Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!





 
il_barone_rosso@hotmail.com
MSN Messenger: il_barone_rosso@hotmail.com



venerdì, luglio 29, 2005

 

Liberamente tratto dall ibro “Cuore” di Edmondo de Amicis, nuovo titolo: “Cuori in-Franti” (*)

 

 

 

BASTA! Giro sui blog e leggo solo di cuori infranti che si sciolgono…sarà il caldo? Pianti e lacrime. Gente che si strappa i capelli. Coppie che scoppiano (compresa la mia).Tutti che soffrono per amore ma hanno paura delle storie importanti. Quello che ho capito è che ci vuole anche un po’ di metodo. Checchè ne pensiate, non si tratta affatto di un vano tentativo di scrivere un “manuale”, né di esporre al pubblico ludibrio amiche, nemiche ed ex fidanzate (anche se non nego che il pensiero mi ha sfiorato la mente in più di un’occasione). Le relazioni sentimentali non sono mai una cosa semplice da capire. Io non ci provo nemmeno.

 

Ma quante volte ci è capitato di non capire, oltre noi stessi e le nostre reazioni, l’altra? Quando ci sentiamo confusi, cerchiamo di isolare uno per uno ogni nostro gesto e comportamento dell’altra per passarlo al microscopio e cercare di capire se ci ama o no? Che vuole da noi? Perché si comporta così? Quando sei arrivato a questo punto, devi saperlo, sei già mezzo fregato. Quando pensi che l’altra sia una persona eccezionale, che, in qualche modo, ti terrorizza, sei cotto. E siccome non hai mai incontrato una donna così portentosa in vita tua, ti comporti da timido. Rimani bloccato, non sai mai che fare, qual è la mossa giusta, sei disorientato. L’altra diventa (nella tua testa) la bocca della verità. Anche se puoi vantare un’esperienza pluricentenaria in fatto di approcci, si diventa di colpo degli imbranati. Pensi sempre di aver torto o di aver sbagliato qualcosa, sprofondi in una spirale di negatività. Finisci in quel tunnel di cui sai solo che devi uscirne. Al più presto…

 

Quante volte ci è capitato di cercare di interpretare i silenzi dell’altra? Le sue assenze, le sue sparizioni, la sua trascuratezza nei nostri confronti. E si è tentati di darle un’altra possibilità, di giustificarla con un’infanzia difficile, con la sua perdita di fiducia nell’amore, perché reduce da un’esperienza recente e dolorosa, con una frattura ai polpastrelli che la rende incapace di comporre il tuo numero di telefono. Tutte scuse. Scuse e basta che inventi per tentare di evitare e scansare i suoi micidiali proiettili. Prima regola: se una persona (normale) è davvero presa da te, niente riuscirà a fermarla. Se riesce a fare a meno di te, la verità è semplice: non le piaci abbastanza. Che fare? Prima di tutto, capire questo: stai sprecando il tuo tempo. Ci hanno insegnato che nella vita bisogna guardare il lato buono delle cose ed essere ottimisti. Ma, in questo caso, no. In questo caso, è diverso. Bisogna concentrarsi sul lato cattivo. Capire che si tratta di un rifiuto. La scusa che ho conosciuto più di recente è quella del “non voglio rovinare la nostra amicizia”. Un pacco colossale. I primi tempi, funziona perché sembra molto saggia, ma, se ci pensi, ti accorgi che nessuno, mai, nell’intero arco della storia umana, l’ha detta credendoci veramente. Quando si è davvero attratti da qualcuno è impossibile frenarsi. Si vuole di più. Arriva un momento in cui, sei stanco dei giochetti. Se ha deciso di non sforzarsi neanche un po’ per venirti incontro e risolvere in armonia una lite ricorrente, significa che non rispetta i tuoi sentimenti e le tue necessità. Se non ti chiama, è perché non ti pensa e perché è inaffidabile già nelle piccole cose. Lei è bravissima a farti stare male e tu te la meriti una cazzo di telefonata. La responsabilità di quello che provi e di ciò che senti tu di chi è? Quando chiedi di uscire ad una donna in totale buonafede, lo fai in modo ufficiale: “avrei piacere di stare con te da soli, per capire se tra noi c’è qualcosa”. Se mi chiedi di prendere con te un caffè o un aperitivo, vuol dire soltanto che vuoi regalarmi un ritaglio del tuo preziosissimo tempo. I primi tempi, pensavo: meglio questo che niente. O addirittura che fosse qualcosa. Non capivo che piega stesse prendendo la nostra relazione. Mi era andato in pappa il cervello. Ma io ho il diritto di sapere che tipo di legame c’è tra noi. Ora, pensandoci bene, non so che farmene dei “ritagli” del tuo preziosissimo tempo. Non è quello di cui ho bisogno. Una a cui piaci sul serio mi vuole tutto per sé. Non è colpa di nessuno se non le piaccio abbastanza, se non è tanto presa da me. Non sta scritto da nessuna parte che se incontri una donna e ti piace, lei potrebbe non sentirsi attratta da te, ma non vuole urtare i tuoi sentimenti. Se le piacessi davvero, farebbe fatica a tenere giù le zampe. Se le piaci, ti bacia. Dice che ti vuole bene e che spera di non perderti più di vista, perché ti vuole bene come “amico”. Io non gliene faccio una colpa, se i sentimenti che prova sono diversi dai miei. Ma sono stanco di cadere nella facile tentazione di accontentarmi di molto poco, di continuare a cercare giustificazioni, di sentirmi ferito o arrabbiato come un cazzone. Credo di aver superato la mia soglia di dignità. Non posso tenere sempre così basse le mie aspettative. Se cercavo una stronza, potevo fare un salto in bagno…

