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mercoledì, maggio 31, 2006
Da: agomast a suo buon diritto che ho dato mandato esplorativo ai miei legali in relazione alla pubblicazione da parte sua di uno scritto privato mio su uno spazio pubblico. Normalmente verra' informata anche la segreteria amministrativa del proprietario del sito. Infatti non sara' lasciato nulla di intentato a tutela dei diritti della mia persona in tutte le sedi opportune. Distintamente. Trimonato da BaroneAgamennone | 21:07 | commenti (3) domenica, maggio 28, 2006
L’invenzione dell’auto è anche l’invenzione dell’incidente d’auto. Così come una tecnologia ha la necessità di migliorare e di scoprire i propri punti deboli. E come? Sottoponendola a dei test d’urto. Solo rompendo il giocattolo, il bambino scopre com’è fatto. L’industria dell’auto americana spende miliardi di dollari l’anno per le prove anti crash. Buffo scoprire che gli industriali europei ne spendano molti di meno, ma che facciano anche macabri esperimenti utilizzando cadaveri. Comunque si sono giustificati. Hanno detto che c’è un motivo tecnico ben preciso che giustifica questa macabra pratica di impiegare cadaveri nei test d’urto: se cerchi di convincere persone vive, queste fanno resistenza. Gli americani ridono di noi. Loro sono furbi e sono sempre avanti in tutto. Quelli della Ford, recentemente, hanno firmato un accordo con la Polizia stradale e con l’Ente Autostrade. Quando una famiglia a bordo di una Chevrolet fa un frontale, quelli di Detroit mandano una squadra sul posto (dotata di elicottero e macchine da presa), munita di regolare permesso, fanno rilievi anche fotografici e poi li passano ai li loro tecnici che li studiano. Le maggiori case automobilistiche europee, naturalmente, hanno subito smentito. Fiat, Opel, Volkswagen e Mercedes avrebbero usato nei loro test sempre e solo costosissimi manichini elettronici. Per forza, poi, l’auto europea va così male. Altre invece hanno ammesso e si sono giustificate dicendo che il loro impiego di cadaveri è analogo all’uso di cadaveri nelle lezioni di anatomia. Tutto normale, quindi: erano solo lezioni di anatomia a velocità sostenuta. Solo alcune case automobilistiche hanno confermato di aver utilizzato per più di 20 anni quasi 200 cadaveri per verificare le conseguenze sul corpo umano di scontri automobilistici. E, in questo modo, avrebbero scoperto cose sconvolgenti: tipo che un corpo umano lanciato a 180 km/h contro un muro accusa il colpo. Scusate, ma non sono nato ieri, se qualcosa dura più di 20 anni, non è più un esperimento scientifico: diventa sesso. Trimonato da BaroneAgamennone | 10:35 | commenti (57) sabato, maggio 27, 2006
Tempo fa, un’amica mi chiese di scrivere un libro (e di dedicarglielo). Il libro non l’ho ancora scritto (e penso che non lo farò mai), però, il titolo l’ho trovato. E’ questo: “Sei troppo bella per un uomo solo, così ho portato mio fratello”. Lo so che non è un granchè come post..ma volevo fare delle prove sul blog…il mio sito dove parcheggio la musica su Altervista me l’hanno chiuso per questo mese…e così, per distrarmi , un po' per celia e un po' per non morire (come diceva Ettore Petrolini) scrivo due cazzatelle…. Però il libro sarà stupendo. Sarà solo di 24.000 pagine..Qualcosa di sorprendente, se si considera che lo scriverò in soli dieci minuti netti…però, sarà un libro interessante perché parlerà della mia vita…la cosa più sorprendente sarà che, dopo averlo finito di leggere, l’odore della stanza diventerà insopportabile… Trimonato da BaroneAgamennone | 15:46 | commenti (54) martedì, maggio 23, 2006
Una cosa della quale devo liberarmi in questo blog (almeno qui) è la vergogna. Prima che questo diventi un quaderno con le pagine strappate. Prima che questo mio scrivere diventi soltanto non-pensiero. Prima che le parole diventino biascichi incomprensibili come quelli che vengono fuori dalla bocca svuotata dai denti di un vecchio. Prima che lo sguardo diventi uno sguardo fisso in un punto imprecisato che non vede quello che gli passa sotto gli occhi perché il pensiero inconcludente è altrove. Prima che le mie mani inizino a torturarsi e a sudare. Prima che il mio braccio destro rimanga penzoloni fuori dal letto. Prima che diventi come l’amore irrisolto per mia madre. O di me bambino moccoloso che abbraccio le gambe di mio padre, perchè non voglio che vada al lavoro. Prima che io diventi ancora più pavido e vile di quanto già non sia. Infecondo e sterile come la morte. Cosa ci vuole per liberarsi della vergogna? Coraggio? Forza? Faccia tosta? E poi vergogna da che? Per chi? Basta essere un incantatore di serpenti. Basta mettere la giusta distanza tra sé e sé. Allargare il proprio deserto. Quello spazio nel quale non cresce nulla. Neanche un sorriso. Prima che questa vita diventi ancora più confusa di quanto già non sia. Solitaria. Da vedovo. Un idiota senza futuro. Piegato dall’uso e da piccole illusioni quotidiane. Piegato dalla miseria propria e da quella circostante. Non so se non ho digerito la peperonata, ma oggi sento una strana pesantezza, una specie di dolore alla testa, mescolato a nausea. Eppure, dicono che le meraviglie della vita siano tante. Che la forza della natura sia gaia e benevola. Che la gioia sia come un’ubriacatura. O come la fortuna dei giocatori del lotto. Ci deve essere qualcosa che non spunta in un angolo remoto di me. Una domanda