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sabato, gennaio 29, 2005
Da alcuni anni, sono iscritto ad una Mailing List, nella quale ci sono persone di diverse età. Alcuni sono molto giovani (intorno ai venti anni). Per me, è un interessante osservatorio per non perdere d’occhio le nuove generazioni. Non sono un insegnante e non ho la fortuna di continuare ad avere contatti con i giovanissimi. Quindi, mi accontento della Ml. Mi piace vedere come crescono, a cosa pensano, che cosa guardano alla televisione, quale musica ascoltano i ragazzi di oggi. Vivere attentamente, in un certo senso, per me, è sempre guardarsi attorno, è anche vivere al presente, attrezzandosi, contemporaneamente, per il dopo.
Eppoi, leggere cosa scrivono (e pensano) i giovani è come un esercizio dello spirito. Guardare fuori, guardarsi dentro. Anche quando la vecchiaia ci rende pressoché invisibili a loro, noi, non guardati, possiamo guardarli. Divertirci di loro, assaporarli. Guardarli dentro: vedere i loro nodi, cercare nella loro matassa, il nostro viaggio e la nostra avventura.
Non è solo un antidoto alla noia, o al passare del tempo, lo sguardo sulle nuove generazioni è una vera e propria medicina, un elisir di eterna giovinezza. Una preparazione all’indulgenza, quasi un corso per allievi, dove noi diventiamo e siamo gli apprendisti e loro diventano i grandi, quelli capaci di insegnare come si scompone il nuovo tempo.
In questa Ml, spesso mi è capitato di leggere le mail che scrive una certa S. che, da quello che ho capito, è una ragazza di 18 anni che pensa di essere (o vuole essere) un ragazzo. Non mi chiedete come e perché, perché non lo so. Io non me lo sono chiesto.
E’ una tipa un po’ aggressiva e, spesso, distruttiva. Di quelle che vedono fregature e marcio ovunque. L’altra sera, il 27, ho postato in Ml - timidamente - il link di “Binario 21”, per il giorno della memoria. Non ho scritto nulla, non volevo fare inutile retorica ed ho postato solo il link di quel sito. E, immancabilmente, S., dopo qualche minuto, è saltata fuori come una belva che stava lì ad aspettare, pronta per azzannare la sua preda.
----- Original Message ----- From: S. To: @yahoogroups.com Sent: Friday, January 28, 2005 12:22 PM Subject: Signori e signore, benvenuti a tutti nella più grande, coinvolgente, strabiliante presa per il culo!
Oggi, le ho risposto. Sentivo che dovevo dire qualcosa a questa ragazza. Con il rischio di passare per un vecchio rompipalle... Probabilmente, fra qualche anno, mi ritroverò a parlare così anche a mio figlio..se avrà ancora voglia di ascoltarmi, ovviamente.. ----- Original Message -----
S., con queste tue mail nero-fumo, mi dai sempre la sensazione della fine di una corsa. Percepisci la tua diversità dal gruppo? E il gruppo, quanto conta nell'economia del tuo buon umore?
Il fatto è che, detto così, come fai sempre tu, tutte sono palle... Mi spaventa la facilità con cui tu e i tuoi coetanei date per scontato che è tutta una gran presa per il culo, che è tutta merda e ipocrisia, che non c'è niente che funziona, che non esista nulla in cui credere. Razzismo, fascismo, comunismo, disservizi, scandali, degrado ambientale, tutto viene scagliato nel medesimo calderone. Un'alzata di spalle, una grazia distratta: figuriamoci, e quando mai c'è stato qualcosa di buono?
Distaccati, sfiduciati, pessimisti, rassegnati. Sempre e comunque. Pervicacemente decisi a distrarvi, alleggeriti di responsabilità dallo stato in cui versa la Nazione. E' vero, i primi passi fuori dalla porta di casa li state facendo tra i detriti, vi circonda un campionario di macerie.
Ma questo non assolve nessuno. Nè noi, nè voi. Se qualcosa è caduto, è buona norma chinarsi a raccoglierlo. Possibile che siamo stati noi a insegnarvi a non farlo? Esco dalla metafora, ed entro, come recitava una frase d'epoca, "nel merito".
