci si dà appuntamento (tutti noi fumatori) al piano terra. Nei corridoi, vicino ai cessi. Si fuma meno, ma si lavora anche meno e la salute ci guadagna! Urrà! Speriamo che ora non intervenga anche Maroni a rompere i maroni, sulla sensibile diminuzione della produttività nei luoghi di lavoro!

 

Insomma, io sono contento, se non fosse per il fatto che, finora, sono stato l’unico fesso, su oltre 350 dipendenti, ad aver ricevuto una lettera di biasimo dal Super Mega Gran Kapo Direttore Galattico, che sembrava che mi volesse dire che io sarei il solo, in azienda, colto in flagrante, a fumare, nonostante i divieti e le leggi vigenti!

 

Dico, brutto stronzo, ma tu ce l’hai proprio con me?!

 

Vabbù, mò te lo dico in slavo: “Mamm’t è zoccol’! Fammok a te, e a quanti ne tieni!”.

 

Lo so, lo so, le parolacce non si dicono, così, ora, mi metto dietro alla lavagna, mi batto tre volte il petto, mi dolgo e scrivo dieci paginette di sentito pentimento…

 

le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono le parolacce non si dicono

 

Ora, però, scusatemi, ma ho voglia di fumarmi una sigaretta…

 

 

 

 

 



Trimonato da BaroneAgamennone | 22:53 | commenti (28)

sabato, novembre 13, 2004

Io ho conosciuto la droga, intesa nel senso di eroina, a scuola. Un mio compagno di classe si faceva. Aveva la passione per la chitarra elettrica e per Jimi Hendrix. Lui conosceva tutti i testi delle sue canzoni a memoria. La sua stanzetta era piena dei poster con l’immagine di Jimi. Jimi che suona in un concerto. Jimi che suona come un pazzo invasato a Woodstock. Jimi che sorride con il cappellaccio in testa. Jimi, il meticcio, che non aveva mai pace. Jimi che si fa di eroina e cerca di dimenticare il mondo. Jimi che ama la musica rock (quella dura che entra dallo stomaco ed esce dalla testa) e pizzica le corde della sua chitarra con i denti. Jimi che muore di overdose come Janis Joplin e come Jim Morrison. Mi piaceva quella voce strana che urlava le sue passioni, la sua ribellione e la sua rabbia. Quella musica che smuoveva la mia finta tranquillità interiore come un terremoto. Fu così che scoprii di essere un inquieto. Uno che non si dà mai pace. Che non sa mai quello che vuole. O, come dice mia madre, sono uno che non è mai contento…

 

Mi piaceva anche Claudio perché non riuscivo a capirlo. Non riuscivo ad afferrare il suo senso. Forse io non lo avevo ancora un senso. Lui sì. Per questo mi piaceva Claudio. Così siamo diventati amici. Mentre, tutti, a scuola, lo vedevano come un appestato. E si stupivano delle mie frequentazioni. Il marchio di “drogato”, Claudio lo portava in fronte come un’etichetta di cui andava fiero. Non voleva sentirsi uguale a nessuno. Proprio come Jimi.

 

Andavo a casa sua e studiavo con lui. A mia madre non dicevo niente. Non avrebbe capito. Sua madre, invece, era contenta e ci preparava le frittelle. Sua madre mi voleva bene. Anche Claudio mi voleva bene. Ed io volevo bene a tutti. Anche a Jimi. Che non conoscevo e scoprii grazie al mio compagno di classe con i capelli lunghi e sporchi. Ma poi, dopo una mezz’oretta sui libri, si finiva sempre nel salotto a suonare. Io suonavo il piano (male), mentre lui la chitarra  la sapeva suonare davvero bene. E poi pianoforte e chitarra elettrica non erano proprio cosa… Rinunciammo a fare una band.

