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venerdì, luglio 27, 2007

Cara Signora Elisabeth Siddal,
mi perdoni se faccio un po' di pubblicità ai suoi post, ma, di solito, i post “mirati” sui blog sono come le lettere aperte, servono per stimolare una discussione, provocare un nick, sbertucciare un altro blog, o prendere per il culo una “coppia da web”, col preciso e malizioso scopo, però di arrivare ai lettori, suscitare qualche riflessione, creare qualche consenso e magari anche qualche applauso. Confermare qualche personale perplessità. Non capisco perché non farlo sul proprio blog? Perché aprirne un altro aperto al pubblico per questo scopo preciso e poi chiudere i commenti? Le lettere aperte, quando sono davvero stilettate profonde, rimangono quasi sempre senza risposta. Il destinatario incassa tutto e si guarda bene di rispondere o entrare in polemica per non rischiare di uscire una seconda volta con le ossa rotte. Gli basta la prima dose.
Cara Signora Siddal, io non la conosco, non so nulla di lei, ma lei sembra sapere tutto di me. Dice di conoscere talmente bene le mie reazioni, al punto di sapere da chi sono dettate e spinte. Ecco perchè volevo chiederle alcune cose sulla sua attività un po’ in contrasto con il suo comportamento. Non vorrei fare altre polemiche, ma i suoi post mi riguardano e un po’ mi provocano. Così, le parti si invertono. Vanno in contropiede. Invece, di essere lei a stuzzicarmi, questa volta, sono io a rispondere ai suoi post, un po’ violenti, un po’ lazzaroni e forse esagerati ed immeritati.
Ma perché si è così arrabbiata, Signora Siddal? Commenta su un blog in abiti da sartoria, il vestitino senza pieghe messo di tutto punto, usa carta e busta da vip e poi, solo per replicare, apre un blog còcòprò solo per pisciacchiare sulle mancate scuse dopo un commento cancellato?
Sembra una donna intelligente e spiritosa, un po’ vanesia ed esagerata, ma ha troppo il gusto della telecamera che la riprende sempre in primo piano. Quelle considerazioni su persone che non conosce bene poteva evitarle.
Ha scritto che se io faccio e dico una cosa, la faccio e la dico perché sono spinto (e sospinto) da lei. Per un senso di protezione. Per coglionaggine. Per viltà. Usa sberleffi retrospettivi ad un uomo con il quale non ha nemmeno scambiato una sigaretta. Perché lei gli uomini li conosce così bene? Sa quali sono le loro reazioni. No? Quanti ne ha avuti come me?
E’ molto ingiusto questo suo rimprovero. A parte che in tanti anni di vita non ho mai appoggiato un’idea, una persona, un'opinione che non condividessi, lei pensa che se uno ama una persona non la difenderebbe? Crede nella coppia così indipendente? Se lei vedesse sputacchiare il suo uomo metterebbe mai la sua testa sotto la sabbia come uno struzzo? Farebbe finta di non vedere? Si girerebbe dall'altra parte per non guardare?
Che cosa vuole dunque da me? Che cosa vuole da lei? Lei pensa che, essendo lei una sconosciuta, direi mai che ha ragione e lei torto? Io a lei non la conosco. E per quanti difetti io posso avere, pensa che potrei mai darle ragione? Lo so che lei mi sta chiedendo solo di rispettare la sua posizione e la sua reazione e, infatti, io di questo parlo. Ma se si muove per fare qualche appunto sulla mia vita e sui miei comportamenti, con una spocchia e un’altezzosità da ufficialetta viennese a Venezia ai tempi della dominazione degli Asburgo, io un po' mi turbo e reagisco. Cosa vuole? Il popolo ai suoi piedi e chi ha sbagliato deve strisciare e chiederle scusa? E se non lo fa? Parla e si muove come da un pulpito e da quel pulpito arringa i “fedeli” e guai ad osare un’osservazione, una critica al suo comportamento. Non pensa che tutti possiamo sbagliare e, quindi, anche lei lo sta facendo?
Io non lo so come vive gli amori. Non lo voglio manco sapere. Ma se ama ed ha amato, in qualche modo, dovrebbe riuscire a capire. Altrimenti, ha perso il senso della vita. Oppure, se lo è dimenticato. Altrimenti non avrebbe scritto quello che ha scritto, uscendo in punta di piedi da un blog, come se fosse in una chiesa e pisciando, poi, sulle scale. Lo dico anche agli altri che ridono e che le battono le mani; ancor peggio di lei.
Perché le dico questo? Lei, immagino, vede tutto questo che ha letto come una difesa di ufficio. Non mi conosce. Se legge il mio blog, troverà altre reazioni di questo genere scritte anche su Nuvola. Perché? Perchè non mi piacciono le persone vanitose, malate di protagonismo, superficiali che considerano “carogne” o “coglioni” chi scrive bischerate sui commenti dei blog. E, poi, magari, si aspettano delicatezze e scuse.
Come si fa ad essere benevoli con lei, visto che parla di benevolenza, mentre scrive che siamo tutti cretini, mentre dice che deve farci capire qualcosa, con le sue considerazioni da intellettuale stanca che fa le cinque del mattino battendo sui tasti, e poi fa le valige e scappa via come una ladra, non consentendo nemmeno il diritto di replica o di difesa nei suoi commenti? Come mai si è lasciata invischiare in una vicenda così invereconda da blog, quando dice e critica che spiattellare un amore sul web è così osceno e stupido? Che cosa c’entra lei, allora, su questo palcoscenico? Vada via. Esca fuori dalle righe. Lei che i suoi sentimenti e le sue verità-web le nasconde dietro un paravento per proteggerle come un riccio sotto lo scoglio. Perché sputacchia, canta e balla in questo mondo virtuale di chitarrosi, di fighetti blogghettari, proprio mentre prende il microfono in mano, si fai il palchetto da festa di piazza di paese e ammicca e si fa le pippe da presentatrice pippabauda alla gigiasbanni?
Come siamo lontani, cara Signora Siddal. E’ giusto, una donna risentita ed offesa può essere vendicativa. Chi le pesta il callo, merita una risposta. Ma una, non quattro o cinque e non ne fa un blog, né una ragione di vita che non perdona fino allo sfinimento delle palle. Ma si è mai guardata allo specchio? Ha mai amato? Ama ora, in questo momento? Ha capito almeno che chi ama è geloso, specie se si è conosciuto sul web, ammettendo il rischio di diventare ridicolo. Se ne rende conto? Pensa che abbia bisogno di critici carogne?
Non conoscendola non posso ritenerla una santa, ma nemmeno una che fa le crociate, per fare il salvatore. Ma di che? Per tutto quello che ha scritto su quel blog, Siddal, il suo è fiato sprecato. Servirà a sfogare lei, ma non me. Se non ha capito la gelosia e la rivalità da primedonne, non ha capito l’amore. E io non so spiegarglielo. Ma un po’ mi diverte criticare le sue boiate, così come credo che la faccia sorridere criticare le mie e quelle di Nuvola. Ma deve avere il coraggio di giudicare e di farsi giudicare anche le sue. Apra il suo blog privato, apra i commenti su quel blog cacatoio anche quando va al mare e dopo potrà parlare liberamente su quel che le pare. Non prima.
La saluto cordialmente.
Barone
PS: Qui ti do del "tu". Scusami, Siddal, lo dico a te ma per dirlo anche ai tuoi vicini di banco, quelli che sorridono e sghignazzano, facendo gli spettatori non paganti, non avendo messo in ballo una punta della loro mutanda. Lo so che tu non meriti tutta questa lettera, avrai già capito che certe cose si dicono un po’ per celia e un po’ per non morir (come diceva Ettore Petrolini). Stammi bene e divertiti in questo fine settimana.
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:59
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I painted my nails of black
Ho dipinto le unghie di nero
Hidden my skin and went out
nascosto la pelle e sono uscita
I looked for a shelter among the stars
Ho cercato un rifugio tra le stelle
Slid between Jupiter and Mercury
sono scivolata tra Giove e Mercurio
they laughed at my shadow
hanno riso della mia ombra
I told myself “no more”
mi sono detta “non capiterà più”
I drew the stars and the clouds
Ho disegnato gli astri e le nuvole
Opened the mouth and swallowed the wind
ho aperto la bocca e inghiottito vento
took off my shoes and felt the asphalt, warm
Mi sono tolta le scarpe e ho sentito l’asfalto, caldo
I looked into the deep of the pit
Ho guardato in fondo al pozzo
Found nothing
non ci ho trovato nulla
only arrogance and chill
solo arroganza e gelo
I chased after the tail of a cat
Ho inseguito la coda di un gatto
Found myself with a mask
e mi sono ritrovata una maschera
four cards and a laughter
quattro carte ed una risata
I spoke to the cousins and they breathed on me
Ho parlato con i cugini e mi hanno respirato contro
When the webs will rise I’ll be there to see
Quando le ragnatele si leveranno io rimarrò a guardare
I painted my nails of black
Ho dipinto le unghie di nero
Unveiled neck and breasts
e scoperto il collo e i seni
Someone will laugh
Qualcuno riderà
Someone will not pay attention
Qualcuno non presterà attenzione
You hear only your voice
Ascolti soltanto la tua voce
needless tuning
intonazione superflua
I sing life’ song
Canto la canzone della vita
What you do, I already did
quello che fai, io l’ho già fatto
offer me a place among the muses, I could change my mind
offrimi un posto tra le muse, potrei cambiare idea
I’m uncatchable. One day of euphoric suspension. One hour of subterfuges. One minute of hate. An eternal lie.
Sono imprendibile. Un giorno di sospensione euforica. Un’ora di sotterfugi. Un minuto d’odio. Un’eterna bugia.
I change my dress every single day. Mute. And when you think you know every single particle of my essence. I smile. You know you are predictable? You know you are predictable?
Cambio il mio abito ogni giorno che passa. Muto. E quando credi di conoscere un solo microbo della mia essenza. Sorrido. Lo sai che sei prevedibile? Lo sai che sei prevedibile?
I spoke to the dreams’seller. He suggested me a new “sound”
Ho parlato con il venditore di sogni. Mi ha suggerito un nuovo “sound”.
I painted my nails of black and scratched him.
Ho dipinto le unghie di nero e l’ho graffiato.
I swear I killed him cold, poor guy!
Giurerei di averlo fatto secco, povero uomo!
I felt the seasons passing by
Ho sentito le stagioni passare
And the clouds walking through my hairs
e le nuvole camminare tra i miei capelli
I felt the bridges breaking
Ho sentito rompersi i ponti.
I felt the silence of your soul.
Ho avvertito il silenzio della tua anima.
I told myself “no more”!
Mi sono detta “non capiterà più”!
Anyanka & Bad
Anyanka : “Nel lontano 2004 scrissi il testo in italiano, Bad volle farci una canzone, quindi venne tradotta in inglese dal mio ex. Tengo molto a questo testo. Esso rappresenta il picco della mia scrittura (ora, avete capito perchè non mi definisco una scrittrice).”.
Trimonato da BaroneAgamennone | 21:37
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martedì, luglio 24, 2007

Maledetti piromani!
Trimonato da BaroneAgamennone | 21:29
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Trimonato da BaroneAgamennone | 21:28
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Trimonato da BaroneAgamennone | 21:20
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Trimonato da BaroneAgamennone | 21:18
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venerdì, luglio 20, 2007

Questo post non vuol dire proprio niente…non è che gli altri chissà cosa volessero signi-fica-re ma però… è un po’ come l'ultimo post di Elle sulle banane con il condom e un link che ti porta a cazzo di cane…ah ah! No no, non è vero, questo post è serio, perché è “servo” di questa bellissima canzone.. Cioè, a me, è piaciuta anche se non sono riuscito a capire almeno l'80 per cento delle parole dei Tazenda (Eros ci si ficca dentro come il prezzemolino)...L’ho sentita oggi alla radio e mi ha colpito il giro di chitarra di apertura…era solo questo che volevo dire. Cià e statt'bbune blog.
PS: ho trovato anche il video! Prima di avviarlo, stoppare la musica sopra (in alto a sinistra).
Ps: su iùtiube, ho trovato un altro video ed ora ho capito anche perchè mi è piaciuto questo pezzo...
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:16
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giovedì, luglio 19, 2007

Dio, che stress da fine luglio, caldoso, noioso ed afoso..tutto in "Oso"...stò, veramente, una pezza…senza parole, senza forze e senza fiato...da raccogliere con il cucchiaino da caffè... sono stanco, anche nervoso, colpa del troppo lavoro, anche se mi piace molto il mio lavoro e mi occupa le intere giornate, penso che, alla fine, esploderò…non reggo a questi ritmi…troppo martellanti…scoppierò come una bolla di sapone, come una gomma da masticare, come un pneumatico…in questi giorni, in ufficio, mi stanno sbomballando le palle, in tutti i modi e in qualsiasi maniera…è come se mi avessero accerchiato…io sono il cow-boy con il cavallo azzoppato e con gli ultimi due colpi in canna (uno per me e l'altro per il cavallo) e gli indiani che mi girano intorno, agitando le asce, ululando e promettendomi che mi faranno lo scalpo e forse anche il culo…i miei colleghi stanno tutti in ferie a godersi mare sole e amore, e io sostituisco a quello, metto una pezza a quell’altro, turo pure il culo di Baffona (che è la cosa che mi rode di più)…fino a quando resisterò? Per fortuna che, tornato a casa, a sera, non c’è nessuno (manco il pappagallo) che mi parla e mi chiede niente…Silenzio assoluto…l’unico rumore che sento è il frigorifero e pure quello mi dà fastidio…stò esaurito? Oggi, ho provato a far presente il problema agli organi superiori (che già pronunciare la parola “organo”, ti senti una punta a disagio). La risposta? “Faccia tornare i colleghi dalle ferie”. Ma si può? Vale a dire che per salvare il culo mio, dovrei andare in culo agli altri? E’ questo il sano senso dell’Azienda (scritto con la “A” maiuscola)? No, farò come l'eroe Pietro Micca! E, mentre esploderò, dirò: “Vafammok-a-kitemurt!”…questa avrebbe voluto essere e sarà la mia risposta…Resistere, resistere, resistere…come diceva Rossella O’Hara (in coppia con Ornella Vanoni in “Via col vento a Sanremo”): domani è un altro giorno e si vedrà…
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:28
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martedì, luglio 17, 2007
Alla faccia della privacy!
Vi ricordate Google che faceva vedere le immagini della Terra dal satellite? Be’, la Microsoft ha fatto di più. L’occhio del Grande Fratello è diventato più intrusivo.
Se volete confrontare la differenza delle immagini tra Google Maps e Microsoft Virtual Earth basterà vedere, per esempio:
Foggia su Google Maps

&
Foggia su Microsoft Virtual Earth

Con Microsoft, una volta che siete sull’immagine del satellite, potete anche ingrandirla (scrollando il mouse) fino a trovare il palazzo dove abitate: basterà indicare la vostra città e l’indirizzo dove abitate (scrivendolo sopra), e poi cliccare sui comandi (a sinistra):

Nei comandi (a sinistra), troverete tre opzioni:
“Road” - che ti fa vedere lo stradario e la piantina della tua città;
“Aerial” - che ti fa vedere la foto delle case e delle strade vista dall’alto;
“Hybird” - che ti fa vedere la stessa foto di “Aerial”, ma con i nomi delle strade.
- esiste anche la possibilità di visualizzare un'inquadratura obliqua (trasversale?) della propia abitazione, basta cliccare sull'icona dei palazzi messa sopra le precedenti opzioni (scoperta ora, grazie alla segnalazione di nuvola!)
Fra un po’ ci fotograferanno anche mentre andiamo al cesso e ci diranno anche cosa stiamo leggendo…
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:47
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lunedì, luglio 16, 2007
Inutile dirlo, le banche italiane si sono dimostrate troppo care e con un livello qualitativo troppo basso. Questa situazione non poteva andare avanti all'infinito... infatti, grazie alle continue lamentele dei consumatori, il livello si è finalmente alzato…