insidiosa. Come una pianta non coltivata bene, che ti fa sviluppare e crescere come un ramo storto. Quello spiritello che vivacchia dentro di te e non ha mai sonno e ti tiene sveglio la notte e diventa come un’ansia cannibale che ti divora. E mentre quel folletto ti fa a pezzi, il tuo umore nero rende pesanti tutte le cose. Accade spesso nei gruppi che, nei momenti di relax, si creino strane tensioni goliardiche, a metà tra l’aggressione verbale e quella burlona. In un incalzarsi quasi continuo di prese per il culo e di gare a chi ce l’ha più grosso o più lungo. Uno scilinguagnolo inarrestabile. Timidezze e silenzi che hanno i tratti e le parole dell’ostilità. Scompostezze che mirano ad affermare superiorità “da tavola”. Tunnel scavati dalla nevrosi del lavoro o dal caldo afoso. E si parte all’attacco. E si lotta, per reggere quei ritmi, come domatori in una gabbia tra belve. Cerchi il tuo istinto ferino di difesa. E attacchi, a tua volta, mentre ti difendi. Oggi, a pranzo, come sempre si facevano battute, le solite, anche sull’abbigliamento (nostro e altrui). Poi è apparso uno con una camicia gialla ed una cravatta senza marca dai colori fuori moda. E scatta il guizzo malevolo dagli occhi, smorfie, battute. Risate. Si è tutti un po’ pusillanimi in queste cose. E' la legge del branco dei lupi affamati che circonda e sbrana l’agnellino. Come i tiranni verso i sudditi. E, così, unisci la tua alla risatella dei compagnucci. Aderisci, per opportunismo. Come in preda ad una crisi nervosa e cattiva collettiva. Come una punizione inflitta ad un indifeso che ti libera del furore che hai dentro e da una bontà che senti come una zavorra dell’animo. Avrei voluto dire qualcosa di terribile che li facesse smettere di ridere, che li facesse piangere…Ma le persone “utili” sono ovunque, e attendono solo di essere usate, anche con un’offesa. Si diventa così spregiudicati nell’uso degli altri. Poi, ti vergogni per te, per quell’altro sconosciuto con la camicia gialla e la cravatta comprata all’Upim ed anche per gli altri che continuano a ridacchiare. E ti accorgi che tu non hai più nessuna forma. Sei liquido, aeriforme, gassoso. E che non sai più nulla di te stesso, neanche se desideri sopravvivere. O forse, più semplicemente, rimpiangi il profumo del ragù di casa, quello che veniva dalla cucina di tua madre...Trimonato da BaroneAgamennone | 23:48 | commenti (20) sabato, maggio 20, 2006
Ieri, Moggi e domani. Negli anni Settanta, era praticamente inutile giocare il Campionato di calcio. Lo vinceva sempre la Juve. Non c’era Moggi, ma c’erano già Zoff e Trapattoni. Molti pensavano che le vittorie della Juve fossero legate al potere di Agnelli e della FIAT. Allo stesso modo, in quel periodo, era frustrante andare a votare per le elezioni politiche. Vinceva sempre la Democrazia Cristiana. Molti pensavano che le vittorie fossero legate al potere degli USA e della CIA. Ma era la DC di Moro, Andreotti e Fanfani. Alcuni pensavano che c’entrasse anche la FIAT di Agnelli, ma nessuno si scandalizzava se sul “Corriere della Sera” scrivevano che bisognava restare “al centro”. Qualcuno diceva che il “Corrierone” si riferisse, in realtà, alla classifica della serie “A”. I preti, durante la messa, dicevano ai fedeli che bisognava votare un partito che fosse ”democratico” ma anche “cristiano”. E lo scudo crociato vinceva. Così come la Juve continuava a vincere gli scudetti. Nel 1978, la Juve incontrò una sola squadra che riuscì a metterla in difficoltà: il Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi. Alla fine, però, il Lanerossi Vicenza retrocesse in serie B nella stagione successiva a quella in cui aveva ottenuto il secondo posto. E nel 1981, la Juve comprò anche Paolo Rossi. Il 16 marzo del 1978, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro. Io ero a scuola e la notizia ce la portò il bidello che gridava “Hanno rapito Moro in via Fani!”. All’inizio, nemmeno la mia prof d’Inglese volle credergli. Com’era possibile? Si trattava di un ex primo ministro, un esponente altissimo della nomenklatura. Un uomo potentissimo. Uno statista importante. In via Fani, rimasero ammazzati, nelle auto della scorta, cinque poliziotti che non fecero in tempo nemmeno a sparare un colpo…vittime della “geometrica potenza di fuoco” delle Bierre. Mio padre faceva il poliziotto e si incazzò come una iena davanti alla televisione. Fu la prima volta che lo sentii bestemmiare a tavola. Mia madre disse che "dovevamo andare di là". Lo Stato reagì scompostamente. Tutti cercavamo il covo dei rapitori. Guardavamo dietro ai termosifoni, per controllare se Moro avesse scritto anche a noi una lettera. Craxi e Martelli, intanto, si davano da fare con il “partito della trattativa”, si vedevano al bar e prendevano l’aperitivo con Piperno. Lotta Continua scriveva: “Né con lo Stato e né con le Bierre”. Lo Stato, che poi, lo avrebbe fatto per una giornalista de "il Manifesto", all'epoca, diceva che non non si poteva "trattare" con i rapitori che, per di più, erano anche terroristi. Più tardi, si scoprì che la polizia e i servizi segreti sapevano sia di via Montalcini che di via Gradoli. Andarono, bussarono, presero la lettura del contatore del gas e poi se ne andarono. C’erano anche Anna Laura Braghetti, Mario Moretti (che conduceva gli interrogatori di Moro), Barbara Balzerani, Prospero Gallinari e Germano Maccari. Si offesero pure, perchè dissero che nella “prigione del popolo” stavano sempre attenti alle scadenze delle bollette. A Milano, nel corso di una perquisizione, in via Montenevoso, gli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa trovarono il “Memoriale” di Aldo Moro. Qualcuno, però, prima di portarlo alla luce, fece sparire qualche pagina, un po’ pesantuccia. All'epoca, me lo ricordo ancora, c’erano posti di blocco ovunque. Un giorno, ci fermarono quattro volte per chiederci i documenti, anche se mio padre era in divisa. Nelle strade si avvertiva una certa paura. Si iniziarono a leggere strane scritte sui muri contro i decreti anti-terrorismo di “Kossiga”. Con lo spray, lo scrivevano con la “kappa”. Di recente, Cossiga ha confessato che avrebbe voluto abbandonare la politica, in quei giorni, e invece stà ancora senatore “a vita” a rompere i coglioni con il piccone. La gente era così coinvolta dalla faccenda che segnalava qualsiasi appartamento con rumori sospetti. Nel mio palazzo si consumarono vendette antiche. La signora del settimo piano, che si era sempre lamentata dei rumori notturni dell’appartamento affianco al suo, una notte, chiamò i Carabinieri per segnalare dei mugugni che secondo lei erano sicuramente quelli di un uomo imbavagliato (quindi di Moro). L’imbarazzo fu notevole quando, sfondata la porta dell’appartamento, l’Arma si trovò di fronte un uomo imbavagliato che, in ginocchio, subiva le attenzioni sadomaso della moglie. Il giorno successivo, tutto il quartiere sapeva dell’incidente e sogghignava. Furono costretti a cambiare casa. Lui lavorava all’ufficio anagrafe del Comune e lei era una casalinga sempre gentile con noi del quartiere. Mentre Paolo Rossi continuava a segnare. Alla fine del campionato, avrebbe fatto ventiquattro gol e venne convocato in Nazionale per il Mondiale in Argentina, dove sarebbe diventato per tutti “Pablito”, una specie di eroe nazionale. Romano Prodi, intanto, partecipava ad una seduta spiritica, nel corso della quale gli "spiriti" di La Pira e De Gasperi rivelarono che Moro era a “Gradoli” (ma si sbagliarono a capire: non in “via” Gradoli, ma Gradoli “il paese”). Le BR allora telefonarono, smentirono e dissero che Moro si sarebbe suicidato ed il corpo lo avrebbero trovato nel Lago della Duchessa. Un altro buco nell’acqua. Renato Curcio, Alberto Franceschini e Roberto Ognibene, capi storici delle Brigate Storiche, furono presi. Mara Cagol, la compagna di Curcio, venne uccisa in uno scontro a fuoco con la polizia, mentre cercavano di catturare il suo uomo. Dopo quegli arresti, le BR apparivano finite. Sembrava che lo Stato avesse sferrato il colpo vincente…ma avevano ancora in mano Aldo Moro che intanto scriveva lettere risentite agli ex amici della sua Diccì ed alla moglie “la sua dolcissima Noretta”. Gli appelli per la sua liberazione furono tantissimi. Si mossero tutti: il segretario della DC, Zaccagnini, il presidente della Repubblica, Leone, Berlinguer e i comunisti, Kurt Waldheim, segretario dell'Onu, Arafat, gli americani, il Papa Paolo VI, la signora del settimo piano…Il 7 maggio del 1978, la Juve vinse il suo 18° scudetto, battendo all’ultima giornata il Vicenza di Paolo Rossi per tre a due. Moggi, all’epoca,non ricordo bene, ma forse lavorava già per il Napoli e la camorra, così chiese se poteva fare qualche telefonata ai suoi amici… Il 9 maggio venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Io stavo con mia madre alla "Standa" e vedemmo attaccare i manifesti per il corso e abbassare le serrande. Qualcuno piangeva in mezzo alla strada. Era un'altra Italia quella... Lo trovarono rannicchiato nel portabagagli di una Renault 4 rossa. I brigatisti lo lasciarono con della sabbia nei risvolti dei pantaloni (per depistare le indagini) in una stradina di Roma, in via Caetani, tra la sede della DC e via delle Botteghe Oscure, sede storica del vecchio PCI. Da quel giorno, i rapporti tra questi due partiti cambiarono, ma la Juve continuò a vincere i campionati. E quell’ex poliziotto con quello strano accento abruzzese, poi divenuto pm nella Procura di Milano, non poteva sapere che, dopo “Mani pulite” e Moggi, si sarebbe seduto, come ministro, nel neo Governo di Prodi. Forse, molte delle cose che vediamo oggi le dobbiamo alla morte di Moro. Trimonato da BaroneAgamennone | 18:45 | commenti (29) giovedì, maggio 18, 2006
Quelli che mangiano fuori…
Quando lavori in una città diversa da quella in cui abiti, ti tocca mangiare fuori. Questo vuol dire mangiare da schifo, ma anche non potersi dare una bella rinfrescata, nè togliersi le scarpe nè i vestiti e nemmeno fare tutte quelle belle cosette che fanno tutte le persone “normali” che lavorano nella stessa città in cui abitano. Prima andavamo a prenderci l’aperitivo in un bel localino comodo da raggiungere. Ma, il proprietario, improvvisamente, ha deciso di chiudere all’ora di pranzo. S’era stancato di ordinare auto-botti di bitter Campari, olivette e stuzzichini per noi cinque-sei cani sciolti ma che magnano come cavallette. Visto che abita nello stesso posto in cui lavora, ha deciso che, all’ora di pranzo, è meglio andarsene a casa, darsi una bella rinfrescata, togliersi le scarpe, i vestiti e fare tutte quelle belle cosette che fanno tutte le persone “normali” che lavorano nella stessa città in cui abitano. E, quindi, da qualche settimana, ci tocca prendere l’auto che, con questo caldo, non è proprio il massimo, visto che, all’una e