Quando sono nato io c'era già Andreotti. Sono cresciuto con il governo della Democrazia Cristiana. Il bersaglio era giusto, ma non siamo stati noi a centrarlo. Certe volte, mi chiedo come sarebbe stata la mia adolescenza se lo scenario fosse stato questo di adesso, da fine dell'impero, e non quell'altro, quello degli anni della rinascita economica. E, dentro quell'aria di allora, c'era quel movimento, che era pieno di idee e di entusiasmi, qualcosa che nasceva come un'onda spontanea. Non importa se quegli entusiasmi sono morti o sono rimasti delusi. Allora c'erano. E' questo quello che conta.
Io ricordo il clima, quello mio, che era di una belligeranza permanente, in casa, a scuola, in parrocchia, tra gli amici. Un po' come fai tu ora, ma in maniera meno distruttiva e nichilista. La linea del fronte era netta. Da una parte c'eravamo noi, dall'altra gli altri. Figli contro padri e madri e insegnanti e preti. Erano anni di slanci, di sbagli, di cieche convinzioni, di fiducie. Erano gli anni del mutamento. Buoni e contro, così pensavamo che si potesse vivere per sempre. Con l'anima evangelica e la testa marxista. Pensavamo di poter cambiare tutto. Tutto. Non soltanto qualcosa. Mentre come scrivi tu, sembra che non si possa cambiare mai niente. Nulla. E tutto è inutile.
Non credere che io voglia deridere te o gli altri come te. Non voglio farti la paternale. So che non serve a niente. E' già abbastanza pesante il vostro bagaglio, da portare. Siete figli di figli, adolescenti nati da una generazione che all'adolescenza ha regalato un cronico malessere, spregiando, come spregiava, tutto quello che era diverso da noi. E poi, potresti sempre rispondermi, come facevo io allora, con un secco e deciso "fatti i fatti tuoi" (spero, almeno, che non vorrai usare la parola "cazzi").
Mi spiace sentirmi a fare la parte del Signor Sotuttoio. Che io possa essere dannato se lo faccio apposta. So talmente poco. Sono piuttosto un signorino So-Poco. Ma vorrei sapere ancora meno. Vorrei non riconoscere la delusione da tutto, la voglia di contestare, di pensare che è sempre tutto inutile. Lo conosco questo atteggiamento e l'ho riconosciuto in questa tua mail. Lo vedo ogni volta che scrivi qualcosa che è sempre "contro" qualcos'altro. Se io sono carnivoro, tu sei vegetariana. Se io sono per il mare, tu sei per la montagna. Se io sono patito per le bionde, tu esci di testa per le more.
Non ti dico tutto questo perchè sono paternalista e, in fondo, mi fa allegria vedere che il tuo cervello lavora, che sperimenta la fatica del giudizio. Non ti preoccupare per me, a me, il distacco piace. Quello che non ti posso dire, e quindi scrivo, è la tristezza per lo scenario in cui ti muovi. Per essere sempre una voce fuori dal coro, non partecipare sempre, ti prego, al coro di sfiducia. E' pigra, è noiosa, è facile la sfiducia. E, in giro, ce n'è già troppa.
Quello che voglio dirti è che allora era bello, come forse già sai tu che non ti fai prendere in giro dalle false retoriche. Non ti invidio. In un certo senso, era più facile essere ragazzini allora. Non voglio dirti nemmeno che "ci siamo passati tutti". D'altra parte, se proprio dovessi riavere diciotto o venti anni oggi, un padre come me non lo vorrei. Preferirei una madre, un padre, a cui la realtà fosse gradita, che coincidesse un po' più col mondo di fuori. Vorrei che stessero lì ad aspettarmi e mi illustrassero il regno degli adulti, con parole positive e gentili, con cui potessi non essere d'accordo, godendo della mia giovanile irruenza. Sentendomi forte, più forte delle debolezze conformiste di oggi.
Nemmeno noi eravamo ciechi, come non lo sei tu ora. Non eravamo solo contro il Vietnam e gli americanismi (anche se sentivamo a tutto spiano la musica beat inglese ed eravamo schiavi del rock), eravamo anche contro l'Unione Sovietica, per quando sedotti dalla precettistica orientale, finivamo in pasto alla Cina o alla divisa mimetica del Che e di Castro e di Cuba. Ma, vedo, che, oggi, quell'ateismo di allora si sta trasformando in indifferenza e l'illuminismo di ieri si è arenato sui limiti oggettivi del progresso di oggi e la psicoanalisi è finita nella giustificazione autarchica dell'Io, in tutte le sue deformazioni anche sessuali...Oh, scusami, vedi che ricomincio a farti la morale?