Trimonato da BaroneAgamennone | 21:48
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domenica, luglio 15, 2007

Roma. Aggressione fascista al concerto della Banda bassotti, a Villa Ada.
Sembravano finiti quei tempi e invece…Non volevo crederci e invece ci sono ancora e sempre le teste di cazzo che pensano che il mondo sia solo un quartiere da difendere e da aggredire…
Queste sono le notizie che non vorrei mai leggere…
Questo è l’unico caso in cui io divento violento e qualcuno lo prenderei davvero a sbrangate…
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:05
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Come si è divisa l’Italia alle ultime elezioni politiche tra Prodi e Berlusconi? Ecco, uguale, così, in queste settimane, si divide l’Italia: chi resta in città a buttare la spazzatura, attraversando la strada, senza rischiare di essere falciato da un motorino che passa con il rosso e chi si butta con il costume nuovo sulle spiagge affollate e nel mare con le onde. Io, come sempre, faccio l’uomo a metà. Un po’ mare e un po’ montagna (dove per “montagna” si intende il mio condominio). Perché? Perché quando c’è un condominio semi-vuoto, mi hanno spiegato che è estremamente rischioso prendere l’ascensore. Se si ferma, come li chiami i pompieri per farti venire a prendere? Se nemmeno ti prende il cellulare lì dentro? Rischi che ti ritrovino il lunedì mattina, morto stecchito in un mare di piscio e di cacca. Così, faccio le scale. La mia montagna è il mio condominio.
Quest’anno non ci possiamo proprio lamentare. Caldo ha fatto caldo. Anche caldo da morire. Ora, si sta bene anche con il finestrino dell’auto abbassato e la finestra aperta. Ci sono stati giorni che eravamo tutti nervosi come vipere cornute. Anche mentre facevamo la fila alla posta per strapparci un posto avanti alla cassa per pagare l'ICI. Ora si va nei supermercati anche perché lì c’è l’aria condizionata. Tempi duri per i piccoli negozianti con la drogheria che puzza di sudore. Un tempo, in estate, ci si rifugiava in chiesa per cercare un po’ di refrigerio. Ora che abbiamo perso lo spirito santo e siamo solo carnazza, ci rifugiamo all’Ipercoop.
Io preferisco questo tipo di vacanze, al ritmo lento delle canzoni sulla spiaggia. Biagio Antonacci mi commuove sempre e anche Gianna Nannini, ma poi ho visto una con il tanga, abbronzata come una negra che si spalmava la crema, con un mesto tatuaggio sulla caviglia che da lontano più che un simbolo maori sembrava un’eczema e mi è venuta voglia di tornare a casa.
In questi ultimi due giorni ho imparato tante cose. La prima. Fondamentale. Riscopri la casa al mare. I pisoli di pomeriggio ti lasciano i segni del lenzuolo in faccia che durano fino all’ora di cena. Fare quindi attenzionissima per non arrivare all’aperitivo con la faccia plissettata. La seconda. Riscopri la casa in città. Torni a casa e nessuno ti chiede niente. Mi metto a letto a gambe e braccia spalancate. Tipo uomo di Leonardo, prendi una birrozza gelata dal frigo, ti accendi una sigaretta e poi metti quella vecchia canzone di Califano che si lamenta: Noia, noia, noia, maledetta noia!
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:15
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venerdì, luglio 13, 2007

Cani sciolti ed anarchici.
Non ho mai avuto un cane. Il desiderio di averlo quello sì. Quello ce l'ho avuto sin da bambino. Contrastato esternamente ed internamente. Dalla famiglia e da me stesso. Ho sempre pensato che un cane può soffrire in un appartamento e in un condominio. Quando vedo i cani dei miei amici correre (e scivolare) sulle ceramiche o sul parquet, mi viene sempre un po’ di tristezza. Non è quello il loro habitat naturale. Quattro zampe hanno bisogno di terreno per poter fare presa. Sentire l’umido della terra. Se avessi un giardino o una campagna, allora sì, lo terrei un cane, un cagnone, lì, libero (o semi libero). Avrebbe, comunque, i suoi spazi. Oggi ho letto un post sul blog di Evdea e mi è venuta una terribile nostalgia di Gaber e di questa canzone. Non so perché, forse perché sono passati tanti anni…
“Lona” di Gaber – Luporini
[parlato] Era una giornata di ottobre anche troppo qualunque, inerte. Ed è proprio in queste giornate che senti o ti illudi di poter dare un colpo di timone alla tua esistenza.
E poi mi ricordo
eravamo io, Giulia e Lorenza
e si correva in una strada sabbiosa
e tu ci venivi dietro con indifferenza
per non farci capire che eri gelosa.
Era il giorno in cui mi accorsi del nostro sfacelo
e decisi di starmene un po' solo.
Poi ho vissuto con Giulio
eravamo della stessa razza
e leggevamo le stesse poesie
mi piaceva la sua delicata e inquietante dolcezza
e si fondevano bene le nostre malattie.
Si cenava alla sera alle nove e piano piano
con la stessa dolcezza noi ci odiavamo.
Piano piano era già diventato
un rapporto pazzesco
e allora capii
che era meglio un pastore tedesco.
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:20
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giovedì, luglio 12, 2007

Ormai è ufficiale e, almeno questo, credo che si possa dire, senza timore di essere rampognati: il marito di Hillary Clinton, tale Bill, non parlerà più in pubblico senza l’autorizzazione preventiva della signora. Sarà lei ad avere l’ultima parola su tutto ciò che lui potrà o non potrà dire. In effetti, quell’uomo non ne combina una giusta. Ma non può continuare a scrivere e dire stronzate senza che il suo guardasigilli casalingo non dia il placet.
Una donna con meritate ambizioni alla Casa Bianca può anche chiudere gli occhi sulle scappatelle del coniuge. Ma quando il farloccone comincia a rovinarle il sogno della sua vita, si rendono necessari dei rimedi estremi. Non il divorzio, perché senza il loro uomo-femmina preferito le donne-roccia come Hillary sono perdute. Ma una sorta di interdizione legale sì.
Qualche nostalgico del maschio “vecchia maniera”, a questo punto, sarà già inorridito e i seguaci del politicamente scorretto non mancheranno di rilevare quale putiferio di dichiarazioni femministe avrebbe suscitato il fenomeno inverso, se cioè fosse stato Bill a mettere Hillary sotto tutela.
Ma proprio qui si vede la differenza fra i sessi maturata nel corso dei millenni: la donna di un uomo in carriera, se è intelligente, sa sempre coltivare l’arte della misura. Non ha bisogno che sia il partner a ricordargliela o addirittura ad imporgliela. Ai maschi, anche a quelli intelligenti, questo esercizio viene meno naturale. Ci vorranno tre o quattro secoli, ma impareremo, oh, se impareremo…
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:09
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mercoledì, luglio 11, 2007

Oggi, in ufficio, mi è successa una cosa stranissima, imprevedibile e inaspettata. Una collega ha tentato di baciarmi. Eravamo vicini (io in piedi, lei seduta alla sua scrivania), guardavamo assieme il monitor del piccì. Stavamo parlando e discutendo (abbastanza presi) di una pratica. Gli occhi leggevano la schermata. L'interesse sembrava concentrato su quello che stavamo leggendo ed interpretando. I nostri corpi erano protesi uno sull’altro. Vicini. Troppo vicini. Mentre parlavamo, sentivo l’eco della sua voce nel mio orecchio. Sentivo i nostri respiri e il profumo degli indumenti, del sudore asciugato e spinto nelle mie narici dal soffio dell’aria condizionata...sentivo persino l'odore della pelle arrossata e martoriata (o semi abbronzata) dalla calura estiva. Odore di creme solari spalmate durante il fine settimana... Ad un tratto, c’è stato un corto circuito. Una caduta di tensione. O forse un rialzo delle temperature. Non so bene che cosa sia successo. Uno sbalzo dell’ENEL nella cabina del testosterone… Le sue labbra si sono poggiate sulle mie. Un “tentativo” di bacio (penalisticamente parlando). Le sue labbra si sono buttate improvvisamente sulle mie, per cercare di incollarsi in un bacio…Io mi sono irrigidito ed ho fatto un passo indietro. Non me l’aspettavo…Il mio era un passo indietro dettato dall’istinto e dalla sorpresa oppure dallo stupore? Probabilmente, dietro quel “tentativo “ di bacio c’è un passato fatto di giorni e mesi di "convivenza forzata", creato, costruito ed immaginato da uffici noiosi, portato da tensioni, nervosismi, fantasie, sogni, sguardi, sorrisi, voglie… Ma, in fondo, che cos’è un bacio passivo (estivo) in un ufficio? Meno di niente, credo…
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:25
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martedì, luglio 10, 2007

Speravo di “no” e invece è stato un sorprendente “sì”! Gigi D’Alessio l'ho trovato anche su Wikipedia (caz!). Vero è che è su un’enciclopedia-web ci trovi di tutto, anche la spazzatura, soprattutto se è un contenitore fatto, incrementato (i cibernauti direbbero "implementato"), aggiornato e scritto da internauti-spazzini che amano il trash. Vabbù, però, questa città, tra tante stronzate, comunque, ha detto "no" al suo concerto…Concerto annullato, nello stupore generale del flop, per scarse prevendite…Sarà un buon segno? Forse no, visto che è stato proposto, male interpretando il gusto di una città che forse sta cambiando o è proprio cambiata (Benigni ha fatto il tutto esaurito)... Qualcuno ha detto che per il “terrazzano” trentacinque eurI so’ troppi e che, comunque, se lo sarebbe "gustato", fuori dallo stadio, con la "fella" d'anguria e la birrozza fresca in mano…Ma la cosa più triste è che almeno un paio di persone che conosco e che, in passato, ho stimato moltissimo, il ciddì di Gigi D'Alessio se lo so' proprio comprato al negozio di dischi, pagandolo a prezzo pieno…sic!
Vabbù, dopo Nice e Dante, per la gioia della kultura & di Elle, un po' di gossip di merda non fa (quasi) mai male...
Biografia di Gigi D'Alessio.
Il più piccolo di tre figli, si avvicina al mondo della musica già da piccolissimo, quando a quattro anni, come regalo di Natale, ricevette un organo della Bontempi prima e una fisarmonica poi. La sua passione per la musica crebbe sempre di più, fino a portarlo ad iscriversi, all'età di dodici anni, al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, dove otterrà il diploma in pianoforte all'età di ventun'anni.
Durante la giovinezza, l'abilità con il pianoforte crebbe sempre più, consentendogli di esibirsi in feste di piazza via via sempre più importanti e numerosi.
La sua voce, così come l'abilità nel suonar il piano e la semplicità dei testi (fino ad allora scritti per altri) giungono ben presto alle orecchie di Mario Merola che lo vuole come autore e pianista delle sue canzoni, interpretando con lui stesso la canzone dal titolo Cient'anne. Con questa esoridisce per la prima volta sulla tv nazionale, durante il programma Domenica In.
La sua fama cresce sempre più, conquistando consensi sempre maggiori ora anche su scala nazionale. Nel 1998 compare nuovamente come attore nel film Annarè, ripetendo l'esperienza di un anno prima con il film Cient'anne.
Il suo successo è stato però consacrato dalle tre partecipazioni a Sanremo, (nel 2000 con Non dirgli mai, nel 2001 con Tu che ne sai, nel 2005 con L'amore che non c'è), dove non ha mai vinto ma a cui hanno fatto seguito tour sia in Italia sia all'estero.
Nel dicembre 2006, in un'intervista al settimanale "Chi", la moglie di Gigi D'Alessio, Carmela Barbato, ha rivelato l'esistenza di una relazione del marito con la cantante Anna Tatangelo (all'epoca 21 enne). Il cantante, qualche giorno dopo, ha confermato la relazione, affermando che era iniziata già da un anno, durante la tappa australiana del precedente tour mondiale in cui la Tatangelo era ospite fissa.
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:57
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lunedì, luglio 09, 2007

Post criptico.
Se io resto, come restiamo?
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:09
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domenica, luglio 08, 2007

