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sabato, dicembre 31, 2005
Dolcissima,
ho letto quello che mi hai scritto oggi prima di partire e sai una cosa? Le tue parole mi riempiono il cervello, fanno schizzare l'anima fuori dalle orbite (l'anima ha le orbite e i satelliti, lo sapevi?) e mi colmano di piacere. Si dice "sai una cosa" per cominciare un discorso. Si dice "sai una cosa" a una persona con la quale si parla spesso e si è in confidenza. Potrei dire, per esempio: "Sai una cosa, ho pensato che domani potremmo andare sulla spiaggia", oppure "Sai una cosa, il tuo profumo non mi è mai andato via dalle narici, e mi è rimasto dentro". C'è un misto di domanda e di asserzione in queste parole. E, al tempo stesso, c'è qualcosa di casuale, di quotidiano e di molto intimo. Potrei anche dire: "Sai una cosa, sei bella".
Vorrei dirlo mentre sono nella tua cucina e taglio il pane o metto su il caffè. Ci diamo le spalle quando lascio cadere: "Sai una cosa, sei bella". Allora, in quel preciso momento, ti volti verso di me, posi le tue mani sui miei fianchi (o sulle mie spalle) e mi giri, in modo che io possa guardarti negli occhi mentre mi dici: "Sai una cosa, anche tu mi piaci molto". Non sarebbe lo stesso, ma io sarei felice ugualmente. L'importante è che la tua bocca si avvicini alla mia, così io risentirei il tuo profumo forte ed acre, e sentirei il tuo corpo che si avvicina al mio e, a quel punto, saremmo vicinissimi e i nostri mondi, sempre così lontani, entrerebbero uno nell'altro...e, allora, in quel preciso momento, ci baceremmo...
"STOP!", griderebbe il regista, in quel momento. "Stop, rifacciamola" direbbe: "Va bene il caffè che trabocca, e la fiamma del gas che combatte per sopravvivere, ma non è ammissibile che lei tenga in mano il coltello del pane mentre lui la bacia. Non è mica Lady Macbeth".
"Da capo" direbbe il regista di questa scena. Allora un tecnico di scena pulirebbe il caffè del fornello e la truccatrice, in fretta, ti metterebbe il lucidalabbra o ti aggiusterebbe con un po' di lacca i tuoi riccioli rossi.
"Ok", diremmo noi, da bravi attori professionisti. "Certo, avete ragione", ci pagano per questo. Sappiamo fare di meglio, no? Il caffè verrebbe rimesso sul fornello. Qualcuno si assicurerebbe che la fiamma sia accesa al punto giusto. Qualcuno (fuori campo) chiederebbe: "Siete pronti?". E noi faremmo un cenno di "sì" con la testa. Ci rimetteremmo di spalle, per rifare la scena dall'inizio. Sentiremmo il ciak e dei numeri che indicano quante volte la scena ci è passata per la testa. Questa scena, ormai, ha il titolo "Sai una cosa?".
Sarei felice di afferrare tutto il pane che c'è e risentire il profumo del caffè, l'odore di cucina. Il tuo profumo. L'odore che viene dalla pelle del tuo collo. E di sbagliare qualche dettaglio per far incazzare il regista e rifare questa scena all'infinito, fino al centesimo ciak. Solo per avere la possibilità di continuare a dire: "Sai una cosa? Sei bella".
Non mi interessa, rendere questa scena perfetta, o vincere la Palma d'Oro a Cannes o il festival del cinema a Venezia. Voglio solo continuare a recitarla questa scena, amore mio.
Sai una cosa? Tu mi riempi di piacere il cuore, il cervello, l’anima, le vene, le arterie, il fegato, il pancreas, gli intestini (tenui e crassi) e i polmoni. Fino a togliermi completamente il respiro. Dire "ti amo" è una cosa un po' troppo scontata, per me. Voglio solo avere un altro "ciak" e sentire la pellicola che gira e che scorre a vuoto. Come un film che ripete sempre la stessa scena all'infinito.
Ora che è l’ultimo giorno del mese e dell’anno vecchio, questo è il mio augurio nuovo per te ed anche per me.
tuo B.