 

 

 

(*) musica dei Placebo suggerita, passata, trasferita via messenger da Moy

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:40 | commenti (27)

martedì, luglio 26, 2005

 

Telefonata dell’ultima ora…

 

 

 

 

 

Angelo: “Prontot? Ciao!”.

 

 

Io: “Uè, Angiolì, che fai? Che mi dici? Ci vediamo stasera?”

 

 

Angelo: “Macchè ci vediamo stasera, stò a Firenze!”.

 

 

Io: “Madò! A Firenze? E che cazzo fai a Firenze?”

 

 

Angelo: “Ora non ho tempo di spiegarti, ascolta…ho bisogno di un consiglio urgente..”

 

 

Io: “Dimmi…che ti è successo? Stai bene?”

 

 

Angelo: “Sì, sì, sto bene, senti…ho conosciuto una strafiga pazzesca… solo che..”

 

 

Io: “Che?”

 

 

Angelo: “La vedo troppo..”

 

 

Io: “Madò…che vuoi dire? Troppo che? E’ un trans?”

 

 

Angelo: “No, non credo, anche se non ho avuto ancora modo di…verificare…ma non mi sembra…”.

 

 

Io: “Vabbù...e allora? Qual è il problema?”

 

 

Angelo: “Non so… ho paura…che dici se… stasera ci capita di andare a letto assieme…”

 

 

Io: “Eh..”

 

 

Angelo: “Il fatto è che…io ho paura..l’ho appena conosciuta…insomma..se metto due preservativi vado sicuro? Non prendo l’Aids, vero?”

 

Io: "Angiolì, fai una cosa..."

Angelo: "eh..dimmi...ti ascolto...ma fai presto (sottovoce)..".

Io: "Mettine uno anche in testa, visto che hai una testa di cazzo..."

 

Certe volte, mi chiedo che cappero di gente frequento…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:35 | commenti (12)

domenica, luglio 24, 2005

C’è un blog in cui mi capita di scrivere spesso episodi divertenti che mi capitano all’Ipercoop. Ci vado spesso. Ma questa volta no.

 

 

 

L’altro giorno, ero in fila alla cassa da dieci pezzi, dietro tre ragazzini che giocavano con le suonerie dei cellulari. Davanti a loro c’era un vecchietto ricurvo, vestito di lana pesante, nonostante il caldo, ed un carrello strapieno di roba. Uno dei ragazzini si sporge, guarda il carrello, dice: “Oh, il nonno qua c’ha più di dieci pezzi sicuro!”.

 

 

La cassiera guarda impassibile il vecchio che carica a stento la spesa sul nastro, aspetta che abbia finito la penosa operazione, e soltanto alla fine gli dice annoiata: “Signore, questi sono più di dieci pezzi. Ha sbagliato cassa.”