Ieri sera, ho visto lo spettacolo di Roberto Benigni che recitava Dante. Allo stadio, su un erbetta verde e fresca che faceva dimenticare la calura estiva.
Un vero teatrante questo Benigni. Uno degli ultimi “animali da palcoscenico”, come direbbero i critici esperti di teatro. Non ci sarebbe bisogno di dirlo, dopo tanti anni di successi, premi e riconoscimenti, ma va detto. Il palcoscenico è casa sua. Si muoveva tranquillo, con il microfono in mano, in un vestito grigio tutto abbottonato, in camicia bianca e senza cravatta. Si asciugava la fronte tirando fuori, continuamente, un fazzoletto bianco dalla tasca sinistra, mentre si agitava e parlava ininterrottamente per ore (senza intervalli e senza pause musicali). Con un movimento rapido, quasi impercettibile. Una scenografia poverissima: quattro semi lune, a forma di montagne marroni, in legno, messe, qua e là, sul palco. Un solo cambio di luci (da bianche a rosse) quando ha iniziato a recitare i versi della “Divina Commedia”.
A parte il suo modo di “entrare” in una città che sembrava conoscere anche nei quartieri (u’ cappelun’ i cruce”, il CEP ecc.) e nei detti popolari (“Fuggi da Foggia non per Foggia, ma per i foggiani”), mi ha fatto morire di risate quando, da toscano, ha cercato di imitare anche il nostro dialetto, come intercalare, dicendo: “che ce stace…” (si legge “kecesteeece”), mentre alcuni spettatori disturbavano, attraversando il sottopalco, indifferenti, a spettacolo iniziato.
La prima parte dello spettacolo è stata da guitto satirico che prende in giro i politici, il clero, i potenti nazionali (Berlusconi, Prodi, la lega, Massimo D’Alema) ed anche i politici locali. Poi ha iniziato a spiegare, "da bambino a bambini", i versi del canto quinto dell’Inferno. Quelli su Paolo e Francesca. Due amanti veri, a differenza di Romeo e Giuletta che erano finti (come ha spiegato). Uccisi in flagrante da un marito scelto con un matrimonio combinato dalle famiglie solo per convenzioni sociali dell’epoca. Due innamorati che, anche se finirono all'Inferno nel girone dei "Lussuriosi", erano "puri" nel loro amore adulterino e perchè erano innocenti al punto che non si resero conto di quanto si amavano, fin quando non lessero di Ginevra e Lancillotto. Un amore e una passione che è difficile spiegare meglio di come è riuscito a fare Dante che amava Beatrice.
Ho trovato questo pezzo su Internet e lo copio e incollo qui. Se non vi va, non leggetelo, visto che è lunghetto pure lui. Io lo lascio solo per ricordare...
1. Inferno, Canto V
Paolo e Francesca
(Sale in piedi sulla sedia)
Qui non si può stare, vero?
Dunque... volevo venire qua in questo giro che abbiamo fatto delle università, che mi hanno arricchito veramente... nel senso - vero - spirituale del termine, e fare un incontro con gli studenti, poi il Magnifico Rettore mi ha detto “Ma vieni a fare una bella lectura Dantis”, e così dicendo ha invitato la lepre a correre! Anche perché non ho mai fatto un vero e proprio incontro, lezione, o come si vuole dire, o chiarificazione, perché a me quando si parla di Dante mi si rigira subito il corpo e l’anima, mi va bene tutto. Ci tengo a dire che il mio è un contributo; quello che dico ovviamente non ha carattere scientifico, ma personale. Qualsiasi cosa si dice su Dante va sempre bene, perché è un contributo che diamo alla poesia, all’altezza, alla bellezza e alla gioia del mondo e del vivere.
Dante Alighieri ci ha lasciato l’apice di tutte le letterature. Io sono un uomo di spettacolo e gli uomini di spettacolo vengono dalla narrazione perché devono saper raccontare. Quindi sono anche un uomo di lettere, se vogliamo buttare là, e anche uno piuttosto esigente, nel senso che quando leggo mi piace proprio godere della lettura, il piacere della lettura. Quando dico perciò che la Divina Commedia è veramente la vetta delle letterature, lo dico proprio per il piacere della lettura e per il fatto di non respingere un amante straordinario come Dante Alighieri, il quale ci ha regalato una cosa così bella che, come dice il poeta, “chissà cosa abbiamo fatto di straordinario, di cui ci siamo dimenticati, per esserci meritati un dono così bello come la Divina Commedia”. E’ come se Dio avesse detto: “Sono stati talmente bravi, boni, che li voglio premiare, gli do uno che gli scrive la Divina Commedia”. Questo è una cosa spettacolare, forse ce ne siamo dimenticati. Quindi c’è anche il canto, la musicalità, c’è il racconto e, naturalmente, la poesia.
E la poesia, come si sa, va detta ad alta voce, perché viene dalla tradizione orale. Addirittura mi ricordo di un passo di Sant’Agostino che mi ha colpito. Si dice che lui per la prima volta è rimasto colpito quando è andato a Milano, da Sant’Ambrogio e ha visto che leggeva mentalmente. Era la prima volta che accadeva nella storia, che qualcuno leggesse mentalmente e Sant’Agostino è rimasto stralunato da questa cosa. In ebraico addirittura leggere e gridare si dice nella stessa maniera. Quindi tutta la grande poesia deve essere letta ad alta voce. La poesia che non regge ad essere letta ad alta voce, vuol dire che non è una grande poesia. E’ una delle regole - la più antica del mondo - il fatto che sia cantata.
Ora Dante è stato a fare un viaggio nell’aldilà; noi dobbiamo credere che c’è stato veramente. Io non ho mai avuto dubbi che Dante sia stato nell’Inferno, nel Purgatorio, nel Paradiso. Ci si buttò dentro. Ci dice delle cose precise, quando parte “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Ci dice esattamente che c’ha 35 anni. Poi dice: “Mi ritrovai per una selva oscura”, e allora dice: “Come era a cena da amici e ha perso la strada di casa? Si è trovato in un bosco? Come è andata?” Uno la può leggere anche così oppure capisce subito che comincia l’allegoria, perché la selva oscura addirittura un grande poeta americano, Pinsky, che è un grande traduttore della Divina Commedia ha detto proprio che Dante in quel momento si trovava in una depressione. Uno che è depresso, che sta proprio per morire, che sta male... quindi comincia l’allegoria. Ha scritto questa cosa proprio per ergersi e tornare alla vita. Queste sono tutte letture che vengono in seguito.
Ma come mai quest’opera dura tanto? Un’opera per dura’ tanto o è erotica o è religiosa. Guardate la Bibbia, volevo dire, più erotica e mistica della Bibbia credo non ci sia opera. Ed è il libro più venduto e più letto da tutti, anche perché, volevo dire, quando si sanno i gusti dei lettori... La Bibbia è anche l’unico libro e l’unico esempio in cui l’autore del libro è anche l’autore dei lettori, quindi sa esattamente quello che.. è andato preciso. E’ un fatto...
La Divina Commedia è erotica, estremamente erotica, ma più che erotica è sensuale. La sensualità di Dante, il verso! Qualcuno di voi ricorderà il famoso sonetto, proprio trovato nel tavolo di un notaio bolognese, quello che comincia: No me poriano giamai fare menda, dove ammenda fa rima con Garisenda. Ha fatto questo sonetto che è proprio a firma Dante Alighieri, si dice. Poi è stato riportato, la firma non l’ha mai vista nessuno però oramai è dato per suo, dove Dante Alighieri, guardando la Garisenda che non aveva mai visto, dice che vorrebbe accecare i suoi occhi e proprio fracassarli perché mentre guardava la Garisenda dietro di lui gli è passata, gli hanno detto, la più bella donna di Bologna, e lui non l’ha vista perché stava guardando ‘sta Garisenda. E s’è talmente arrabbiato di questo che ci ha scritto un sonetto. Vai a ripigliarla, perché allora trovare le donne non era facile come ora. Come ora, è sempre difficile intendiamo, però... Lui aveva questa sorta di... e comunque sulla sensualità di Dante ne sono state dette tante, ma la Divina Commedia ce ne dice di più.
Ci dice che lui all’inizio non voleva fare questo viaggio ultramondano. Si trova in questa selva, ci sono le tre belve, che sono belle anche così come sono, senza metafore. Si trova una lonza, un leone e una lupa che li ferma. Uno c’ha paura. E’ una cosa spettacolare senza la metafora, l’allegoria, i segni. Ad un certo punto arriva Virgilio che è il suo poeta preferito. Le sue prime parole sono: “Pietà, miserere me”. C’ha paura, una paura tremenda e Virgilio lo deve convincere, gli dice che lui è stato insignito, che deve fare ‘sto viaggio, che deve scrivere... e lui non vuole andare in nessuna maniera, finché Virgilio lo convince. Lui decide di andare e dopo si riferma: “Non voglio venire”. Proprio non vuole andare. Finché Virgilio per convincerlo gli dice che è stato chiamato da Beatrice, Santa Lucia e la Madonna. Tre donne che lo chiamano e vogliono per forza che lui faccia questo viaggio. Quando Dante sente che tre donne l’hanno chiamato c’è quel... ve lo vorrei leggere perché c’è un... non è che la so proprio tutta tutta a memoria, ci sono dei versi che... Nel II canto c’è una delle similitudini più belle della Divina Commedia, quella dei fioretti, lui sentendo dire che tre donne lo chiamano dice:
Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’io di mia virtute stanca
Ma pensa che... è proprio un’immagine, come si può dire, ci si può ricavare, ora non voglio fare facili allusioni, ma è una cosa proprio di una potenza, teologica, virile, umana, carnale, animosa, animalosa, creaturale e si potrebbe trovare dei termini novi. Lui è convinto a andare là dal richiamo, diciamo, della potenza femminile. E’ la potenza femminile che lo fa andare. E’ un libro tutto al femminile la Divina Commedia, è un libro tutto sull’amore, basato tutto sull’amore. Ora, quando parla di Paolo e Francesca, che sono i passi più famosi, sentiamo che è il primo dannato con il quale parla, Francesca. E per la prima volta nella storia - un’invenzione di lui, uomo del Medio Evo - per descrivere tutto un personaggio, prende un momento della sua vita. Questa è un’idea che mi ha sempre affascinato. Prende un solo momento della sua vita e quel personaggio è scolpito per l’eternità. E’ un’invenzione di Dante Alighieri. Per Paolo e Francesca prende il momento in cui loro due non sapevano di essere innamorati e vengono trafitti dall’amore e quel momento rimarrà scolpito per sempre. Lui sceglie quel momento e sarà il momento dell’eternità. Mentre noi sentiamo Francesca che parla e piange e dice, soffriamo.
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Ma quando si sente: l’altro piangea, il cuore sobbalza, e quel verso che dice quando hanno scoperto... Dante vuol sapere come hanno fatto a capire che erano innamorati. Gli interessa a lui personalmente, è proprio la sua domanda: come accadde che voi vi scopriste innamorati? E lei dice:
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Ma queste son cose che uno... come applaude? Qui si spoglia e fa l’amore con un tavolo dalla bellezza. Viene voglia di violentare un tavolo minorenne!
Sono versi che lasciano... (applauso)
Siamo nel primo girone dell’Inferno - il primo, vero - dove Dante ci ha messo (non a caso in quello dove si soffre meno, per modo di dire) quelli che sono morti per amore, i lussuriosi, ma anche quelli che sono morti per amore perché si amavano l’uno con l’altro. Proprio perché lui stesso c’aveva paura di andarci: “Meglio che faccio un posto un po’ meno sofferente!” Quindi in questo canto si parla di questa storia. Di questi due amanti che so’ stati presi mentre stavano leggendo una storia che li riguardava - erano quasi loro - un libro. La storia di Paolo e Francesca la sapete tutti, insomma che... lei doveva sposare Gianciotto Malatesta e naturalmente era bruttissimo, era anche zoppo. Gli è arrivato brutto e zoppo, ma brutto, una personaccia! Gli portò la cosa di matrimonio il su’ fratello che era bellissimo. Lei pensava fosse quello suo marito. Pensate quando è arrivato quell’altro, che era cattivo, brutto e zoppo, ma proprio ignorante come una capra e quindi... Non è che poi l’ha tradito, solamente che il primo afflato d’amore con il primo che vedi... magari se vedeva prima quell’altro si sarebbe innamorata. Ha visto prima quello, allora... Aspettava l’amore. Quando aspetti l’amore non si vede più niente, diventa tutto meraviglioso.
Questo afflato d’amore, Dante gli chiede, vuol sapere da loro come fecero a ‘nnamorarsi. Perché a Dante gli interessa come si fa a ‘nnamorarsi: “Voglio sapere come scatta questo mistero dell’universo dell’amore”, che può scattare tra chiunque, con chiunque e in qualsiasi momento. E quella è una cosa che dentro ci sono... c’è Semiramide, che era una talmente lussuriosa che aveva fatto un editto dove imponeva a tutti di fare all’amore per la strada dalla mattina alla sera, di modo che anche lei fosse normale. Siccome questa Semiramide faceva all’amore dalla mattina alla sera con tutti, ha fatto un editto... E’ come se anche qui in Italia si dovesse tutti... Non facciamo riferimenti che è sempre brutto e terribile...
C’è Minosse in questo canto, con tutte le similitudini... “Vabbè Benigni, abbiamo capito, facci ‘sto canto”.
Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
3 e tanto più dolor, che punge a guaio.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
6 giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
9 e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
12 quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
15 dicono e odono e poi son giù volte.
"O tu che vieni al doloroso ospizio",
disse Minòs a me quando mi vide,
18 lasciando l’atto di cotanto offizio,
"guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!".
21 E ’l duca mio a lui: "Perché pur gride?
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
24 ciò che si vuole, e più non dimandare".
Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
27 là dove molto pianto mi percuote.
Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
30 se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
33 voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
36 bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
39 che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
42 così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
45 non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
48 così vid’io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: "Maestro, chi son quelle
51 genti che l’aura nera sì gastiga?".
"La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper", mi disse quelli allotta,
54 "fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
57 per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
60 tenne la terra che ’l Soldan corregge.
L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
63 poi è Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
66 che con amore al fine combatteo.
Vedi Parìs, Tristano"; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
69 ch’amor di nostra vita dipartille.
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
75 e paion sì al vento esser leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
78 per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
81 venite a noi parlar, s’altri nol niega!".
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
84 vegnon per l’aere dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
87 sì forte fu l’affettüoso grido.
"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
93 poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
96 mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
99 per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
