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venerdì, dicembre 31, 2004
La fine dell’anno è sempre un momento di bilanci. Ti chiede che hai fatto, che hai concluso, che hai sbagliato, che hai risolto. Io, quest’anno, mi sento un po’ un tentativo fallito.. Per riempire questi miei momenti di tristezza, penso al proverbio “Mal comune mezzo gaudio”. Come se questo potesse consolarmi. Mi chiedo se anche agli altri, alla maggior parte della gente, anche a loro succede di avere momenti di luce e momenti di buio. Credo di sì, non penso esista qualcuno che possa dire di essere felice o soddisfatto 365 giorni all’anno. E così, mi è venuto in mente uno splendido racconto di Papini: “L’orologio fermo sulle sette”. Anche se raccontare una storia scritta così meravigliosamente bene significa rovinarla, provo a riassumerla. La storia di Papini è il monologo di un personaggio che scrive nella solitudine della sua stanza. Su una delle pareti di questa era appeso un bell’orologio antico che non funzionava più. Le lancette ferme indicavano imperturbabili la solita ora: le sette in punto. In fondo, quell’orologio fermo era solo un inutile soprammobile su quella parete biancastra e vuota. Eppure vi erano due momenti della giornata, due istanti fugaci, in cui il vecchio orologio pareva risorgere dalle ceneri come l’araba fenice. Quando tutti gli altri orologi della città, i cucù, i campanili con i gong delle loro campane segnavano le sette, il vecchio orologio riprendeva vita. Due volte al giorno, la mattina e la sera, quell’orologio tornava in completa armonia con il resto dell’universo. Se guardassimo quell’orologio soltanto in quei due momenti, diremmo che funziona alla perfezione... Invece, passato quel momento, l’orologio perde il passo, rimanendo fedele a quell’ora. Ecco, io somiglio a quell’orologio di Papini. E, se ci penso, sento di assomigliargli molto. Anche io mi sento bloccato in un tempo. Anche io mi sento inchiodato, immobile. In un certo senso, anch’io sono un adorno inutile su una parete vuota. Quindi, non me ne frega niente se quest’anno che finisce è il 2004 o il 2003 e se quello che viene è il 2005 o il 2008. Ma so che anch’io potrò godere di fugaci istanti in cui, misteriosamente, giunge la mia ora. In quei momenti mi sentirò vivo. Tutto sarà chiaro e il mondo diventerà meraviglioso. Potrò creare, sognare, volare, dire e sentire di più in quei momenti che in tutto il resto del tempo. Quando è successo, in passato, io tentavo di aggrapparmi a quell’istante cercando di farlo durare per sempre. Invece, poi scoprivo che non era così. Ero uno stupido. Non sapevo ancora che questo non è possibile. Come a quell’orologio, anche a me sfuggiva il tempo degli altri..passati quei momenti, gli altri orologi che si annidano dentro altri uomini continuavano a girare, mentre io ritornavo alla mia morte statica, al mio lavoro, alle mie chiacchiere da pub, al mio incedere annoiato che sono solito chiamare “vita”. Ma so che la vita è un’altra cosa. So che la vita vera è la somma di quei momenti che, seppure fugaci, ci consentono di avvertire la sintonia con l’universo. Quasi tutto il mondo, poverino, crede di vivere. Ma esistono soltanto attimi di pienezza, e chi non lo sa e insiste nel voler vivere per sempre, sarà condannato al mondo del grigio, al ripetitivo andare della quotidianità. Forse tutti viviamo soltanto nell’armonia di quei pochi momenti. Aspetterò che l’ora della vita coincida con la mia ora. E quando arriverà me la voglio godere. Magari poi passa...passa anche troppo in fretta..ma almeno me la sono goduta... Perciò ti amo, vecchio orologio. Perché io e te siamo la stessa cosa.
