Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!





 
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venerdì, dicembre 31, 2004

 

La fine dell’anno è sempre un momento di bilanci. Ti chiede che hai fatto, che hai concluso, che hai sbagliato, che hai risolto. Io, quest’anno, mi sento un po’ un tentativo fallito..

 

Per riempire questi miei momenti di tristezza, penso al proverbio “Mal comune mezzo gaudio”. Come se questo potesse consolarmi. Mi chiedo se anche agli altri, alla maggior parte della gente, anche a loro succede di avere momenti di luce e momenti di buio. Credo di sì, non penso esista qualcuno che possa dire di essere felice o soddisfatto 365 giorni all’anno.

 

E così, mi è venuto in mente uno splendido racconto di Papini: “L’orologio fermo sulle sette”. Anche se raccontare una storia scritta così meravigliosamente bene significa rovinarla, provo a riassumerla.

 

La storia di Papini è il monologo di un personaggio che scrive nella solitudine della sua stanza. Su una delle pareti di questa era appeso un bell’orologio antico che non funzionava più. Le lancette ferme indicavano imperturbabili la solita ora: le sette in punto.

 

In fondo, quell’orologio fermo era solo un inutile soprammobile su quella parete biancastra e vuota. Eppure vi erano due momenti della giornata, due istanti fugaci, in cui il vecchio orologio pareva risorgere dalle ceneri come l’araba fenice.

 

Quando tutti gli altri orologi della città, i cucù, i campanili con i gong delle loro campane segnavano le sette, il vecchio orologio riprendeva vita. Due volte al giorno, la mattina e la sera, quell’orologio tornava in completa armonia con il resto dell’universo.

 

Se guardassimo quell’orologio soltanto in quei due momenti, diremmo che funziona alla perfezione... Invece, passato quel momento, l’orologio perde il passo, rimanendo fedele a quell’ora.

 

Ecco, io somiglio a quell’orologio di Papini. E, se ci penso, sento di assomigliargli molto. Anche io mi sento bloccato in un tempo. Anche io mi sento inchiodato, immobile. In un certo senso, anch’io sono un adorno inutile su una parete vuota. Quindi, non me ne frega niente se quest’anno che finisce è il 2004 o il 2003 e se quello che viene è il 2005 o il 2008.

 

Ma so che anch’io potrò godere di fugaci istanti in cui, misteriosamente, giunge la mia ora. In quei momenti mi sentirò vivo. Tutto sarà chiaro e il mondo diventerà meraviglioso. Potrò creare, sognare, volare, dire e sentire di più in quei momenti che in tutto il resto del tempo.

 

Quando è successo, in passato, io tentavo di aggrapparmi a quell’istante cercando di farlo durare per sempre. Invece, poi scoprivo che non era così. Ero uno stupido. Non sapevo ancora che questo non è possibile.

 

Come a quell’orologio, anche a me sfuggiva il tempo degli altri..passati quei momenti, gli altri orologi che si annidano dentro altri uomini continuavano a girare, mentre io ritornavo alla mia morte statica, al mio lavoro, alle mie chiacchiere da pub, al mio incedere annoiato che sono solito chiamare “vita”.

 

Ma so che la vita è un’altra cosa. So che la vita vera è la somma di quei momenti che, seppure fugaci, ci consentono di avvertire la sintonia con l’universo. Quasi tutto il mondo, poverino, crede di vivere. Ma esistono soltanto attimi di pienezza, e chi non lo sa e insiste nel voler vivere per sempre, sarà condannato al mondo del grigio, al ripetitivo andare della quotidianità.

 

Forse tutti viviamo soltanto nell’armonia di quei pochi momenti. Aspetterò che l’ora della vita coincida con la mia ora. E quando arriverà me la voglio godere. Magari poi passa...passa anche troppo in fretta..ma almeno me la sono goduta...

 

Perciò ti amo, vecchio orologio. Perché io e te siamo la stessa cosa.

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 17:04 | commenti (19)

giovedì, dicembre 30, 2004

 

 

Sto continuando a leggere il libro su Pazienza. Mi piace. E’ molto interessante. Non solo perché parla di lui, un giovane ribelle della mia terra, nel quale sto continuando a riconoscermi, ma anche perché racconta lo spaccato di una generazione e di un periodo della storia italiana che conosco  e ricordo bene. Fatta di vite confuse e tempestose, un’umanità vibrante e umbratile. Antieroi di una giovinezza controcorrente. Quella che è stata definita “innocenza maledetta”.

 

Poi sto riscoprendo la storia del fumetto. Come si è passati dai vecchi e castigatissimi nudi di Barbarella, Valentina e Satanik. A Kriminal, Diabolik, Tex. A Batman, Superman, l’Uomo Ragno, i Fantastici Quattro, l’incredibile Hulk. Alle nuove riviste di Oreste del Buono ed Umberto Eco come: Linus, Alter Alter, Corto Maltese di Hugo Pratt, Frigidaire.

 

Riviste che poi, con la crisi, chiudevano. Così come moriva l’Uomo Ragno, facendo avverare la profezia degli 883. Meno male che ci stanno provando i film a farli rinascere questi super-eroi. Con i film su Batman. Come con il verde Hulk e Spider-man che non può fidanzarsi. Ma anche Superman è risorto e morto con Christopher Reeve.

 

Poi è arrivata la casa editrice Bonelli (quella di Tex) che ha lanciato nuovi personaggi come Martin Mystère, Dylan Dog, passando per Nathan Never.

 

All’inizio degli anni novanta, però, le edicole sono state invase dai fumetti del Giappone del Sol Levante, giunti in sordina con le avventure televisive di Mazinga, fatti di robot giganti e vicende cupe. Un fatalismo inconcepibile nell’area cristiana, dove regna il libero arbitrio. Fumetti che non appartengono alla cultura mediterranea perché rientrano nella discutibile filosofia dello shintoismo, la dedizione suicida all’autorità, sfociata negli attentati della setta della Suprema Verità.

 

Meno male che mio figlio, in edicola, compra solo “Art Attack”…

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:52 | commenti (9)

mercoledì, dicembre 29, 2004

 

Il diluvio universale di Mariuccia Ciotta


La Terra ha tentato il suicidio. È esplosa poche ore dopo Natale al centro del «paradiso» in una apocalisse liquida che ha spazzato migliaia di persone sulle coste dell'oceano indiano fino a toccare l'Africa. L'asse terrestre si è messo a oscillare e il pianeta in mezzo all'universo ha battuto i rintocchi di una immensa campana. L'onda anomala del Tsunami ha già devastato e ucciso in altre zone ma mai così e mai ha trasmesso cerchi concentrici di paura oltre l'area circoscritta del maremoto. C'è in questa catastrofe il senso di una tragedia globale che fa pensare alle prove di una fine di mondo. Il fenomeno era prevedibile, dicono adesso gli esperti, e si potevano salvare in molti ma in quella «parte di mondo» non arrivano nemmeno i dispacci di pre-allarme come se fosse un posto sulla Luna, frequentato saltuariamente dai turisti della prima classe che hanno fatto notizia più dei tanti senza nome, uomini e bambini presi dall'acqua e «dispersi». Mentre il bollettino si aggiorna e sale oltre l'incredibile, si scopre che il mare non ha distinto tra vip e gente qualunque ma i nostri ministri e cronisti sì perché hanno mobilitato subito la macchina dei rimpatri a senso unico e tappezzato le edicole di locandine sullo scampato pericolo del divo di turno. C'è chi vuole andare in Sri Lanka, invece, non per fare capodanno sulla spiaggia ma per cercare il figlio scomparso. Aiutiamo a tornare a casa gli immigrati di quei paesi e non solo i nostri concittadini bloccati nei resort. Eppure questa volta l'angoscia per gli italiani perduti va oltre i confini nazionali. Accomuna tutti in un solo dolore. La stessa vertigine e un unico colpevole: il grado 9 della scala Richter. Dall'isola di Phuket, set condiviso di fantasie esotiche, è venuto l'orrore che ha sterminato gli abitanti di sette paesi con la potenza di un milione di bombe di Hiroshima.