102 che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
105 che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
108 Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
111 fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
114 menò costoro al doloroso passo!".
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
120 che conosceste i dubbiosi disiri?".
E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
123 ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
126 dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
135 questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
138 quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
141 io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:50
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sabato, luglio 07, 2007
COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA
|
IL PROLOGO Dl ZARATHUSTRA
1
Giunto a trent'anni, Zarathustra lasciò il suo paese e il lago natio, e si ritirò sui monti. Là, per dieci anni, senza stancarsi, godette del suo spirito e della sua solitudine. Ma alla fine il suo cuore mutò, e un giorno si alzò con l'aurora, avanzò verso il sole e così gli parlo:
"O astro grande! Cosa sarebbe mai la tua gioia se non vi fossero coloro che tu illumini!
Per dieci anni sei venuto quaggiù nella mia caverna: e certamente ti sarebbero divenuti noiosi la tua luce e il tuo percorso senza di me, la mia aquila e il mio serpente.
Ma noi ti aspettavamo tutte le mattine, tu ci davi la tua ricchezza e ne ricevevi in cambio le nostre benedizioni.
Vedi! Sono nauseato della mia saggezza, come l'ape che ha fatto troppa provvista di miele; ho bisogno di mani che si tendano verso di me.
Io vorrei denaro da elargire, finché i saggi tra gli uomini si rallegrassero di nuovo della loro follia e i poveri della loro ricchezza.
Per giungere a questo debbo discendere: come fai tu, quando a serà tramonti dietro il mare e porti la tua luce nel regno dei morti, tu, astro pieno di ricchezza e di vita!
Io debbo, come te, tramontare, come dicono gli uomini, verso i quali io voglio discendere.
Perciò benedicimi, occhio tranquillo, che puoi contemplare senza invidia anche una gioia troppo grande!
Benedici il calice che vuol traboccare, finché ne scaturisca l'acqua dorata che porti ovunque il riflesso della tua gioia!
Guarda: il calice vuole di nuovo vuotarsi, e Zarathustra vuole di nuovo essere uomo."
Così cominciò la discesa di Zarathustra.
2
Zarathustra scese da solo dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando giunse nella foresta, improvvisamente si imbatté in un vecchio, che aveva lasciato la sua capanna per cercare radici nella foresta. E così il vecchio parlò a Zarathustra:
"Non mi è nuovo, questo viandante: molti anni fa passò di qui; ma ora egli è mutato.
Allora portavi la tua cenere sulla montagna: ora vuoi forse portare il tuo fuoco nella valle? Non hai timore del castigo che attende gli incendiari?
Sì, io riconosco Zarathustra. Puro è il suo sguardo, e nella sua bocca non si annida alcun ribrezzo. Non avanza egli come un danzatore?
Zarathustra è cambiato, Zarathustra è divenuto un bambino, Zarathustra si è svegliato: cosa vuoi tu fare con gli addormentati?
Come in mezzo al mare tu vivevi in solitudine, e il mare ti portava sul suo seno. Ahimè, ora vuoi tu scendere a terra? Vuoi tu trascinare il tuo corpo da te stesso?"
Zarathustra rispose: "Io amo gli uomini."
"Qual è la ragione" disse il santo "per cui mi sono ritirato nella foresta e in solitudine? Non è, forse, perché anch'io ho amato troppo gli uomini?
Ma ora io amo Dio: non amo più gli uomini. L'uomo è cosa troppo imperfetta per me. L'amore degli uomini mi ucciderebbe."
Zarathustra rispose: "Ma io non parlavo d'amore! Io porto un regalo agli uomini."
"Non dar loro nulla," disse il santo "togli piuttosto loro qualcosa e portala via con loro; sarà la cosa migliore che potrai loro fare: purché faccia del bene anche a te!
E se vuoi dar loro qualcosa, non dar più di un'elemosina, e attendi che ti invochino perché tu gliela dia!"
"No," ribatté Zarathustra "io non do elemosine. Non sono abbastanza povero per farlo."
Il santo rise di Zarathustra e replicò: "Allora vedi un po' se accettano i tuoi tesori! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che la nostra missione sia dl distribuire loro doni.
I nostri passi risuonano troppo solitari per le vie. E come quando di notte, stando nei loro letti, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, certamente si domandano: dove va quel ladro?
Non recarti tra gli uomini! Rimani nella foresta!
Va' piuttosto tra gli animali! Perché non vuoi tu essere come me, orso tra gli orsi, uccello tra gli uccelli?"
"E che fa mai il santo nella foresta?" chiese Zarathustra.
Il santo rispose: "Compongo canzoni e le canto, e quando compongo canzoni, rido, piango e borbotto fra me stesso. Così innalzo le mie lodi a Dio.
Cantando, piangendo e rimuginando fra me, io lodo quel Dio, che è mio Dio. Ma tu qual regalo ci porti?"
A questo punto Zarathustra salutò il santo e disse:
"Che cosa posso darvi? Lasciatemi andare, piuttosto, prima che vi tolga qualcosa!" Così si separarono l'uno dall'altro, il vecchio e l'uomo, sorridendo come sorridono due fanciulli.
Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò al suo cuore: "E mai possibile? Questo vecchio santo nella sua foresta non sa ancora che Dio è morto."
3
Quando Zarathustra giunse nella più vicina città, situata al confine della foresta, vi trovò molta folla adunata sul mercato: poiché era giunta notizia che un funambolo vi avrebbe dato spettacolo. E Zarathustra così parlò al popolo:
"Io vi annunzio il Superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che cosa avete voi fatto per superarlo?
Ogni essere sinora ha creato qualcosa sopra se stesso: e voi volete essere il riflusso di questo gran flusso e ritornare alla bestia, anziché superare l'uomo?
Che cosa mai è la scimmia per l'uomo? Una risata, una penosa vergogna. Questo deve essere l'uomo per il Superuomo: una risata, una penosa vergogna.
Finora avete percorso la via che va dal verme all'uomo, e molto è in voi ancora verme. Una volta eravate scimmie, e anche oggi l'uomo è più scimmia di qualunque scimmia.
Chi tuttavia è fra voi il più saggio, non è che un essere disarmonico, un ibrido fra la pianta e il fantasma. Vi dico io forse di divenire piante o fantasmi?
Ascoltate, io vi insegno il Superuomo!
Il Supenuomo è il senso della terra. E così il vostro volere dica: il Superuomo deve essere il senso della terra!
Vi imploro, o miei fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono degli avvelenatori, consapevoli o meno: Sono spregiatori della vita, gente che sta morendo, avvelenati essi stessi da se stessi: la terra è stanca di loro: possano per sempre scomparire!
Una volta il crimine contro Dio era il più grande peccato; ma Dio è morto, e con lui sono morti anche i colpevoli di quel crimine. Oggi la colpa più orribile è peccare contro la terra, e tenere in più alto pregio le viscere dell'impenetrabile che, il senso della terra!
Una volta l'anima guardava con dispregio il corpo: e questo dispregio era il più alto valore: essa lo voleva magro, orrido, affamato. Così immaginava di sfuggire al corpo e alla terra.
Ahimè, era l'anima stessa che era magra, orrida, affamata: e la crudeltà era la sua voluttà!
Ma anche voi, fratelli miei, ditemi: che dice il vostro corpo della vostra anima? Non è essa meschinità e sozzura e tristo piacere?
L'uomo è veramente un fiume melmoso. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume così sudicio senza rimanerne insudiciati.
Ascoltate, io vi insegno il Superuomo: egli è questo mare, in esso può sprofondare il vostro grande disprezzo.
Qual è la massima esperienza che potete vivere? L'ora del grande disprezzo. L'ora nella quale anche la vostra gioia diventa uno schifo, così la vostra ragione e la vostra virtù.
L'ora nella quale voi dite: ‘Che me ne importa della mia felicità! È una cosa povera e sporca e un misero conforto. Proprio la mia felicità, dovrebbe da sola bastare a giustificare l'esistenza!’
L'ora nella quale vol dite: 'Che me ne importa della mia ragione! Forse avete fame di sapienza come il leone ha fame del suo cibo? Ma non è che cosa povera e sporca e un misero conforto!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia virtù! Essa non è riuscita ancora a farmi impazzire! Come sono stanco del mio bene e dei mio male! Tutto ciò non è che povero e sporco e un misero conforto!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia giustizia! Io non vedo ch'io sia ancora divenuto un carbone ardente. Ma il giusto è un carbone ardente!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia compassione! Non è compassione la croce alla quale viene inchiodato colui che ama gli uomini? Ma la mia compassione non è una crocefissione'.
Avete già parlato in questo modo? Avete già urlato in questo modo? Ah, se vi avessi udito già gridare in questo modo!
Non il vostro peccato; è la vostra contentezza soddisfatta che grida vendetta al cospetto del cielo, la vostra avarizia stessa che nel vostro peccato grida vendetta al cospetto del cielo!
Dov'è il fulmine che vi abbia lambito con la sua lingua? Dove la follia della quale voi abbiate dovuto essere vaccinati?
Vedete, io vi insegno il Superuomo: egli è questo fulmine, egli è questa follia!"
Quando Zarathustra ebbe parlato così, uno del popolo gridò: "Abbiamo sentito abbastanza parlare del funambolo; fatecelo finalmente vedere!" E tutto il popolo rise di Zarathustra. Ma il funambolo, che credette che il discorso fosse fatto per lui, cominciò a prepararsi.
4
E Zarathustra vide il popolo e si meravigliò. Allora parlò così:
"L'uomo è una corda, tesa tra l'animale e il Superuomo, una corda sopra un precipizio:
Un pericoloso oltrepassamento, un pericoloso andamento, un pericoloso volgersi indietro, un pericoloso trasalire ed arrestarsi.
Ciò che è grande nell'uomo, è che egli è un ponte e non una mèta: ciò che può venire amato, è che egli è un transito e una catastrofe.
Amo coloro che non sanno vivere, sia pure come decadenti, perché sono coloro che vanno oltre.
Amo i grandi dispregiatori, perché sono i grandi adoratori e le grandi frecce della nostalgia verso l'altra riva.
Amo coloro che non cercano al dl là delle stelle una ragione per naufragare e sacrificarsi: ma si sacrificano alla terra, onde far sì che la terra sia un giorno del Superuomo.
Amo colui che vive per riconoscere, e che vuol conoscere, onde far sì che un giorno viva il Superuomo. E così vuole il proprio tramonto.
Amo colui che lavora e scopre, onde costruire la casa del Superuomo, e preparargli il terreno, gli animali e le piante: perché è uno che vuole la propria rovina.
Amo colui che ma la sua virtù: perché la virtù è una volontà di naufragio e una freccia dl nostalgia.
Amo colui che non trattiene per sé goccia alcuna di spirito, ma vuole essere interamente lo spirito della sua virtù; perché è uno che avanza come spirito sopra il ponte.
Amo colui che fa della sua virtù la stia inclinazione e il suo destino: perché è uno che a causa della sua virtù vuole e non vuole più vivere.
Amo colui che non vuole avere molte virtù. Una virtù è più virtù di due, perché è maggiormente un nodo a cui si appende un destino.
Amo colui la cui anima si spende generosamente; e non vuole essere ringraziato, e neanche ringrazia: perché è uno che sempre dona e non si preoccupa della propria conservazione.
Amo colui che si vergogna quando il dado della sorte cade in suo favore, e allora chiede a se stesso: sono forse un falso giocatore? Poiché è uno che vuole inabissarsi.
Amo colui che fa precedere le sue azioni da parole d'oro, e sempre mantiene più di quanto promette: perché vuole la sua rovina.
Amo colui che giustifica i posteri ed è un compimento per i trapassati: perché è uno che vuole che il presente lo distrugga.
Io amo colui che maltratta il proprio Dio, perché è uno che ama il suo Dio, e dovrà andare in rovina per l'ira del suo Dio.
Io amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita, e può andare a fondo anche per un piccolo evento: perché è uno che passa volentieri sopra il ponte.
Io amo colui la cui anima trabocca, tanto da dimenticare se stesso, e tutte le cose sono in lui: tutte le cose divengono la sua rovina.
Io amo colui che ha libero spirito e libero cuore: così che la sua testa è soltanto un viscere del suo cuore, ma il suo cuore lo sospinge verso l'abisso.
Io amo tutti coloro che sono gocce pesanti che cadono ad una ad una dal nembo oscuro che pende sugli uomini: e annunciano che il fulmine arriva, e come annunciatori vanno verso la loro rovina.
Vedete, io sono un annunciatore del fulmine e una goccia pesante del nembo: ma il fulmine si chiama Superuomo.
5
Quando Zarathustra ebbe detto queste parole, guardò in faccia di nuovo la gente e tacque. "Eccoli lì," disse al suo cuore "ridono: non mi comprendono, io non sono una bocca adatta per orecchi.
Sarà prima necessario spezzar loro gli orecchi, perché imparino ad udire con gli occhi? Sarà necessario far fracasso come i timpani e i predicatori di penitenze? O credono solo a coloro che balbettano?
Hanno in se qualcosa di cui sono orgogliosi. Ma come la chiamano? Cultura la chiamano che li distinguono dai caprai.
Perciò ascoltano malvolentieri l'espressione di 'disprezzo', indirizzata ad essi. E allora io parlerò al loro orgoglio.
Parlerò loro della cosa più, spregevole di tutte: che è l'ultimo uomo."
E così parlò Zarathustra al popolo:
"È tempo che l'uomo definisca la sua mèta. E tempo che l'uomo pianti il seme della sua più alta speranza.
A ciò il suo terreno è ancora abbastanza ricco. Ma esso diverrà un giorno povero e debole e nessun albero di alto fusto vi crescerà più.
Guai! Viene il tempo nel quale l'uomo non scaglierà pii la freccia della sua nostalgia al di là dell'uomo; in cui il crine del suo arco non saprà più vibrare.
Io vi dico che bisogna avere ancora in se stessi il caos, per poter generare una stella danzante. Io vi dico che avete ancora il caos in voi.
Ma guai! Viene il tempo in cui l'uomo non avrà più stelle da generare. Guai! Viene il tempo dell'uomo giunto all'estremo limite della sua spregevolezza, che non saprà più neanche disprezzarsi.
Ecco! Io vi mostro l'ultimo uomo.
Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è nostalgia? Che cosa è stella? Così chiedé l'ultimo uomo e ammicca.
La terra allora sarà divenuta piccola, e su di lei andrà saltellando l'ultimo uomo, che renderà tutto piccino. La sua schiatta è indistruttibile come la pulce di terra; l'ultimo uomo è quello che vive più a lungo di tutti.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c'è bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché c'è bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare è per essi peccato: e si va avanti guardinghi. Pazzo chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Ogni tanto un po' di veleno: esso fa sognare gradevolmente. E alla fine molto veleno, per gradevolmente morire.
Si lavora ancora, poiché il lavoro è un modo di passare il tempo. Ma si cerca di fare in maniera che questo divertimento non danneggi.
Non si è più poveri o ricchi: entrambe le situazioni sono troppo impegnative. Chi vuole ancora dominare? Chi vuole ancora obbedire? L'una e l'altra cosa sono troppo impegnative.
Non un pastore e il suo gregge! Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è uguale; chi sente altrimenti, va diritto al manicomio.