Trimonato da BaroneAgamennone | 17:04 | commenti (19) giovedì, dicembre 30, 2004
Sto continuando a leggere il libro su Pazienza. Mi piace. E’ molto interessante. Non solo perché parla di lui, un giovane ribelle della mia terra, nel quale sto continuando a riconoscermi, ma anche perché racconta lo spaccato di una generazione e di un periodo della storia italiana che conosco e ricordo bene. Fatta di vite confuse e tempestose, un’umanità vibrante e umbratile. Antieroi di una giovinezza controcorrente. Quella che è stata definita “innocenza maledetta”. Poi sto riscoprendo la storia del fumetto. Come si è passati dai vecchi e castigatissimi nudi di Barbarella, Valentina e Satanik. A Kriminal, Diabolik, Tex. A Batman, Superman, l’Uomo Ragno, i Fantastici Quattro, l’incredibile Hulk. Alle nuove riviste di Oreste del Buono ed Umberto Eco come: Linus, Alter Alter, Corto Maltese di Hugo Pratt, Frigidaire. Riviste che poi, con la crisi, chiudevano. Così come moriva l’Uomo Ragno, facendo avverare la profezia degli 883. Meno male che ci stanno provando i film a farli rinascere questi super-eroi. Con i film su Batman. Come con il verde Hulk e Spider-man che non può fidanzarsi. Ma anche Superman è risorto e morto con Christopher Reeve. Poi è arrivata la casa editrice Bonelli (quella di Tex) che ha lanciato nuovi personaggi come Martin Mystère, Dylan Dog, passando per Nathan Never. All’inizio degli anni novanta, però, le edicole sono state invase dai fumetti del Giappone del Sol Levante, giunti in sordina con le avventure televisive di Mazinga, fatti di robot giganti e vicende cupe. Un fatalismo inconcepibile nell’area cristiana, dove regna il libero arbitrio. Fumetti che non appartengono alla cultura mediterranea perché rientrano nella discutibile filosofia dello shintoismo, la dedizione suicida all’autorità, sfociata negli attentati della setta della Suprema Verità. Meno male che mio figlio, in edicola, compra solo “Art Attack”…
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:52 | commenti (9) mercoledì, dicembre 29, 2004
Il diluvio universale di Mariuccia Ciotta
La Terra ha tentato il suicidio. È esplosa poche ore dopo Natale al centro del «paradiso» in una apocalisse liquida che ha spazzato migliaia di persone sulle coste dell'oceano indiano fino a toccare l'Africa. L'asse terrestre si è messo a oscillare e il pianeta in mezzo all'universo ha battuto i rintocchi di una immensa campana. L'onda anomala del Tsunami ha già devastato e ucciso in altre zone ma mai così e mai ha trasmesso cerchi concentrici di paura oltre l'area circoscritta del maremoto. C'è in questa catastrofe il senso di una tragedia globale che fa pensare alle prove di una fine di mondo. Il fenomeno era prevedibile, dicono adesso gli esperti, e si potevano salvare in molti ma in quella «parte di mondo» non arrivano nemmeno i dispacci di pre-allarme come se fosse un posto sulla Luna, frequentato saltuariamente dai turisti della prima classe che hanno fatto notizia più dei tanti senza nome, uomini e bambini presi dall'acqua e «dispersi». Mentre il bollettino si aggiorna e sale oltre l'incredibile, si scopre che il mare non ha distinto tra vip e gente qualunque ma i nostri ministri e cronisti sì perché hanno mobilitato subito la macchina dei rimpatri a senso unico e tappezzato le edicole di locandine sullo scampato pericolo del divo di turno. C'è chi vuole andare in Sri Lanka, invece, non per fare capodanno sulla spiaggia ma per cercare il figlio scomparso. Aiutiamo a tornare a casa gli immigrati di quei paesi e non solo i nostri concittadini bloccati nei resort. Eppure questa volta l'angoscia per gli italiani perduti va oltre i confini nazionali. Accomuna tutti in un solo dolore. La stessa vertigine e un unico colpevole: il grado 9 della scala Richter. Dall'isola di Phuket, set condiviso di fantasie esotiche, è venuto l'orrore che ha sterminato gli abitanti di sette paesi con la potenza di un milione di bombe di Hiroshima. (da “Il Manifesto” del 28/12/2004)
Trimonato da BaroneAgamennone | 14:55 | commenti (11)