Quello che volevo dirti, S., è che io ero un rispettabile estremista, forse proprio come pensi di essere tu ora, ma ero (e sono) anche molto diverso da te. Perchè ero serio, ma serio come sono seri i bambini mentre sviluppano il gioco imitando il reale. Inventando un finale, dove essere felici sia possibile.
Urrà!
Barone Trimonato da BaroneAgamennone | 22:20 | commenti (26) mercoledì, gennaio 26, 2005
In ogni tragedia umana, alla fine, c'è sempre un'immagine che ne diventa il simbolo, la rappresentazione. C’è la foto della bambina seminuda che corre per strada dopo lo scoppio della bomba di Hiroshima, c’è quella dei pompieri ricoperti di polvere dopo la strage dell'11 settembre alle Twin Towers ed ora c’è, anche, purtroppo, quella del padre che stringe la mano del figlio annegato, ucciso a Natale da un sussulto dell’oceano. Per l'Olocausto, io ho due foto. Una è la foto di Anna Frank che, probabilmente, ora, sarebbe una blogger di fama mondiale, visto che ha scritto sconvolgenti pagine che hanno fatto il giro del mondo in quel suo diario.
E poi c’è la foto di un bambino con le mani alzate, che ho visto, per la prima volta, a scuola, in un libro di storia.
Ci sono state, in quegli anni, mille e mille tragedie individuali, ciascuna con il suo dramma intimo ed il suo inconfondibile volto. Ma c'è la difficoltà di scorgere, in quella strage di milioni di esseri umani, gli individui uno per uno, il loro singolare destino, il loro affanno, la loro sofferenza, il loro terrore, il loro nome. Quei volti scarni e impietriti, quegli sguardi impauriti dallo spavento e dall'orrore, li ritroviamo in quelle foto in bianco e nero...i poveri vecchi intabarrati, con i superstiti segni di un agio ed una dignità perduta, trascinati per le strade, sui camion, sui treni, messi nei vagoni per il bestiame. Le donne oltraggiate...i tanti fanciulli smagriti con le mani aggrappate al filo spinato..sono tante le immagini di quelle orribili pagine della nostra storia... Ma l’immagine di questo bambino che, atterrito, nel suo cappottino, alza le braccia in segno di resa, con quel soldato tedesco che gli sta dietro con il mitra puntato, mi ha sempre colpito, per la sua genuina immediatezza...e questa foto è sempre rimasta impressa nella mia memoria..Di fronte a questa foto, non possiamo più né voltare lo sguardo, né scivolare indifferentemente altrove col pensiero: come uno squillo di tromba questa foto mi avverte della propria presenza, e chi l'accoglie una volta l'ha accolta per sempre. Perchè opporsi all'evento che è stato allora, sia oggi, e sia sempre. Proprio come diceva Piero Calamandrei: ora e sempre Resistenza! Gli amici bloggers che hanno aderito a questa iniziativa promossa e diffusa su Splinder da Flor: http://www.maqrollilgabbiere.splinder.com Dolittle : http://aquiloneblu.splinder.com Foloreana: http://floreana2.splinder.com/1105975557#3842830 Charlaile : http://eolo.splinder.com Bostonian: http://bostonian.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=383147
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:14 | commenti (19) domenica, gennaio 23, 2005
Una volta un imbianchino di nome Adolf Hitler, disse, in una birreria: "Se un giorno andro' al potere, la prima cosa che faro' sara' distruggere il popolo ebraico". Alcuni anni dopo, l'imbianchino ando' al potere, e mise in moto una macchina che assassino' i nove decimi del popolo ebraico in Europa. Questo assassinio di massa si chiama, in ebraico, Shoa'. Avvenne durante la Seconda Guerra mondiale, nello Scorso millennio. Che cosa significa Shoah?