 

 

 

Il vecchio ha le mani che gli tremano, è rinsecchito, gli occhi cisposi. Fa cenno alla cassiera di non aver sentito. La cassiera è annoiata, incazzata, probabilmente alla fine di un lungo turno estenuante, gli ripete sillabando secca: “So-no-più-di-die-ci-pez-zi”, sbuffa, borbotta qualcosa. Le tre pesti si stanno divertendo un mondo: “Oh, nonno, stiamo qua tutto il giorno?, dice uno. “Oh, hanno chiuso gli ospizi?” dice un altro. “Attento al catetere, nonno” chiude in gloria il terzo. Ridono…

 

 

 

Il vecchio farfuglia con voce sottile, cerca faticosamente di rimettere le sue cose nel carrello con le mani che tremano sempre di più, il sacchettino di mele, la carta igienica, poi un rotolo di Scottex che cade per terra. Si piega laboriosamente a raccoglierlo, io mi muovo d’istinto per aiutarlo, spostando di forza, con una spallata, i tre ragazzini che, intanto, si stanno sganasciando dalle risate senza muovere un dito. Hanno persino smesso di giocare con le suonerie per sfottere il vecchio a voce alta.

 

 

 

La cassiera continua a borbottare, come se la vecchiaia fosse solo una colpa del mondo che le allunga la fila alla cassa. Le dico con un tono piuttosto deciso e minaccioso che io ho solo tre “pezzi” e può “battere” quelli del “signore” sul mio scontrino, che, a occhio e croce,  sono di poco superiori al limite consentito…Guardo i tre segaioli, in modo da non consentirgli repliche, visto che li ho superati nella fila… Aggiungo che penso che l’immagine dell’azienda per cui lavora ed anche quella della città ne avrebbero giovamento e sembrerebbero meno fredde ed indifferenti rispetto al caso umano…La cassiera ha un moto di stizza che spengo subito, chiedendole di chiamare il direttore delle vendite, il responsabile, la guardia giurata, quello che vuole, perché io non mi muovo di là… Anche le voci di lamentele della fila stanno crescendo… A quel punto, la cassiera capisce che si sta ficcando in un vicolo cieco e che la soluzione migliore è solo venirne fuori al più presto…Inizia a battere i pezzi del vecchietto…A dieci si ferma e chiude lo scontrino…Poi, attacca i miei…Dieci a lui, sei per me. Pago con il bancomat. Il vecchietto sembra non aver capito nulla, si scusa con la cassiera, con la fila, anche con quei tre delinquentelli che ormai non lo pensano più perché sono presi dal loro conto…

 

 

 

All’uscita dell’ipermercato, con il suo carrello in mano, gli chiedo dove abita, come farà a tornare a casa. Lui dice che deve aspettare l’autobus. Gli prendo le buste, lascio il carrello e lo faccio salire in auto, mentre, stanco, cerca di resistere, con uno strano pudore..Durante il breve tragitto, cerca di spiegarmi la sua povera vita. La moglie morta da poco. Lui che sta imparando a fare la spesa per far fronte alle sue poche necessità. I figli lontani che non possono aiutarlo, ma solo telefonargli ogni tanto. La sua solitudine. Quando scende dall’auto e lo lascio davanti al suo basso, imbarazzato e commosso, gli stringo la mano e scappo via. Lo guardo nel retrovisore salutarmi con i suoi venti euro in una mano tremante…Ciao, Beppe…

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:20 | commenti (18)

sabato, luglio 23, 2005

 

Sto dormendo pochissimo. La sera faccio tardissimo e la mattina mi svegliano i colleghi, telefonandomi dall’ufficio, perché non sento la sveglia. Ieri, siamo andati al nostro solito posto. Il solito pub. Solite facce. Solita gente. Solite chiacchiere. Paranoie complottiste. Solite parolacce. Soliti rutti. Soliti squilli di cellulari chiusi nelle borse delle donne. Solite microgonne. Soliti culi. Soliti perizomi. L’unica novità che si sente nell’aria e si vede in giro è l’abbronzatura. Nella classifica delle cose peggiori capitate in quelle ultime ore, aspettando, aspettando, aspettando, in una forma di autolesionismo collettivo, mentre prendo una birra e la difendo dalle pressioni della folla, mi cade lo sguardo su un tipo seduto ad un tavolo, da solo. Sento la sua voce, ma non distinguo, sembra l’ululato di un cane spinto a frustate in un posto buio e triste. Mi avvicino per capire. Ha vuotato una bottiglia in meno di dieci minuti, adesso è faccia sul tavolo che biascica: “Fighli di puttahna…vi usscido…vi usscido tutti”. Ma, nonostante le parole, quel tipo ha gli occhi da cagnolino abbandonato in autostrada. Probabilmente, sta bruciando un po’ di tormento, pensando che si sta consumando un amore senza sbocchi. Cerco di non pensarci e mi faccio riassorbire dalla folla e dalle chiacchiere da piazza. Un giro di conversazioni che non funzionano tanto bene. I discorsi cozzano l’uno sull’altro senza convergere mai, ma certe intese si riallacciano in una frazione di secondo. E’ solo una bella uscita senza il minimo senso del tempo. Tutti impegnati a celebrare la morte di una nuova notte, imbrattandoci i pensieri. E sono là. Come se fosse un passaggio normalissimo. Come se essere là fosse la cosa più naturale del mondo. Come se stessi superando l’ultima curva, l’ultimissima. In tutto questo contesto, io finisco per riguardare l’ubriaco storico che continua a biascicare: “Vi usscido, vi usscido tutti, fighli di puttahna”, poi, comincia a parlare (da solo) della sua lei che lo ha lasciato, che tra loro era finita e lei non voleva vederlo più. Deve essere anche lui in un periodo autodistruttivo. Penso che tutti soffriamo per amore. Anch’io mi sento un po’ devastato dalla birra e dal sonno. Anch’io, ieri sera, mi sentivo al di là del bene e del male. Anch’io mi sento preso in un mulinello di quelli che ti stringono le gambe e le caviglie e ti portano giù, giù, sempre più giù. Mi gratto il mento e penso che è meglio andare a dormire. E questa scena di una sera come tante mi muore dentro, saluto tutti e vado via, mentre il mio cuore perde un battito. Il confine del plausibile diventa molto elastico.