Trimonato da BaroneAgamennone | 14:55 | commenti (4) martedì, dicembre 28, 2004
Ho sempre considerato le persone come delle isole. E poiché è assurdo pensare che possiamo bastarci, per non morire di niente abbiamo bisogno degli altri. Ci sono isole in tutti i mari e per tutti i gusti. Su quante isole sbagliate siamo sbarcati finora? E poi, zaino in spalla, siamo ripartiti sempre. Quante altre isole ci aspettano ancora? Quante montagne dovremo ancora scalare? Quante discese dovremo scendere? In quante pianure dovremo fermarci? Quanti fiumi, per rinfrescarci, incontreremo ancora nel nostro cammino? Dobbiamo fermarci? Perché? E’ bello sapere che c’è ancora qualcosa che non sappiamo e che dovremo ancora scoprire.. Poi ci sono le isole dell’amore. Quelle che questa farabutta vita te le porta via, senza che te ne accorgi, senza che tu voglia partire, proprio nel momento in cui ti sembrava di essere arrivato e ti stavi sistemando. Eppure arriva l’onda anomala e sei sommerso dall’acqua, dai detriti e dal fango...di colpo, sei morto...affondato, affogato, insomma, crepi..proprio come alle Maldive..magari stavi in vacanza, al sole...rilassato..spaparanzato con il cocktail colorato in mano..pensavi di essere in Paradiso e invece quel Paradiso si trasforma in un Inferno.. Proprio come nell’amore...Tutta quella bellezza che ti avvolge e che ti riscalda diventa una fiamma che ti brucia..Finisci in un rogo, mentre ti sembra di stare a fare una doccia rinfrescante...Nell’amore si inciampa, si prova e il più delle volte non si riesce, ma meglio aver amato e perso, che andarsene senza aver tentato, se vogliamo dare un senso a questa cazzo di vita. La qualità di un’isola e dell’amore è nella disarmante umiltà delle sue braccia aperte. Nel suo accoglierti per intero senza chiederti niente in cambio. A volte, lei ti chiede anche la vita...e tu non sempre sei disposto a darla.. Oggi, ho notato che ci sono due altissimi pini vicino casa mia che sono cresciuti vicini tra loro fino quasi a toccarsi. Ed ho pensato che quei due pini sono infelici, perché sono innamorati da decenni e non si possono abbracciare.
Trimonato da BaroneAgamennone | 02:09 | commenti (10) domenica, dicembre 26, 2004
UNA TREGUA PER SPERARE Sotto il peso di milioni di rughe interiori che arrivano da lontano, cerco l’intensità di uno sguardo profondo che vada oltre le luci e mi centri l’anima. Nessuna consolante certezza bussa alla porta della mia inquietudine. Vorrei almeno potermi guardare intorno, per scoprire il desiderio di ascoltare, di accorgermi degli altri, di tendere una mano. Bisognerebbe essere anche chi sta insieme a noi: legittimare l’attenzione al sentimento. Oltre i confini del mondo ci sono più orizzonti di quelli che riusciamo a vedere. E mentre un cielo senza macchie si riempie di una luna che fa la primadonna. Accarezzato da un vento che non spettina, alleggerisco il tempo con una tregua: il caos può aspettare.
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:21 | commenti (12) sabato, dicembre 25, 2004
Rientrato a casa, dopo il consueto cenone, tra una fetta di salame, un boccone di pesce spada, due risate tristi ed un buon bicchiere di vino, mi sono convinto che dicembre è solo un mese come un altro, mentre, il suo stupido Natale è solo un giorno come un altro. Insomma, la solita “frittata” che viene portata in tavola. Serate non certo indimenticabili, ma solo un gran vociare tra una forchettata e l’altra che non ti aprono certo le porte del paradiso, quanto piuttosto quelle dell’anima (se quest’ultima esiste ancora e non si è dissolta nello spumantino o nell’uvetta passa del panettone Motta o, peggio, nello zucchero appiccicoso del pandoro Bauli). Per fortuna, a quest’ora, mi sono passati anche lo spavento e l’emozione (eh sì, perché con il Natale e con il Capodanno non si scherza). Ora, ho il cuore aperto e scarico di entusiasmo. Ho capito che, in mezzo a tanta innocenza, la mia anima non è a rischio. I miei diavoletti non ci mettono niente a catturarmi. E io posso