 

La musica di Jimi era tutto per Claudio. Aveva tutti i suoi dischi. Leggeva tutti i libri e le riviste che parlavano di Jimi Hendrix. Della scuola se ne sbatteva. Quella volta, quando andammo a trovarlo a casa sua, Dominique ed io, i suoi compagni di classe preferiti, volle dedicarci una canzone. Non ricordo che canzone era. Ma era un bell’arpeggio. Dolce ed emozionante. Avevamo tutti e tre gli occhi lucidi quella sera. Poi Claudio iniziò a far crescere la musica ed il ritmo. La sua mano schitarrò al punto che si tagliò un dito sulle corde ed il suo sangue rosso finì sul vestito  bianco di Dominique. Non sapeva più come scusarsi. Era imbarazzato ed anch’io lo ero. Per lui.

 

Un giorno, mentre eravamo in classe, mi disse: “Ora vado a farmi una pera nel bagno, mi sono rotto”. E io (ingenuo e coglione): “Ora, no, Claudio abbiamo la lezione di geografia!”. E lui (stronzo e coglione): “Appunto!”. Si fece davvero quella volta. Entrò in classe sbattendo la porta. La prof si incazzò e lui la stava menando. Lo portammo fuori dalla classe di forza, mentre si era già tolto la maglia, non ricordo  perché, ma era rimasto in canottiera… aveva le braccia magre e io guardavo le ossa delle sue spalle. Mentre, sudato, con gli occhi stravolti, la bava della saliva che gli scendeva ai bordi delle labbra, mi diceva che non ce la faceva più. Non ce la faceva più a fare cosa? “Vuoi morire come Jimi, Claudio?”. Questo gli chiesi, quella volta, mentre lo riaccompagnavo a casa. Io, dentro di me (ingenuo e coglione), mi chiedevo perché morire? Perché rifiutava la vita? Mi chiedevo quanto sarebbe durata per Claudio. Quanta vita gli rimaneva? E quanto tempo restava alla nostra amicizia? Lo cacciarono dalla scuola.

 

Continuammo a frequentarci. Ma litigammo di nuovo, in un box. Eravamo ad una festa. E lui voleva che gli mantenessi il cucchiaio per scaldare il vino che si voleva sparare nelle vene. Io, come Gesù Cristo, lo bevvi quel vino che si voleva iniettare con quella maledetta siringa. Così. D’impulso. Buttai giù tutto in un sorso. Come se quel gesto potesse cancellare la sua voglia di stordirsi, di dimenticare, ed anche la sua debolezza. Lui si incazzò e così non ci parlammo più.

 

Ci perdemmo di vista in quella domanda: “Vuoi morire come Jimi, Claudio?”.

 

Ieri sera, in piazzetta, ho incontrato un mio vecchio compagno della scuola e così ci siamo messi a parlare dei vecchi tempi. Mi ha detto che ha rivisto Claudio. E che lui ha chiesto di me. Mi ha fatto piacere. Non che abbia chiesto di me. Ma che sia ancora vivo.

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:20 | commenti (33)

giovedì, novembre 11, 2004

Bibip, bibip.

 

SMS

 

Angelo: IERI SERA SONO USCITO CON ALESSANDRA, PERCHE’ ALESSIA ERA A CASA CON L’INFLUENZA. SIAMO ANDATI A MANGIARE LA PIZZA. CI SIAMO BACIATI ANCORA. CON PALPATINA. MA DA LEI PROPRIO NON MI ASPETTAVO UNA COSA SIMILE…

 

Rispondo: Che è successo?

 

Angelo: IO ERO AL BAGNO E LEI HA PRESO IL MIO CELL HA TROVATO IL NUMERO DI ALESSIA E CON IL SUO CELL  LE HA MANDATO UN SMS DICENDOLE CHE STAVA CON ME CHE MI STAVA RIPRENDENDO, CHE NON CI SIAMO MAI LASCIATI, CHE LEI (ALESSIA) PER ME è SOLO UN PASSATEMPO, E CHE IO AMO SOLO LEI (ALESSANDRA)…INSOMMA UN CUMULO DI STRONZATE…

 

Rispondo: Madò e tu come l’hai scoperto? Te lo ha detto Alessandra o Alessia?