Trimonato da BaroneAgamennone | 04:17 | commenti (11) mercoledì, dicembre 28, 2005
Ci sono amori che ti prendono per mano e ti portano lungo un sentiero di montagna. Sempre in salita. Poi loro proseguono e tu ti fermi ad aspettare e pensare.
Ci sono amori che ti parlano di un giovane che era morto in mare. E ti segnano il cuore in quel dolore. Per sempre.
Ci sono amori che hanno dietro un vento spifferoso, leggero, ma che ti sollevano, in un pic nic, come una gonna leggera o come piatti di carta che volano via portandosi dietro forchette e coltelli di plastica. Sono quegli amori che ti fanno pensare al cocomero e alle buste di plastica.
Ci sono amori che vivono la loro animalità che non è molto dissimile dalla tua umanità: anche loro conoscono il dolore, la paura, la gelosia, l’amore, le cose più elementari della vita. I corpi lontani che ti fanno percepire il tuo corpo vicino.
Ci sono amori che hanno pensieri segreti inaspettatamente fuori misura che ti trascinano fuori dai labirinti del desiderio. Come una coscia troppo lunga rispetto ad un polpaccio troppo muscoloso. Come la gamba della statua di un imperatore romano.
Ci sono amori che non riesci a capirli. Forse, perché li vivi. E non riesci ad inquadrali in nessuno modo. E non ti fanno dormire la notte. Ti fanno svegliare agitato. Ti fanno sentire più infantile e timoroso del solito. Appartenente alla razza delle formiche: passi la giornata a trasportare pesanti fardelli da una parte all’altra del cortile, senza mai scoraggiarti e tornare indietro. In quel fardello porti la tua musica, tutto il tuo passato e la tua vita. E rischi in quel progetto di lasciarti schiacciare dalle scarpe dei passanti, come la formica facchina. E allora ti chiedi se è meglio essere una cicala.
E tutte queste cose noi le chiamiamo “metafore”. E, in realtà, lo sono.
Trimonato da BaroneAgamennone | 02:58 | commenti (22) martedì, dicembre 27, 2005
Poesia
Se guardo il mare, vedo te…
Se guardo il cielo, vedo te…
Se guardo la luna, vedo te…
Se dormo, sogno te…
Prat’cament’ stà semb’ annanz’ o’cazz’?
(di Gianni Ciardo)
Trimonato da BaroneAgamennone | 14:52 | commenti (7) lunedì, dicembre 26, 2005
Ha ragione il filosofo contemporaneo Bibbì:
NOI NON SIAMO TUTTI DEI PADRI PII !!
Oggi, ci tocca andare a pranzo dai miei. Tutta la Sacra famiglia riunita. Che, voglio dire, per me, è già un grande sforzo, sorbirmi tutte le tirate di mia madre con fratimo. Ma non mi si possono chiedere ulteriori sforzi di volontà.
LEI: Allora, io vado a mettermi il vestito nuovo. Preparati, che ce la puoi fare.
IO: Sì.
LEI: Non potevo andare dai tuoi vestita come tutti i giorni.
IO: Sì.
LEI: Sforzo di volontà. Ce la puoi fare.
IO: Sì.
LEI: Prendilo come esercizio per controllare i nervi. Così anche dai tuoi andrà tutto bene.
IO: Eh..ma…
LEI: Fai il vuoto nella mente. Come fa Vandamme prima di sfracagnare di botte qualcuno. Inspira.
IO: Fit.
LEI: Ti è scoppiata una gomma?
IO: No, sto cercando di inspirare. Sono teso. Respiro. Faccio vuoto nella mente.
LEI: Allora, ripassiamo. Io mò vado di là….metto il vestito nuovo..poi andiamo dai tuoi e continui a respirare e resti calmo fino alla frutta…ochei?
IO: Fit.
(Alessio, dall’altra stanza: “Mamma, s’è rotta la caldaia!?”)
LEI: No, no, Ale, è tuo padre che sta riparando un termosifone… non preoccuparti, vai a prepararti che tra un po’ dobbiamo andare dai nonni, così rivedi anche i tuoi cuginetti..
IO: Fit.
LEI: Ma cosa fai? Sei scemo? Vuoi spaventare il bambino?
IO: No no, inspiro…cerco di tenermi calmo…
LEI: Ochei, aspetta che vado a cambiarmi, tu aspettami qui..rilassati, eh?