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:18 | commenti (32)

giovedì, luglio 21, 2005

 

Stasera, sono stato al concerto “Campus live” di Antonello Venditti…visto così, più o meno a venti metri, sembrava un balengone romano…con tutto il rispetto per i balengoni romani…Però, che differenza tra le sue vecchie canzoni e quelle di mò…ad esempio, stasera, ho scoperto che “Lacrime di pioggia” l’ha scritta mentre suo padre moriva…questa canzone mi piace molto, tanto...quasi troppo...che differenza rispetto a quando parlava di suo padre, “alto burocrate nazionale”…insomma, come dice lui, un Venditti che è tornato ad essere “buono”, dopo essere stato per tanti anni “cattivo”…come non credergli, soprattutto, quando canta (sia pure rivista) la sua ineffabile canzone Roma capoccia? O quando dice che non c’è sesso senza amore? O che i grandi amori sono come i cerchi che fanno giri infiniti e poi ritornano?  O che ci vorrebbe un amico? O che viviamo in un mondo pieno di ladri?

Però, nonostante tutto, l'An-to-ne-llo (come lo chiamavano quelli dei cori del bis e degli accendini ondulanti) ha sempre quella sua gran bella voce impastata, fatta di sigarette fumate e straziate, di tipo grottesco-naturalistico, con quei suoi toni alti e violenti, fatti di strappi vocali, di brusche rotture e cadute…quei versi spesso tronchi, e, comunque, sempre ritmati su brevi frasi e rapide immagini che lasciano fare a te il resto del “lavoro” immaginario…

 


 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 02:30 | commenti (15)

martedì, luglio 19, 2005

Incredibile ed emozionante, questa sera, il concerto di Goran Bregovic. La sua musica riesce, a tratti, a marmorizzarti. Altre volte, ti fa venire voglia di muoverti, saltare e ballare…i tromboni roboanti, la grancassa che batte, quei toni crescenti…Emozioni forti le sue che rimbalzano nel tuo cranio…tra musiche di matrimoni e funerali…

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 03:34 | commenti (15)

domenica, luglio 17, 2005

 

 

Ieri, c’era il concerto di Antonino. Avevo avuto due biglietti gratis. Probabilmente, molti non sanno neppure chi è “Antonino”.

 

 

 

 

 

Cliccate qui e vedete il video, così capirete di che si tratta…

 

 

 

 

 

http://www.mariadefilippi.it/amici/video/popupvideo_698.shtml

Io, la trasmissione della De Filippi, la vedevo soltanto quando mi capitava durante il mio solito giro di zapping sulla tele, il sabato pomeriggio, verso le due, prima del calcetto, con il panino azzannato con i denti, in piedi, correndo tra il frigo e il bagno..ma cambiavo subito canale, mentre riempivo il borsone blu con la roba, mentre infilavo scarpe, calzettoni e magliette, shampoo e ciabatte, la visione di quelle immagini edulcorate e colorate in quello spazio da telecamere mi rattristava… mi pareva di aggiungere dolore ad altro dolore…era come andare a rintanarsi in una buca profondissima…senza fondo…quella trasmissione mi sembrava un misto tra “Il Grande Fratello”, “L’isola dei (non) famosi” e “Carramba che sorpresa” ...con tante lacrime, molte risate finte, abbracci con genitori prima persi e poi ritrovati e tanta ipocrita voglia di sfondare da parte di giovani inconsistenti e fannulloni nel leggero, fatuo, futile, vacuo, ricco e vanesio mondo dello spettacolo…