mezza, entrare in un’auto parcheggiata tutto il giorno sotto il sole cocente, vuol dire entrare come gli ebrei in un forno crematorio... Così, visto che sembriamo camionisti scioperanti, abbiamo deciso di andare a mangiare in una specie di autogrill da città. Una specie di tavola calda in una stazione di servizio. Ci sediamo sotto un gazebo con uno di quei tavoli metallici con le sedie ancora incellophanate che la Peroni regala ai benzinai se fanno la tessera della raccolta dei punti. Ci prendiamo una birra gelata (anche due), di quelle che, per aprirle, non occorre nemmeno l’apribottiglie, levi il tappo direttamente con le mani e ti sfracagni le dita…oppure prendiamo un vassoio – come ai tempi dell’uni – ci facciamo mettere due-schifezze-due e poi ci mettiamo a sparare cazzate post-lavorative. Oppure, se passa una collega modello cesso a vento, ce la scarichiamo (che è un nostro vezzo con un regolamento ben preciso: il primo che l’ha avvistata deve toccare una parte del corpo del proprio vicino di posto, ma se quello lo anticipa e alza le mani o ti trovi subito un altro su cui “scaricare” la racchiona, oppure te la tieni. L’unico modo per salvarsi da ogni “scarico” è dire “Specchio riflesso!” e allora sei fregato). I tipi che gestiscono la tavola calda sono gli stessi che gestiscono la stazione di servizio. Infatti, si vede che, prima, facevano i benzinai. Quando ti affacci al bancone di vetro, per scegliere qualcosa da mangiare dal menù del giorno, sembra proprio di essere al “BENZINA FAI DA TE”. Che significa che il benzinaio c’è, ma non ti serve. Sta lì, lo guardi, lui ti guarda, tu lo riguardi: “Be’ che stai a fa’?”. “Che stai a fa’ tu, scendi e fatti ‘sto pieno!”, E, invece di riempirti il piatto, ti aspetti che ti controlli la pressione delle gomme. “Me la fai un’insalatina?”. ”Una lavata al vetro, no?”. “No, ma mettici anche due patate, va…”. “Olio e filtri sono a posto?”. Ma vaffanculo! Trimonato da BaroneAgamennone | 21:15 | commenti (21) domenica, maggio 14, 2006
Lasciarsi andare alla passione o al sentimento? Oppure fuggire prima dell’amore? Per le “anime belle” non c’è alcun dubbio che la felicità nasca nell’abbandono alla persona amata. Esistono però anche le anime “complesse” che si agitano, si incazzano, si fanno mille problemi sulla vita propria e altrui, esitano, o manovrano con cautela, convinti che, in amore, non vi sia nulla di meglio dell’attesa. Dopo tutti questi anni, tutto quello che ho capito della mia vita è che io sono soltanto la tessera di un domino in equilibrio precario. Uno stupido che si perde spesso nel suo labirinto, scegliendo traiettorie di fuga nevrotiche e imbarazzate, come se fuggire dall’amore e assegnarsi punizioni crudeli fosse l’unica soluzione possibile. Come se io fossi soltanto una delle due vetture di un autoscontro di una giostra, sempre sul punto di proiettarmi contro l’altra, ma che evita, ogni volta, una collisione all’ultimo istante. Oggi mi so’ visto il film Cuore Sacro del regista italo-turco Ozpetek. E’ un film che ha i tempi lenti ma inesorabili del melodramma che passa attraverso gli snodi fondamentali del peccato, della colpa, dell’espiazione, ma è anche un ritorno alla magia, a quelle atmosfere intense manipolate da voci antiche e represse, alle parole fitte e segrete, scritte sulla seta di pareti nate per segregare. Un film sul conflitto all’interno del quale viviamo oscillando tra maschile e femminile, ricchezza e povertà, materia e spirito, padre e madre. Un film in cui tutto è doppio. Un film che invita a dialogare con quella parte di sè che si mette in discussione, che si interroga sul presente, che si pone domande sulla vita dopo la morte e sul senso di Dio. Un film dedicato agli "sgusciati". Gli "sgusciati" sono tutti coloro che pur essendo morti, in realtà non sono affatto lontani perché è come se fossero sgusciati (appunto) nella stanza accanto, e il nostro dovere dovrebbe essere quello di riuscire a ricordarli tra le risate, nelle chiacchiere di tutti i giorni. Il mio amico Antonio, ad esempio, per me, è uno sgusciato. Protagonista di questo viaggio all’indietro è Irene Ravelli (Barbara Bobulova), una bella e gelida donna d’affari che decide un giorno di ristrutturare l’antico palazzo di famiglia situato al centro di Roma per farne un complesso di mini-appartamenti. Ma poi, grazie all’incontro con una bambina orfana e ladruncola (Benny), all’incontro con un parroco (padre Carras) ed alla riscoperta del ricordo di sua madre, Adriana (morta in circostanze misteriose e quando lei era ancora piccola, a metà tra il suicidio e la follia), in contrasto con l’avida zia Eleonora, deciderà di farne una casa di accoglienza per diseredati. La ricca manager non riesce neanche lontanamente ad immaginare che dietro la porta chiusa di quel palazzo si nasconde non solo gran parte del suo passato, ma soprattutto le tracce di quello che sarà poi il suo futuro. Percorrendo le stanze vuote ed oscure di questa dimora signorile Irene entra nella stanza (chiusa con il chiavistello da molti anni per volere del padre) in cui per molti anni sua madre (un soprano drammatico) ha atteso la morte, soffocata dalle sue ossessioni e dalle tantissime parole incomprensibili scavate sulle pareti. In realtà per Irene sarà come aprire una porta verso un mondo di dolore, di sofferenza e di povertà che la farà scendere dal piedistallo della sua ricchezza, per condurla tra i diseredati, tra altri sgusciati, quelli cioè che hanno perso tutto. Secondo me, il momento più bello di questo film è stato quando il vecchio maggiordomo racconta alla protagonista una frase di sua madre: “La signora diceva sempre che in ognuno di noi ci sono due cuori. Uno dei due cuori è l’eclissi dell’altro, ma se ognuno di noi riuscisse - anche per un solo istante – a intravedere la luce del suo cuore nascosto, allora capirebbe che quello è un cuore sacro e non riuscirebbe più a fare a meno della sua luce”. Trimonato da BaroneAgamennone | 21:04 | commenti (103) giovedì, maggio 11, 2006