essere solo il padre di tutti quei diavoletti. Ma posso anche dominarli, così come posso essere il loro schiavo... Nutro grande affetto per tutti loro, per tutti quei diavoletti che stanno sempre ad agitarmi e a stuzzicarmi. Così come per quella bambina di cui mi hanno raccontato stasera. Quella che in chiesa non ricordava le parole e che avrebbe dovuto recitare la sua parte. Proprio come me. Ma con molto più imbarazzo. La immagino ritornare al suo banco con il musetto tutto puntinato di lentiggini e due occhi talmente dolci e sorridenti da sembrare due lanterne. Un diavoletto biondo che mi ha calamitato il cuore e mi ha aperto le porte del paradiso: mai ricordavo di essere stato così bene. La vedo, profumata, pettinata e vestita a festa, come alle cerimonie importanti, spiarmi ogni espressione del viso con la coda dell’occhio. Lei, probabilmente, non lo sa, ma ha una grande famiglia ricca d’amore. Come una scatola nera di un aereo che precipita e che si conserva immacolata. Che bello sapere che esiste ancora tanta ingenuità e bontà.. Vorrei isolare quest’immagine – che mi hanno descritto stasera- anche da me che inconsciamente riesco a far disperdere la vera magia di questi momenti, soppiantandola con quella volgarissima scatola nera dispensatrice di solitudine, silenzio e illusioni. Vai così, bambina bella, dormi, cresci, vola e conservati così impertinente, sincera e bugiarda come sei stata, stanotte, in quella chiesa, in quella messa...Io ti voglio bene... anche se tu non lo saprai mai. Trimonato da BaroneAgamennone | 03:28 | commenti (9) venerdì, dicembre 24, 2004
C’è una linea sottile che divide un morto da un vivo: io non ho ancora capito da che parte della linea mi trovo.
Trimonato da BaroneAgamennone | 13:47 | commenti (19) giovedì, dicembre 23, 2004
In questi giorni di festa, non ho comprato nemmeno un regalo. Ma non per una forma di anticonformismo, ma proprio perché non ho nessuna voglia di uscire e di buttarmi in quella fiumana di gente isterica e frenetica che sgomita al bancone con i negozianti con i canini tinti di rosso sangue e le facce da avvoltoi che battono cassa e rilasciano scontrini. Sto pensando di fare un regalo a mia madre. Ma non so proprio che regalarle. Forse non le regalerò niente..così, almeno sono coerente. Lei capirà? Mi sento in colpa, come sempre. Per questo motivo, voglio dedicare questa canzone a mia madre e a tutte le donne che si chiamano come lei, a cui ho voluto bene e che amo.
Trimonato da BaroneAgamennone | 18:06 | commenti (17) mercoledì, dicembre 22, 2004 Urrà! Per me, sono arrivate le ferie natalizie! Le tante agognate vacanze di fine anno! Mi aspetto grandi cose dal 2005! Anche perché quest’anno non lo sto chiudendo proprio in bellezza…stamattina, ad esempio, avrei potuto svegliarmi con tutto comodo…e, invece… come non viene a citofonarmi un postino insistente e scassapalle? Non contento di avermi svegliato, mi dice pure che devo scendere perché “c’è da firmare”. Cazzo, ieri mi sono ritirato all’una, mi hai svegliato all’alba, mi sono appena alzato, sono in pigiama e ciabatte, fuori sta per venire a nevicare, fa un freddo cane e vuoi pure che scenda, bastardo? Metto addosso in fretta una tuta da ginnastica, scendo, firmo, lo mando mentalmente a fankulo (belli, però, questi giacconi impermeabili blu e gialli che hanno i postini ora..ma chi li ha disegnati? Armani o Platinette?). Apro la busta gialla e un “caro” Comune limitrofo a quello di San Menaio, forse per “ringraziarmi” di non averlo citato (e non lo farò neppure ora!) nel post su Pazienza, mi ha spedito una multa fattami in agosto! Ma non siamo a dicembre? “Accertamento di violazione alle norme del codice della strada: € 68,25 più € 4,50 (per spese di notifica…cazzo, ho pagato pure il postino rompicoglioni?)