 

 

 

 

 

Ma che è tutta questa voglia di vedere e guardare realtity sciò? Perché la gente vuole vedersi e riconoscesi in televisione? Perché c’è tutta questa strana voglia di essere pupazzetti del luna park che li prendi a pugni e poi si rimettono in piedi?

 

 

 

 

 

Così, i biglietti li ho regalati ad una collega che, durante il concerto, mi ha chiamato urlante e delirante, con lo striscione, dicendomi che stava piangendo per la commozione…

 

 

 

 

 

Ma che è tutta ‘sta voglia di piangere e di commuoversi? Non abbiamo già abbastanza guai?

 

 

 

 

 

Certo che la gente è strana..io, certe volte, mica la capisco…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:48 | commenti (10)

venerdì, luglio 15, 2005

 

Ormai mi sembra solo un ricordo lontano. Ma quante pene, quante sofferenze, quanto dolore (non solo fisico, ma soprattutto mentale e psicologico) mi ha fatto passare, vivere e conoscere questa donna. Mi ha fatto male come nessuno. Quante volte ho sognato di teletrasportarmi via dalla sua stanza impregnata dall’odore nauseabondo e vomitevole delle sue ascelle sudate. L’avrei soffocata di fogli formato A4, quando si fingeva e faceva tanto l’espertona e non sapeva un cazzo di niente. Per chi legge questo blog da un po’, lo avranno capito anche le sedie, ma, se non si fosse capito, chiarirò il concetto. Io ho veramente odiato questo aborto della creazione umana, questo vomito di donna. Le avrei tappato la bocca con la cucitrice e le graffette, le avrei incrostato le corde vocali con la colla in stick, le avrei laminato la lingua con il toner del fotocopiatore o della stampante laser (che è anche più denso), mentre parlava.

 

 

 

 

 

 

 

Mi sarei strappato la pelle a scudisciate pur di non incontrarla tutte le mattine alle nove. Ci sono stati momenti, che mi costringeva a tenere le mani saldamente compresse sulle palle, per quanto mi facevano male o per quanto mi scendevano al tappeto. Quando mi parlava, era peggio di una lettura mortuaria, che lo avrebbe smosciato anche ad un pornodivo (strafatto di Viagra). Il suo motto era: “Se non ti abbassi, ti inculo”. Peccato che, alla fine, si siano inculati lei. So che non è elegante dirlo: ma io sono stato contento, quando anche lei ha sofferto.

 

 

 

 

 

 

 

E, come dice la canzone, ora, lei è solo nell’aria, stanotte…

 

 

 

 

 

 

 

Solo per togliere la curiosità a Bibbì, voglio far vedere anche la faccia di questo abominio umano e, se proprio vuole, ci parli lui con la sua topa che, a me, fa ancora senso guardarla...

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota bene: per non creare equivoci, preciso che lei è quella vestita di bianco che ride come un tapiro. Mentre, quello all’estrema destra, con la cravatta che ha il colore di un segnale autostradale in rifacimento, è suo marito, detto Robokop per la rigidità dei movimenti del collo e delle spalle. Quello con la toga, invece, è il super mega direttore galattico, appena colto da una laurea honoris causa, che ancorché sorridente è quello che se l’è inculata a sangue e, a giudicare dal sorriso, sta ancora godendo...

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 22:11 | commenti (24)

mercoledì, luglio 13, 2005

Appendice al post precedente.

 

 

 

 

 

Io non credo nel Paradiso, visto che conosco solo l’Inferno che c’è quaggiù. E così, oggi, mi sò immaginato anche un altro dialogo. Quello tra mio nonno paterno e mio nonno materno nell’aldilà.

 

 

 

 

 

Orazio: “Ma ti rendi conto?”

Michele: “Che?”

Orazio: “Ma lo vedi?”

Michele: “Chi?”

Orazio: “A tuo nipote, coglione!”

Michele: “Ne ho una frega di nipoti! Mica solo uno! E non chiamarmi coglione che mi dà fastidio!”

Orazio: “Vabbù, scusa, però, lo vedi quello?”