IO: E io, poi, che devo fare?
LEI: Te l’ho già detto! Quando mi vedi, tu devi dire…ricordati bene: PRIMA! Di dire “QUANTO L’HAI PAGATO?” devi dire: “Ti sta benissimo”.
IO: Fit.
LEI: Smetti di inspirare, tanto quando saremo dai tuoi sarai già scoppiato. Ripetiamo: io mi metto il vestito nuovo, arrivo e tu dici: “Ti sta benissimo!” Poi, se vuoi, mi chiedi: “Quanto l’hai pagato?”. Ma dopo. Guarda che lo so che ti chiedo una cosa forte, una prova molto dura. Lo so io prima di te. Ma è per tenerti resistente prima di andare a pranzo dai tuoi.
IO: Fit.
LEI: Ti devi snaturare, è proprio uno sforzo della volontà. Prova già adesso a dire: “Ti sta benissimo”.
IO: Ti sta benissimo ti sta benissimo.
LEI: Bravo, così. Adesso io vado di là, mi cambio, e poi arrivo con il vestito addosso. Tu fai una cosa, non aspettare neppure. Come entro grida: “Ti sta benissimo!”.
IO: Fit.
LEI: Vado, eh? Me lo infilo in un attimo, tanto è un tubino.
(E’ andata di là e l’ha infilato in un attimo, tanto era un tubino. Poi si è messa a parlarmi dall’altra stanza.)
LEI: Sei pronto?
IO: Fit. Sì.
LEI: Fai un mantra, ripeti fra te e te “ti sta benissimo ti sta benissimo”.
IO: …issimo…issimo…
LEI: Forza che arrivo…concentrati…non mollareee..eccomi qua! Allora? Che ne dici?
IO: CAZZO! MA..QUANTO L’HAI PAGATO?
LEI: Fit.
Trimonato da BaroneAgamennone | 12:48 | commenti (8) giovedì, dicembre 22, 2005
Sta arrivando Natale. Arriva sempre prestissimo e in anticipo il Natale. Senza preavviso o forse con segnali volutamente inascoltati e rimossi. Che palle. Auguri, abbracci, tavolate, brindisi cordiali. Sicuramente il periodo peggiore dell’anno. Quello in cui io sto peggio. Non vedo l’ora che queste feste passino. Non mi piacciono le canzoncine di Natale, tipo gingol bel gingol bel. Né le pubblicità dei panettoni. Né quelle dei pandori. Oooo…living old de uaaait…cristmas… Mentre cercano di convincerci che dovremmo essere tutti più buoni e invece siamo tutti delle merde. Uiiii.. uisciu a merry cristmas.
Mio caro Babbo Natale, ti vorrei scrivere pure una letterina, ma sarebbe piena di insulti e parolacce, quindi, te la risparmio. Se proprio mi vuoi regalare qualcosa, portami del muschio, ma non da mettere nel presepe. Da fumare. Salutami pure quella Befana di tua sorella.
Trimonato da BaroneAgamennone | 18:07 | commenti (31) martedì, dicembre 20, 2005
Nella vita di parecchi di noi ci sono dei mezzi amici…mezzi non perché ti hanno fatto uno sgarbo o ti devono dei soldi, no, mezzi perché semplicemente li hai sempre e soltanto visti per metà dietro il bancone di un bar, di una ferramenta o di un alimentari. Tipo i mezzobusti televisivi. C’è un bar proprio di fronte casa mia, con un barista che mi era simpatico, alla mano. Il suo bar è piccolissimo, un mezzo buco, ma preparava dei cappuccini fantastici. Quando ti allungava la tazza, lui faceva sempre un gesto un po’ scomodo e sul volto gli affiorava una smorfia, una piccola smorfia, per pochi istanti, ma da anni era sempre la stessa. Magari sarà capitato anche a voi e non ci avete mai fatto caso. Chi non ha mezzi amici? Disseminati nella propria città. Potremmo definirli metà uomini e metà banconi, nuove forme di minotauri (metà di carne e metà di mogano o alluminio).