In altri tempi tutti erano pazzi, dicono i più raffinati e ammiccano.
Si è saggi e si sa tutto ciò che è accaduto: così non si finisce mai di sorridere. C'è ancora chi s'arrabbia; ma ci si rappacifica presto per non sciuparsi lo stomaco.
Si possiede la piccola gioiuzza per il giorno e il piccolo piaceruzzo per la notte: ma si rispetta la salute.
Abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano."
E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che è detto anche "prologo", perché a questo punto lo interruppe lo schiamazzo e l'allegria della folla. "Daccelo, quest'ultimo uomo, o Zarathustra" gridarono; "fa' che noi siamo questi ultimi uomini! Il tuo Superuomo te lo regaliamo!" E tutto il popolo giubilava e schioccava la lingua.
Ma Zarathustra divenne triste e disse al suo cuore:
"Non mi comprendono: io non sono una bocca adatta per le loro orecchie. Ho vissuto troppo a lungo nelle montagne, e troppo ho ascoltato la voce dei ruscelli e degli alberi: ora io parlo loro come fanno I caprai.
Incrollabile è la mia anima, e chiara come la montagna nell'ora che precede il meriggio. Ma essi credono che io sia freddo e che non sappia che irridere con scherzi atroci.
E mi guardano e ridono: e mentre ridono continuano ad odiarmi. Nel loro riso è il gelo."
6
Ma allora accadde qualcosa che rese ogni lingua muta e ogni occhio attonito. Il funambolo aveva cominciato la sua opera: era uscito da una piccola porta e stava avanzando sul filo, che era teso fra due torri; sospeso lassù in alto, stava sopra il mercato e la folla. Quando giunse a metà del suo cammino, la piccola porta si aprì ancora, e un suo compagno verzicolore, simile ad un buffone, ne saltò fuori e a passi rapidi lo seguì: "Avanti, piedi dolci," gridò la sua voce terribile "avanti, poltrone, contrabbandiere, viso pallido! Vorrei farti assaggiare il mio calcagno! Che cosa stai facendo qui fra le torri? Dentro la torre devi stare, ti dovrebbero mettere in gattabuia, tu che impedisci il passaggio a chi è migliore di te!" E ad ogni parola che diceva, gli si avvicinava sempre più: ma quando fu giunto ad un passo da lui, accadde la cosa più spaventosa, che fece ammutolire tutti e restare con gli occhi incantati: sibilò in aria un grido come di diavolo e quell'individuo spiccò un salto oltrepassando colui che gli impediva il passaggio. Questi, quando si vide sopravanzato dal suo compagno, perse la testa e la corda; lanciò via la stanga e precipitò, più rapido di lei, come un viluppo di braccia e gambe nello spazio. Il mercato e la folla sembrarono il mare quando la tempesta lo sommuove: fu tutto un rimescolio e un accavallarsi, soprattutto nel punto dove il corpo doveva cadere.
Ma Zarathustra rimase fermo al suo posto, e proprio accanto a lui cadde il corpo, ridotto a malpartito e spezzato, ma non ancor morto. Dopo un poco tornò la coscienza al disgraziato, che scorse Zarathustra in ginocchio accanto a sé. "Che fai tu lì?" disse finalmente; "io sapevo da molto tempo che il diavolo mi avrebbe dato un calcio. Ora mi trascina all'inferno: vuoi vedere se ti opponi a lui?"
"In realtà, amico," rispose Zarathustra "non esiste ciò che tu dici: non c'è né diavolo né inferno. Morirà più presto la tua anima del tuo corpo: non avere paura di nulla!"
L'altro lo guardò con diffidenza: "Se tu dici la verità," esclamò "allora io non perdo nulla perdendo la vita. Non sono molto più di un animale, a cui è stato insegnato a danzare a forza di percosse e di bocconcini".
"Ma no" disse Zarathustra; "tu hai fatto del pericolo la tua professione, e su questo non c'è niente da dire. Ora tu muori in seguito alla tua professione: e io per mia parte ho intenzione di seppellirti con le mie mani."
Quando Zarathustra disse questo, il morente non rispose più; ma mosse la mano, come se cercasse la sua mano per ringraziarlo.
7
Frattanto scese la sera, e il mercato s'avvolse d'ombra: e la gente cominciò ad andarsene, perché anche la curiosità e l'orrore si stancano. Ma Zarathustra sedeva accanto al morto che giaceva in terra, immerso in pensieri: per modo che aveva dimenticato il tempo. Infine si fece notte, e un vento freddo soffiò sul solitario. Allora Zarathustra si alzò e disse al suo cuore:
"Veramente Zarathustra ha fatto oggi una buona pesca! Non ha pescato un uomo, ma un cadavere.
L'essere umano è strano e senza senso: un buffone può divenire per lui fatale.
Voglio insegnare agli uomini il senso del loro essere: chi è il Superuomo, il lampo che scoppia dalla nuvola oscura uomo.
Purtroppo sono ancora lontano da loro, e il mio senso non parla ai loro sensi. Sono ancora per gli uomini qualcosa di mezzo fra un pazzo e un cadavere.
Scura è la notte, tenebrosi sono i sentieri di Zarathustra. Vieni, compagno freddo e rigido! Ti porterò via e ti seppellirò con le mie mani."
8
Quando Zarathustra ebbe detto questo al suo cuore, si caricò la salma sulle spalle e si pose in cammino. Non era ancora andato avanti cento passi, che un uomo gli si fece incontro e gli sussurrò all'orecchio qualcosa... ed ecco! Colui che parlava era proprio il buffone della torre. "Va' via da questa città, Zarathustra" gli diceva; "qui sono in troppi ad odiarti. Ti odiano i buoni e i giusti, e ti chiamano nemico e spregiatore; ti odiano i credenti della retta fede, e ti chiamano pericolo pubblico. La tua fortuna era che si ridesse di te: e a dire il vero tu parlavi loro come un buffone. La tua fortuna era che ti accompagnavi a questa carogna; umiliandoti in tal modo, ti sei salvato per oggi; ma ora esci da questa città, altrimenti domani io salto su di te come un vivo sopra un morto."
E quando ebbe detto questo, scomparve; ma Zarathustra continuò ad andare per i vicoli scuri.
Alla porta della città, si imbatté nei becchini: essi gli misero le fiaccole vicino al volto, riconobbero Zarathustra e lo schernirono: "Zarathustra porta via il cane morto: bene, Zarathustra è divenuto un becchino! Le nostre mani sono troppo pulite per questo arrosto. Forse Zarathustra vuoi sottrarre al diavolo il suo boccone? Va bene così! Buon appetito! Purché il diavolo non sia un ladro migliore di lui! Allora li acchiappa entrambi e se li mangia!" E ridevano tutti insieme e complottavano.
Zarathustra non disse parola e continuò per la sua strada. Quando fu andato avanti per due ore, lungo foreste e paludi, dopo aver tanto, udito l'ululo affamato dei lupi, venne fame anche a lui. Si fermò allora ad un casolare solitario, in cui ardeva un lume.
"La fame mi sopraffà" disse Zarathustra "come un brigante. Mi sopraffà nelle foreste - e nelle paludi, nella notte fonda.
Strani capricci ha la mia fame. Spesso mi prende dopo il pasto; invece oggi non è venuta per tutto il giorno: dove se ne è stata?"
Così pensando, Zarathustra batté alla porta della casa. Apparve un vecchio che portava in mano la lampada, e chiese: "Chi viene da me a trovarmi durante il mio cattivo sonno?"
"Un vivo e un morto" disse Zarathustra. "Datemi da mangiare e da bere, perché io ho dimenticato di farlo di giorno. Colui che dà da mangiare all'affamato porge sollievo all'anima sua: così parla la sapienza."
Il vecchio uscì, ma tornò subito offrendo a Zarathustra pane e vino. "È una brutta zona per affamati" disse; "perciò io abito qui. Animali e uomini vengono da me, il solitario. Ma dì' pure anche al tuo compagno di mangiare e di bere, perché è più stanco di te." Zarathustra rispose: "Il mio compagno è morto, sarà difficile convincerlo." "Questo non mi riguarda" disse il vecchio di cattivo umore; "chi batte alla mia casa deve anche prendere ciò che io gli offro. Mangiate e statevi bene!"
Zarathustra continuò il suo cammino ancora per due ore, fidandosi della strada e della luce delle stelle: perché era abituato a camminare di notte e amava vedere in volto tutti coloro che dormivano. Ma quando cominciò a ingrigire, si ritrovò in una profonda foresta, senza più alcuna traccia di strada. Allora mise il morto nel tronco cavo di un albero dietro il suo capo - poiché voleva proteggerlo dai lupi affamati - e si distese per terra sul muschio. Subito si addormento, stanco morto, ma con l'animo saldo.
9
A lungo dormi Zarathustra, e non solo l'aurora si inarcò sulla sua persona, ma anche tutto il corso del mattino. Infine aprì gli occhi: sorpreso, Zarathustra scorse la foresta e il silenzio; sorpreso, scorse il suo intimo. Poi si alzò rapido, come un navigatore che scopre d'un tratto terra, ed esultò: perché vide una nuova verità. E così parlò allora al suo cuore:
"Una luce si è accesa in me: ho bisogno di compagni, e vivi; non compagni morti e cadaveri, da portare con me ovunque io voglia.
Ma viventi compagni, che mi seguano, perché voglion seguire se stessi, e proprio là dove io voglio.
Una luce si è accesa in me: non alla folla deve parlare Zarathustra, ma a del compagni! Zarathustra non deve diventare pastore e cane di un gregge!
Io sono venuto per strappare molti al gregge. La folla e il gregge mi devono avere in odio: pei pastori Zarathustra vuole essere un brigante.
Dico pastori, ma essi si dicono i buoni e i giusti.
Dico pastori: ma essi si chiamano credenti della retta fede. Guardali lì, i buoni e i giusti! Chi odiano essi di più? Colui che infrange le loro tavole di valori, il distruttore, l'assassino: ma questi è appunto il creatore.
Guardali lì, i credenti di tutte le fedi! Chi odiano essi di più? Colui che infrange le loro tavole di valori, il distruttore, l'assassino: ma questi è appunto il creatore.
Compagni cerca il creatore, compagni del raccolto: perché tutto è in lui maturo per il raccolto. Ma a lui mancano le cento falci: e così egli strappa le spighe ed è inquieto.
Compagni cerca il creatore, coloro che sanno affilare le loro falci. Si suole chiamarli annientatori e spregiatori del bene e del male. Ma essi sono i mietitori e coloro che fanno festa. Collaboratori cerca Zarathustra, che mietano e festeggino con lui: che ha mai egli a spartire con greggi e pastori e cadaveri?
E tu, mio primo compagno, statti bene! Io ti ho ben seppellito nel tuo albero cavo, mettendoti bene al riparo dai lupi. Ma ora mi separo da te, perché il tempo è passato. Fra l'una e l'altra aurora è giunta a me una nuova verità.
Non pastore io debbo essere, né seppellitore di morti. Non voglio parlare più con la folla: per l'ultima volta ho parlato con un morto.
Voglio attirare a me i creatori, i mietitori, i banchettanti: voglio loro mostrare l'arcobaleno, e tutte le gradinate del Superuomo.
Ai solitari canterò il mio canto e a coloro che vivono a coppie; e chi ha ancora orecchi per l'inaudito, a quegli voglio rendere pesante il cuore con la mia gioia.
Io voglio andare per il mio cammino verso la mia mèta: saltando sulla testa di coloro che indugiano e si tirano volentieri da parte. Il mio passo sia la loro rovinà!"
10
Questo disse Zarathustra al suo cuore, quando il sole stava a mezzogiorno: guardò allora con sguardo interrogativo il cielo, perché udiva su di lui il grido acuto di un uccello. Ed ecco! Un'aquila roteava in larghi giri per l'aria, e ad essa stava appeso un serpente, non come una vittima, ma come un amico: perché si teneva attorcigliato al suo collo.
"Sono i miei animali!" esclamò Zarathustra, e si rallegrò nel cuore.
"L'animale orgoglioso sotto il sole e quello più astuto sotto il sole; ecco ché essi vanno in cerca di novità.
Vogliono informarsi se Zarathustra viva ancora. Sono io tuttora realmente vivo?
Fu più pericoloso per me vivere tra gli uomini che tra gli animali. Sentieri pericolosi percorre Zarathustra. Possano condurmi i miei animali!"
Quando Zarathustra ebbe detto questo, pensò alle parole del santo nella foresta, sospirò e parlò così al suo cuore:
"Potessi essere più saggio! Potessi essere interamente saggio, come il mio serpente!
Ma io voglio l'impossibile: e prego il mio orgoglio di andare sempre d'accordo con la mia saggezza!
E se un giorno mi abbandonerà la saggezza - ahimè, essa ama volar via! - che il mio orgoglio possa ancora volare insieme con la mia follia!"
Così cominciò la discesa di Zarathustra.
I DISCORSI DI ZARATHUSTRA
DELLE TRE METAMORFOSI
"Io vi annuncio tre metamorfosi dello spirito: come lo spirito diviene cammello, e da cammello leone, e da leone bambino.
Molte cose sono gravose per lo spirito; per lo spirito forte, paziente e rispettoso per natura: il suo vigore ha desiderio di difficoltà e di cose estremamente pesanti.
Che cosa è pesante? chiede lo spirito paziente, mentre si inginocchia al pari di un cammello e desidera essere ben caricato.
Qual è la cosa più pesante, o voi eroi? chiede lo spirito paziente; che io la prenda su di me rallegrandomi del mio vigore.
Non è forse ciò un umiliarsi per far male al proprio orgoglio? Lasciar risplendere la propria stoltezza, per beffarsi della propria sapienza?
O è questo: abbandonare la propria causa, quando questa sta per trionfare? Sugli alti monti salire, e tentare il tentatore?
O è questo: nutrirsi di ghiande e d'erba della scienza e per amore dl verità soffrire la fame dell’anima?
O è questo: essere annullati e mandare via i consolatori e stringere amicizia con i sordi, che giammai possono udire ciò che tu vuoi?
O è questo ancora: scendere nell'acqua putrida quando è l'acqua della verità, e non allontanare da sé né i freddi ranocchi ne i rospi impetuosi?
O è questo: amare coloro che ci disprezzano, e tendere la mano al fantasma, quando ci vuoi far paura?
Tutte queste cose pesanti lo spirito paziente vuol sopportare: poi come il cammello che carico va a passo veloce lungo il deserto, anche egli s’incamminana verso il suo deserto.
Ma nel deserto solitario avviene la seconda metamorfosi: lo spirito diviene leone, vuole catturare la propria libertà ed essere padrone del suo deserto.
Va così in cerca del suo ultimo signore: vuole divenirne il nemico come del suo ultimo dio, e ottenere vittoria lottando con il grande drago.
Che cosa è il grande drago, che lo spirito non vuoi più chiamare suo signore e Dio? 'Tu devi' si chiama fl drago. Ma lo spirito del leone dice: 'Io voglio'.
'Tu devi' gli sbarra la via; sfavillando d'oro l'animale coperto di scaglie cornee e su ognuna delle quali riluce in oro: 'Tu devi!'
Millenari valori splendono su quelle scaglie; e così parla il più possente del draghi: 'Ogni valore delle cose riluce sul mio corpo'.
'Ogni valore è già stato creato e ogni valore creato sono io stesso. In realtà, non deve più alcun io voglio esistere!' Così parla il drago.
Fratelli miei, perché c'è bisogno del leone in ispirito? Non è forse sufficiente il paziente animale che rinuncia ed obbedisce?
Crear nuovi valori, questo non lo può fare neanche il leone: ma conquistarsi la libertà per nuove opere, questo egli può fare.
Conquistarsi la libertà significa dire un sacro no di fronte all'obbligazione: ecco, miei fratelli, per che cosa necessario il leone.
La facoltà dl affermare valori nuovi: questo è ciò che appare un orribile sopruso agli spiriti pazienti e sottomessi. In realtà, sembra loro una rapina e azione da animale rapace.
Una volta egli amava il 'tu devi' come la più sacra delle cose: ora gli è necessario trovare la follia e l'arbitrio anche nella cosa più sacra, onde sottrarsi al proprio amore e conquistare la sua libertà: il leone occorre per attuare questa rapina.
Ma ditemi, fratelli miei, che potrà dunque fare il fanciullo, che già il leone non fece? Perché dunque il leone predatore dovrà ancora ritornare fanciullo?