La carneficina di domenica però non assomiglia a quella della scuola di Beslan, di Baghdad e di Falluja, non è umana, e rimanda piuttosto all'immaginario catastrofico. È come un film, dicono in tanti di fronte alla valanga d'acqua che alla velocità di mille km all'ora è arrivata ad afferrare vite fin nell'entroterra. Un film, per dire l'emozione dello sguardo come accadde per le Twin Towers. Immagini del disastro. Ultimatum alla Terra proveniente da un non-luogo profondo, lo spazio siderale sotto i nostri piedi. È andato in frantumi il cuore del pianeta. E molti ricordano che l'ira di dio si è già scatenata un anno fa, esattamente il 26 dicembre 2003 quando il terremoto rase al suolo la città storica di Bam.

Cose da giudizio universale che fanno scoprire un solo mondo dove i corpi dei turisti occidentali si mischiano e si abbracciano nel fango dell'oceano con quelli dei pescatori di Aceh. Di fronte a tanto orrore, c'è chi dimenticherà la morte «innaturale» di altre migliaia di uomini in questo 2004 segnato da ordinari massacri sui campi della guerra in nome dello «scontro di civiltà» mentre - sorpresa - ce n'è una sola di civiltà. È difficile non pensarci in una contabilità macabra di fine anno, quante vite perdute che valgono meno di niente stroncate dal «fuoco amico», uomo contro uomo.

La natura indifferente ci osserva piangere sugli sconosciuti uccisi a Natale da un sussulto dell'oceano e si chiede perché.

(da “Il Manifesto” del 28/12/2004)








Trimonato da BaroneAgamennone | 14:55 | commenti (11)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 14:55 | commenti (4)

martedì, dicembre 28, 2004

 

Ho sempre considerato le persone come delle isole. E poiché è assurdo pensare che possiamo bastarci, per non morire di niente abbiamo bisogno degli altri. Ci sono isole in tutti i mari e per tutti i gusti. Su quante isole sbagliate siamo sbarcati finora? E poi, zaino in spalla, siamo ripartiti sempre. Quante altre isole ci aspettano ancora? Quante montagne dovremo ancora scalare? Quante discese dovremo scendere? In quante pianure dovremo fermarci? Quanti fiumi, per rinfrescarci, incontreremo ancora nel nostro cammino? Dobbiamo fermarci? Perché? E’ bello sapere che c’è ancora qualcosa che non sappiamo e che dovremo ancora scoprire..

 

Poi ci sono le isole dell’amore. Quelle che questa farabutta vita te le porta via, senza che te ne accorgi, senza che tu voglia partire, proprio nel momento in cui ti sembrava di essere arrivato e ti stavi sistemando.  Eppure arriva l’onda anomala e sei sommerso dall’acqua, dai detriti e dal fango...di colpo, sei morto...affondato, affogato, insomma, crepi..proprio come alle Maldive..magari stavi in vacanza, al sole...rilassato..spaparanzato con il cocktail colorato in mano..pensavi di essere in Paradiso e invece quel Paradiso si trasforma in un Inferno..

 

Proprio come nell’amore...Tutta quella bellezza che ti avvolge e che ti riscalda diventa una fiamma che ti brucia..Finisci in un rogo, mentre ti sembra di stare a fare una doccia rinfrescante...Nell’amore si inciampa, si prova e il più delle volte non si riesce, ma meglio aver amato e perso, che andarsene senza aver tentato,  se vogliamo dare un senso a questa cazzo di vita.

 

La qualità di un’isola e dell’amore è nella disarmante umiltà delle sue braccia aperte. Nel suo accoglierti per intero senza chiederti niente in cambio. A volte, lei ti chiede anche la vita...e tu non sempre sei disposto a darla..

 

Oggi, ho notato che ci sono due altissimi pini vicino casa mia che sono cresciuti vicini tra loro fino quasi a toccarsi. Ed ho pensato che quei due pini sono infelici, perché sono innamorati da decenni e non si possono abbracciare.

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 02:09 | commenti (10)

domenica, dicembre 26, 2004

 

UNA TREGUA PER SPERARE

 

Sotto il peso di milioni di rughe interiori che arrivano da lontano, cerco l’intensità di uno sguardo profondo che vada oltre le luci e mi centri l’anima. Nessuna consolante certezza bussa alla porta della mia inquietudine. Vorrei almeno potermi guardare intorno, per scoprire il desiderio di ascoltare, di accorgermi degli altri, di tendere una mano. Bisognerebbe essere anche chi sta insieme a noi: legittimare l’attenzione al sentimento. Oltre i confini del mondo ci sono più orizzonti di quelli che riusciamo a vedere. E mentre un cielo senza macchie si riempie di una luna che fa la primadonna. Accarezzato da un vento che non spettina, alleggerisco il tempo con una tregua: il caos può aspettare.

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 01:21 | commenti (12)

sabato, dicembre 25, 2004

 

 

Rientrato a casa, dopo il consueto cenone, tra una fetta di salame, un boccone di pesce spada, due risate tristi ed un buon bicchiere di vino, mi sono convinto che dicembre è solo un mese come un altro, mentre, il suo stupido Natale è solo un giorno come un altro. Insomma, la solita “frittata” che viene portata in tavola. Serate non certo indimenticabili, ma solo un gran vociare tra una forchettata e l’altra che non ti aprono certo le porte del paradiso, quanto piuttosto quelle dell’anima (se quest’ultima esiste ancora e non si è dissolta nello spumantino o nell’uvetta passa del panettone Motta o, peggio, nello zucchero appiccicoso del pandoro Bauli).

 

Per fortuna, a quest’ora, mi sono passati anche lo spavento e l’emozione (eh sì, perché con il Natale e con il Capodanno non si scherza).

 

Ora, ho il cuore aperto e scarico di entusiasmo. Ho capito che, in mezzo a tanta innocenza, la mia anima non è a rischio. I miei diavoletti non ci mettono niente a catturarmi. E io posso essere solo il padre di tutti quei diavoletti. Ma posso anche dominarli, così come posso essere il loro schiavo...

 

Nutro grande affetto per tutti loro, per tutti quei diavoletti che stanno sempre ad agitarmi e a stuzzicarmi. Così come per quella bambina di cui mi hanno raccontato stasera. Quella che in chiesa non ricordava le parole e che avrebbe dovuto recitare la sua parte. Proprio come me. Ma con molto più imbarazzo. La immagino ritornare al suo banco con il musetto tutto puntinato di lentiggini e due occhi talmente dolci e sorridenti da sembrare due lanterne. Un diavoletto biondo che mi ha calamitato il cuore e mi ha aperto le porte del paradiso: mai ricordavo di essere stato così bene.