Il mio mezzo barista raccoglieva i miei pensieri del primo mattino, quando ho la faccia ancora stropicciata dal cuscino e i capelli pettinati dal libeccio. Scusate se divago, ma penso che leggersi il giornale ancora caldo sul frigo dei gelati la mattina presto sia una delle godurie della vita. Anche perché nessuno mai (nemmeno d’estate) ti caccerà mai alle sette e mezza del mattino per chiederti di spostarti chè deve prendere una torta gelato.
Poi, a volte, capitava che dovevo scappare perché si faceva tardi, o perché magari vedevo un vigile fuori, lì, in bilico su un piede, sporto sul cofano dell’auto, che controllava la scadenza dell’assicurazione e cercava di addobbarmi con un bel foglietto rosa il tergicristallo…
Un giorno, però, mi sono chiesto ma stò barista come si chiama? Com’è a figura intera? Alcuni anni fa, un mercoledì, che il bar era “chiuso per il turno di riposo” l’ho visto ai giardini pubblici. Era dietro una siepe. Gli si poteva scorgere solo il busto. Fammok.
Ma il massimo fu, al mare. Del mio barista non mi sfiorava nemmeno il pensiero. Ero a riva che passeggiavo e pensavo ai cazzi miei. Mi chiama una voce, la riconosco. Mi giro. E lo vedo. Era in una canoa. Mi sorride e mi urla: “Come va?”.
Io ho preso una lattina di birra da un cestino e gliel’ho tirato dietro. Lui non ha capito il gesto e si è offeso. Ora il caffè lo prendo alla macchinetta in ufficio con Marcello. A volte, sembra scemo, ma almeno è a figura intera.
Trimonato da BaroneAgamennone | 16:57 | commenti (18) sabato, dicembre 17, 2005
Ieri notte, ho avuto problemi (anche) con la linea. Non potevo connettermi. E’ saltata l’adsl su un server a Bari. Strani fili staccati che sembrano tagliarti fuori da un mondo, escludendoti. Così, ho scritto una letterina. Ma è finita tra le mie “lettere non spedite”. Niente di straordinario. Come succede spesso con quei progetti che si perdono per strada. Come accade spesso per accadimenti che non dipendono dalla nostra volontà. C’è anche da dire, per la verità, che a me piace molto la posta, cui affido spesso qualche letterina. Mi emoziona. Mi piace riceverla e mandarla. Mi piace trovare la cassetta piena, con pubblicità dei supermercati, avvisi di pagamento, contravvenzioni, annunci di nuove tasse.
Le “lettere non spedite”, in genere, finiscono dimenticate nelle cartelle gialle del mio computer. Abbandonate, dimenticate e mai più aperte, nè lette. Questa, però, ho deciso di conservarla, qui, sul mio blog. Perché? Forse perché è l’unico modo per ricordamene e per arrivare ai destinatari senza compromessi. Perché è come dire: ti scrivo, ma non voglio nemmeno sapere se leggerai mai questa lettera. Perché non te l’ho spedita. Ha un altro senso, un diverso significato. Mi toglie quel senso di vergogna e di stupidità. E poi, il vero senso di scrivere è quello di sentirsi prigionieri e felici, come fanno tutti i carcerati.
“Carissima,
stanotte, ho scritto questa lettera che, penso, finirà accartocciata nel cestino. Sento già, mentre la scrivo, che non la spedirò. Non ne avrò il coraggio, lo so. Se fosse stata di carta e scritta a mano, forse, l’avrei piegata in una busta bianca e spedita. Meglio così. Dovrei ringraziare anche la difficoltà di chiedere dei francobolli, oltre le sigarette, per non complicare il resto delle monete spicciole al mio tabaccaio.
Tra le tante cose, mi chiedo anche da dove viene questa mia smania di scrivere ad una persona così lontana? A volte, mi rendo conto di quanto sia folle il mio desiderio di te, ma avverto, ogni volta che ti penso, anche una stretta allo stomaco – un vuoto, come un dolore – un solo pensiero che questa pazzia, questa meravigliosa pazzia, possa finire.