Michele: “Quello chi?”

Orazio: “Oh, tu ti sei fatto proprio vecchio, non vedi più niente, fatti visitare dall’oculista, eh?”

Michele: “Ancora per farmi visitare stai? Guarda che sò morto nella seconda grande guerra! Ti posso dire che sei scemo, oltre che smemorato?”

Orazio: “Vabbù, basta che non mi racconti per la milionesima volta come sei caduto al fronte, sennò chiedo il trasferimento al girone dei prostatici…”.

Michele: “E vabbù, ha parlato l’imboscato…”.

Orazio: “Senti, non tirare fuori queste storie che io ho avuto pure la medaglia!”.

Michele: “Sì, la medaglia di Mussolini che ci hai regalato dodici figli all’altare della Patria e poi ci hai dato anche l’anello di nozze d’oro da squagliare nel forno…e sai che sacrificio hai fatto..posso ridere?”.

Orazio: “Vuoi litigare?”

Michele: “No, qui non si può, sennò, poi ci tolgono pure Bonolis e il caffè”.

Orazio: “Hai ragione…Comunque, non stavamo parlando di questo, ma di tuo nipote. Lo hai visto? Sì o no?”.

Michele: “Be’, l’ho visto, ha scelto il Cannonau.. non mi sembra un vino tanto cattivo (specie se servito a temperatura ambiente, magari freddo no…)”.

Orazio: “Ma non è questo! Ma sei coglione davvero o fai finta?!”

Michele: “Non chiamarmi coglione, che mi dà fastidio, te l’ho già detto…”

Orazio: “Che vergogna per la nostra famiglia…”.

Michele: “Ma perché? Che ha fatto?”

Orazio: “Che cosa non ha fatto, devi dire…che schifo che schifo… scrive tutto quello che gli passa per la testa su quella cosa strana… in pubblico…come si chiama? il blog…e poi hai letto i commenti?”.

Michele: “Perché tu leggi anche i commenti? Io già faccio fatica a leggere i post-it…meno male che ci mette gli spazioni, quando scrive… Mi presti gli occhiali? Chè non ci vedo bene..Sò scritti troppo in piccolo stì capperi di commenti…”

Orazio: “ Sì…i post-it…Non si chiamano così… Sei proprio coglione, lascia che te lo dica…Che vergogna…che vergogna… per la nostra famiglia…non ci voglio credere che quello sia nostro nipote…”

Michele: “E non chiamarmi coglione…chè, poi, mi viene il nervoso e poi non dormo la notte… e poi come cappero si chiamano? Mò, vuoi fare pure il professore? Che il coso… il bloggolo, te l’ho fatto scoprire io, chè c’avevo un amico nell’aviazione tedesca e siamo arrivati al barone rosso… Eh, io te l’ho detto, a farlo venire su con tutte quelle robe lì da comunisti, quelle che vi piacciono tanto a voi, poi, si finisce che…”

Orazio: “Sì, il bloggolo…ma statti zitto…che tu leggevi i fumetti di Linus…altro che amico dell’aviazione tedesca…e poi finisci le frasi…che vuoi dire? Si finisce come…?”

Michele: “Come sono finito io, che, nel ’44, sulle montagne, ti prendevi una pallottola nella schiena intanto che scappavi come una lepre dal tuo duce. E poi non parlare male di mio nipote, che la colpa è tutta di quella scemo di tuo figlio”.

Orazio: “Madò, mò, non ricominciare con la preistoria che sembri un disco rotto. E poi che c’entra mio figlio? Pensa a tua figlia che quella mica è normale…”

Michele: “Mia figlia è sempre stata un fiore…”

Orazio: “Sì sì, un fiore di campo…guardalo là…come è uscito il figlio…una capa malata…non lo sa nemmeno lui che vuole…ormai parla anche con il c…vabbù, non posso dire nemmeno la parola…che sennò mi mettono in panchina a raccattare le palle del prostatici…lasciamo perdere…”.

Michele: “Sì, lasciamo perdere…briscolina?”

Orazio: “Magari più tardi”.

 

 

 

 

 

(tornano a seguire la scena)

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 02:04 | commenti (20)

lunedì, luglio 11, 2005

 

 

 

 

“Ciao” dico.

 

 

“Ciao” dice, e già questa splendida conversazione, mentre inizia il nostro incontro, abbinata alla sua canottiera (color pistacchio) che indossa come specie di mammifero femmina, genere topa femmina (alias “zoccola”) di questa fogna di città, come dire, scatena un miliardo di input dal mio cervello fino agli arti. Input che devo castrare miseramente, attivando una contraerea interiore.