Il fanciullo è innocenza e dimenticanza, ritorno al principio, gioco, ruota che da sé gira, movimento iniziale, sacra affermazione.
Sì, per il gioco della creazione, o fratelli miei, un sacro dir di sì alle cose: ecco, lo spirito vuole la propria volontà, chi ha perduto l'universo vuole conquistare il suo universo.
Di tre metamorfosi dello spirito io v'ho parlato: come lo spirito divenne cammello, e il cammello si fece leone e il lèone, infine, fanciullo."
Così parlò Zarathustra. Allora egli viveva nella città che è chiamata: La vacca variopinta.
LE CATTEDRE DELLA VIRTÙ
Elogiavano a Zarathustra un saggio, che sapeva parlare bene del sonno e della virtù: e che, per questo, era molto stimato e ricompensato; e tutti i giovani si assiepavano intorno alla sua cattedra. Zarathustra si recò da lui e con gli altri giovani si sedette davanti alla sua cattedra. E così parlò il saggio:
"Onore e pudore per il sonno! Questa è la prima cosa! E sfuggite tutti coloro che dormono male e stanno svegli di notte!
Davanti al sonno, è timoroso anche il ladro. Egli si insinua sempre durante la notte silenziosamente. Al contrario la ronda notturna è sfacciata, suona senza pudore il suo corno. -
Dormire non è arte da poco: intanto è necessario stare svegli tutto un giorno senza interruzione.
Dieci volte al giorno dovrai vincere te stesso: ciò produce infine una buona spossatezza ed è un buon papavero per lo spirito.
Dieci volte al giorno dovrai inoltre fare la pace con te stesso; dato che la vittoria su se stessi è amarezza; e chi non si è riconciliato con se stesso dorme in malo modo.
Dieci verità al giorno tu dovrai discoprire; altrimenti anche durante la notte tu andrai cercando la verità, e lo spirito tuo sarà inquieto.
Dieci volte al giorno dovrai ridere ed essere allegro; altrimenti durante la notte ti darà fastidio lo stomaco, che è il padre di ogni tribolazione.
Pochi sanno ciò: ma bisogna possedere tutte le virtù per dormire bene. Testimonierò io forse il falso?
Commetterò adulterio?
Desidererò per me la donna del mio prossimo? Tutte queste cose non si accordano con un buon sonno. Ma anche quando possedessimo tutte le virtù, bisogna altresì saper fare un'altra cosa: mandare al tempo giusto a dormire anche le virtù.
Perché non litighino tra loro, quelle donnette a modo! E sul conto tuò, infelice!
Pace con Dio e col prossimo: questo ci vuole per un buon sonno. E in pace anche col demonio del 'prossimo! Altrimenti durante la notte verrà a infastidirti.
Onore e rispetto per le autorità, e anche verso l'autorità corrotta! Questo vuole il buon sonno. E che colpa ne ho io, se l'autorità cammina spesso e volentieri a gamba zoppa?
Il miglior pastore, per me, sarà sempre colui che guiderà le sue pecore verso il più verde pascolo: questo si accorda con un buon sonno.
Non voglio molti onori, né grandi tesori: fanno infiammare la milza. Ma male si dorme senza una buona reputazione ed un piccolo tesoro.
Una compagnia piccola mi è più grata di una maligna: tuttavia deve saper andare e venire al momento opportuno. Questo soltanto si accorda con un buon sonno.
Molta soddisfazione mi danno i poveri di spirito: essi mi conciliano il sonno. Sono gente contenta, specialmente quando si dà loro sempre ragione.
Così passa la sua giornata l'uomo virtuoso. Quando poi scende la notte, mi guardo bene dall'invocare il sonno! Perché il sonno, che è il padrone delle virtù, non vuole essere invocato!
Invece torno col pensiero a ciò che ho fatto e detto durante il giorno. Rimuginando, interrogo me stesso, paziente come una mucca: quali sono oggi state le dieci vittorie che hai riportate su te stesso?
E quali sono state le dieci rappacificazioni e le dice, col risate, con cui ho fatto felice il mio cuore?
Così pensando e cullato da quaranta pensieri, d'un tratto il sonno mi sopraffà, non invocato, lui, il padrone delle virtù.
Il sonno batte ai miei occhi, ed essi divengono pesanti. Il sonno mi palpa la bocca; ed essa rimane aperta.
Veramente giunge a me con passo leggero, come un ladro amatissimo, e trafuga i miei pensieri, così che io rimango lì in piedi, sciocco come questa cattedra.
Ma non a lungo resto così: ecco che già mi sdraio."
Quando Zarathustra ebbe udito il saggio dire queste cose, rise nel suo cuore: perché una luce si era fatta in lui. E così parlò al suo cuore:
"Un pazzo mi sembra questo saggio con i suoi quaranta pensieri: ma tuttavia credo che del dormire proprio se ne intenda.
Beato chi vive nella vicinanza di questo saggio!
Un sonno tale è contagioso e penetra anche attraverso uno spesso muro.
Un incanto si annida nella sua cattedra. E non per nulla i più giovani si sono seduti intorno al predicatore di virtù.
La sua saggezza si chiama: stare svegli, per poi dormire bene. E in realtà, se la vita non avesse alcun altro senso, e io dovessi scegliere un non-senso, questo mi sembrerebbe il non senso più degno dl essere scelto.
Ora comprendo ciò che una volta veniva ricercato oltre ogni cosa, quando si cercava un maestro di virtù. Un buon senso e virtù papaveracee!
Per tutti questi tanto declamati saggi, la sapienza aveva il significato di un sonno senza sogni: la vita non aveva per loro miglior senso di questo.
Anche oggi ve ne sono taluni, e non sempre così onesti come questo: ma la loro ora è ormai suonata. E non a lungo rimarranno in piedi: presto saranno a terra.
Felici coloro che hanno sonno: perché chineranno la testa e si addormenteranno presto."
Così parlò Zarathustra.
DEI TRASCENDENTALISTI
"Una volta anche Zarathustra volle gettare la sua illusione oltre l'umanità, come tutti i trascendentalisti. Il mondo mi si presentò allora come opera di un Dio sofferente e tormentato.
Il mondo mi sembrò il sogno e la poesia dl un Dio; nebbia colorata agli occhi di un divino essere malcontento.
Bene e male, gioia e dolore, io e tu: nebbia variegata mi sembrarono davanti allo sguardo del creatore. Il creatore aveva voluto distogliere gli occhi da se stesso; e così aveva creato il mondo.
Per colui che soffre, distogliere l'occhio dal suo dolore e dimenticare se stesso è gioia inebriante. Gioia inebriante e oblio mi apparve un giorno il mondo.
Questo mondo, perennemente imperfetto, immagine di eterna contraddizione, copia, e imperfetta copia, gioia inebriante per il suo imperfetto creatore: così mi apparve un giorno il mondo.
E così anch'io una volta lanciai la mia follia oltre l'umanità, come tutti i trascendentaliti. Ma proprio al di là dell'umanità?
Ahimè, fratelli miei, quel Dio, che io creavo, era opera di un uomo e follia, come tutti gli dèi!
Era un essere umano! un misero frammento di umanità e di io: era sorto dalla mia cenere e dalla mia passione, un fantasma, e veramente! no, egli non proveniva dall'aldilà!
Che cosa accadde, fratelli miei? Io superai me stesso, me misero, portai le mie ceneri sulla montagna, e inventai per me stesso una fiamma più splendente. Ed ecco! Il fantasma scomparve ai miei occhi!
Ora che ho raggiunto la guarigione, mi sarebbe dolore e tormento credere a fantasmi di questo genere: dolore e avvilimento. Così io parlo ai sognatori dell'aldilà.
Il dolore e l'incapacità crearono ogni aldilà e quella breve follia della felicità, che solo colui che più soffre conosce.
La stanchezza, che con un balzo vorrebbe raggiungere l'ultima mèta, sì, con un balzo mortale, quella misera, ignorante stanchezza, che non può più nemmeno volere: essa creò tutti gli dèl e l'aldilà.
Credetemi, o miei fratelli! fu il corpo, che disperò del corpo, e con le dita dello spirito infatuato andava cercando le pareti estreme.
Credetemi, fratelli miei! Fu il corpo, che disperò della terra, ed ascoltò parlare il ventre dell’essere.
E allora volle penetrare con la testa attraverso le estreme pareti, e non solo con la testa, per giungere 'all'altro mondo'.
Ma 'l'altro mondo' è molto ben nascosto agli esseri della terra, quel mondo inumano e disumano, che non è che un celestiale Nulla; e il ventre dell'essere non parla all'uomo, se non come uomo.
In verità, è molto arduo dimostrare ogni essere, è difficile indurlo a parlare. Ditemi, fratelli, non è forse più facile dimostrare la più strana delle cose?
Sì, questo Io, con le sue contraddizioni e confusioni, è ancora il più adatto ad affermare il suo essere, questo Io che crea, che vuole, che giudica, e che è la misura e il valore delle cose.
E questo Essere dabbene, questo Io, non ci parla che del corpo, e non vuole che il corpo, anche quando medita e fantastica e svolazza con le ali infrante.
Sempre più onestamente impara ad esprimersi, questo Io: e quanto più impara, tanto più trova parole e onore per il corpo e la terra.
Il mio Io mi insegnò un nuovo orgoglio, e io lo insegno all'umanità: non introducete più la testa nella sabbia delle cose divine, ma portatela libera ed alta, questa vostra testa terrena, che crea il senso della terra!
Una nuova volontà io insegno all'umanità: seguite consapevoli questa strada, che l'umanità ha seguito ciecamente, e abbiatela cara, e non cercate di strisciare in disparte, come i malati e i moribondi!
Malati e moribondi furono coloro che ebbero in disprezzo il corpo e la terra e scovarono il paradiso e le gocce di sangue redentrici: ma anche quei dolci e loschi veleni li trassero dal corpo e dalla terra!
Volevano sfuggire alla propria miseria, e le stelle erano per loro troppo in alto. Allora sospirarono: 'Oh, se esistessero delle vie celesti, per penetrare in un'altra esistenza, in un'altra felicità!' E così inventarono le astuzie e le loro piccole bevande di sangue!
Credettero così di essersi liberati dei loro corpi e della terra, ingrati! Ma a chi dunque dovevano il tormento e la delizia dei loro rapimenti? Alloro corpo e a questa terra.
Zarathustra è benevolo con i malati. In verità, non lo irritano le loro arti consolatrici né la loro ingratitudine. Possano essi guarire e superare se stessi e generare un corpo più forte!
Né Zarathustra s'adira con il convalescente, quando guarda con tenerezza alla sua illusione e nel mezzo della notte si aggira intorno alla tomba del suo Dio: ma le sue lacrime restano per me malattia e corpo malato.
Molte persone malate sempre vi furono tra coloro che fanno poesia e cercano Dio; e odiano selvaggiamente chi anela sapere e la più giovane delle virtù, che si chiama: sincerità.
Si volgono sempre indietro verso i tempi oscuri: certamente allora follia e fede erano un'altra cosa; l'annebbiata ragione era un modo di somigliare a Dio, e il dubbio peccato.
Molto bene conosco quelli che si credono simili a Dio: ed essi pretendono che si creda loro, e che dubitare sia peccato. So molto bene a quale cosa essi credono di più.
In realtà, non al trascendente né alle gocce di sangue redentrici, bensì soprattutto al corpo, mentre il loro corpo è per essi la vera cosa in sé.
Il guaio è che esso è malato: e desidererebbero uscir fuori dalla loro pelle. Perciò ascoltano con piacere i predicatori della morte e predicano essi stessi l'aldilà.
Ascoltate piuttosto o fratelli, ciò che dice il corpo sano: che una parola più sincera e più pura.
Il corpo puro e sano, perfetto e ben quadrato, parla con maggiore sincerità: parla dal senso stesso della terra."
Così parlò Zarathustra.
DEI DISPREGIATORI DEL CORPO
"Ora voglio dire la mia parola a coloro che disprezzano il corpo.
Non serve a me che essi cambino le parole o i loro insegnamenti, ma che si stacchino finalmente davvero dal loro corpo; e divengano muti.
'Sono corpo e anima' dice il bambino. E perché non dovremmo parlare come i bambini?
Ma lo sveglio, l'esperto, dice: io sono tutto corpo e niente altro tranne questo, e l'anima non è che una parola per esprimere qualcosa che è sostanzialmente corporea.
Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un senso unitario, guerra e pace, gregge e pastore.
Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, o fratello, che tu chiami 'spirito', piccolo strumento e gioco della tua grande ragione.
'Io', tu dici, e vai fiero di questa parola. Ma la cosa più grandiosa è - anche se non vuoi crederlo - il tuo corpo e la tua grande ragione: questa non dice Io, ma è Io.
Ciò che il senso percepisce, ciò che lo spirito intende, non ha mai fine in se stesso. Ma senso e spirito desidererebbero convincerti di essere il fine di ogni cosa: così sciocchi essi sono.
Strumenti e giocattoli sono senso e spirito: dietro di loro è nascosto il vero Sé. Il Sé ricerca anche con gli occhi del senso,ascolta anche con le orecchie dello spirito.
È sempre il Sé che ascolta e ricerca: conforta, costringe, conquista, distrugge. Comanda ed è anche il signore dell'Io.
Dietro ai tuoi pensieri e sentimenti, fratello mio, sta un forte dominatore, un saggio sconosciuto: è il Sé.
Nel tuo corpo dimora, è il tuo stesso corpo.
C'è più senno nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza. E perché mai il tuo corpo avrebbe dunque bisogno della tua migliore saggezza?
Il tuo Sé ride del tuo Io e dei suoi orgogliosi sobbalzi. 'Che cosa mai sono per me questi salti e voli del pensiero?' dice fra sé. 'Un circolo vizioso per giungere al mio scopo. Io sono la briglia dell'io e il suggeritore dei suoi pensieri.'
Il Sé dice all'Io: 'Ecco, avverti il dolore!' E quello soffre e pensa come riuscire a liberarsi dal dolore; e proprio per ciò deve pensare.
Il Sé dice all'Io: 'Ecco, senti il piacere!' E quello gode e pensa come gustare quel piacere; e proprio per questo deve pensare.
A coloro che disprezzano il corpo io voglio dire una parola. È il loro disprezzare che costituisce il loro apprezzamento. Chi creò l'apprezzamento e il disprezzo e il valore e il volere?
Il Sé creatore creò l'apprezzare e il disprezzare, e la felicità e il dolore. Il corpo creatore creò lo spirito come una lunga mano del suo volere.
Anche nella vostra follia e disprezzo, o dispregiatori del corpo, servite al vostro Sé. Io vi dico: è il vostro stesso Sé che vuol morire e si volge via dalla vita.
Non può più fare quello che gli è più caro: creare al di là di se stesso. Questo è ciò che vorrebbe fare con tanta passione, questo è tutto il suo fervore. Ma ormai è troppo tardi: perciò il vostro Sé vuol morire, o dispregiatori del corpo.
Tramontare vuole il vostro Sé, ed è perciò che voi siete divenuti dispregiatori del corpo! Poiché non riuscite più a superare voi stessi.
E perciò siete in collera con la vita e con la terra.
Una stupida invidia traluce nel fosco sguardo del vostro disprezzo.
Io non andrò per la vostra via, o disprezzatori del corpo. Per me voi siete ponti per il Superuomo!"
Così parlò Zarathustra.
DEI PIACERI E DELLE PASSIONI
"Fratello mio, se possiedi una virtù, e questa virtù è tua, tu non l'hai in comune con nessuno.
Ma tu vuoi darle un nome e carezzarla; tu vuoi tirarle le orecchie e spassartela con lei.
Ma ecco! Così facendo, tu finisci per avere il suo nome in comune con la solitudine e divenire tu stesso moltitudine e volgo con la tua virtù!
Meglio faresti a dire: 'Inesprimibile e senza nome è ciò che fa il tormento e la tenerezza del mio spirito ed è la fame delle mie viscere'.
Sia la tua virtù troppo alta per la dimestichezza di un nome: e quando parli di lei, non vergognarti di balbettare.
Dunque parla e balbetta: 'Questo è il mio bene, questo è ciò che io amo, ciò che a me completamente piace; solamente così io voglio il bene.
Non lo voglio come una legge di Dio, non come un regolamento e un rimedio per l'uomo: né sia come un segnavia dell'aldilà e del paradiso.