Capisco il senso assurdo e folle di “sentirci” poco e male, di “vederci” altrettanto poco e male e, ora, di nuovo, diventati piatti, senza tridimensione, soltanto e solo come su una foto tessera. Però, capisco anche il nostro bisogno di cercarci sempre, di leggerci e di scriverci, ed anche di sentirci ogni sera per sapere che fai e come stai. Ed anche il nostro parlare al telefono, a volte, sembra solo un riportare i nostri pensieri scritti che abbiamo letto in qualche altro posto, in qualche altro momento, con altri stati d’animo. Aggiornarci sulle nostre vite, sapere quello che abbiamo fatto durante il giorno. Sapere se si è rotto il rubinetto o se è stata una giornata pesante e dura. Queste nostre solitudini che ci stringono vicino ad un muro e che ci allontanano, ma ci fanno sentire anche più vicini. Ci spiazzano.
E’ come conoscere e stare con una donna che non conosci veramente. Di cui conosci la mano senza conoscere la grafia. Di cui conosci la bocca senza conoscere le parole di tutti i giorni. Quelle che dicono al supermercato: “Mi dia dieci panini e un etto di cotto”. Non sa quanto è fortunato il tuo salumiere ed il tuo panettiere…
Una lettera di carta avrebbe avuto più senso perché sarebbe finita tra le tue mani, sotto il tuo sguardo e l’avresti toccata, avresti sentito la consistenza della carta o il suo odore, mentre la leggevi con i tuoi occhi azzurri, svegli e nervosi.
Ecco, io invidio l’acqua che, al mattino, scorre su di te, l’acqua che goccia a goccia si trasforma in rivolo lungo il tuo corpo nudo e scivola sulla tua pelle. Invidio il tuo pettine che scorre fra i tuoi capelli ricci e rossi. E la tazzina che ti fa bere il tuo caffè. Il coltello che taglia il tuo pane. E il pane in cui affondi i tuoi denti. A volte, vorrei essere la camicia bianca che sfiora la tua pelle sulla nuca, le tue spalle, il tuo ventre. Vorrei essere le tue scarpe e calzare i tuoi piedi. Vorrei essere la sedia su cui poggi il tuo sedere mentre scrivi al computer o parli al telefono. Invidio il vino che bevi. Il tuo bicchiere sul quale poggi le tue labbra.Immagino le monete che escono tiepide della tasca del tuo paltot. Le tue coperte che ti coprono la notte, ti riscaldano e che conservano il tuo profumo mentre dormi. Le tue lenzuola che si modellano sul tuo corpo, che si infilano tra le tue gambe e sotto le tue braccia. Quelle che annusi quando sono pulite, e che nel corso della notte si impregnano del tuo odore che ricordo e che dimentico ogni volta
Vedi, com’è strana ed assurda la vita ed i miei sentimenti? Se fossi il tuo coltello, la tua tazzina, se fossi il tuo salumiere, le tue scarpe, la tua camicia bianca, allora non sarei così pieno di nostalgia come adesso e, forse, non ti cercherei più.
Sai una cosa? Tu mi riempi il cervello, oltre il cuore, e questo mi fa impazzire di piacere...
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:08 | commenti (31) giovedì, dicembre 08, 2005
Susanna Tamaro e il suo “Va dove ti porta il cuore”, sono ormai solo un lontano ricordo. Ecco il nuovo successo editoriale: Melissa P. con il suo “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”, diario bollente di una sedicenne catanese che narra la propria iniziazione sessuale. E’ uscito anche il film, non l’ho visto, ma solo perché l’autrice lo ha sconfessato. Ho preferito limitarmi a leggere i due libri che la Panarello ha scritto con tanta originalità (anche l’altro, “L’odore del tuo respiro”). Così, ho deciso di seguire la scia di questo brillante filone di questa brillante e giovane scrittrice. Proporrò alle Case Editrici le bozze dei miei piccoli racconti che ho scritto in questi giorni. A voi, pochi fortunati che leggete questo blog, propongo questa assoluta anteprima su scala mondiale.