In quella guerra morirono circa 50 (forse 60) milioni di esseri umani. Milione piu', milione meno. Il 27 gennaio verrà celebrato il Giorno della Memoria
Ricordare può servire Per non dimenticare e perché non succeda mai più. Diffondi anche tu sul tuo blog la notizia che il 27 gennaio è il giorno della memoria.
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:20 | commenti (20) mercoledì, gennaio 19, 2005 Chi si assomiglia si piglia: Baffona & RoboCop.
Mi sono sempre rifiutato di descrivere il mio Kapo Ufficio (alias “Baffona”), per evitare che qualcuno potesse pensare che io dica spesso che lei è una stronza, bastarda, infame e kitemurt’, perché influenzato dal suo orrendo aspetto fisico.
Solo una volta, colto in un momento di debolezza, mi è scappato di far vedere la sua foto a Blanco & Bleu e, lui, da allora, ha deciso di lasciare, non solo il mondo di Splinder e dei blog, ma anche la sua casa! Per paura che il suo appartamento venisse invaso dagli spiriti maligni, dopo quell’orrenda visione, infatti, Bibbì ha svenduto - in tutta fretta - il suo appartamento, edificato in un campo di aglio e traslocato in un luogo segretissimo, al confine tra la Moldavia e la Transilvania, nei pressi dello svincolo autostradale per Latina.
Perché ho cambiato idea? Perché, per la prima volta, ho visto che anche Baffona sta assaggiando l’acre sapore della polvere… Voci di corridoio insinuano che la stanno silurando e affondando come il Titanic. Ufficialmente, è in malattia dal 22 dicembre e oggi abbiamo appreso (con gioia, devo ammettere) che ha presentato un altro certificato medico! E’ entrata nell’affollata, simpatica ed allegra compagnia dei defenestrandi…Urrà! Come diceva Mike Buongiorno in quel noto gioco a quiz e premi? LA RUOTA GIRA! Ed ora è arrivato anche il suo turno…
Il suo nomignolo di “Baffona” non le è stato affibbiato soltanto per un vago o nostalgico richiamo ai suoi comportamenti da stalinista, ma anche per un chiaro riferimento alla folta peluria che, nonostante le sue continue depilazioni, le cresce costantemente sotto quella specie di sifone a forma di naso che si trova al centro della sua antipatica faccia.
Io e gli altri colleghi ci siamo chiesti tante volte: ma come cappero si depila Baffona? Con il rasoio? Il bilama è stato senza dubbio la scelta più rapida, ma lei l’ha pagata cara: quelli che, agli albori, erano solo radi e piccoli peluzzi, sottili e quasi sbiaditi, alla seconda, terza rasatura sono diventati delle punte di trapano da 5 millimetri.
Per il resto del corpo, Baffona non ha bisogno di usare le creme depilatorie. Ad esempio, i peli che le crescono sotto le ascelle, secondo me, non si staccano per via degli acidi delle cremine che usa e che dovrebbero intaccare la cheratina, ma per semplice asfissia. La signora Ida, addetta alle pulizie, mi ha raccontato con sgomento che, una sera, sentiva dei pianti provenire dal nostro ufficio… alla fine, gira e rigira, sotto la scrivania di Baffona ha trovato un ciuffetto di peli pubici che rantolavano da ore e li ha dovuti finire con un colpo secco di scopa sulla giugulare per risparmiare loro l’agonia e, soprattutto, per mettere a tacere i loro inquietanti lamenti.
Se devi entrare nell’ufficio di Baffona, verso metà mattinata, per via dei suoi cattivi odori (olezzi riscontrabili solo in una fogna in una giornata di pioggia martellante, o in una discarica abusiva, o nel water di casa tua dopo una cattiva digestione) provenienti dalle sue ascelle e inguine (specie se è in periodo mestruale), salvo il caso di un breve svenimento, è consigliabile una preventiva stesura del testamento.
In certi momenti, quando Baffona si sente toccata dai suoi picchi di follia pura, ravvisati da esperti criminologi solo in alcuni monologhi notturni fuori sincrono di Enrico Grezzi, la vedo sgomento attraverso il vetro che separa (e per fortuna che è insonorizzato) i nostri uffici. Lei resta per interi quarti d’ora con lo sguardo perso nel vuoto…sguardo mò…non esageriamo…ha gli occhi aperti in uno stato di coma vigile. Chissà a che pensa…? Forse sta decidendo se deve farsi un’altra lampada…? Baffona si fa una lampada ogni due giorni… secondo me, se ne fa troppe…perché allora, poi, si stupisce se viene fermata dalla polizia e le chiedono il permesso di soggiorno?