 

 

Tipo, parte l’ordine di abbracciarla strettissima schiacciandola contro la parete interna dell’auto, vicino al gancio delle cinture di sicurezza, impulso abbattuto. Tipo, parte l’ordine di prenderle la mano e baciarle tutte le dita dall’indice al mignolo e poi dal mignolo all’indice prima di riservare una cura particolare al pollice, impulso abbattuto.

 

 

Non so se fa bene alla salute di un essere umano, avere una contraerea nel sistemo nervoso. A me, di certo, bene non fa.

 

 

Comunque, la serata prosegue tranquilla con le nostre solite chiacchiere, beviamo un paio di Cannonau (uno caldo ed uno freddo) e i nostri pensieri si sciolgono in quei bicchieri poggiati su quel banco alto di legno. Quando mi tocca, per sbaglio, un piede, un braccio o una mano, un ginocchio, mi si drizzano i peli sulla nuca e si accendono – di nuovo – tutti i segnali interiori d’allarme. Ecco, mi dico, adesso ci ricasco.

 

 

Lei parla, camminiamo lungo le strade e calpestiamo i marciapiedi della nostra città, mi tocca anche una spalla, ogni tanto, mentre sbandiamo e un po’ barcolliamo, a quel punto, il mio spirito ha il forte impulso di lasciare il corpo inerte sulla strada e andare a farsi un giro sui tetti per sessanta minuti, minuto più, minuto meno.

 

 

Quando decidiamo che è ora di tornare ai rispettivi focolari domestici, la mia anima appena decollata ritorna nel mio corpo, l’anima e il corpo riuniti salutano questa città calda ed estranea, in cui la gente parla, ferma ai bordi della strada, ma è solo coreografia, colore, folklore, inutilità, estraneità.

 

 

Avremmo potuto parlare di argomenti altissimi, quali l’amore e la morte, la famiglia, l’uomo e la donna in rapporto con il destino e l’infinito, delle avversità della vita. E invece abbiamo parlato soltanto delle nostre solitudini. Di quanto ci sentiamo smarriti rispetto a persone che pensavamo di conoscere e invece non ci conoscono affatto, perché ci hanno abbandonati alla deriva di noi stessi…

 

 

 

 

 

E’ in quel momento che sento la mia voce (perversa) dentro di me.

 

 

 

 

 

Cazzo (indignato): “Cazzo! Ma che dice? Che dice? Ma la stai ascoltando? Abbracciala! Mettile un braccio lungo i fianchi! Li hai visti come sono scoperti? Baciala, al resto ci penso io!”

 

 

Barone (serio): “Ma, cazzo, ti vuoi stare zitto? Taci! Non riesco a seguirla se mi distrai!”.

 

 

Cazzo (impazzito): “Ma ti rendi conto? Lei sta per partire! Chissà quando la rivedrai ancora? Ti faccio rapporto! Il comandante in capo ordina un attacco immediato! Devi trasformare quel pianeta in una distesa di rovine fumanti entro stanotte! Lo so che il momento non ti sembra quello più opportuno. Ma ti sbagli…fai fare a me, che vuoi? L’atmosfera? I violini? Le luci soffuse? Muoviti!”.

 

 

Barone (ignorandolo): “Sì, hai ragione…come siamo finiti a parlare di questo?”.

 

 

Lei: “Non ricordo, perché stiamo parlando di questo?”.

 

 

Cazzo (spazientito): “Vedi? Nemmeno lei si ricorda. Anche la mia collega topa – come me – l’ha distratta. Non capisci un cazzo! Non capisci me! Basta! Basta, parlare! Agisci! Entro in azione? Fammi fare qualcosa, cazzo! Altrimenti non ti parlo più!” (esce di scena, offeso).

 

 

 

 

 

La riaccompagno a casa, butto giù un grumo di saliva della consistenza di un tondino di ferro, quando scorgo i suoi fianchi, mentre scende dall’auto.

 

 

 

 

 

Io, a quel punto, la amo.

 

 

Io, come individualità indipendente, non ci sono più per niente.