Il mio primo racconto si chiama “Cento colpi in banca prima di andare a dormire”. E’ una bella ed avvincente storia che parla di Barone R., un diciassettenne un po’ periferico e morboso che diventa rapinatore di banche perché i genitori avevano un negozio di passamontagna, ma poi falliscono e in casa rimane un sacco di merce invenduta. Il suo stile di rapina è inconfondibile: lascia sempre il proprio codice ABI marchiato a fuoco con un ferro rovente sulle natiche del vicedirettore e il CAB su quello del direttore della filiale rapinata. Questo ladro-gentiluomo è particolarmente raffinato nel linguaggio con le cassiere carucce. Ha un frasario ricco, giocato soprattutto su doppi sensi linguistici di un certo fascino, quali: “Fammi un versamento”, “Aprimi il caveau” o “Un BOT e via”. Le pagine più morbose sono sicuramente quelle in cui Barone R. racconta quando, con la catenella della penna di uno sportello, lega i polsi di Baffona (una orribile capoufficio) e poi la costringe a cambiare l’insegna luminosa della Banca in quella di un salone per barbiere.
Il secondo racconto si chiama “Cento colpi di Stato prima di andare a dormire”. La trama, qui, è abbastanza semplice: in questo caso, Barone R. è un diciottenne, reduce e frustrato da un golpe fallito nella Repubblica di San Marino. Ogni tre pagine c’è un amplesso, per cui, fino a pagina novanta ci sono trenta amplessi. Nelle ultime quaranta pagine c’è un solo amplesso che dura però trentotto pagine, mentre nelle ultime due pagine si spiega perché bisogna uscire dalla NATO e come può essere scomodo fare sesso dentro un carro armato con un marine-donna in mimetica e piena di sabbia perché appena tornata dalla Guerra (preventiva) in Iraq.
Il terzo, si chiama “Cento colpi della strega prima di andare a dormire”. Questa storia, però, non è autobiografica, perché racconta di una sedicenne disoccupata, Cristiana F., divenuta fisioterapista grazie ad un corso della Regione, avviatasi a questa carriera ingrata più per necessità che per passione. Giovane vittima di un colpo della strega e ossessionata dal Voltaren che, sotto forma di pomata, fiale o gel, sarà l’elegante ma enigmatico tormentone erotico di questa sua cieca passione: sodomizzare i clienti con dei falli di gomma. Il finale è sconvolgente, perché Cristiana F. si innamorerà di un paziente affetto dal ballo di San Vito, Rocco T. Purtroppo, però, Rocco T. è sposato con una donna molto gelosa, Mirella Z., che, rosa dalla gelosia, ucciderà Cristiana F., strangolandola con una calza contenitiva della Sanagens.
L’ultimo racconto è a sfondo politico. Si chiamerà “Cento colpi di sonno prima di andare a dormire”. E sarà l’unico caso di diario scritto da una non più giovanissima. Sono infatti le piccanti rivelazioni della moglie di Romano Prodi sugli effetti che hanno sulla sua libido gli intensi e vivaci incontri amorosi col marito.
Poi, proporrò ai fratelli Vanzina di far uscire un filmetto a Natale con De Sica e Boldi! Sarà sicuramente un successone!
Trimonato da BaroneAgamennone | 15:43 | commenti (52) mercoledì, dicembre 07, 2005
Ho sempre pensato che la scelta di avere un cane dovrebbe essere un gesto d’amore. Eppure, non so per quale motivo, oggi, mi è tornato in mente, un lontano episodio che accadde quando vivevo con i miei. Abitavo con la mia famiglia in un anonimo appartamento di un altrettanto anonimo sesto piano di un palazzone di periferia. Sotto di noi c’era l’Anas. Tra pale meccaniche, segnaletica stradale, spazzaneve e pioppi, sotto di noi, c’era una gran bella villa da ricchi, abitata da un ingegnere (vedovo) che viveva con il suo unico figlio ed un simpatico cocker di colore marrone, le orecchie lunghe, di nome Bobby (in quegli anni, di una lacrima sul viso, tutti i cani con le orecchie lunghe si chiamavano “Bobby”). Più o meno mio coetaneo (il figlio, non il cocker). Luigi, il figlio dell’ingegnere, a ripensarci somigliava un po’ ad uno dei rampolli di re Carlo d’Inghilterra (anche se, all’epoca, penso che anche Carletto, con le sue orecchie a parafango, non pensasse