 

Angelo: ALESSIA OGGI MI HA MANDATO UN SMS DICENDOMI STO FATTO E POI SAI COME HA CONCLUSO?

 

Rispondo: Ti ha lasciato?

 

Angelo: MACCHÈ?! HA DETTO CHE LEI MICA CI CREDE ALLE FESSERIE CHE LE HA SCRITTO ALESSANDRA! LEI MICA E’ COSI’ SCEMA CHE CI CASCA!

 

Rispondo: E tu che le hai detto?

 

Angelo: IO?  NIENTE! CHE LE DOVEVO DIRE?

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:36 | commenti (22)

sabato, novembre 06, 2004

 

Serata di merda, come tante, del resto… Il brusio e la musica del “Duncan”, il nostro caro pub di provincia, in stile finto irlandese, si amplificano nelle mie orecchie. Sto ascoltando quello che Angelo mi sta confidando.

 

Siamo seduti ad un tavolo piccolo, quadrato e stretto. Fumiamo e parliamo, con le spalle poggiate al muro. Ogni tanto, guardiamo gruppetti di persone vocianti che passano, spingono e vanno via, alla ricerca di chissà cosa…

 

Ogni tanto, passa anche Sabri (sostituta titolare, general manager, come cappero si chiama una che riesce a trovarti sempre un tavolo libero, anche quando è tutto pieno e sono tutti prenotati?). Sabri è tanto carina e simpatica e poi mi vuole bene. L’anno scorso, era la notte di halloween, uscì di corsa dal Duncan, proprio davanti all’ingresso, mi mise in mano una cravatta nera con una lucina che si accendeva e che faceva pure la musichetta. Mi guardò con i suoi occhi azzurri (ma di un azzurro chiaro e strano) e mi disse che era “Un regalo per me”. Io restai come un coglione  con quella cravatta in mano e mi misi a guardare la lucetta e a sentire la musichetta, mentre i miei amici mi sgomitavano nel fianco e ridevano. Ricordo che riuscii a dire solo: “Grazie, Sabri, ma perché…?” E lei scomparve, scappando via, rientrando nel locale.

 

Sabri aveva i capelli lunghi allora. Ora ce li ha corti. E, questa sera, si ferma al nostro tavolo. Ci dice che le è morto il cane e che ha preso un cucciolo nel canile municipale. Poi, si rattrista, ha lo sguardo perso nel vuoto, ma ci sorride, the show must go on, vero Sabri? Si riprende e ci chiede se abbiamo già ordinato.

 

Questa sera, Sabri ha una maglietta nera aderente ed un pantalone attillato, a vita bassa, che mette in risalto la sua aquila tatuata, stampata proprio all’inizio del culo. Ma sarà un’aquila o è un capitello? In tanti anni, non sono mai riuscito a capire, perché, come dice Nicola: “Sabrina, ha sempre il più bel culo d’Europa!”. E, quindi, chi lo saprà mai se è un’aquila o un capitello?

 

Oggi, ho visto Baffona con i jeans stretti e non era proprio la stessa cosa…da dietro, non era una donna, sembrava più una specie di Maggiolone-wolkswagen, schiacciata sul cofano posteriore dopo un tamponamento a catena…stavo per chiamare il perito per i rilievi fotografici, quando mi chiama Angelo e mi dice che stasera ci dobbiamo vedere, perchè mi deve parlare…

 

Ma perché Angelo continua a parlare? Perché uno, certe volte, sente il bisogno di dire che sta per piantare la ragazza prima all’amico che all’interessata? Io non vorrei sentirlo, in questa serata così di merda… Vorrei piuttosto scoprire se, quella di Sabrina è un’aquila o un capitello…

 

E ora che faccio? Tento di persuaderlo che è solo un momento di crisi? Gli dico di parlare con lei, senza rompere? O gli dico di lasciarla, così la facciamo finita e parliamo d’altro? Tanto la decisione l’ha già presa, mi pare. O no?