Trimonato da BaroneAgamennone | 00:42 | commenti (18)

martedì, luglio 05, 2005

Che caldo…non ho nemmeno la forza di muovermi…se penso troppo, sudo…l’unica cosa buona che fa questo cazzo di caldo è quella di scatenarmi le mie solite tempeste ormonali…con questa afa, ci si sente un po’ come le cozze sul fuoco…costretti ad aprirsi…a spalancare l’anima..e poi tutte queste donne minimaliste che vanno in giro…che vogliono? Minimaliste, nel senso che indossano proprio il minimo indispensabile…Sono bellissime  con il bordino del perizoma che fuoriesce sopra i jeans o che si intravede sotto i pantaloni bianchi di lino o con le microgonne inguinali sulle cosce abbronzate e tornite, mentre scendono un po’ scompostamente dall’auto parcheggiata e si aggiustano o si scollano i vestiti di dosso attaccati alla pelle madida di sudore lucido…quando le vedo così, mi viene ancor più caldo..la mia pressione sale…

 

 

 

La cosa più bella è che, nonostante quest’abbigliamento estivo più o meno comune e diffuso, le donne non sono tutte uguali…risultano diverse una dall’altra…proprio come le impronte digitali…Lo so che questo rebus del maschio-allupato-guardone-in-bermuda-estivo che si fa imbambolare dalle fighe mute, dalle belle senz’alito, è una cosa che fa sorridere le donne..lo so che siamo stupidi quando ci facciamo intortare da quelle forme androgine di vita silenti che rilucono solo di corpi spalmati da creme abbronzanti senza emettere suoni…lo so che siamo patetici quando sbaviamo, affascinati da queste belle statuine di cartone, mentre passano tutto il tempo, sedute al tavolo, giocherellando con una briciola di pane, senza dire né AI né BAI, alzando solo gli occhi da cerbiatte ferite, con lo sguardo assassino da donne ragne, lasciando cadere impercettibilmente il labbro inferiore, incenerendo i nostri poveri cuori ubriachi dal caldo…

 

 

 

Ma noi maschietti che ci possiamo fare? Vai a sapere…Resistiamo, resistiamo, ma poi? Quando ritornano a fissare la briciola, come in una forma di autoreverse, siamo già belli che fregati, accecati dai nostri cromosomi xy…

 

 

 

Doccia fredda..doccia fredda…doccia fredda…

 

 

 

Oggi sono andato da Antonio a tagliare i capelli. Forse mi faccio anche un piercing… Mi faccio mettere un anello al sopracciglio destro ed uno al sinistro..così, in ufficio, posso appendere la penna o le graffette…è utile anche a casa…tiro un filo e ci stendo la biancheria ad asciugare…e poi se metto altro ferro sul corpo, l’unica cosa che una donna dovrà fare è munirsi di una calamita…

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 20:41 | commenti (21)

domenica, luglio 03, 2005

 

Ai randagi soli

 

 

 

L’amore? L’amore è soltanto una parola. Sono i gesti d’amore che fanno sì che questo termine esista. Personalmente ho sempre pensato che ogni storia d’amore dovrebbe essere inserita nei libri di scuola. Così i bambini, sin dalle elementari, potrebbero studiarle da piccoli e capirle da grandi. Ci sono suicidi e omicidi che si sono fatti e si continuano a fare per amore come malattie e follie. Quanti vezzeggiativi inventano gli innamorati?! E quante definizioni sono state scritte sull’amore?! Quanti alberi, quanti muri sono stati rovinati con i nostri nomi, circondati da cuoricini? Grappoli di parole ustionate dalla parola “amore” che arrivano dentro come una fiamma e poi si spengono..

 

 

 

 

 

Per molto tempo, ho vissuto notti e sogni che non accadevano mai. E così, innamorato perso della vita, addormentandomi, cullato dall’onda che va e che viene del mio sentire, ho fatto dell’inferno la mia grande passione. Così arriva quella voglia matta di dare un calcio ai vetri della noia..Vivere la vita un giorno per volta come fosse sempre l’ultimo. Così voglio nutrire il mio cuore spalancato che gode di tutto e anche di ciò che non si dice. Voglio accogliere ogni incontro che entra tra le mie braccia. Perché amare per essere amati è proprio dell’uomo, ma amare per amare, sono un po’ io.

 

 

Di tutte le definizioni quella che ho sentito più mia, mi è stata regalata da una persona che ho conosciuto tanto tempo fa, che, chiedendogli cosa ne pensasse, con molta tenerezza, mi rispose che l’amore è soprattutto capire la sofferenza dell’altro.

Mi piace questa canzone quando dice: "Tu non hai idea l'amore che metto...". E non dite che fa schifo solo perchè si sente alla radio ed è nelle top ten...

 

 

 

 

 

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:54 | commenti (30)

grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).