nemmeno di sposare lady Diana). Luigino (come lo chiamavamo noi) aveva dei lunghi capelli lisci, biondi, con una frangetta a caschetto e vestiti sempre nuovi e lindi. Noi del quartiere, mani sporche e ginocchia sbucciate dall’asfalto, lo accettammo nel gruppo solo perché aveva un bel pallone di cuoio ed un comodo spazio nel cortile dell’Anas (con una comoda porta fatta da un alto cancello blu). Eravamo noi i classisti, i razzisti, allora. In fondo, lo consideravamo solo un damerino che ci faceva comodo. Ma, per ora, di Luigi, non voglio parlare. Voglio parlare di suo padre. L’ingegnere. L’ingegnere aveva addestrato il suo cane ad andargli a prendere il giornale alla vicina edicola. Una mattina il cane fece ritorno senza giornale. L’ingegnere -che doveva essere un mezzo schizzato- gli diede una polpetta avvelenata e lo uccise. Quando Luigino ci raccontò questa triste storia -con le lacrime agli occhi- è stata la prima volta che ho desiderato che una persona morisse (atrocemente). Il giorno dopo, mentre andavo a scuola, seguii l’ingegnere uscire per accompagnare Luigino a scuola. Lo aspettai infreddolito uscire dal cancello blu. Volevo spingerlo sotto un autobus o fargli uno sgambetto. Fargli qualcosa, insomma. Ma, vidi Luigino con la sua tracolla ed il suo cappellino verde scozzese con strisce gialle ed il paraorecchi ed ebbi pena. Ripiegai, miseramente, su un pedinamento a distanza. Volevo guardarlo di spalle, all’ingegnere, sputargli di nascosto sul loden verde lungo con lo spacco dietro. Non sapevo nemmeno io che cosa avrei voluto fargli. Lo vidi andare all’edicola. Il giornalaio vide l’ingegnere, gli chiese meravigliato se il cane stesse male. “Il cane non c’è più” gli rispose l’ingegnere dalla faccia di cazzo. Luigino esplose e gridò attonito: “Bobby, lo ha ucciso papà, perché ieri è tornato senza giornale!”.
Sbigottito, l’edicolante gli replicò: “Guardi, ingegnere, che ieri, come tutte le mattine, il suo cane era qui, ma c’era lo sciopero dei giornalisti e i quotidiani non sono usciti”.
Da allora, Luigino, tagliò la frangetta ai capelli e divenne uno dei nostri. Anche le sue ginocchia erano diventate sbucciate come le nostre.
Trimonato da BaroneAgamennone | 02:09 | commenti (11) sabato, dicembre 03, 2005
La noia. Un tempo, mia madre me l’augurava, ogni tanto, bisogna fermarsi, mi diceva, annoiarsi un po’ riposa, fa bene. Ora, in questo preciso momento, mi sto annoiando. E se qualche cosa, anche piccola, non mi riempie il vuoto che passa tra la notte e il mattino, tra sveglia e bagno, fra il bagno e il lavoro, tra il lavoro e il pranzo, tra il pranzo e il lavoro e di nuovo e tra il lavoro e la sera, mi spalmo come catrame sull’asfalto e mi sazio di questa noia nera. E non mi fa affatto bene, mamma, lascia che te lo dica. La noia mi soffoca fino a strangolarmi il respiro. Anche se, ora, non scalpito più come una volta, l’accetto, mi lascio avvolgere da questo mantello nero notturno, mi stendo e aspetto che mi copra la testa e le spalle. Lascio che mi scaldi come una coperta su un divano freddo. Senza più niente che mi occupi il corpo o la mano o i pensieri. Quando non ho più un bel libro da leggere, né voglia di accendere la tele, né musica da ascoltare che suona, né più nessuno con cui parlare, resto immobile, imbambolato. Appunto come può farlo in un teatrino un burattino al quale hanno tagliato i fili. Filosofi, teologi, psicologi, sociologi, biologi e farmacologi, tutti hanno cercato di definire la felicità. Anche Voltaire e Goethe, Charlie Brown e John Lennon si sono cimentati nella stessa impresa. Felicità vuol dire tranquillità. Felicità vuol dire bontà. La felicità è un cucciolo caldo. La felicità è la canna di una pistola in bocca che, dopo aver sparato, diventa fumante, ma tu non la vedi già più, perché hai chiuso gli occhi…La noia è un po’ dormire e un po’ morire (come diceva sempre quello dell’essere e non essere con il teschio in mano).
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:36 | commenti (20) |
grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).