… per aver sostato sulla corrispondenza di intersezione”?! E che cazzo vuol dire? Intersezione di che?! Madò e che avrò fatto ad agosto? Non mi ricordo… Avrò messo un pedalò davanti all’uscita del box del sindaco? E così, anche quest’anno, Babbo Natale, per chiudere in bellezza, si è ricordato di me, mandandomi invece delle renne con i pacchi-regalo, un bastardo sul motorino con il giaccone blu e giallo ed una busta gialla che mi ricorda che, nel caldo agosto, sostavo sulle intersezioni della fessa della mamma…Fammok! Anzi, come dice la mia amica: vafanbacciunase…che rende molto di più l’idea. Vabbù, non ci pensiamo. Pensiamo alle cose belle. Ieri, ho litigato con Baffona, così le ho rovinato la giornata e non l’ho dovuta né salutare, né augurarle buon Natale. Le ho detto chiaro e tondo che se ci rivedremo l’anno prossimo (volevo dire che spero che, nel frattempo, la peste la colga) tutto dovrà cambiare. Ha storto il naso (che è già storto di suo) ed ha dovuto ammettere che tutto dovrà cambiare.Non ho capito che cosa intendesse dire, se aveva capito a cosa mi riferivo io, ma me ne sono fregato e sono andato via da quella fogna, sbattendo la porta dietro di me. Spero di non rivederla più. E che, a Capodanno, le scoppi un bengala-kamikaze nel culo! O che le vada il panettone di traverso e muoia tra atroci sofferenze. Insomma, a parte questo, ora sono in ferie. Dopo tutte le mie numerose e sudate fatiche, di un anno di merda, è arrivato finalmente il meritato riposo del corpo, dell’anima e della mente… Si fa per dire… Insomma, per una decina di giorni, sarò libero di fare quello che cappero mi pare! Vabbè, si fa sempre per dire… Però, la situazione sembra quasi perfetta. Ne avevo bisogno. Avrò intere giornate di libertà, nessun impegno, nessun dovere. Potrò alzarmi quando mi sveglio. E svegliarmi quando mi va di alzarmi. Dormirò molto, di questo sono sicuro. Non farò altro. L’ozio sarà il mio fedele compagno in questi giorni tristi. Avrò l’incredibile agio di lasciare vagare la mente, senza interruzioni, senza scadenze, senza stress. Mi sono reso conto che il lavoro è soprattutto l’angoscia delle scadenze, del dover fare, del dover correre, l’ossessione di dover inseguire un risultato che magari non ti appartiene. Ora tutti i giorni a venire saranno domeniche. Lunghe e noiose domeniche tutte uguali, senza alti né bassi. Semplicemente, meravigliosamente piatte. E non voglio che nessuno voglia qualcosa da me. Sono in vacanza dal mondo! Ma la vera domanda è: sì, ma ora che cazzo faccio? Trimonato da BaroneAgamennone | 19:06 | commenti (15) domenica, dicembre 19, 2004
Di tutte le cose che ho letto su Andrea Pazienza, una mi ha colpito più di tutte, e l’ho trovata proprio in questo libro che sto leggendo in questi giorni. La sua storia d’amore con Isabella D., che, anche se è stato il suo primo amore, secondo me, è stato il sentimento più forte e travolgente della sua vita. Questa storia (che è la sua storia) aiuta a capire chi era veramente Paz. Perché io penso che, al di là di quello che possono aver scritto su di lui critici, fumettisti e scrittori, solo chi lo ha conosciuto realmente può dire chi era veramente Andrea Pazienza. Per capire chi era (ed è) Isabella D., bisognerebbe averla vista, conosciuta, averci parlato almeno una volta. Isabella, a quei tempi ,era (è ancora) una ragazza intelligente, deliziosa, con una forte personalità. Tratti delicati. Capelli biondi, occhi nocciola. Un fisico da nuotatrice. Sorriso disarmante. La sua bellezza era nota tra i giovani bagnanti delle spiagge di San Menaio e, infatti, colpì subito anche Andrea. Quando si conobbero, a San Menaio, lei aveva tredici anni. Lui diciassette. Era il 1973. La televisione trasmetteva ancora in bianco e nero. Alla radio c’era la Hit Parade di Lelio Luttazzi ed al vertice della classifica la voce baritonale di Barry White. Erano gli anni dopo l’autunno caldo del 1969. A ridosso del 1968, l’anno rosso fuoco che aveva visto la contestazione studentesca e degli operai nelle piazze, mentre alcuni gruppi scivolavano verso la clandestinità, l’eversione, lo scontro armato nel tentativo di fomentare la guerra civile. Quelli che l’informazione, qualche anno dopo, avrebbe chiamato “i terroristi”. Il Vietnam veniva precipitosamente abbandonato