I panni (e gli sms) sporchi si lavano… sui blog. Cara blogger che mandi sms anonimi, di solito le lettere aperte servono perché non ammettono repliche … chi le riceve si guarda bene dal replicare. Ma sono stanco di leggere e non risponderti. Quindi, questa volta, romperemo la tradizione. Hai rotto le acque e ti sei lasciata prendere un po’ la mano. Ieri, ho letto il tuo post e l’ho trovato un po’ eccessivo, oltre che irritante. Ma ho preferito respirare profondamente, contare fino a un milione e risponderti oggi. Ieri, ero nervoso, lo ammetto. Ma essere ricoperti di merda credo non faccia piacere a nessuno. Rimane sempre la puzza. Oggi, sono più calmo e posso risponderti senza stizza. Hai scritto un fiume di parole. Tanto fiato sprecato in accuse verso di me, scritte da una donna incontaminata dagli errori e dai difetti, che subisce pazientemente quelli altrui (i miei), e che alla fine (finalmente) sbotta perchè viene toccata in un momento estremo di debolezza e negli attimi più intimi della sua creatività di smessaggiatrice (anonima). Brava, bravissima, cara blogger. Questa volta, hai davvero superato te stessa. Specie quando dici che io faccio discorsi pubblici. Penso che ti abbia irritato il mio post precedente che potevi capire soltanto tu e non altri. Era privato ed era in codice, ma tu hai fatto subito il commentino dell’incazzosa per fare in modo di far capire a tutti che si trattava di te. Come quando i cani pisciano per delimitare il proprio territorio. Hai detto che avevo scritto solo una parte della verità. E’ vero, avevo omesso, per mero garbo e riservatezza, di scrivere la parte che poteva fare in modo che si capisse che stavo parlando di te. La completo ora, qui. Poi sei stata tutta la notte in piedi a scrivere il tuo comizio tanto benevolo verso te stessa e molto tremendo con me. Da vera vanitosa e vittimista. Talmente vittimista, al punto di vantarti della tua pazienza con un certa civetteria. Come a dire: “Guardate che cosa ho dovuto sopportare finora, gli ho mandato degli sms anonimi, ma prima uno tanto carino, lo volevo mettere alla prova…guardate, che cosa mi tocca sopportare…Sentite che cosa mi ha fatto…E cosa ho dovuto subire…” Vanitosa e vittimista, specie quando scrivi frasi come “questa è una delle tante…”. Mi è piaciuto molto leggere i miei difetti ingranditi mille volte alla lente del tuo microscopio. Non elencherò i tuoi difetti, ma non perché sei perfetta. Perché non ne ho il tempo, né la voglia. Ma almeno degli sms voglio parlare. Almeno su quelli potrò dare la mia versione dei fatti. Anche se penso che non interessi a nessuno. A parte te. Lo faccio qui, perché anche sui blog bisogna fare spettacolo, siòre e siòri. Ne hai voluta fare una faccenda da blog di pubblico interesse. E allora godiamoci lo spettacolo. Quando arriva il momento, arriva. E quando tocca, tocca e basta. Per i lettori ai quali non interessano i gialli, l’invito è quello di fare a meno di leggere questo post e pure di commentarlo. Mi fa davvero specie che la questione della sfilza degli sms di ieri, tra veri e falsi, ti abbia irritato tanto. Semmai, avrebbe dovuto far incazzare me. Ma, se fino a ieri sera, c’ho riso su, perché potevo capire che se uno non ha un cazzo da fare, gli può pure venire voglia di giocare a “madam mistero”, buttare lì l’amo per saggiare il pesce e poi vedere l’effetto che fa (come cantava Iannacci, a proposito di portare qualcuno allo zoo comunale). Ma, oggi, dopo aver letto quello che hai scritto, sbotto. Se il tuo scopo era quello di farmi sbottare, ci sei riuscita. Brava, bravissima, cara blogger. La tua ricostruzione degli sms non è solo molto compiacente e troppo di parte, ma anche falsa. Ma lo trovo normale come comportamento, visto che dici e scrivi sempre che “non giudichi mai”, mentre, in realtà, non solo giudichi i miei comportamenti, ma fai anche in modo che questi si manifestino con delle meschine trappole. Ti travesti da agente investigativo, per cogliere con le mani nel sacco, in flagrante, l’assassino di sms con le mani sporche di marmellata. E sei andata avanti nella tua indagine con scrupolo e coscienza. Fino a mettere una montagna di merda nel ventilatore e spararla in quel post. In quel tuo post, hai scritto una sequela troppo lunga di stupidaggini, perché io possa replicare ad ognuna. Ma, del resto, se per il nostro rapporto si tratta di fare un bilancio conclusivo ed ognuno è libero di trarne le somme come crede, per gli sms, ci sono testi ed orari e quindi ti inviterei ad essere più precisa. Gli orari ed i testi esatti sono quelli che ho scritto nel post precedente. Nomina un gran Giurì. Una commissione di esame. Un perito. Mandami un notaio, chi cazzo vuoi tu e te lo dimostro, quando vuoi, dove vuoi. Ecco le tue bugie. Una per una. Prima falsità: il tempo