 

La vedo, profumata, pettinata e vestita a festa, come alle cerimonie importanti, spiarmi ogni espressione del viso con la coda dell’occhio. Lei, probabilmente, non lo sa,  ma ha una grande famiglia ricca d’amore. Come una scatola nera di un aereo che precipita e che si conserva immacolata.

 

Che bello sapere che esiste ancora tanta ingenuità e bontà.. Vorrei isolare quest’immagine – che mi hanno descritto stasera- anche da me che inconsciamente riesco a far disperdere la vera magia di questi momenti, soppiantandola con quella volgarissima scatola nera dispensatrice di solitudine, silenzio e illusioni.

 

Vai così, bambina bella, dormi, cresci, vola e conservati così impertinente, sincera e bugiarda come sei stata, stanotte, in quella chiesa, in quella messa...Io ti voglio bene... anche se tu non lo saprai mai.

Trimonato da BaroneAgamennone | 03:28 | commenti (9)

venerdì, dicembre 24, 2004

 

C’è una linea sottile che divide un morto da un vivo: io non ho ancora capito da che parte della linea mi trovo.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 13:47 | commenti (19)

giovedì, dicembre 23, 2004

 

In questi giorni di festa, non ho comprato nemmeno un regalo. Ma non per una forma di anticonformismo, ma proprio perché non ho nessuna voglia di uscire e di buttarmi in quella fiumana di gente isterica e frenetica che sgomita al bancone con i negozianti con i canini tinti di rosso sangue e le facce da avvoltoi che battono cassa e rilasciano scontrini.

 

Sto pensando di fare un regalo a mia madre. Ma non so proprio che regalarle. Forse non le regalerò niente..così, almeno sono coerente. Lei capirà?

 

Mi sento in colpa, come sempre. Per questo motivo, voglio dedicare questa canzone a mia madre e a tutte le donne che si chiamano come lei, a cui ho voluto bene e che amo.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:06 | commenti (17)

mercoledì, dicembre 22, 2004

Urrà! Per me, sono arrivate le ferie natalizie! Le tante agognate vacanze di fine anno! Mi aspetto grandi cose dal 2005!

 

Anche perché quest’anno non lo sto chiudendo proprio in bellezza…stamattina, ad esempio, avrei potuto svegliarmi con tutto comodo…e, invece… come non viene a citofonarmi un postino insistente e scassapalle? Non contento di avermi svegliato, mi dice pure che devo scendere perché “c’è da firmare”. Cazzo, ieri mi sono ritirato all’una, mi hai svegliato all’alba, mi sono appena alzato, sono in pigiama e ciabatte, fuori sta per venire a nevicare, fa un freddo cane e vuoi pure che scenda, bastardo? Metto addosso in fretta una tuta da ginnastica, scendo, firmo, lo mando mentalmente a fankulo (belli, però, questi giacconi impermeabili blu e gialli che hanno i postini ora..ma chi li ha disegnati? Armani o Platinette?). Apro la busta gialla e un “caro” Comune limitrofo a quello di San Menaio, forse per “ringraziarmi” di non averlo citato (e non lo farò neppure ora!) nel post su Pazienza, mi ha spedito una multa fattami in agosto! Ma non siamo a dicembre?

 

“Accertamento di violazione alle norme del codice della strada: € 68,25 più € 4,50 (per spese di notifica…cazzo, ho pagato pure il postino rompicoglioni?)… per aver sostato sulla corrispondenza di intersezione”?! E che cazzo vuol dire? Intersezione di che?! Madò e che avrò fatto ad agosto? Non mi ricordo… Avrò messo un pedalò davanti all’uscita del box del sindaco?

 

E così, anche quest’anno, Babbo Natale, per chiudere in bellezza, si è ricordato di me, mandandomi invece delle renne con i pacchi-regalo, un bastardo sul motorino con il giaccone blu e giallo ed una busta gialla che mi ricorda che, nel caldo agosto, sostavo sulle intersezioni della fessa della mamma…Fammok! Anzi, come dice la mia amica: vafanbacciunase…che rende molto di più l’idea.

 

Vabbù, non ci pensiamo. Pensiamo alle cose belle. Ieri, ho litigato con Baffona, così le ho rovinato la giornata e non l’ho dovuta né salutare, né augurarle buon Natale. Le ho detto chiaro e tondo che se ci rivedremo l’anno prossimo (volevo dire che spero che, nel frattempo, la peste la colga) tutto dovrà cambiare. Ha storto il naso (che è già storto di suo) ed ha dovuto ammettere che tutto dovrà cambiare.Non ho capito che cosa intendesse dire, se aveva capito a cosa mi riferivo io, ma me ne sono fregato e sono andato via da quella fogna, sbattendo la porta dietro di me. Spero di non rivederla più. E che, a Capodanno, le scoppi un bengala-kamikaze nel culo! O che le vada il panettone di traverso e muoia tra atroci sofferenze.

 

Insomma, a parte questo, ora sono in ferie. Dopo tutte le mie numerose e sudate fatiche, di un anno di merda, è arrivato finalmente il meritato riposo del corpo, dell’anima e della mente… Si fa per dire…

 

Insomma, per una decina di giorni, sarò libero di fare quello che cappero mi pare! Vabbè, si fa sempre per dire…

 

Però, la situazione sembra quasi perfetta. Ne avevo bisogno. Avrò intere giornate di libertà, nessun impegno, nessun dovere. Potrò alzarmi quando mi sveglio. E svegliarmi quando mi va di alzarmi. Dormirò molto, di questo sono sicuro. Non farò altro. L’ozio sarà il mio fedele compagno in questi giorni tristi.

 

Avrò l’incredibile agio di lasciare vagare la mente, senza interruzioni, senza scadenze, senza stress.

 

Mi sono reso conto che il lavoro è soprattutto l’angoscia delle scadenze, del dover fare, del dover correre, l’ossessione di dover inseguire un risultato che magari non ti appartiene.

 

Ora tutti i giorni a venire saranno domeniche. Lunghe e noiose domeniche tutte uguali, senza alti né bassi. Semplicemente, meravigliosamente piatte. E non voglio che nessuno voglia qualcosa da me.

 

Sono in vacanza dal mondo!

 

Ma la vera domanda è: sì, ma ora che cazzo faccio?

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 19:06 | commenti (15)

domenica, dicembre 19, 2004

Di tutte le cose che ho letto su Andrea Pazienza, una mi ha colpito più di tutte, e l’ho trovata proprio in questo libro che sto leggendo in questi giorni. La sua storia d’amore con Isabella D., che, anche se è stato il suo primo amore, secondo me, è stato il sentimento più forte e travolgente della sua vita.

 

Questa storia (che è la sua storia) aiuta a capire chi era veramente Paz. Perché io penso che, al di là di quello che possono aver scritto su di lui critici, fumettisti e scrittori, solo chi lo ha conosciuto realmente può dire chi era veramente Andrea Pazienza.