Una volta, per sbaglio, cercando delle marche da bollo in un suo cassetto, trovai una crema, una delle tante che usa. Lessi quello che c’era scritto sul tubetto: “Può essere usata più volte al giorno. Deterge con dolcezza. Penetra immediatamente e ci si può rivestire dopo un minuto”. Quella volta, mi chiesi chi alla Garnier avesse carpito informazioni riservate sulle abitudini sessuali del marito di Baffona. Il coniuge superstite, l’abbiamo soprannominato RoboCop, per via della sua strana camminata da automa e la sua testa levigata a forma di uovo sodo.
Di RoboCop, ho seguito tutta l’evoluzione della sua capigliatura. All’inizio, quando aveva i capelli, colto da un certo grigiore, ha iniziato a tingerseli. Stabilito che i capelli brizzolati stanno bene solo a George Clooney (o quasi), era riuscito a creare “l’effetto Paolo Limiti”. Non si rendeva conto che la sua tintura assumeva tonalità e riflessi quali “acero biondo” e “radica di noce”, per cui, tinto, più che un playboy di inizio millennio sembrava un comò di fine Ottocento.
Poi ha iniziato a perdere i capelli (che non fosse l’odore dell’ascella pezzata di sua moglie la vera causa di quella repentina caduta ?) ed è passato al riporto. Quando veniva a trovarci in ufficio, tolto il cappello e la sciarpa, se fuori c’era vento, doveva togliersi anche tre giri di capelli attorno alla testa.
C’è stata anche la fase critica. Li aveva persi quasi tutti, tranne che sulle orecchie e sulla nuca. Decise di ricorrere al parrucchino. Me lo immaginavo, mentre andava a letto con Baffona, nel momento topico, mentre lei si sbarbava e lui riponeva il toupet sul comodino. Che avrà pensato lei? Di stare per far l’amore con un omino della Playmobil? Che le avrà detto lui? “Quest’estate ti porto in Costa Smeralda con il mio galeone”?
Alla fine, a differenza del Cavalier Berlusconi, Robokop si è rassegnato ed ha capito che, in tema tricologico, quando si perdono i capelli, l’unica vera soluzione estetica è quella di rasarsi completamente. Ed ora che ha una splendida e lucida palla da biliardo al posto della testa, sì, che può fare il ducetto a casa Stalin!
Lui e lei sembrano una perfetta coppia moderna, almeno quanto due membri della famiglia Adams. Ho deciso che li iscriverò – a loro insaputa - a qualche concorso cinematografico. Secondo me, sarebbe due ottimi soggetti per il prossimo film horror di Dario Argento, che poi, a dirla proprio tutta, lei gli somiglia pure…
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:48 | commenti (31) domenica, gennaio 16, 2005
Amarcord’…
Sabato scorso, mi ha telefonato Massimo, un vecchio amico che non sentivo più da tanto tempo. Veramente, all’inizio, quando mi ha detto “Ciao, sono Massimo, come stai…?”, ho pensato: “Vabbù, deve aver sbagliato numero…”. Insomma, che fai e che non fai, ieri sera, colti da una botta di revival, siamo usciti assieme. Come meta, avevamo un teatro di periferia, per ascoltare un concerto di un trio di un percussionista siciliano che fa musica popolare (Alfio Antico). Alfio, in verità, non sembrava solo antico, ma proprio vecchio, perché, con quei suoi capelli lunghi e bianchi, sembrava colpito dall’ormone pazzo di una bistecca, rispetto ai tempi belli della NCCP di Eugenio Bennato. Vabbù, dopo le presentazioni con i microfoni, in un tripudio di applausi, fischi e luci bianche, alla fine, Alfio Antico è salito sul palco, scalzo e vestito tutto di bianco (la panza tonda ben coperta dalla sua camicia larga). E noi seduti sulle poltroncine rosse, scomode e strette, a battere le mani alla fine dei sui pezzi, martellati con le dite veloci e vibranti sui tamburi di varie dimensioni…
Massimo è sempre stato un tipo un po’ strano. Sempre vestito casual, ribelle, grande fumatore e provocatore, naso un po’ grosso e storto, anticonformista, camminata strana e dinoccolata. Uno di quelli che conclude sempre le sue osservazioni sulla vita e sugli uomini con la frase: “Mah… che ti devo dire? La gente sono pazzi…”. Nonostante gli anni passati, non l’ho trovato cambiato per niente… Come se il tempo nella sua testa e sul suo corpo si fosse fermato. A parte i problemi di prostata che mi diceva, è rimasto uguale, identico a quando l’ho conosciuto (non ricordo nemmeno come e dove), quando ci vedevamo tutte le sere in piazza. Quando passavamo le ultime ore delle nostri notti giovani e sbarbate, semi-sbronzi e folli sotto casa sua (o mia), a fumare e ad appannare i vetri dell’auto con le nostre chiacchiere infinite. Raccontandoci dei nostri amori disperati e, forse, anche consapevoli che le nostre impotenze non avrebbero potuto mai cambiare il mondo e che quella rivoluzione, tanto desiderata, non sarebbe arrivata mai.