che è intercorso tra il primo sms e la mia risposta (“nemmeno il tempo di mandarlo mi ha subito risposto”). Ore 13.48 il tuo primo sms – 14.29 il mio. Oltre mezz’ora! Ma tu rispondi sempre così velocemente ad un sms? Seconda falsità: il testo del primo sms che mi hai mandato, ieri (da anonima e da un numero a me sconosciuto), che hai riportato nel tuo post come un “mi piaci sempre tanto” è sbagliato. Il tuo primo sms anonimo era un “mi piaci” e basta. Non cambierà niente? Forse…ma la tua imprecisione nel riferire il testo del primo sms mi ha fatto capire che non ce li hai proprio più nel cellulare gli sms. Li ricordi male. Oppure non hai più la possibilità di rileggerli, perché li avrai cancellati o, peggio, non li avrai nemmeno riletti prima di scrivere il post. Peggio. Scrivi senza sapere o vedere. Per immaginazione. Visto che sei una strega, fai tarocchi e oroscopi, spiegami da cosa avrei dovuto intuire e come avrei potuto capire che quell’sms me lo avevi mandato tu. Il numero non era nella mia rubrica, quindi, era sconosciuto. Ti ha stupito la mia risposta (“E tu chi sei?”)? E perché mai? Chi altro avrebbe potuto scrivermi quell’sms? Chiunque. Un amico che aveva voglia di scherzare (cosa alla quale ho pensato). Oppure una che aveva sbagliato numero. Una ex che ha cambiato numero. Perché no? No è possibile? Non ne hai tu di ammiratori (veri o virtuali) o di sciacalli (vecchi e nuovi) che ti scrivono in privato o ti telefonano, specie quando fai queste sceMeggiate? Terza falsità: anche il testo del secondo sms che hai riportato nel tuo post è falso. Falso, perché ne hai messi assieme due che hai mandato in due momenti differenti dal numero anonimo. Io non ho mai ricevuto da te un sms che dice: sono una tua ammiratrice, peccato tu non mi abbia riconosciuta, ma mi piace sempre leggerti…" Il testo del secondo sms era molto più breve: alla mia domanda del “chi sei?”, la risposta è stata: “Una tua ammiratrice, barone” (ore 14.50). Che mi puzza molto di inganno e di trappola. Alle 15:03:51, dal tuo numero, mi hai mandato quello che tu definisci il tuo sms “carino” (e che, invece, era semplicemente una trappola). E alla stessa ora, mi hai mandato un altro sms dal numero anonimo “Peccato tu non mi riconosca più…eppure ci fu un tempo…comunque è sempre bello leggerti” (ore 15:03:51). Non solo tra i due sms l’ora e i minuti coincidono e sono esattamente gli stessi, ma anche i secondi sono identici. Ma come hai fatto? Avevi due cellulari in mano (uno nella sinistra e l’altro nella destra?) ed hai fatto in modo di schiacciare il tasto di invio nello stesso istante? Per farli partire assieme? Ma che brava…quasi diabolica… Come vedi, non mi hai mandato l’sms che dici tu. Non era uno, ma due sms. Ti guardi bene dal riportare i testi esatti, ma soprattutto non citi mai gli orari di invio dei tuoi sms. Non so se è per mera dimenticanza o mala fede. In ogni caso, se non credi alla mia buona fede, non vedo perché dovrei credere alla tua. Ti fai anima innocente, metti i grassetti, parli di “prima” e “dopo”, ma racconti palle e ricordi male. E’ talmente vago il tuo ricordo che riferisci di avermi chiesto nell’sms (“qualcosa di carino”) “come era il tempo da me”, mentre mi hai detto che “da te faceva ancora freddo, caz” (che cattiva memoria che hai, cara blogger, non solo sul tempo dell’orologio, ma anche sul tempo atmosferico…). Ma la cosa più falsa che hai scritto è stata che questo sms (“carino”) me lo hai mandato prima e non dopo gli altri. Non me lo hai mandato prima, perché i primi tre sms anonimi sono delle ore 13.48 - 14.50 e 15.03. Dopo ben tre sms anonimi, hai deciso di mandarmi la “trappola”. Non era un gioco. Era solo un inganno. Ma fammi capire che cosa volevi dimostrare con il tuo giochetto…che rispondo prima agli sms anonimi? E solo dopo rispondo a te? Che flirto con chiunque mi capiti a tiro? Volevi dimostrare che sono uno sciupafemmine? E che cosa avrei scritto di tanto scandaloso alla presunta ”anonima ammiratrice”? Che non la conoscevo e che non sapevo chi era? (“e come dovrei riconoscerti? Dalla firma?” – ore 15.04). La sorpresa l’ho avuta io! Non tu, cara blogger. Perché con il tuo giochetto ed il tuo post ho capito come e dove ti aveva portato la tua gelosia: al doppogiochismo. Alla dietrologia schizofrenica. O schizzopenica. Ed allora ti ho scritto “ma che ti diverti a fare i giochetti?” (ore 15:09). Puoi usare tutto il grassetto che ti pare e pure il sottolineato, puoi anche urlarlo, ma resti una bugiarda quando scrivi che il tuo sms “carino”, al quale io avrei risposto con troppo ritardo, io l’ho letto prima (visto che non c‘eri vicino al mio cell. e quindi non puoi saperlo né dirlo, così come non hai potuto vedere quando li ho ricevuti o letti io) mentre gli altri li hai mandati “solo dopo”. Menti quando dici che “quello carino mi è arrivato prima”. Io non li ho cancellati quegli sms, quindi, per me, gli orari restano quelli che vedo e non devo dimostrarti più nulla, visto quello che scrivi. Per il resto che hai detto, sei stata molto espansiva, come al solito, ma fai ridere quando dici che io sono uno geloso possessivo. Se sono venuto a trovarti (e me ne sono sempre pentito), qualche volta, sui blog dei tuoi “amichetti virtuali” l’ho fatto soltanto perché tu mi avevi segnalato i tuoi scambi di commenti. Sei stucchevole quando ti lamenti delle visite sul tuo blog delle mie “amichette