 

Per capire chi era (ed è) Isabella D., bisognerebbe averla vista, conosciuta, averci parlato almeno una volta. Isabella, a quei tempi ,era (è ancora) una ragazza intelligente, deliziosa, con una forte personalità. Tratti delicati. Capelli biondi, occhi nocciola. Un fisico da nuotatrice. Sorriso disarmante. La sua bellezza era nota tra i giovani bagnanti delle spiagge di San Menaio e, infatti, colpì subito anche Andrea.

 

Quando si conobbero, a San Menaio, lei aveva tredici anni. Lui diciassette. Era il 1973. La televisione trasmetteva ancora in bianco e nero. Alla radio c’era la Hit Parade di Lelio Luttazzi ed al vertice della classifica la voce baritonale di Barry White. Erano gli anni dopo l’autunno caldo del 1969. A ridosso del 1968, l’anno rosso fuoco che aveva visto la contestazione studentesca e degli operai nelle piazze, mentre alcuni gruppi scivolavano verso la clandestinità, l’eversione, lo scontro armato nel tentativo di fomentare la guerra civile. Quelli che l’informazione, qualche anno dopo, avrebbe chiamato “i terroristi”. Il Vietnam veniva precipitosamente abbandonato a se stesso e gli Stati Uniti ammainavano la bandiera sull’ambasciata di Saigon e facevano decollare l’ultimo elicottero. Il mondo stava andando a passo spedito verso una crisi dei rapporti con i paesi arabi. Nel settembre del 1973, l’Italia passava le domeniche a piedi o sui pattini a rotelle nell’austerità.

 

Isabella era di Napoli, ma, ogni estate, passava le sue vacanze a San Menaio. Anche per Andrea San Menaio era un’altra delle sue piccole patrie, come San Severo e Bologna: ognuno di quei luoghi era una regione del suo grande cuore. San Menaio era l’avamposto dei sogni, la frontiera dove la realtà sconfinava nell’avventura. Era la libertà.

 

Agli inizi degli anni settanta, San Menaio faceva parte di un Gargano selvaggio, era solo un gruppo di case che spuntavano tra i pini. Il cemento non aveva ancora preso il sopravvento.

 

Quando si conobbero, l’estate era quasi finita: era già settembre. Il sole di agosto non c’era più, dopo il tramonto, sentivi già l’umidità autunnale del verde fitto della pineta. Isabella pensava già ai cancelli  del liceo classico che avrebbe dovuto varcare il 1° ottobre. Quando Isabella lo vide per la prima volta, Andrea era un ragazzo alto e bello, troppo sicuro di sé, e a lei non piacque affatto. Ma la stordì e la travolse quell’incredibile energia e quel narcisismo spaventoso che trasmetteva. Erano a casa con amici e Andrea indossò con disinvoltura un orribile abito femminile a quadretti. Lui chiese ad Isabella di truccarlo e non appena lei cominciò a passargli il rossetto sulle labbra, piegandosi verso di lui fino quasi ad essergli addosso, lui le disse: “E adesso baciami, piccola”. Partì invece un ceffone sulla sua guancia.

 

La seconda volta che lo vide, fu ancora peggio.  Andrea girava vestito in uniforme d’epoca e per l’intera serata non fece altro che accarezzare licenziosamente ogni ragazza che incontrava, sul sedere. Isabella fu infastidita e sconcertata dai modi di quel tipo così esuberante, ma rimase, nello stesso tempo, impressionata dalla prestanza di quel ragazzo che sembrava già un uomo benché si trascinasse quella condizione di eterna giovinezza dalla quale non avrebbe fatto in tempo ad uscire.

 

Passarono i mesi. Passò tutto l’inverno. Arrivò la calda estate del 1974. Appena Isabella mise piede nella sua casa a San Menaio, trovò un bigliettino: “Questa sera, alle nove, davanti allo Snack. Se ti va, vieni. Ci vediamo, Andrea”. Come svolgendo il filo di un discorso iniziato e mai interrotto, come se si fossero lasciati solo da qualche ora.

 

La vita incalzava. Il mondo di quei due giovani ragazzi era con i pori aperti. La giovinezza chiedeva ed offriva molto. Il loro incontro, l’anno prima, senza accorgersene, gli aveva già cambiato la vita. Andrea era perdutamente innamorato di lei e ci aveva pensato su tutto l’inverno. La cercava disperatamente. Iniziò uno spettacolare corteggiamento. Lei lo trovava un bellissimo diciassettenne molto intelligente, ma si sentiva ancora una bambina, culturalmente lontanissima dal suo mondo, perdente, in imbarazzo.

 

Ma quell’estate del 1974 resterà stampata per sempre nelle pieghe delle loro anime. Molto più di un ricordo.

 

“Quell’estate – scrive oggi Isabella che ora vive a Firenze – non è mai finita. Andrea era una specie di luna park. Stare con lui era come salire sull’ottovolante: non sapevi mai cosa ti sarebbe successo, ma sapevi che ti saresti divertito come un pazzo. Andrea era sempre in versione sturm und drung, impeto e passione. Tutte le sue sensazioni erano eccessive, nel bene e nel male. Tutto per lui era bellissimo, tutto era una tragedia. Tutto andava vissuto fino in fondo.”.

 

Andrea era sempre pronto a ridere delle cose che faceva. Era un ragazzo molto sensibile, qualunque parola era in grado di ferirlo. Soffriva molto di qualsiasi cosa. Isabella ricorda ancora litigate violentissime per cose banali, ma per lui anche un piccolo gesto o una parola potevano ferirlo. Era estremamente vulnerabile. Aveva la purezza fanciullesca dei grandi artisti e percepiva d’istinto la bontà e la cattiveria delle persone.

 

Quando era triste, saltava su un albero e rimaneva appollaiato per ore. E se lei gli chiedeva che fai lì? Lui rispondeva: “Come che faccio? Faccio l’avvoltoio”. A volte, aveva crisi fortissime, furiose e violente e spaccava tutto, buttava giù la legna, rompeva ogni cosa che trovava davanti, urlava. Era il suo modo di difendersi. Aveva il male di vivere che lo spingeva a fare spesso inquietanti e del tutto incongrui riferimenti alla morte, anche alla propria morte.

 

Questa sua complessità era straordinariamente affascinante. E Isabella dovette arrendersi alla corte spietata di Andrea. Cominciò tra loro due un flirt estivo, un percorso di innamoramento. Che diventerà una vera passione amorosa che durerà a lungo (anche dopo la fine).

 

“Andrea – ricorda Isabella – era un animale notturno. Il giorno era sempre un po’ assonnato, sempre un po’ intorpidito. La notte, invece, rinasceva. Era alto 1,87. Aveva un fisico bellissimo. Era un vero atleta. Faceva continuamente capriole nell’acqua. Saltava quasi 1,80 alla Fosbury. Una volta, saltando, si ruppe una caviglia e lo portammo da un “aggiustaosse” di Vico che si rivelò essere solo una fattucchiera che gli spalmò un intruglio d’uovo e chissà che altro e tutto finì tra grandi risate”.

 

Allora, sulla spiaggia si faceva spesso il gioco della bottiglia. E Andrea era sempre quello che decideva i pegni. Se sapeva che ti piaceva una persona, ti mandava esattamente da quella a dirle cose terribili. Faceva sempre scherzi imbarazzanti. Una volta prese un pipistrello morto e lo infilò improvvisamente sotto la maglietta della malcapitata di turno che, per liberarsene, si spogliò di colpo davanti a tutti!