Una virtù terrena è ciò che io amo: poca prudenza è in lei, e ancor meno raziocinio.
Ma questo uccello si è fatto qui da me il nido: per questo lo amo e mi sta a cuore; esso abita qui da me e cova le sue uova d'oro'.
Così tu devi balbettando elogiare la tua virtù.
Una volta tu avevi delle passioni e le dicevi cattive. Ma ora non hai che virtù: esse sono venute fuori dalle tue stesse passioni.
Tu hai collocato la tua più alta mèta in queste passioni: e così esse sono divenute le tue virtù e le tue felicità.
E anche se tu appartenessi alla razza dei rabbiosi o dei libidinosi o dei maniaci religiosi o dei vendicativi:
alla fine tutte le tue passioni diverrebbero virtù e I tuoi demoni si tramuterebbero in agnelli.
Una volta tu avevi nella tua cantina dei cani selvatici: ma alla fine si trasformarono in uccelli e in leggiadre cantanti.
Dai tuoi veleni traesti il tuo balsamo; mungesti la mucca del tuo dolore; ed ora tu bevi il dolce latte delle te mammelle.
E nulla di male sorgerà mai più da te, tranne il male, che sorge dalla lotta delle tue virtù.
Fratello mio, se avrai fortuna, tu avrai una sola virtù e nulla di più: così passerai più facilmente oltre il ponte.
È onorevole possedere molte virtù, ma è un grave destino; e molti andarono nel deserto e si uccisero, perché erano stanchi di essere battaglia e campo di battaglia delle virtù.
Fratello mio, sono la guerra e la battaglia un male? Ma necessario è questo male, necessario è l'astio e la diffidenza e la calunnia tra le tue virtù.
Vedi come ogni tua virtù desidera ciò che vi è di più alto: essa vuole tutto il tuo spirito, che sia suo araldo, vuole tutta la tua potenza nell'ira, nell'odio e nell'amore.
Ogni virtù è invidiosa dell'altra, e gran brutta cosa è l'invidia. Possono le virtù per invidia andare in rovina.
Chi è avvolto dalla fiamma dell'invidia, alla fine volge, come lo scorpione, contro se stesso il pungiglione avvelenato.
Ohimè, fratello mio, non hai tu mai veduto una virtù diffamarsi e trafiggersi da se stessa?
L'UOMO È QUALCOSA CHE DEVE ESSERE SUPERATO; perciò devi amare le tue virtù: poiché esse ti manderanno in rovina."
Così parlò Zarathustra.
DEL PALLIDO DELINQUENTE
"Voi non volete uccidere, voi magistrati e immolatori, prima che la bestia abbia annuito? Ecco, il pallido delinquente ha annuito: da quel suo sguardo parla un grande disprezzo.
'Il mio io è qualche cosa che deve essere superato: il mio io è per me il grande disprezzo dell'uomo': questo dice il suo sguardo.
Quando egli giudicò se stesso, fu il suo attimo più sublime: non lasciate che il sublime ridiscenda di nuovo nella bassezza della sua natura!
Non vi è liberazione per colui che soffre di se stesso, tranne una rapida morte.
La vostra sentenza di morte, o giudici, sia di pietà e non di vendetta. E mentre voi uccidete, cercate di giustificare voi stessi la vita!
Non basta che voi vi riconciliate con colui che uccidete. La vostra tristezza sia amore verso il Superuomo: così soltanto potrete giustificare il vostro sopravvivere! -
'Nemico' dovete dire, ma non 'malfattore'; 'malato' dovete dire, ma non 'mascalzone'; 'pazzo' dovete dire, ma non 'peccatore'.
E tu, giudice rubicondo, se avessi il coraggio di dire ciò che hai nel pensiero, ognuno griderebbe: 'Allontanatevi da questo sudiciume e da questa vipera!'
Ma altro è il pensiero e altra è l'azione, altra ancora l'immagine dell'azione. La ruota delle cause non si volge fra di loro.
Un'immagine fa ingiallire quest'uomo pallido. Quando compì la sua azione, era pari ad essa; ma non riuscì a sopportarne l'immagine, dopo che l'ebbe compiuta.
Prese a considerare se stesso come attore di un’azione. Per me ciò è follia: l'eccezione di un attimo divenne la sua stessa sostanza.
La corda tiene legata la gallina; il colpo che egli ha fatto, ha legato la sua povera ragione: io la chiamo follia dopo l'azione.
Ascoltate, voi giudici, v'è ancora un'altra follia: e questa è prima dell'azione. Ahimè, voi non mettete abbastanza a fondo le mani in quest'anima!
Così parla il giudice rubicondo: 'Che cosa ha ucciso in sostanza questo assassino? In realtà ha voluto soltanto rubare'. Ma io dico a voi: la sua anima voleva sangue, non rapina: aveva sete della voluttà del coltello!
La sua povera ragione non è riuscita a comprendere questa follia e l'ha convinto. Gli ha detto: ‘Ma che te ne fai del sangue: non vuoi almeno compiere una rapina? prenderti una vendetta?'
Ed egli porse l'orecchio alla sua povera ragione e come piombo la sua parola ha pesato su di lui; allora egli ha rapinato quando ha ucciso. Non voleva vergognarsi della sua follia.
Ed ora dl nuovo il piombo della sua colpa grava su di lui, e di nuovo la sua povera ragione è così rigida, così paralizzata, così pesante.
Se egli solo potesse scuotere la testa potrebbe sbarazzarsi del suo peso: ma chi scuote la testa?
Che cos'è quest'uomo? Un mucchio di malanni, che per colpa dello spirito si riversano nel mondo: e lì cercano la loro preda.
Che cos'è quest'uomo? Un viluppo di feroci serpenti, che raramente stanno in pace fra loro; e allora se ne vanno ciascuno per conto proprio è cercano vittime nel mondo.
Guardate questo povero corpo! Ciò che egli soffrì e verso cui si tese è ciò che questa povera anima stessa immaginò; lo immaginò come piacere di uccidere e sete della voluttà del coltello.
Chi ora diviene malato è colui che viene sopraffatto dal maligno, che ora è egli stesso maligno: vuoi fare del male con ciò che gli fa male. Ma vi furono anche altri tempi ed altro male ed altro bene.
Una volta il dubbio e la volontà egoistica venivano ritenuti male. In quel tempo il malato diveniva eretico e strega: come eretico e come strega soffriva e voleva far soffrire.
Ma questo non entra nelle vostre orecchie: farebbe loro male, secondo voi. Ma che me ne importa del vostro bene!
Molto del vostro bene mi ripugna, mentre non mi ripugna in realtà il vostro male. Mi piacerebbe che essi avessero una follia che li rovinasse, come questo pallido delinquente!
Veramente mi piacerebbe che la loro follia si chiamasse verità o fedeltà o giustizia: ma essi hanno la loro virtù che li fa vivere a lungo, miseramente contenti di sé.
Io sono una ringhiera sul fiume: che mi afferri chi mi vuole afferrare! Ma non sono la vostra gruccia."
Così parlò Zarathustra.
DEL LEGGERE E DELLO SCRIVERE
"Di tutto ciò che è scritto, io amo soltanto ciò che è stato scritto col sangue. Scrivi col tuo sangue, e ti accorgerai che il tuo sangue è spirito. Non è facile capire il sangue degli altri: io odio coloro che hanno il vizio di leggere.
Chi conosce che cosa è un lettore, non si sente più di far nulla per lui. Ancora un secolo di lettori, e lo spirito stesso sparirà dal mondo.
Che ognuno ormai possa imparare a leggere è un fatto che alla lunga ammorba non solo lo scrivere ma anche il pensare. -
Una volta lo spirito era Dio, poi divenne uomo, e ora non è ormai che plebe.
Chi scrive in sangue e in aforismi non vuole essere letto, ma appreso a memoria.
Nelle montagne, il sentiero più breve è da vetta a vetta: ma per percorrerlo è necessario avere lunghe gambe. Gli aforismi debbono essere vette: e coloro a cui essi vengono detti devono essere grandi e di alta statura.
L'aria sottile e pura, il pericolo prossimo, e lo spirito pieno di una gioconda malignità: questo è ciò che concorda bene insieme.
Voglio avere intorno a me dei coboldi, perché io sono coraggioso. Il coraggio che allontana i fantasmi si crea dei coboldi; è un coraggio che vuol ridere.
Il mio sentimento non va più d'accordò col vostro: questa nuvola che vedo sotto di me, questo nero e questa pesantezza di cui io rido; proprio questa è la vostra nuvola temporalesca.
Voi guardate in alto, quando tendete verso l'elevazione. E io guardo giù nel profondo, perché sono già esaltato.
Chi di voi può insieme ridere ed essere esaltato?
Chi sale sugli alti monti, ride sopra tutte le tragedie e tutte le tristizie seriose.
Occorre essere spensierati, violenti, ironici; così ci vuole la sapienza: essa è una femmina e ama sempre solo il guerriero.
Voi mi dite: 'La vita è dura da sopportare'. Ma perché avreste mai di mattina tanto orgoglio e a sera tanta dedizione?
La vita è dura da sopportare: ma non prendete arie da volermi intenerire! Tutti insieme siamo dei begli asini, maschi e femmine.
Che cosa abbiamo in comune con il bocciolo di rosa che comincia a tremare perché una goccia di rugiada vi si è posata sopra?
È vero: noi amiamo la vita, non perché siamo abituati alla vita, ma perché siamo abituati ad amare.
C'è sempre qualche pizzico di follia nell'amore. Ma c'è anche sempre qualche pizzico dl ragione nella follia.
Ed anche a me, che sono buono verso la vita, sembra che le farfalle e le bolle di sapone, e gli uomini ad esse simili, siano coloro che sanno meglio che cosa è la felicità.
Queste animule leggere, pazzerelle, graziose, mobili, svolazzano qua e là per curiosità; e ciò induce Zarathustra a commuoversi fino alle lacrime e al canto.
Per me io crederei solo ad un Dio che sapesse danzare.
Quando vidi il mio diavolo, scoprii che era serio, esauriente, profondo, solenne: era lo spirito della gravità, in virtù del quale cadono tutte le cose.
Non è con l'ira, ma con il riso che si uccide. Uccidiamo dunque lo spirito della gravità!
Ho imparato a camminare: da allora mi lascio andare. Ho imparato a volare: da allora non voglio più ricevere, spinte per muovermi.
Ora io sono leggero, ora io volo, ora io vedo sotto di me, ora danza un dio in me."
Così parlò Zarathustra.
DELL'ALBERO SUL MONTE
L'occhio di Zarathustra aveva veduto che un giovane cercava di sfuggirlo. E quando una sera se ne andava solo per i monti che circondano la città, che è detta "La vacca variopinta", ecco che scorse camminando quel giovane appoggiato ad un albero, che guardava con occhio stanco nella vallata. Zarathustra afferrò l'albero presso cui il giovane sedeva e così parlò:
"Se io volessi scuotere quest'albero con le mie mani, non vi riuscirei.
Ma il vento che non vediamo lo tormenta e lo piega dove vuole. Sono le mani invisibili quelle che più i ci piegano e ci tormentano."
Allora il giovane si levò allarmato e disse: "Sento Zarathustra; proprio ora pensavo a lui." Zarathustra ribatté:
"Perché ti spaventi per questo? Accade con l'uomo quello che accade con l'albero.
Quanto più vuole crescere verso la luce, tanto più tenaci si radicano le sue radici, nel terreno, giù, nell'oscurità, nel profondo, nel male. "Sì, nel male!" urlò il giovane. "Come è possibile che tu abbia scoperto la mia anima?"
Zarathustra sorrise e disse: "Taluna anima non si riesce mai a scoprirla veramente, fosse anche un'anima da noi scoperta."
"Si, nel male!" gridò ancora il giovane. "Hai detto la verità Zarathustra. Io non ho più fiducia in me stesso da che voglio salire in alto, e nessuno ha più fiducia in me; com'è che ciò accade?
Io mi muto troppo rapidamente: il mio oggi distrugge il mio ieri. Spesso salto i gradini mentre salgo, e questo i gradini non me lo perdonano.
Poiché sono in alto, mi trovo sempre solo. Nessuno parla con me, il gelo della solitudine mi fa tremare. Ma che cosa voglio mai in realtà lassù?
Come mi vergogno del mio salire e incespicare! Come rido del mio asmatico sbuffare! Come odio chi vola! Come sono stanco di stare in alto!"
E qui il giovane tacque. Zarathustra guardò l'albero a cui stavano entrambi appoggiati, e parlò così:
"Quest'albero sta qui solo sul monte; è cresciuto alto sull'uomo e sull'animale.
Se volesse parlare, non troverebbe nessuno che lo comprenda, tanto in alto è cresciuto.
Ora attende e attende; che cosa attende? Sta troppo vicino a dove stanno le nuvole: attende forse il primo fulmine?"
Quando Zarathustra ebbe detto questo, il giovane gridò gesticolando: "Sì, Zarathustra, tu dici la verità. Quando volevo salire e salire, tendevo verso la mia dissoluzione, e tu sei il fulmine che attendevo! Guarda, che cosa sono ío ancora da che tu sei apparso? È l'invidia di te, che mi ha distrutto!" Così parlò il giovane, e pianse amaramente. -Ma Zarathustra pose il suo braccio intorno a lui e lo condusse via con sé.
Quando furono andati avanti per un buon tratto dl cammino, Zarathustra cominciò a parlare così:
"Mi dilania il cuore. Meglio delle tue parole, il tuo occhio mi dice tutto il pericolo che corri.
Ancora tu non sei libero; stai solo cercando la libertà. E la tua ricerca ti ha reso pallido, stanco e insonne.
Nei liberi cieli vuoi salire, e di stelle ha sete la anima tua. Ma anche i tuoi cattivi istinti hanno sete di libertà.
I tuoi cani selvaggi vogliono la libertà; abbaiano di gioia nella loro cantina, quando il tuò spirito tenta aprire tutte le loro prigioni.
Tu sei per me ancora un prigioniero, che ha sete dl libertà: ahimè, ai prigionieri della tua specie l'anima si fa saggia, ma anche amaramente astuta e cattiva.
Anche il liberato dello spirito deve purificarsi. Molta ragione e muffa gli è rimasta attaccata: il suo occhio deve tuttora purificarsi.
Sì, conosco il tuo pericolo. Ma ti scongiuro, per il mio amore e la mia speranza: non gettar via il tuo amore e la tua speranza!
Tu ti senti tuttora nobile, e nobile ti sentono tuttora gli altri, che ce l'hanno con te e ti guardano con occhio cattivo. Sappi che a tutti il nobile dà noia.
Anche ai buoni dà noia il nobile: ed anche se lo dicono un buono, tentano di metterlo da parte.
Il nobile vuole creare il nuovo e una nuova virtù. Mentre il buono vuole solo il vecchio, e conservare tutto ciò che è vecchio.
Non è tuttavia questo il pericolo del nobile, che egli diventi un buono, ma che diventi un maligno, uno sprezzante, un annientatore.
Ahimè, ho conosciuto degli uomini nobili che perdettero la loro ultima speranza. E finirono col negare ogni altra speranza."
Così parlò Zarathustra.
DEI PREDICATORI DI MORTE
"Esistono dei predicatori di morte: la terra è piena dl gente a cui occorre predicare la fuga dalla vita.
La terra è piena di gente inutile; la vita è corrotta dalla troppa quantità. Quanto è bene in tal caso sospingerli, col miraggio della 'vita eterna', fuori di questa vita!
'Itterici': così vengono detti spesso i predicatori di morte, o 'uomini neri'. Ma io ve li voglio mostrare in altri colori.
Sono in realtà esseri orrendi, che portano in loro la belva rapace, e non hanno altra scelta che il piacere o la macerazione. E anche i loro piaceri non sono che macerazione.
Non sono neppure diventati uomini, questi esseri schifosi: predichino dunque pure la rinuncia alla vita e se ne vadano alla malora!
Sono i tisici dell'anima: appena nati cominciano a morire e si volgono verso dottrine di stanchezza e di rinuncia.
Vogliono essere morti, e noi dovremmo realmente salutare con gioia questa loro volontà! Guardiamoci bene dallo svegliare i morti e profanare i viventi sarcofagi!
Incontrano un malato o un vecchio o un cadavere; è subito dicono: 'Ecco la confutazione della vita!'
Ma sono essi i confutati, il cui occhio scorge soltanto un volto dell'esistenza.
Avvolti nella loro pesante gravità, vanno alla ricerca delle piccole occasioni funebri: aspettano e digrignano i denti.
Oppure cercano lo zuccherino, e intanto si prendono .gioco del loro infantilismo: s'attaccano alloro fuscello di vita e ridono del fatto di stare attaccati a un fuscello.
La loro saggezza suona così: Pazzo chi resta in vita; e pazzi appunto siamo noi! Questa è in realtà la più grande follia della vita!'
'La vita è soltanto dolore': così dicono altri; e non mentono: cercate dunque di smetterla! Cercate di far sì che essa si spenga, se è soltanto dolore!