virtuali”, visto che le controlli con tanta assiduità e cura (annotando persino le città di provenienza). Cos’è? Ti sporcano la tappezzeria? Ti dà fastidio che ti leggano? Ma sei anche una grandissima ipocrita quando continui a parlare del mio e del nostro privato in pubblico, rinfacciando a me il gusto del palcoscenico… Ora posso finalmente restituirti tutti gli insulti che mi sono dovuto sorbire, da te, nelle ultime settimane: ci vorrebbe un elenco lunghissimo, ma mi basteranno parole come “vile”, “meschino”, priva “di buon gusto, di tatto, di sensibilità, rispetto e considerazione”, “imbecille e pure cogliona”, “una che scrive stronzate su Chavez” e che dovrebbe sciacquarsi la bocca prima di buttare merda nel ventilatore e a casaccio (l’ultima senza virgolette è mia, le altre virgolettate le ho copi-incollate dai tuoi commenti da me). Hai fatto l’ennesima sceneggiata, cara blogger…le crisi, in genere, arrivano al settimo mese (o al settimo anno), dovresti meravigliarti che sei arrivata all’undicesimo..esci dalla scatola e vai dove ti pare…anche all’inferno…qui, dentro questa scatola siamo nati, qui possiamo morire e qui possiamo finire di rompercele (le scatole)... Barone Trimonato da BaroneAgamennone | 22:45 | commenti (65) martedì, maggio 09, 2006
Titolo dell’opera: “Anonimo V…odafone…tutto gira intorno a te…”
Personaggi ed interpreti: iss’, ess’ e o’ malamment’… Atto unico
oggi, alle ore 13:48, mi arriva un sms anonimo da un numero sconosciuto: "Mi piaci..."
ore 14:29 - rispondo all’ sms anonimo: "E tu chi sei?"
ore 14:50 – mi arriva un altro sms anonimo: "Una tua ammiratrice, Barone..."
ore 14:51 – rispondo all’ sms anonimo: "See...Avrai sicuramente i baffi..Divertente come scherzo!"
ore 15:03:51 – mi arriva un altro sms anonimo: "Peccato tu non mi riconosca più..eppure ci fu un tempo..comunque, è sempre bello leggerti..."
ore 15:04 - rispondo all’ sms anonimo: "E come dovrei riconoscerti? Dalla firma?" [omissis]*
ore 15:09 - sms firmato: "Addio” PS: Il titolo di questa canzone, secondo me, avrebbe dovuto essere: “Don't need no more lies” (*) aggiunto su richiesta di nuvola. Trimonato da BaroneAgamennone | 21:54 | commenti (40) lunedì, maggio 08, 2006
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:51 | commenti (9) domenica, maggio 07, 2006
E’ proprio bello l’ultimo disco del canadese solitario…sarà pure un dinosauro jurassiko del rock, ma questo improbabile cowboy robotico, con questa sua voce inconfondibile e la sua chitarra, riesce ancora a farmi resuscitare la rabbia e la nostalgia canaglia…(ah, non cliccate sulla foto, per leggere i testi potete andare sul suo sito http://www.neilyoung.com/ oppure sul suo blog www.livingwithwar.blogspot.com/) LIVING WITH WAR di Neil Young
I'm living with war in my heart everyday I'm living with war right now And when the dawn breaks I see my fellow man And on the flat-screen we kill and we're killed again And when the night falls, I pray for peace Try to remember peace (visualize) I join the multitudes I raise my hand in peace I never bow to the laws of the thought police I take a holy vow To never kill again To never kill again I'm living with war in my heart I'm living with war in my heart in my mind I'm living with war right now Don't take no tidal wave Don't take no mass grave Don't take no smokin' gun To show how the west was won But when the curtain falls, I pray for peace Try to remember peace (visualize) In the crowded streets In the big hotels In the mosques and the doors of the old museum I take a holy vow To never kill again Try to remember peace The rocket's red glare Bombs bursting in air Give proof through the night, That our flag is still there I'm living with war everyday I'm living with war in my heart everyday I'm living with wat right now "E’ difficile parlare di "Living With War", il nuovo disco di Neil Young, soprattutto dopo il recentissimo nuovo attentato alle nostre truppe in Iraq. E’ difficile perché "Living With War", è un disco sulla guerra, contro la guerra e soprattutto contro le menzogne del Presidente Bush. Potevano essere evitati molti errori di valutazione, potevano essere risparmiate molte vite, si sarebbe potuto tentare una via differente di pacificazione del Medio Oriente. Ora è troppo tardi ma forse c’è il tempo ancora per evitare di dar fuoco ad una polveriera pronta ad esplodere. Neil Young deve aver meditato molto quando Roland Swenson, durante la sua partecipazione al "South By Southwest", parlando di Ohio, gli disse: "Signor Young, se mi sente, noi abbiamo bisogno di un'altra canzone come questa!". Così ad inizio aprile si è recato nei "Redwood Digital Studios" con Chad Cromwell (batteria) e Rick Rosas (basso) per registrare alcune canzoni nuove, nel giro di due giorni aveva composto altro materiale, utile a comporre un intero album. Poi è venuta fuori l’idea (geniale) di inserire ai controcanti un coro di ben 100 voci, e così dopo aver sovrainciso i fiati si è recato a Los Angeles per completare il disco. Era necessario che questa energia creativa venisse catturata e fissata alla svelta, e soprattutto era necessario che questo disco venisse pubblicato quanto prima, affinché il messaggio di Neil Young arrivasse tanto ai piani alti diritto come un pugno nello stomaco, tanto al pubblico che sicuramente non resterà insensibile. Così eccoci di fronte ad una sorta di istant-album, che attacca senza mezzi termini