 

Il giovane Paz amava la natura. Era il suo rifugio. Conosceva benissimo gli animali. E poi era uno spettacolo vederlo disegnare. Disegnava dalla mattina alla sera. Era già proiettato verso la conquista della propria forma d’arte che non sapeva ancora bene quale sarebbe stata ma sapeva che sarebbe arrivata, che lo stava cercando. Non era lui che inseguiva l’arte ma era questa che inseguiva lui.

 

L’estate successiva, quando si rividero a San Menaio, ciascuno raccontò all’altro la propria nuova storia, come all’amico più caro.

 

Non era l’approdo auspicato. Ma fu più di un lieto fine. Qualcosa di diverso. Perché la loro amicizia, la loro complicità affettiva – slittata su un piano nuovo – continuò negli anni successivi, fino all’ultimo. Il loro amore nato innocente riuscì a superare qualsiasi ostacolo. La loro amicizia si rinnovava ad ogni incontro, a San Menaio. Si arricchì di altre estati memorabili.

 

Il loro dialogo privato spesso debordava nelle tavole di Andrea. In una vignetta inedita, c’è lui che, sfinito, la vede apparire nel deserto come un miraggio e le dice: “Ah finalmente ti ho trovata! Era te che aspettavo. Lo sapevo di aspettare qualcuno ma non sapevo chi o cosa. Sei tu vero? Aspettavo te. Bene. Sono felice. Sei bella. Lo sei sempre stata. Ti amo. Ti ho sempre amato ed ora che ho ti ho trovata non ti lascerò più. E tu non andrai mai via. E’ vero? Staremo sempre insieme ed io non farò più quegli orribili sogni”. Ma lei ribatte: “Un corno! Da quando non ti guardi allo specchio? Guardati: sei sporco, puzzi di carogna. Cosa credi di poter offrire a una donna, una vera donna, colta per giunta e intelligente. Pezzo di merda, presuntuoso, sei uno stronzo dall’aria triste. Una sola cosa voglio dirti, una sola cosa: volta i tacchi e sparisci! Se fai tanto per avvicinarti, sparo!”.

 

Tra le tante cose che ha fatto, Andrea scriveva anche poesie. Io penso che questa l’abbia scritta per lei:

 

 

 

Tasto le mie piante di neve

 

Tasto le mie piante di neve

volo sulle tue angosce

riversano amore sulle mie membra

e s’agitano a farmi morire

vorrei non mi guardassi rapita

ma diventassi per un attimo pratica

non puoi dirmi di fare tesoro

fai quello che vuoi

ho bisogno di sentirmi guidato

dalla tua fantasia di donna che sa

ritorno ad un tempo ubriaco

della tua pelle soffice

quando per un tuo sorriso prezioso ero disposto

a rinunciare alla parte migliore di me

quando per i tuoi occhi di niente

mi trascinavo idiota e stanco

quando per tutta la gente

ero un solitario

acrobata santo

per non averti mai chiesto nulla

che andasse oltre la tua dimensione

catastrofica e ridicola insieme

di ricca fanciulla ragazza perbene

ora la mia vena si è esaurita

ti giuro non oso parlare

per farti star male un momento per bene

per farti capire per riuscire ad amare

ho chiesto soldi alle mie sicarie

ho chiesto in ginocchio un mese di tempo

le mie promesse le ho rispettate ed ancora

della tua infedeltà sono monastico tempio

non riuscirei mai continuando

a fingermi ancora mercante di noia

si vende a peso o a metro quadrato

nella mia anima è un vero lerciaio

sono disposto ancora a una cosa amore

vecchia giovane vamp

a ritruccare il tuo mito di gloria

all’altare nascosto della viltà

per consolarmi osservando l’immagine

dei tuoi capelli da capogiro

delle sacre bibbie del tuo seno

che troppo spesso ho confuso con Dio.

(1974)

 

 

 























































































Trimonato da BaroneAgamennone | 00:57 | commenti (22)

sabato, dicembre 18, 2004

In questi giorni, leggendo un libro, ho scoperto di avere tanti (troppi) tratti in comune con un fumettaro mediterraneo.

 

Non so quanti di voi conoscono Andrea Pazienza, figura mitica e rockstar del fumetto italiano degli anni 70-80.

 

 

 

 

 

 

 

Vissuto tra San Severo (il paesello dove è nato e che conosco bene, perché lì ci lavoro), San Menaio (che conosco altrettanto bene, dove lui passava le sue vacanze estive, mentre io ci sono cresciuto) e Bologna (la città italiana che amo di più e dove lui studiò al DAMS).

 

Siamo alla fine degli anni 70, inizio degli ottanta, gli anni della irrefrenabile contestazione giovanile. Vissuti da quella generazione un po’ sciagurata,confusa e tempestosa che si è bruciata un po' per l'aids un po' per l'eroina alla fine del decennio di Reagan e della Tatcher. Lui, geniale e irrazionale, faceva satira politica con le sue vignette ed i suoi personaggi dei fumetti per riviste come Linus, il Male, Tango (supplemento del quotidiano L’Unità), Alter Alter, Comic Art, Frigidaire ed altri. Ha disegnato copertine di dischi (Vecchioni, PFM…io ne ho una bellissima di un vecchio elleppì di Claudio Lolli). Locandine di film di Fellini. E’ morto a soli trentadue anni, il 16 giugno del 1988, per un’overdose di eroina. Su di lui si è scritto tantissimo, sono state fatte molte mostre e commemorazioni. Andrea Pazienza, anche se fragile, sensibile e indifeso, è stato sempre un fiume in piena che nemmeno la morte è riuscito a fermare, perché troppo umorista, creativo, dissacrante, provocatorio e surrealista.

 

E se provate a fare una ricerca su Google ve ne renderete conto. L’ho fatta anch’io. Tra le cose più interessanti che ho letto ho trovato questo:

 


...la morte di Andrea mi mette spietatamente davanti a questo: il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione... Molti altri, vittime e interpreti di quegli anni, sono scomparsi. C'era qualcosa che non andava allora, ed era il mito dell'autodistruzione. Qualcuno ne è saltato fuori, qualcun altro no e ha pagato carissimo. Ogni vita è quella che doveva essere, scriveva Pavese. Allora sia resa lode a chi ci sta precedendo lassù.

 

Pier Vittorio Tondelli

 

Alcune sue frasi celebri:

 

  1. La vera fonte della giovinezza e' avere una mente porca (attribuita anche a Jerry Hall).

  1. Il vero viaggio verso la scoperta non consiste nell'andare alla ricerca di nuove terre, ma nel vedere con occhi nuovi (attribuita anche a Marcel Proust).

  1. "L'Italia è il settimo paese industrializzato". "Guarda un po' Bitonto a che posto sta".

  1. Amore e' tutto cio' che si puo' ancora tradire.

  1. Io nel '68 ebbi una sfiga. Mi innamorai di una di Trieste.

  1. La pazienza ha un limite, Pazienza no.

  1. E ringraziate che ci sono io, che sono una moltitudine.

Odiato e amato da tutta una generazione, faceva invidia, Pazienza. E rabbia. Per la sua incredibile bravura nel disegno, per la sua apatica parsimonia nel disegnare, per quella sua svogliatezza, che lo portava spesso e volentieri ad immagini o a intere tavole tirate via, raffazzonate, a prima vista quasi sciatte. Eppure, quando in vena, ci regalava, da buon presuntuoso qual era, degli autentici capolavori. Immortali.