Ora, Massimo lavora in un museo. Si diletta a fare le foto ai reperti che vengono ritrovati negli scavi archeologici. E’ single e vive da solo. “Passo a prenderti alle nove” gli ho detto, salutandolo al telefono e scambiandoci i numeri dei nostri cellulari. Trovata la strada, giunto finalmente sotto il portone di casa sua, al citofono, mi ha invitato a salire. Un modesto appartamento in un quarto piano senza ascensore. Entrato ansimante in quel corridoio stretto, vedendolo imbarazzato e sentendomi goffo, nel vedere quei libri nella sua libreria, mi è sembrato di entrare nella macchina del tempo. La sua stanza da letto. La sua vasca da bagno. La dispensa dei pelati. Lo sgabuzzino con una batteria di pentole. Ci siamo seduti nel suo salottino di vimini e su un vassoio comprato alle offerte dell’Ipercoop mi ha offerto un paio di grappini. Dopo un po’, ha tirato fuori gli album delle sue foto. Forse era l’effetto dei grappini, ma, mentre sfogliava le pagine in cartone (divise dalle veline), a un certo punto, non riuscivo più a distinguere un coccio dell’epoca pre-romana dalle foto delle sue ex.
Ma non era tanto di questo che volevo parlare, quanto del fatto che fuori, all’ingresso di quel teatro (un capannone industriale ristrutturato), ieri, ho rivisto volti, mani, scarpe, gesti, capelli, giacconi di pelle, sciarpe che mi hanno fatto ricordare i miei vent’anni e i vecchi compagni della mia piazza degli anni 80-90.
La maggior parte di quei ragazzi non li conoscevo. Però c’erano anche molti visi noti. Gli stessi con i quali ho passato lunghi inverni sotto un lampione a discutere di politica, con “Lotta Continua” infilato nella tasca dell’eskimo. Non ricordavo i loro nomi. Ma ho riconosciuto quegli sguardi. Quel modo di parlare sempre confidenziale e quasi intimo, come se il tempo non fosse passato sulle nostre vite, come se ci fossimo rivisti l’altro ieri, per l’ultima volta. Invece, erano passati vent’anni…cazzo…dico: VENT’ANNI! I compagni sono proprio una razza speciale…
Alcuni di loro li ho trovati invecchiati, con i capelli bianchi. Le ragazze (mi piace continuarle a chiamare “ragazze”) avevano due-tre bimbi al seguito. Altri erano diventati completamente calvi. Altri ancora li ho trovati molto ingrassati. Insomma, se le parole sembravano ancora quelle di una volta, il tempo aveva lasciato i suoi segni sul nostro corpo. Chissà che hanno pensato di me..la domanda più frequente era: “Oh, ma che fine hai fatto?”. Già che fine avevo fatto? Io, non so perché, ad un tratto, ero sparito da quell’ambiente, già ai tempi dell’università…
E così, alla fine del concerto, all’uscita, in quel freddo umido, tra saluti, strette di mano e abbracci, ci siamo rimessi a parlare di che fine aveva fatto Tizio e dove stava Caio. Alcuni si erano trasferiti in altre città. Uno si era aperto un negozio di vasi di terracotta. Un’altra faceva l’architetto. Che tristezza vedere le loro facce chiuse nel silenzio quando ho chiesto di qualcuno o qualcuna che non c’era più…inghiottito dal buco dell’eroina o dal pozzo senza fondo di una cirrosi epatica…
Che vi devo dire? La gente sono pazzi… Trimonato da BaroneAgamennone | 01:19 | commenti (14) martedì, gennaio 04, 2005