la politica di Bush sulla guerra in Iraq, che tristemente osserva i risultati che hanno generato soltanto tanta la paura tra la gente. A differenza del consolatorio "Are You Passionate?" in questo disco, Neil sembra aver ritrovano la rabbia di un tempo, in ogni parola c’è veleno, critica, riflessione, senza andare troppo nel profondo dei sentimenti. E’ per questo che "Living With War", è un disco per la gente, un disco collettivo, che nasce dalla rabbia generalizzata per i tanti caduti in Iraq, che nasce dal desiderio di pacificazione del mondo occidentale con quello del Medio Oriente. E’ vero, non ha sbagliato Neil Young nel parlare di una sorta di metal-folk-protest-songs, perché questo disco ha lo stesso valore delle canzoni di protesa degli anni sessanta. L’assalto elettrico, rispecchia quello dei testi, le canzoni viaggiano solide passando da momenti serrati e tesi a passaggi corali. Si parte con "After the Garden", un brano vibrante melodico dove si apprezza il contrappunto tra la voce soffice di Neil Young e la sua chitarra tagliente, supportata alla grande da Cromwell alla batteria e Rosas al basso. Seguono, la title track e il suo andamento da ballata elettrica ma con il coro costantemente protagonista; "Restless Consumer" con il verso-condanna "Don't need no ads to tell me how sick I am. Don't need no side effects like diarrhea and nausea…..we don't need no more lies”; e "Families" dove si canta dei soldati che tornano a casa nelle body-bag. Il disco si fa ancora più interessante e pungente con "Shock And Awe", uno dei brani più incisivi del disco dove ancora una volta Bush, viene dipinto nella sua povertà umana. Intensissime sono anche "Flags of Freedom" dove si ritrovano echi di "Chimes Of Freedom" di Bob Dylan nella melodia, ma anche la tanto discussa "Let's Impeach the President", in cui Neil Young chiede apertamente che Bush venga messo alla porta. Il finale è segnato dalla triste constatazione di "Looking for a Leader", e "Roger And Out" che aprono a "America The Beautiful" in una toccante versione a cappella con tutto il coro di cento voci protagonista. "Living With War" è un disco di cui si sentiva il bisogno, un disco che avrebbero dovuto scrivere altri forse, ma è mancato il coraggio. Neil Young invece è tornato sulla barricata, forse per restarci ancora per un po’ visto che il tour che sta per iniziare con "Crosby, Stills & Nash", ha un titolo molto eloquente "Freedom Of Speech". E siamo sicuri che ne parleranno e tanto..." Trimonato da BaroneAgamennone | 18:37 | commenti (8) giovedì, maggio 04, 2006
A che cosa pensi quando vedi questo disegno? Al di là del codice genetico e del proprio dna, quando nasci, in fondo, non sai nulla (o quasi) della vita (tua e di quella degli altri) e di quello che sta accadendo attorno a te. Il primo vagito non è un pianto, non è conoscenza, ma solo un grido, uno sforzo. Con il passar del tempo e le ripetizioni, come i pappagalli, impariamo a dire “mamma”, poi “pappa” o “papà”. Ma non sai ancora che se poggi la tua fronte sul forno, mentre lievita una torta, te lo cuoci (a me, è accaduto). Poi, magari, scopri che ti piace la pasta asciutta, o correre, o fare pesca sub, o andare sulla bici, o viaggiare, o fare sesso in ascensore o farti i trimoni, invece, che andare allo stadio o a una manifestazione di protesta. Come si dice? Nessuno di noi nasce “imparato”. Al di là dell’essere ricchi o poveri, o medi, ognuno di noi sa quello che gli altri gli hanno detto (o insegnato). Ognuno di noi sa quello che ha letto (o studiato o appreso). Ognuno di noi sa quello che ha studiato. Ognuno di noi sa quello che ha vissuto sulla propria pelle. Ognuno di noi è il frutto delle proprie esperienze. Da tutto questo, credo che nascano le opinioni personali. Possono essere diverse? Io credo di sì. Possiamo dire che esistono le verità assolute, le tavole di marmo indiscutibili o i dogmi ineluttabili? Io credo di no. Se si discute ancora dell’esistenza di dio, dell’amore e del sesso degli angeli, vuol dire che tutto è opinabile. Se dico “Berlusconi” (senza aggiungere altro), potrò avere – di ritorno - mille reazioni contrastanti e differenti. Nessuno avrà la pretesa di pensare di aver una totale ed incontrovertibile ragione in una discussione. Così come se dico “Prodi”, sarebbe lo stesso. Se destra e sinistra possono essere solo i due lati di un tavolo, i tifosi diventano irritabili e passionali nei derby: se dico Milan o Inter (o Roma - Lazio). Caldo o freddo. Dolce o salato. Una volta, fecero un esperimento su un incidente automobilistico. L’evento era semplice: due auto si erano scontrate. Le dieci assicurazioni interpellate presentarono dieci perizie completamente diverse l’una dall’altra.
Trimonato da BaroneAgamennone | 00:41 | commenti (15) lunedì, maggio 01, 2006
(…) Quando gli stupidi sono dei bonaccioni come me, come te, come noi, come voi, non è molto grave. Anche se commettono, si permettono sciocchezze, scemenze, se sragionano, non scioccano nessuno. Sfortunatamente sulla Terra i tre quarti degli incapaci sono gente molto cattiva, cretini settari. Si agitano, si eccitano, si prodigano, si mostrano sempre zelanti, rompono le scatole a tutti. GEORGES BRASSENS, Quand les cons sont braves (Quando gli stupidi sono dei bonaccioni) Trimonato da BaroneAgamennone | 22:59 | commenti (25) |
grazie a novocaine per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).