 

Capace, con pochi tratti e ancor meno parole (ma solo a volte, perché altrimenti riempiva la pagina peggio di un amanuense), di fulminare il lettore, di spiazzarlo, decostruendo un medium che già allora si considerava abbastanza moribondo. Sì, non aveva voglia di fare niente. Eppure ha fatto tutto.


La tecnica narrativa usata da Pazienza (anzi, le tecniche, che, come i segni, cambiavano e mutavano quasi da pagina a pagina) rasentava spesso la poesia più pura, più bella, più vera, sia che scrivesse storie drammatiche (Pentothal, Pompeo, alcune trucide avventure di quella specie di anima nera di Massimo Zanardi, suo alter ego fumettato e maligno). Sempre in bilico tra presente e passato, Andrea Pazienza dava voce alla sua infanzia, e raccontava, si confessava, rideva di sé e, soprattutto, degli altri in maniera semplice e cattiva, come solo un bambino può fare. Un bambino prodigio, assolutamente consapevole delle proprie capacità. Oh, lo sapeva, di essere bravo, il vecchio Paz.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ha lasciato anche tracce di poesia (anche attraverso un primitivo "Alamm'echite'mmurt!"), ritmo, senso del montaggio, meravigliosa sintesi di linguaggi diversi. Da San Severo a Bologna, poi Roma, Montepulciano e via per il mondo a cavallo di una motocicletta, con Bruce Lee nel cuore e certe domande da un milione di dollari da sparare di notte agli amici ("Ma sono o non sono un vero comunista?"). Sid Vicious, la Pop Art, Totò, Petrolini e l’urto del Futurismo in un’unica soluzione.

 

Gran parte della sua produzione, ristampata in volumi lussuosi e costosissimi è diventata un oggetto lontano dalle tasche delle nuove generazioni. Questo non fa bene alla memoria, non è apprezzabile quanto l’operazione (lodevole, amorosa) portata avanti dal fratello Michele, diventato ‘cacciatore’ di tutti i frammenti di Andrea sparsi per il mondo (pezzi di carta, tovagliolini, autografi, etc.).

 

Non aveva proprio voglia di disegnare, Andrea Pazienza. E ti doveva bastare, ti era andata di lusso, perché il Maestro s’era concesso. E ti incavolavi, sì, ma lo leggevi (e da allora non siamo più stati capaci di smettere). Lo leggevi perché, per quanto irritante e presuntuoso, sapevi che aveva ragione lui, che dovevi ringraziare il Cielo o chi per esso per quelle storie illustrate, per quei versi con scarabocchio annesso, per quelle incredibili illustrazioni accompagnate da una, due, cento meravigliose parole. Perché Andrea Pazienza non disegnava-scriveva. E quando si pensa agli stati d’animo, alle lotte, alle frustrazioni giovanili di quegli anni così autenticamente difficili, non si può che dare ragione a Tondelli (altro genio del tempo che fu, che ha stupito, scandalizzato ed emozionato, e che ci ha lasciato troppo presto; anche lui).

Chissà cosa farebbe oggi Andrea Pazienza. Chissà come sarebbe stata questa Italia col suo genio all’opera, se quella fatale dose lo avesse risparmiato in quel di Montepulciano. Magari avrebbe abbandonato la carriera e si sarebbe cimentato a tempo pieno col cinema, come era in procinto di fare (in un film di Sergio Staino). Forse avrebbe finito per lavorare per Bonelli. Chissà, magari avrebbe disegnato persino uno dei Texoni estivi.

Oppure avrebbe continuato per la sua strada, infischiandosene di tutto e di tutti, continuando a disegnare, scrivere, minare il sistema dal suo interno. A vivere la sua vita, alla faccia nostra. E magari avrebbe riso (no, sogghignato zanardinamente) all’idea di un film su di lui. E avrebbe pensato a come spendere tutti quei soldi.
Non lo sapremo mai.

Quello che sappiamo è che, pur non avendolo conosciuto di persona, né “in diretta”, Andrea Pazienza ha lasciato davvero un vuoto non colmato (perché incolmabile). E che ci manca da morire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 









Trimonato da BaroneAgamennone | 13:33 | commenti (13)

martedì, dicembre 14, 2004

 

Da piccolo, ero affascinato dal presepio. Restavo sempre incantato davanti a tutte quelle statuine che animavo con la mia fantasia. A casa dei miei, la tradizione era che non c’era tradizione.. cioè non si poteva fare un presepio “prefabbricato”. Ogni natale andava cambiato.

 

Mia madre, anche quest’anno, ha rinnovato questa vecchia e strana tradizione. Lo guardavo, l’altra sera, mentre portavo l’ICI a mio padre.. lei continua a farlo sempre in maniera diversa. Quest’anno, non so perché, ne ha fatto uno con dei pezzi di polistirolo (la capannina) e tanti animali che vanno in giro in tondo, come se fossero allo zoo safari di Fasano.

 

Io, l’ultimo che mi ricordo fu frutto dello scambio di figurine di calciatori e biglie di vetro. Una decina di nerine  e di “mastacchiotte” (le palline che valevano di più sul mercato - non regolamentato - delle biglie) mi valsero due pastori, quattro pecorelle, Maria, Giuseppe, il bue ed anche l’asinello.

 

Quell’anno, ero proprio contento di me, mia madre mi aveva dato delega per fare il presepe e mi mancava solo un po’ di muschio e il gioco era fatto. Poi, d’un tratto, osservandolo nell’angolo della cucina, mi accorsi che avevo allestito un presepio mutilato! Guardai dentro la grotta della natività (fatta da un bidoncino di latta) e (cazzo!) mi ero scordato di Gesù Bambino! Era già il pomeriggio della vigilia di Natale! Troppo tardi! Non c’era tempo da perdere, dovevo inventarmi qualcosa nel più breve tempo possibile!

 

Fui fulminato da un’idea. Corsi a casa di mia nonna, sapevo che nella sua camera da letto, avrei trovato sicuramente un crocifisso. Salii su una sedia, riuscii a schiodarlo delicatamente dalla parete per portarmelo a casa e farmi il mio Gesù Bambino.

 

Purtroppo, nella piccola mangiatoia del mio presepio, quel Cristo, un po’troppo cresciuto, straripava a tal punto che con una mano toccava il culo a Maria, con l’altra sembrava sostenere le palle a Giuseppe, mentre i piedi, unici innocenti, fuoriuscivano abbondantemente dalla grotta, ma, per fortuna,  a mia madre piacque molto l’originalità di quell’idea..

 

Al chiodo, per non fare morire mia nonna d’infarto, ebbi anche cura di lasciare appeso un bigliettino, sul quale scrissi: “Torno subito dopo le feste”...

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:42 | commenti (28)

lunedì, dicembre 13, 2004

 

Il Natale è solo un imbroglio. Lo ha detto anche Woody Allen, ieri, in un’intervista, mentre presentava il suo ultimo film. A Natale, quelli che stanno già bene, staranno meglio. E quelli che stanno già male, staranno peggio. Quando queste lucine colorate e intermittenti  si spegneranno, tutto ritornerà come prima. Si spegnerà anche la finzione. I buoni ritorneranno buoni, mentre l’indifferenza ritornerà a sguazzare nelle consuete miserie umane di sempre.