Gingl’bAlls… Finalmente le vacanze di Natale, come il solito film di Boldi-De Sica, sono finite e si torna alla normalità. Resoconto delle feste? Una palla…. Specie quando devono arrivare degli ospiti. Parenti vicini e lontani dei miei genitori, dei quali ricordiamo a malapena il nome. Eppure, quando arrivano, mia madre diventa la reginetta dello spolvero e diventa ansiosa come una matta. Inizia a raccomandarci di essere presenti al loro arrivo, già da ferragosto: “Perché poi quelli si offendono, e, mi raccomando, non mi fate fare brutte figure…chè mi avete già dato tanti dispiaceri…”. Scossi dal rimorso di essere stati dei figli degeneri, con i lacci emostatici legati al braccio sinistro e la siringa nella mano destra, attendiamo il fratello piccolo di mio padre che incontriamo solo a Natale (per fortuna) davanti all’ascensore, come se dovesse arrivare re Carlo d’Inghilterra. Si aprono le porte, lui esce, con il suo buon odore di dopobarba inglese (dato che fa il parrucchiere a Londra), lo salutiamo, mettendo il cartello “fuori-servizio” vicino al tasto di chiamata all’ascensore per l’incolumità degli altri condomini, poichè, a causa di quel forte odore, l’ascensore è ormai diventato una specie di camera a gas. Lui entra dentro casa con il suo passo pinnato, e, ovviamente, arriva mia madre dicendo: “Scusa il disordine…”. Che falsa… E lui guardandosi intorno e salutando, scrolla la cenere del sigaro sul pavimento del salotto, dicendo: “Sorry...”. Mia madre sorride indifferente e fa la solita domanda: “E Doroty? Non l’hai portata?”. Saranno venti anni che zia Doroty, considerata poco più di una valigia, non mette piede in Italia (probabilmente, per quanto ne sappiamo, è morta nel ‘98) e mia madre, a Natale, gli chiede sempre la stessa cosa e lui dà sempre la stessa risposta: “Avere terribile mal di testa e odiare volare”. E giù tutti, grandi e piccini, a correre nel bagno a farci dare un ritocco ai capelli aggratis dallo zio Angelo che non dimentica mai di portarsi dietro le forbici! La mia famiglia-allargata è molto numerosa. Visto che mio padre ha otto fratelli (di cui uno morto) e mia madre quattro sorelle (una pure deceduta). Con la media di tre figli ciascuno e altrettanti nipoti. Ci sono state, in queste settimane, oltre lo zio Angelo, una serie di figure-tipo che hanno girato attorno alle feste natalizie. La zia ingenua, infartuata e un po’ rinco. Che è quella che, in base ad un preciso accordo tra i parenti, deve essere tenuta all’oscuro di tutte le vicende familiari che possano in qualche modo turbarla, per cui, ogni tanto, chiede al nipote più grande: “Stella della zia, ma possibile che non esci mai? Possibile che ancora non ti trovi la fidanzatina?”, ovviamente, ignorando il fatto che “la stella della zia” non esce mai perché da sei Natali circa è agli arresti domiciliari per spaccio e detenzione di stupefacenti. La zia zitella, ricca, senza figli, ma taccagna. E’ colei che si presenta tutti i santi Natali con una confezione di datteri che, notoriamente, non apre mai nessuno e finisce – immancabilmente – nella spazzatura appena saluta e si gira per andarsene. Anche perché comprati sulle rive del fiume Giordano in Palestina nel 24° secolo d.c. e presumibilmente conservati male in un ripostiglio buio e ragnateloso assieme al veleno per i topi. Quella che, per far contenti i nipotini, “Visto che io, purtroppo, non ho potuto avere figli…” (e chi te li avrebbe mai dati? Un coltivatore di datteri?), per non venir meno alla sua consueta taccagneria, regala sempre piccole somme di denaro micragnose…Quest’anno, ha superato sé stessa, perché ha dato diecimila LIRE ciascuno! Alessio-faccia-tosta, quando le ha viste, le ha candidamente risposto: “Zia, ma questi non sono buoni nemmeno per giocare al Monopoli...”