a se stesso e gli Stati Uniti ammainavano la bandiera sull’ambasciata di Saigon e facevano decollare l’ultimo elicottero. Il mondo stava andando a passo spedito verso una crisi dei rapporti con i paesi arabi. Nel settembre del 1973, l’Italia passava le domeniche a piedi o sui pattini a rotelle nell’austerità. Isabella era di Napoli, ma, ogni estate, passava le sue vacanze a San Menaio. Anche per Andrea San Menaio era un’altra delle sue piccole patrie, come San Severo e Bologna: ognuno di quei luoghi era una regione del suo grande cuore. San Menaio era l’avamposto dei sogni, la frontiera dove la realtà sconfinava nell’avventura. Era la libertà. Agli inizi degli anni settanta, San Menaio faceva parte di un Gargano selvaggio, era solo un gruppo di case che spuntavano tra i pini. Il cemento non aveva ancora preso il sopravvento. Quando si conobbero, l’estate era quasi finita: era già settembre. Il sole di agosto non c’era più, dopo il tramonto, sentivi già l’umidità autunnale del verde fitto della pineta. Isabella pensava già ai cancelli del liceo classico che avrebbe dovuto varcare il 1° ottobre. Quando Isabella lo vide per la prima volta, Andrea era un ragazzo alto e bello, troppo sicuro di sé, e a lei non piacque affatto. Ma la stordì e la travolse quell’incredibile energia e quel narcisismo spaventoso che trasmetteva. Erano a casa con amici e Andrea indossò con disinvoltura un orribile abito femminile a quadretti. Lui chiese ad Isabella di truccarlo e non appena lei cominciò a passargli il rossetto sulle labbra, piegandosi verso di lui fino quasi ad essergli addosso, lui le disse: “E adesso baciami, piccola”. Partì invece un ceffone sulla sua guancia. La seconda volta che lo vide, fu ancora peggio. Andrea girava vestito in uniforme d’epoca e per l’intera serata non fece altro che accarezzare licenziosamente ogni ragazza che incontrava, sul sedere. Isabella fu infastidita e sconcertata dai modi di quel tipo così esuberante, ma rimase, nello stesso tempo, impressionata dalla prestanza di quel ragazzo che sembrava già un uomo benché si trascinasse quella condizione di eterna giovinezza dalla quale non avrebbe fatto in tempo ad uscire. Passarono i mesi. Passò tutto l’inverno. Arrivò la calda estate del 1974. Appena Isabella mise piede nella sua casa a San Menaio, trovò un bigliettino: “Questa sera, alle nove, davanti allo Snack. Se ti va, vieni. Ci vediamo, Andrea”. Come svolgendo il filo di un discorso iniziato e mai interrotto, come se si fossero lasciati solo da qualche ora. La vita incalzava. Il mondo di quei due giovani ragazzi era con i pori aperti. La giovinezza chiedeva ed offriva molto. Il loro incontro, l’anno prima, senza accorgersene, gli aveva già cambiato la vita. Andrea era perdutamente innamorato di lei e ci aveva pensato su tutto l’inverno. La cercava disperatamente. Iniziò uno spettacolare corteggiamento. Lei lo trovava un bellissimo diciassettenne molto intelligente, ma si sentiva ancora una bambina, culturalmente lontanissima dal suo mondo, perdente, in imbarazzo. Ma quell’estate del 1974 resterà stampata per sempre nelle pieghe delle loro anime. Molto più di un ricordo. “Quell’estate – scrive oggi Isabella che ora vive a Firenze – non è mai finita. Andrea era una specie di luna park. Stare con lui era come salire sull’ottovolante: non sapevi mai cosa ti sarebbe successo, ma sapevi che ti saresti divertito come un pazzo. Andrea era sempre in versione sturm und drung, impeto e passione. Tutte le sue sensazioni erano eccessive, nel bene e nel male. Tutto per lui era bellissimo, tutto era una tragedia. Tutto andava vissuto fino in fondo.”