 

Gli abiti nuovi non cambieranno i cuori, in questo abbagliante ed arido consumismo di merda. Spero solo che ogni abete si spenga in fretta, su questo imbroglio cali il sipario e finisca anche questo anno inutile che non ha cambiato quasi nulla.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:18 | commenti (11)

sabato, dicembre 11, 2004

Stasera, più o meno a quest’ora, avrei dovuto essere a Lecce alla convention, la festa di fine anno con tutti i colleghi. Quest’anno me la sono voluta risparmiare. Non avevo proprio nessuna voglia di stringere mani e sorridere con la mia tristezza e la mia rabbia dentro. Mi ha appena telefonato un collega e mi ha descritto di com’era mostruosamente agghingata Baffona. Roba da alzarsi dalla tavola ed andare a chiudersi in bagno a vomitare.

 

Ma prima ancora, mi sono ricordato di quando prendevo il treno che mi riportava da Bari a casa, tanti anni fa. Chi può dimenticare quel megafono, alla stazione, che ricordava con quella voce metallica le varie stazioni intermedie e che portava gli emigranti da Lecce a Schaffhausen. Ma dove cappero stà Schaffhausen? In Germania o in Svizzera?

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:17 | commenti (14)

venerdì, dicembre 10, 2004

 

Non so dove sta andando la mia vita. Forse a casaccio. Forse si è persa in qualche angolo buio o in qualche bagno sporco e umido di un autogrill su un’autostrada, con le svastiche scritte con i pennarelli neri sulle piastrelle gialle... Ma ricordo che da piccolo qualcuno mi disse che da grande dovevo morire. A quei tempi, credevo fosse una bugia, poi al primo herpes sul cuore, gli ho creduto. Questa mattina, mentre saltavo il filo spinato e vagavo per i corridoi del lager dove lavoro, calpestando il mio nulla e qualche modulo in bianco da riempire, ho incontrato una bambina orfana, forse abbandonata da una famiglia distratta, o da genitori e parenti che inseguivano un sogno (probabilmente, stavano firmando davanti ad un notaio per la stipula di un mutuo-prima casa). Una bambina talmente bella che sembrava finta. Mi ha guardato e mi ha chiesto se avevo visto la sua pallina. Soltanto perché il suo sole continuasse a risplenderle in viso le ho risposto con una bugia...

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:08 | commenti (14)

mercoledì, dicembre 08, 2004

 

Anche se ho conservato fino ad oggi riflessi da cattolico praticante (farmi di nascosto il segno della croce se vedo un funerale uscire da una chiesa, oppure quando ho paura, o dopo uno scampato pericolo...), non posso più davvero affermare di credere in Dio. E’ probabile che quella fede che avevo da bambino mi abbia abbandonato quando ho iniziato ad avere rapporti sessuali.

 

Sono cresciuto in una fortezza chiusa, inaccessibile, impenetrabile e piena di tabù. Ma la mia crescita mi ha condotto in uno di quegli appartamenti giapponesi, che si snodano tra varie stanze, dove le pareti-porte scorrono, scoprendo una sfilza di altre stanze; se vai avanti, altre pareti si aprono e si richiudono, e se le stanze sono numerose i modi per passare dall’una all’altra sono incalcolabili.

 

Così ho iniziato a pensare ad ogni giorno della mia vita come ad un’avventura. Se la vita non avesse un termine, penso che avrei continuato in eterno… ma, in realtà, non so ancora se mi sono fermato…

 

Freud parlava di libido. Dal punto di vista junghiano non esiste il male, ma solo la parte nascosta della nostra psiche. Tutti coloro che hanno amato e che sono stati amati conoscono il potere delle parole, gli infiniti significati che un gesto fatto dall’amato può evocare in noi, l’ardore intossicante che un suo sguardo può suscitare o il crudele e spesso irresistibile potere del suo rifiuto o di un suo silenzio o di una sua trascuratezza o di un gesto che, per te, vuol dire dimenticanza, assenza, non amore...

 

Tutti coloro che hanno amato appassionatamente hanno tremato almeno un poco, almeno una volta…quando lei ci lancia uno sguardo tempestoso e senti il tuo desiderio crescere…

 

Un viaggio mentale (trip), visto dall’esterno, può lasciare perplessi, o addirittura scandalizzare. E’ abbastanza facile pensare che si tratti di una qualche follia. Dall’interno, un viaggio mentale, invece, può prevedere anticipazioni e imprevedibilità. Anche se crea imbarazzi e confusione, è elettrizzante. Consente di affrontare le proprie insicurezze e paure con una rete di sicurezze. E può essere eccitante quanto un atto fisico.

 

Un viaggio mentale ha poco o nessun controllo sugli eventi o anche sulle emozioni del momento. I viaggi mentali creano legami e scuotono le fondamenta emotive di una persona. Non conta che quella persona sia lì. Con te. I viaggi mentali offrono uno sfogo sicuro alle tue fantasie…

 

Se non vi è mai capitato questo, allora vuol dire che non avete mai amato…

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 23:30 | commenti (20)

domenica, dicembre 05, 2004

 

Dr. Jekill e Mr. Hyde.

 

Io sono uno ciclotimico. L’ho scoperto parecchi anni fa. Mi sono accorto di essere così da quello che faccio e che dico.

 

A volte, pigio sul pedale dell’acceleratore. Mi sento euforico. Mi sento un Superman trionfante, un innamorato della vita. Altri giorni, mi sento così spaventato. Timoroso del presente e del futuro. Perseguitato dagli errori del passato.

 

In realtà, ho due vite. Due personalità. Sono diviso come il dr. Jekill e Mr. Hyde.

 

Ci sono giorni in cui mi sveglio esultante, euforico, felice. Giorni in cui mi basta un solo sms (anche due) per pensare che la vita sia meravigliosa. Che è così bello vivere. Che ho avuto la fortuna di conoscere persone splendide e di aver fatto le scelte giuste. Persone ed amici ai quali voglio tanto bene. Che mi vogliono bene. Ho avuto amori bellissimi. A tutto questo non saprei, non voglio e non posso rinunciare. Questa persone sono capaci di colmare tutti i miei vuoti. Sono in grado di riempire tutti i miei buchi neri…

 

Guido sicuro. Arrivo di buona voglia al lavoro. Anche le facce dei colleghi che mi dicono “buongiorno”mi sembrano più simpatiche. Gentili ed efficienti. Tutto scorre per il verso giusto. Le difficoltà mi sembrano cose normali da affrontare a da risolvere. Come nella corsa dei cento metri. Ostacoli obbligati che vanno solo saltati per vincere. La vita è solo un fiume che ha le sue curve, le sue cascate, i suoi scogli… e tutto scorre…

 

Ma, purtroppo, esistono anche giorni diversi.