. E lei, ovviamente, gli ha fatto una carezzina sulla testa ed ha fatto finta di non aver capito. Il nipotino genio e ammaestrato. E’ il nipotino-ultimo arrivato, figlio della classica cugina che vive a Roma. Quello che, a sei anni, è già costretto a portare camicia bianca a maniche lunghe, lunghissime! che ricoprono le dita (dei piedi) e gilet con i rombi scozzesi gialli e blu che troverebbe largo e antiquato anche Giuliano Ferrara, ma, che se entra in un Autogrill, lo fermano ai tavoli e gli chiedono di portare il conto o di pulire il tavolo. Dipinto dai genitori come “piccolo prodigio” e “primo della classe”, sembra Paolo Galloni da piccolo, ormai prossimo a conseguire un master in letteratura medievale. Quello che, a fine pranzo, fanno sedere sulla sedia, per recitare – con aria saccente – la seguente poesia natalizia: “E’ Natale, è Natale! L’angioletto ha messo l’ale!”. E poi becca pure un sacco di soldi in regali, che gli serviranno ovviamente per espandere la scheda-madre del suo computer inter-stellare. L’adolescente insofferente. E’ il cugino più piccolo, quattordicenne, ma già con i baffetti, che smania per uscire con gli amici e che, alle nove di sera, nel momento di massima confusione, mentre tutti cercano il proprio posto a tavola, chiede insistentemente di scartare i regali. Generalmente, nella fretta, scarta il regalo destinato alla nipotina di quattro anni, per cui lo si vedrà ringraziare in tutta fretta per la “Barbie pattinatrice” e dileguarsi alla velocità della luce. Per la stessa ragione, a fine cena, si noterà la nipotina di quattro anni avviarsi in cameretta e sostituire il poster di Candy-Candy con quello di Pamela Anderson in perizoma e le tette che scoppiano. Lo zio con la manona. E’ quello zio, ex fumatore incallito, ora privo delle corde vocali a seguito di un delicato intervento chirurgico, che, non potendo più sillabare perfettamente, manifesta l’affetto verso i nipotini tramite buffetti sulle guance che hanno la delicatezza della pressa sfasciacarrozze. Quest’anno, al suo arrivo, il figlio di mio fratello (che ha solo dodici anni, ma è già alto uno e ottantadue) ha fatto una dichiarazione altamente minacciosa: “Se si avvicina e mi dà un buffetto, gli tiro un Re Magio Capodimonte!” (peso otto etti). Ma, alla fine, anche lui è caduto vittima della “manona” di zio Matteo e i conseguenti ematomi perdureranno fino all’Epifania. Il marito della cugina di Roma, quello fortunato. Ormai tutti lo chiamano “Gastone” (pur essendo regolarmente iscritto all’anagrafe del Comune di Roma, semplicemente come “Franco”). E’ quello che a tombola investe un massimo di cinquanta centesimi per l’acquisto di una sola cartella e con quella riesce a realizzare ambo, terno, quaterna, cinquina e tombola. Finite le lenticchie e i ceci, per segnare i numeri, utilizza i tappi delle bottiglie e, alla fine, finite anche le briciole del pane, utilizzerà i gemelli della camicia del vicino di posto. Nell’irritazione generale dei parenti concorrenti, che, dapprima sfotteranno il coniuge, poi il suo culone e, infine, si arriva a veri e propri tentativi di eliminazione fisica mediante offerte di torrone farcito con rum, nocciole scadute e bulloni in acciaio auto-perforanti. E’ inutile qualsiasi tentativo di far girare la fortuna in un’altra direzione. Si racconta che, qualche anno fa, disse “Ce l’ho è mio! Ambo!”, anche quando chi estraeva i numeri, esasperato, per sfotterlo, disse che aveva preso il numero “quattro e mezzo” e qualcuno lo vide anche mettere la sua lenticchia sulla cartella.
Trimonato da BaroneAgamennone | 21:56 | commenti (46) |
grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).