 

No? Come no?! Ah, non state assieme? E allora che cazzo rompi a fare le palle a me? Io sto qui e ascolto la sua versione dei fatti. Ma inizio a non capire. Sono già ubriaco? Strano, sono solo alla prima birra. Per essere sicuro ne ordino un’altra. Mannò, non sono ubriaco. Forse è lui che è strano?

 

Ci sono!

 

Vuole mano libera con Alessia, per inciuciare con la sua ex, Alessandra. Rido. Rido proprio mentre lui mi guarda strano e mi dice: “Che cazzo ti ridi?”.

 

Okay, devo ammettere che il “cacciunello” (così la chiama lui) non rispecchia il tuo ideale di donna: troppo accondiscendente, troppo passiva, troppo, troppo, troppo di tutto.. E allora? Okay, devo ammetterlo, sono rimasto senza argomenti. Però Alessia è una brava ragazza, buona, simpatica, squisita, divertente, ma una vaga idea di che tipo è ce la devi avere pure tu, no?

 

Vuoi un consiglio? Adesso gli dico di lasciarla. No, meglio di no. Mmh…mhm… Aiuto! Che razza di amico sono, se non so neanche dare un consiglio?

 

Indugio un secondo di troppo nel dubbio, ed ecco che Alessia entra nel locale in compagnia di Virginia, una sua amica.

 

Angelo sbuffa. “Vedi? Mi sta sempre addosso!”. Angelo, tu mi sembra che ti fai troppe paranoie. Non può nemmeno uscire il venerdì sera e venire qui, adesso?

 

La povera Alessia si avvicina per salutare. Io sfodero uno dei miei migliori sorrisi, così naturale che sembra quasi di sentire la sirena d’allarme: Tra non molto donna in mare, tra pochissimo donna in mare!

 

Alessia: “Ciao, che fate?”. Angelo: “Che non si vede? Stiamo prendendo una birra, per stare un po’ in pace, per i fatti nostri..”. Un freddo intenso mi aggredisce ai polpacci e da lì inizia a salire a velocità sostenuta, finchè in pochi secondi mi convinco che non posso più muovere un solo muscolo. Forse un incantesimo mi ha trasformato in pietra, condannandomi ad assistere a questa scena pietosa.

 

Pietosa per me ed umiliante per Alessia. Che rimane in silenzio giusto il tempo per farmi completare il congelamento, abbozza un sorriso, saluta e raggiunge Virginia al bancone.

 

Non so che dire ad Angelo. Penso che si senta già stronzo per conto suo, senza bisogno che mi ci metta anch’io a rincarare la dose.

 

“Non la sopporto, quando fa così”. Non si sente stronzo nemmeno un po’. Così come? Mi sono perso qualcosa? “Scusa, Angelo, ma non ha fatto niente. E’ passata solo a salutarci”.

 

“Pensava che avrei detto perché non ti siedi con noi? Fa così perché ci sei tu. Fa tutti questi giochetti per restarmi addosso come una cozza”. Voce alla Clint Eastwood, con occhio con serranda semi-abbassata per il fumo che sale, brucia il pensiero ed irrita la pupilla.

 

Io penso che le condizioni del paziente sono in costante peggioramento.

 

Obiettività: nessuna traccia.

Lucidità: nessuna traccia.

Amore: nessuna traccia.

Affetto: concentrazione sanguigna insufficiente.

 

Lo stiamo perdendo, dottore! Che si fa? Defibrillatori. Tum…tum… Battito cardiaco debole. Tum…tum… Riproviamo. Aumentiamo il voltaggio. SBAM! Non ci lasciare, cazzo!

 

Dottore, è inutile, se ne sta andando…

 

Niente da fare. Linea piatta sul monitor.

 

E’ arrivata anche Alessandra. O cazzo!

 

Dottore, l’abbiamo perso.