. Andrea era sempre pronto a ridere delle cose che faceva. Era un ragazzo molto sensibile, qualunque parola era in grado di ferirlo. Soffriva molto di qualsiasi cosa. Isabella ricorda ancora litigate violentissime per cose banali, ma per lui anche un piccolo gesto o una parola potevano ferirlo. Era estremamente vulnerabile. Aveva la purezza fanciullesca dei grandi artisti e percepiva d’istinto la bontà e la cattiveria delle persone. Quando era triste, saltava su un albero e rimaneva appollaiato per ore. E se lei gli chiedeva che fai lì? Lui rispondeva: “Come che faccio? Faccio l’avvoltoio”. A volte, aveva crisi fortissime, furiose e violente e spaccava tutto, buttava giù la legna, rompeva ogni cosa che trovava davanti, urlava. Era il suo modo di difendersi. Aveva il male di vivere che lo spingeva a fare spesso inquietanti e del tutto incongrui riferimenti alla morte, anche alla propria morte. Questa sua complessità era straordinariamente affascinante. E Isabella dovette arrendersi alla corte spietata di Andrea. Cominciò tra loro due un flirt estivo, un percorso di innamoramento. Che diventerà una vera passione amorosa che durerà a lungo (anche dopo la fine). “Andrea – ricorda Isabella – era un animale notturno. Il giorno era sempre un po’ assonnato, sempre un po’ intorpidito. La notte, invece, rinasceva. Era alto 1,87. Aveva un fisico bellissimo. Era un vero atleta. Faceva continuamente capriole nell’acqua. Saltava quasi 1,80 alla Fosbury. Una volta, saltando, si ruppe una caviglia e lo portammo da un “aggiustaosse” di Vico che si rivelò essere solo una fattucchiera che gli spalmò un intruglio d’uovo e chissà che altro e tutto finì tra grandi risate”. Allora, sulla spiaggia si faceva spesso il gioco della bottiglia. E Andrea era sempre quello che decideva i pegni. Se sapeva che ti piaceva una persona, ti mandava esattamente da quella a dirle cose terribili. Faceva sempre scherzi imbarazzanti. Una volta prese un pipistrello morto e lo infilò improvvisamente sotto la maglietta della malcapitata di turno che, per liberarsene, si spogliò di colpo davanti a tutti! Il giovane Paz amava la natura. Era il suo rifugio. Conosceva benissimo gli animali. E poi era uno spettacolo vederlo disegnare. Disegnava dalla mattina alla sera. Era già proiettato verso la conquista della propria forma d’arte che non sapeva ancora bene quale sarebbe stata ma sapeva che sarebbe arrivata, che lo stava cercando. Non era lui che inseguiva l’arte ma era questa che inseguiva lui. L’estate successiva, quando si rividero a San Menaio, ciascuno raccontò all’altro la propria nuova storia, come all’amico più caro. Non era l’approdo auspicato. Ma fu più di un lieto fine. Qualcosa di diverso. Perché la loro amicizia, la loro complicità affettiva – slittata su un piano nuovo – continuò negli anni successivi, fino all’ultimo. Il loro amore nato innocente riuscì a superare qualsiasi ostacolo. La loro amicizia si rinnovava ad ogni incontro, a San Menaio. Si arricchì di altre estati memorabili. Il loro dialogo privato spesso debordava nelle tavole di Andrea. In una vignetta inedita, c’è lui che, sfinito, la vede apparire nel deserto come un miraggio e le dice: “Ah finalmente ti ho trovata! Era te che aspettavo. Lo sapevo di aspettare qualcuno ma non sapevo chi o cosa. Sei tu vero? Aspettavo te. Bene. Sono felice. Sei bella. Lo sei sempre stata. Ti amo. Ti ho sempre amato ed ora che ho ti ho trovata non ti lascerò più. E tu non andrai mai via. E’ vero? Staremo sempre insieme ed io non farò più quegli orribili sogni”. Ma lei ribatte: “Un corno! Da quando non ti guardi allo specchio? Guardati: sei sporco, puzzi di carogna. Cosa credi di poter offrire a una donna, una vera donna, colta per giunta e intelligente. Pezzo di merda, presuntuoso, sei uno stronzo dall’aria triste. Una sola cosa voglio dirti, una sola cosa: volta i tacchi e sparisci! Se fai tanto per avvicinarti, sparo!”. Tra le tante cose che ha fatto, Andrea scriveva anche poesie. Io penso che questa l’abbia scritta per lei: Tasto le mie piante di neve Tasto le mie piante di neve Trimonato da BaroneAgamennone | 00:57 | commenti (22) sabato, dicembre 18, 2004 In questi giorni, leggendo un libro, ho scoperto di avere tanti (troppi) tratti in comune con un fumettaro mediterraneo.Non so quanti di voi conoscono Andrea Pazienza, figura mitica e rockstar del fumetto italiano degli anni 70-80. |
grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).