 

Sono le mie giornate nere. Già al mattino, mi alzo e penso di fare una vita di merda. Che vorrei dormire di più. Che tutto quello che faccio non serve a niente e a nessuno. Nemmeno a me stesso. Sono di cattivo umore anche al lavoro. Rispondo scocciato al telefono. Anche la pioggia sulla strada, mentre guido, mi dà fastidio. Ma se ci fosse il sole sarebbe lo stesso, mentre abbasso la tendina in auto, me ne accorgo dallo scatto, da quel movimento della mia mano nervoso e veloce. Insomma, anche se morissi schiantato contro un tir che cambierebbe? Qualcuno se ne accorgerebbe? Qualcuno piangerebbe? Almeno mi libererei di questo peso che porto dentro? Questa malinconia scura che mi opprime e mi schiaccia contro il sedile. I miei amici e le persone che mi vogliono bene, in questi momenti, non esistono più…non servono… non esiste più nulla... nemmeno i miei amori (finiti peraltro miseramente) esistono più … neppure quelli che stanno per nascere esistono… li abortisco… in quei momenti, esiste solo il mio malessere…c’è soltanto il mio malumore che mi fa odiare ogni cosa…soprattutto me stesso…

 

Sono consapevole dei problemi causati dai miei cambiamenti d’umore. Chi mi conosce, forse, soffre con me… chi mi conosce ed ha la sfortuna di avere contatti con me, se ne accorge. Fa fatica a seguirmi… Anche io soffro per questo.  Perché sono capace di disfare, oggi, quello che ho costruito ieri.. Ieri, quando vedevo le cose in un modo diverso da ora, ero un altro, non sono quello che sono oggi. Che posso fare? Come posso cambiare? Come posso diventare ed essere diverso da quello che sono ora?

 

Sono un tipo assurdamente ottimista, ma anche ridicolmente pessimista.

 

Ho letto una storia su questo.

 

C’era una volta un re ciclotimico… Stanco dei suoi malesseri e dei suoi sbalzi di umore, un giorno, il re chiese ai suoi consiglieri saggi di trovare un rimedio al suo male.  Ma nessuno, nonostante gli sforzi, riusciva a trovare rimedio alla sua ciclotimia. E così, mentre il re piangeva, un bel giorno, si presentò un bizzarro visitatore che gli chiese udienza. Il re lo fece entrare e lo accolse nelle sue stanze reali. E lui gli regalò un anello d’argento. Il re, sorpreso e speranzoso, lo guardò e gli chiese se quello era un anello magico.

 

Allora il bizzarro gli disse: “Ogni mattina, quando ti alzi, dovrai leggere l’iscrizione incisa sull’anello e ricordare quelle parole ogni volta che vedrai l’anello al tuo dito”.

 

Il re prese l’anello e lesse ad alta voce:

 

“Devi sapere che anche questo passerà”.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:36 | commenti (25)

sabato, dicembre 04, 2004

 

 

 

 

 

 

 

Elefant man.

 

Finalmente ho capito dove risiede il mio problema. Il mio problema di fondo. Quello vero che ti blocca una vita intera…

 

Avete presente gli elefanti del circo? Quei bestioni che girano in tondo e divertono tanto i bambini. Animali di una dimensione ed una forza tali da essere capaci di sradicare un albero con il naso (sarà anche che gli elefanti hanno un naso un po’ lungo, però, questo, non è sempre sinonimo di falsità o bugie…). A colpi di spallate e di culo, probabilmente, un elefante butterebbe giù una casa di due piani, come un terremoto. Quando, con la scuola, facevamo le visite nei circhi, li guardavo anche fuori, in mezzo alle tende e alle ruolottes. Fino ad un momento prima di entrare in scena, erano sempre legati ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.

 

Quel paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno, anche se la catena era grossa e forte, mi sembrava strano che un animale con quella forza non riuscisse a liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Era davvero un bel mistero… Che cosa lo teneva legato, allora? Perché non scappava?

 

Se chiedevo a quelli del circo, loro mi rispondevano che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. E io replicavo: “Ma se è ammaestrato, perché lo incatenate?”. Non ricordo di aver mai avuto una risposta coerente a questa mia semplice ed infantile obiezione.

 

Questa domanda che mi facevo da bambino, poi mi è passata di mente. Superata da tante altre da adulto. Stasera, dopo una conversazione, mi è tornata in mente. Ho capito che è questa la mia domanda vera. Sforzandomi un po’, ho trovato anche la risposta.

 

L’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto fin da quando era molto, molto piccolo.

 

Immaginate un elefantino indifeso appena nato, legato al suo paletto di legno. Sono sicuro che, in quel momento, la prima volta (ed anche le successive), l’elefantino ha provato a spingere, a tirare, per liberarsi… e sudava, sudava, sudava tanto… nel tentativo di scappare. Ma, nonostante gli sforzi, non riusciva mai a liberarsi, perché quel paletto era troppo saldo (troppo forte) per lui.

 

E così, ogni giorno, ci riprovava. Finché un giorno (un terribile giorno per lui e per la sua storia), l’animale deve aver pensato che era impossibile liberarsi di quel paletto. Rassegnandosi così al suo destino…

 

Ecco perché quell’elefante enorme e possente che vedevo al circo, da bambino, non scappava… perché, poveretto, credeva di non poterlo fare. Perché il ricordo della sua infanzia gli aveva fatto credere che quella era un’impresa impossibile per lui.

 

Il brutto è che lui non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più… Il peggio, invece, è che io l’ho fatto. Almeno stasera…

 

Ed ora torno alla mia domanda. Io sono come quell’elefante del circo: sono incatenato ad un paletto che mi toglie la libertà. Vivo pensando che “non posso” fare un sacco di cose semplicemente perché, una volta, quando ero piccolo, la mia educazione mi ha legato a tanti paletti. Io ho provato a liberarmi, ma ho fallito. Così, mi ritornano alla mente mia madre, mio padre, la mia infanzia, la loro educazione, i loro ordini e le loro proibizioni… Me ne libererò mai? Ne sarò capace? Troverò la forza? Riuscirò a ricordarmi di averla? Dimenticherò mai il mio passato?

 

Quello che so è che, crescendo, ho fatto lo stesso errore di quell’elefante del circo. Ho inciso nella mia memoria questo messaggio: “Non posso, non posso e non potrò mai”. Mi sono portato dietro questo messaggio – che mi sono trasmesso da solo – perciò non ho più provato a liberarmi dal mio paletto.

 

Quante volte ho sentito la stretta dei miei ceppi ed ho fatto cigolare la catena fino a farla tendere? Ma senza mai imprimere una grande spinta, senza nessuna forza… Senza convinzione, perché consapevole già della mia sconfitta… Altre volte, ho guardato con la coda dell’occhio il mio paletto ed ho pensato: “Non posso, non posso e non potrò mai”.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:10 | commenti (12)

venerdì, dicembre 03, 2004

 

In ogni momento della mia vita. In ogni età che mi ha accompagnato. In ogni strada dei miei sogni disperati, da sempre, porto con me la mia musica. La musica mi fa dimenticare. La musica mi fa ricordare. La musica mi fa sorgere nel cielo e mi affonda nell’emozione come la poesia.

 

In questi tempi così barbari mi sentirei mutilato senza la luce della sua magia.

 

La musica accompagna la mia vita e fa l’amore con la mia testa e la rivolta come il mio cuore.

 

Ci sono musiche che mi ricoprono di lividi e fiori, e, col tono giusto, riescono a scoparmi anche l’anima…

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:33 | commenti (9)

grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).