 

Sabri, ma quella che vedo svolazzare, ora, è un’aquila o un angelo? Non mi sembra proprio un capitello…

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 03:40 | commenti (43)

giovedì, novembre 04, 2004

 

Se potete sentire questa canzone di Bruce Springsteen ("Racing in the street") è solo grazie ai potenti mezzi della regia di 319!

Grazie, Anna!

Barone

P.S.: ma mica devo darti pure una cosa di soldi?

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:38 | commenti (10)

martedì, novembre 02, 2004

Su invito del sempre attivissimo Alp, il poeta Stepa ha scritto un bellissimo post che invita a partecipare ad un’iniziativa promossa da alcuni bloggers in aiuto delle vittime di ogni guerra e di tutte le guerre che colpiscono gli innocenti. Chi vuole può leggerlo su questo blog

www.bloggerscontroguerra.splinder.com.

Ognuno di noi può contribuire ad alleviare le pene delle vittime degli orrori delle guerre. Ci sono tanti modi per farlo. Molti bloggers di Splinder hanno scelto di aiutare, mediante una raccolta di fondi, Emergency che è un’organizzazione non governativa, nonché una Onlus (organizzazione non lucrativa di utilità sociale).

Emergency ha tra i suoi principali obiettivi: quello di portare assistenza medico-chirurgica alle vittime dei conflitti armati; dare attuazione ai diritti umani per chi soffre le conseguenze sociali di guerre, come la fame, la povertà, l’emarginazione; ed infine quello di promuovere una cultura di pace e solidarietà.

I bloggers che hanno inteso aderire a questa iniziativa sono coordinati da uno staff composto da: Alp, Pattinando, Ella e La Sirenetta (www.staffdonazioni.splinder.com).

Maggiori informazioni su questa iniziativa e sulla raccolta dei fondi in favore di Emergency, le potrete trovare su questi blog:

www.bloggerscontroguerra.splinder.com

www.bloggerscontroguerradona.splinder.com

INFORMAZIONI PER CHI INTENDE EFFETTUARE IL PROPRIO VERSAMENTO PER EMERGENCY


Nei versamenti ad emergency va indicata come causale http://bloggerscontoguerradona.splinder.com

Le donazioni a sostegno dei centri chirurgici e di riabilitazione di Emergency possono essere fatte tramite:

- carta di credito on-line

- c/c postale intestato a EMERGENCY n° 28426203

- c/c bancario intestato a EMERGENCY n° 713558 CAB 01600 ABI 05387 CIN: V presso Banca Popolare dell’Emilia Romagna

E’ possibile scegliere la formula "bonifico bancario automatico" - assegno bancario intestato ad Emergency (non trasferibile) da inviarsi a Emergency, via Orefici 2 - 20123 Milano.

Ricordatevi sempre di indicare i vostri dati (nome, cognome, indirizzo e numero civico, cap, citta’ provincia): solo così potremo tenervi aggiornati sulle nostre attività e sull’utilizzo dei fondi.

Dopo che è stato effettuato il versamento, inviare una e-mail a Staffdonazioni clicca qui per spedire l'email riportando i seguenti dati::

- user e url del blog;

- cifra e data del versamento;

- modalità del versamento effettuato (c/c, bonifico, on line)

Se volete inserire la gif (che vedete qui sopra) che pubblicizza l’iniziativa, basta che andiate nel pannello di controllo del vostro blog, come se doveste postare, e poi ciccate su “configura”. Entrate nel vostro template e, a seconda di dove volete far comparire la gif, copiate e incollate questo codice:

<A

target=_blank

HREF="http://bloggerscontroguerradona.splinder.com "><IMG

SRC=" http://patti.altervista.org/immagini/BAT/DonaEmergency.gif "

width="88" height="31"></a><br>

Grazie per l’attenzione e passate parola ai vostri amici bloggers!


Trimonato da BaroneAgamennone | 23:04 | commenti (19)

grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).