E così suoni la dottrina della vostra virtù: 'Tu devi uccider te stesso! Ti devi sottrarre alla vita con le tue mani!'
'La volùttà è peccato', così dicono gli uni, che predicano la morte; 'lasciateci camminare sull'orlo della strada senza generare figlioli!'
'Generare è penoso' dico gli altri; 'a quale scopo generare ancora? Non si generano che dei disgraziati!' E anch'essi sono predicatori di morte. -
'Occorre la compassione' dicono i terzi. 'Prendete ciò che io ho! Prendete ciò che io sono! Tanto meno mi legherà la vita!'
Se fossero veramente uomini compassionevoli, cercherebbero di togliere la vita al loro prossimo. Essere cattivi sarebbe infatti in tal caso la loro vera bontà.
Ma vogliono soltanto liberarsi della loro vita: e che importa loro di legarvi tanto più agli altri con le loro catene e i loro doni!
E anche voialtri, per cui la vita e affannoso lavoro e inquietudini: non siete stanchi della vita? Non siete maturi per la predicazione della morte? Voi tutti che amate il lavoro accanito e la rapidità, il nuovo, l'inusato, in fondo riuscite a sopportarvi male, la vostra laboriosità è maledizione e volontà di dimenticarsi.
Se credeste di più alla vita vi dareste meno in preda al nomento. Ma non avete abbastanza stoffa per saper aspettare, e neanche per saper essere pigri! Da ogni parte risuona la voce di coloro che predicano la morte: e la terra piena di coloro a cui è necessano predicare la morte. Oppure ‘la vita eterna': che per me è la stessa cosa, verso cui essi si avviano in fretta!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA GUERRA E DELLA MASSA DEI GUERRIERI
"Dai nostri migliori nemici noi non vogliamo essere risparmiati, e neppure da quelli che noi amiamo dal fondo del cuore. Lasciate dunque che io vi dica la verità!
Fratelli miei in guerra! Io vi amo dal profondo del cuore, io sono ed ero vostro pari. E sono anche il vostro migliore nemico Lasciate dunque che io vi dica la verità!
Io ben conosco l'odio e l'astio dei vostri cuori. Voi non siete sufficientemente grandi per poter ignorare l'odio e l'astio. Ma siate almeno abbastanza grandi per non vergognarvi di loro!
E se non potete essere santi della cognizione, siatene per lo meno i guerrieri. Essi sonò i compagni e i precursori di tale santità.
Io vedo molti soldati: potessi scorgere molti guerrieti: 'Uni-forme' si chiama quella che portano: potesse essere non 'uni-forme' ciò che si nasconde sotto di essa!
Voi per me dovete essere quelli il cui occhio seinpre ricerca un nemico - il vostro nemico. E in qualcuno di voi l'odio divampa al primo sguardo. Il vostro nemico dovete cercarvi, la vostra guerra dovete condurre, e per i vostri ideali! E se il vostro ideale soccombe, pur tuttavia la vostra buona fede dovrà gridare al trionfo!
Dovete amare la pace come un mezzo per nuove guerre. E la pace breve più che la lunga. Non vi consiglio il lavoro, ma il combattimento.
Non vi consiglio la pace, ma la vittoria.
Sia il vostro lavoro un combattimento, la vostra pace una vittoria!
Non si può tacere e starsene tranquillamente seduti, se non con la freccia e l'arco al fianco: altrimenti si fanno chiacchiere e si litiga. La vostra pace sia una vittoria!
Voi dite che è la buona causa che santifica la guerra. Ma io vi dico che è la buona guerra che santifica qualunque causa.
La guerra e il coraggio hanno compiuto cose più grandi che l'amore del prossimo. Non la vostra compassione, ma il vostro valore fino ad ora ha salvato le vittime.
'Che cosa, è buono?' voi chiedete. Essere valoroso è buono. Lasciate che le ragazzette dicano che essere buono è ciò che è insieme grazioso e toccante.
Vi considerano senza amore: ma il vostro cuore è puro, e io amo il pudore della vostra cordialità. Voi avete vergogna del vostro flusso, e altri hanno vergogna del loro riflusso.
Siete brutti? Ebbene, fratelli miei, avvolgetevi nel sublime, che è il mantello della bruttezza!
Quando il vostro spirito diverrà grande, diverrà anche temerario, e nella vostra sublimità vi sarà della malvagità. Io vi conosco.
Nella malvagità si incontrano il temerario con il debole. Ma si fraintendono l'un l'altro. Io vi conosco.
Voi dovete avere solo nemici da odiare, non nemici da disprezzare. Dovete essere orgogliosi del vostro nemico: allora le vittorie del vostro nemico saranno anche le vostre vittorie.
Rivolta: questa è la distinzione dello schiavo. La vostra distinzione sia l'obbedienza! Il vostro stesso comando sia l'obbedienza!
A un buon guerriero suona più gradito 'tu devi' che 'io voglio'. E tutto ciò che a voi è caro, voi dovete lasciare che prima ve lo comandino.
Il vostro amore alla vita sia amore alla vostra speranza più alta: e la vostra speranza più alta sia il più alto ideale della vita!
Ma il vostro più alto ideale voi dovete lasciarvelo comandare da me: esso dice che l'uomo è qualcosa che deve essere superato.
Dunque, vivete la vostra vita di obbedienza e di guerra! Che importa una lunga vita? Quale guerriero vuole mai essere risparmiato?
Io non vi risparmierò, perché vi amo dai profondo, del cuore, o miei fratelli nella lotta!"
Così parlò Zarathustra.
DEL NUOVO IDOLO
"Da qualche parte esistono ancora popolazioni e greggi, ma non da noi, fratelli miei; noi abbiamo degli Stati.
Stato? Che cosa è mai? Ebbene! Aprite le orecchie, perché sto per dirvi la mia parola sulla morte dei popoli.
Stato si chiama il più freddo di tutti i freddi mostri. Freddo anche nel mentire; una menzogna che lingueggia dalla sua bocca: 'Io, lo Stato, sono il popolo'.
È una menzogna! Creatori erano coloro che crearono i popoli e trasmisero in loro una fede e un amore: e così servirono la vita.
Ma distruttori sono questi che tendono trappole e le chiamano Stato e vi appendono sopra una spada con cento avidità.
Dove esiste ancora un vero popolo, questi non ammette Stato, che anzi odia come una iettatura e un peccato contro il costume e il diritto.
Io vi do questo segno: ogni popolo parla il suo linguaggio del bene e del male: il vicino non lo cornprende. E quello infatti un parlare che si è inventato da sé, secondo il costume e il diritto.
Ma lo Stato mente in tutte le lingue riguardo al bene e al male: mente, qualunque cosa dica; e anche ciò che ha lo ha rubato.
Tutto in lui è falso; eon denti rubati morde, il mordace. Persino le sue interiora sono false.
La corruzione delle espressioni sia del bene che del male è il contrassegno dello Stato. Invero questo contrassegno indica volontà di morte. E in realtà, attrae i predicatori di morte!
Molti, troppi sono stati messi al mondo: per i superflui è stato creato lo Stato!
Guardate, dunque, come esso li alletta, i superflui! Come li inghiottisce e li mastica e li rimastica!
'Sulla terra nulla vi è più grande di me: io sono il dito ordinatore di Dio': così rugge la belva. E cadono in ginocchio non soltanto coloro che hanno lunghi orecchi e vista corta!
Ohimè, anche a voi, grandi anime, mormora le sue tristi bugie! Ohimè, individua i cuori ricchi, che si sanno prodigare!
Sì, ha individuato anche voi, o vincitori dell'antico Dio! Voi vi siete stancati nel combattimento, e ora la vostra stanchezza serve al nuovo idolo!
'Desidera circondarsi di eroi e uomini d'onore, il nuovo idolo! Ben volentieri si delizia della luce solare delle coscienze pulite, la fredda bestia!
Tutto vi vuole dare, se voi lo adorate, il nuovo idolo: così acquista la magnificenza delle vostre virtù e lo sguardo dei vostri occhi orgogliosi.
E con voi egli vuole adescare le moltitudini in eccesso! È un'opera infernale che così è stata inventata, un cavallo di morte, tintinnante nelle guarnizioni di onorificenze divine! -
Una morìa per molti è stata così ideata, che si pavoneggia come vita: ma in realtà è un servizio reso dal cuore a tutti i predicatori di morte!
Ecco lo Stato, dove tutti bevono veleno, buoni e cattivi: lo Stato, dove tutti si perdono, buoni e cattivi: lo Stato, dove il lento suicidio di tutti si chiama 'vita'.
Guardateli, questi superflui! Essi si rubano le opere degli inventori e i tesori dei saggi: chiamano istruzione il loro furto, e tutto diviene per causa loro malattia e sconcezza!
Guardateli, questi superflui! Sono sempre malati, vomitano la loro collera e la chiamano 'giornale'. Si divorano l'un l'altro e non riescono neppure a digerirsi.
Guardateli, questi superflui! Si procurano ricchezze e con queste divengono più poveri. Vogliono autorità, e prima ancora la leva del potere, molto denaro; gli impotenti!
Guardate come si arrampicano, le agili scimmie! Si avviticchiano l'una sull'altra e così si trascinano nella melma e nell'abisso.
Tutti vogliono giungere al trono: questa è la loro follia; come se la felicità fosse sul trono! Spesso sul trono c'è invece la melma; spesso anche il trono è ñella melma. -
Tutti pazzi e scimmie, tutti sovreccitati. Il loro idolo, la fredda bestia, puzza: tutti puzzano per me, gli idolatri.
Fratelli miei, volete forse asfissiare nelle, esalazioni delle loro bocche e della loro avidità? Piuttosto rompete la finestra e balzate all'aperto.
Fuggite sulla strada al cattivo odore! Fuggite l'idolatria dei superflui!
Fuggite sulla strada al cattivo odore! Fuggite dal vapori di questi sacrifici umani!
Ancora oggi la terra è libera per le grandi anime.
Liberi sono anche molti luoghi per i solitari e le anime gemelle, intorno a cui soffia l'odore di tranquilli mari.
C'è ancora una vita libera per le grandi anime. Chi poco possiede, tanto meno è posseduto: sia lodata dunque la piccola povertà!
Dove lo Stato finisce, comincia l'uomo che non è superfluo: comincia il canto della necessità, la melodia singolare e irrepetibile.
Là dove lo Stato finisce, guardate dunque là, fratelli miei! Non vedete l'arcobaleno e il ponte del Superuomo?"
Così parlò Zarathustra.
DELLE MOSCHE DEL MERCATO
"Fuggi, amico mio, nella solitudine! Io ti vedo stordito dal chiasso dei grandi uomini e punzecchiato dagli aculei dei piccoli.
Il bosco e la roccia sapranno degnamente tacere con te. Sii simile all'albero che tu ami, quello dall'ampia ramaglia: che è sospeso quieto sul mare e silenzioso ascolta.
Dove finisce la solitudine, comincia il mercato; e dove comincia il mercato, comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche velenose.
Nel mondo, le cose migliori non sono utili a nulla, senza che qualcuno le rappresenti: il popolo chiama grandi uomini i commedianti.
Il popolo capisce poco la grandezza, cioè la creazione. Ma ha senso per tutti i commedianti e gli attori drammatici di cose grandi.
Ma il mondo fa pernio intorno agli scopritori di nuovi valori: vi gira intorno invisibilmente. Il polo e la fama girano invece intorno agli attori orpmmatici: così 'va il mondo'.
L'attore drammatico ha spirito, ma ha poca coscienza dello spirito. Crede sempre in ciò con cui riesce più fortemente a far credere gli altri: credere in se stesso!
Domani ha una nuova fede e dopodomani un'altra. Ha sensi irascibili, come il popolo, e umore volubile.
Chiama 'dimostrare' il distruggere. E 'persuadere' il far impazzire. E il sangue gli sembra la migliore delle ragioni.
Una verità che penetri solamente in orecchie fini la chiama bugia e nullità. In realtà, egli non crede che agli dèi che fanno un gran rumore nel mondo!
Il mercato è zeppo di gravi burloni, e il popolo si gloria dei suoi grandi uomini essi sono per lui i signori dell'ora.
Ma l'ora li spinge: ed essi ti spingono a loro volta. E anche da te vogliono un sì o un no. Ahimè, forse che tu vuoi metterti a sedere su una sedia in mezzo al pro e al contro?
Non essere geloso di questi assolutisti e violenti, tu, amante della verità! Giammai la verità si è appesa al braccio di un assolutista. ' Fuggi i burloni e torna indietro verso la tua sicurezza: solo sul mercato possono aggredirti con un sì o un no.
Lento è il processo dl maturazione in tutti i pozzi profondi: bisogna saper attendere a lungo, per sapere che cosa è caduto nelle loro profondità.
Tutte le grandi cose accadono fuori dal mercato e dalla fama: gli scopritori di nuovi valori sono sempre vissuti lontani dal mercato e dalla fama.
Fuggi, amico mio, nella tua solitudine: io ti vedo punzecchiato dalle mosche velenose. Fuggi lassù dove spira una forte e rude atmosfera!
Fuggi nella tua solitudine! Sei vissuto troppo a lungo vicino ai piccoli e ai meschini. Fuggi la loro invisibile vendetta! Contro dite essi non possono se non vendicarsi!
Mai più alzerai il braccio contro di loro! Essi sono innumerevoli, e non è tuo compito fare lo scacciamosche. -
Innumerevoli sono i piccoli e i meschini; e più d'un superbo edificio è crollato a causa delle gocce di pioggia e dell'erbaccia che vi cresceva intorno.
Tu non sei una pietra, ma già sei scavato dalle molte gocce. Le troppe gocce potrebbero spezzarti e farti scoppiare.
Io ti vedo stanco di queste mosche velenose, ti scorgo punto a sangue in cento luoghi; e il tuo orgoglio non vuole neppure adirarsi.
Desiderano con tutta innocenza il sangue, bramano sangue le loro anime anemiche; e così ti punzecchiano in tutta innocenza.
Ma tu; profondo, tu soffri troppo profondamente anche delle piccole ferite; e prima ancora che tu guarisca, il medesimo Verme velenoso finisce per strisciarti sulla mano.
Tu sei troppo orgoglioso per uccidere questi golosi. Ma bada di non dover poi sopportare il destino della loro velenosa ingiustizia!
Ronzano intorno a te anche con la loro lode: ma la loro lode non è che invadenza. Vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.
Ti adulano come un dio o un demonio; gemono davanti a te come davanti a un dio o a un diavolo. Che importa? Non sono che adulatori e piagnoni.
Spesso si rivestono anche di un piacevole aspetto. Ma questa è stata sempre la prudenza dei vigliacchi. Perché i Vigliacchi sono prudenti!
Nelle loro misere anime pensano di te molte cose, perché tu desti i loro dubbi! Il molto pensare suscita dubbi.
Ti puniscono per tutte le tue virtù. Ti perdonano di vero cuore solo i tuoi errori.
Poiché tu sei indulgente e giusto, e dici: 'Sono innocenti nella loro piccola esistenza'. Ma la loro misera anima pensa: 'Colpa è ogni grande esistenza'.
Anche quando sei indulgente con loro, essi tuttavia si sentono da te disprezzati; e ricambiano i tuoi benefici con oscuri malefici.
Il tuo silenzioso orgoglio va sempre contro il loro gusto; sono felici, quando tu sei una volta così modesto da mostrarti presuntuoso.
Ciò che noi riconosciamo in un uomo, lo accendiamo in lui. Guardiamoci quindi dai piccoli!
Davanti a te essi si sentono piccoli, e la loro inferiorità cova sotto la cenere e brucia, preparando contro dite una invisibile vendetta.
Non hai osservato come spesso sono divenuti muti, quando ti sei avvicinato a loro, ed hanno perso ogni forza, come il fumo di un fuoco che sta spegnendosi?
Sì, amico mio, tu sei la cattiva coscienza per i tuoi vicini: perché essi sono indegni dite. Perciò ti odiano e desidererebbero succhiare il tuo sangue.
I tuoi vicini saranno sempre delle mosche velenose; ciò che è in te grande è appunto ciò che li rende velenosi e li accomuna alle mosche.
Fuggi, amico mio, nella tua solitudine, là dove spira una forte e rude atmosfera! Non è tuo compito fare lo scacciamosche."
Così parlò Zarathustra.
DELLA CASTITÀ
"Io amo la foresta. Nella città si vive male: vi sono troppi libidinosi.
Non è forse meglio cadere nelle mani dl un omicida, che nei sogni di una donna libidinosa?
Guardate quegli uomini: il loro sguardo dice che sulla terra non c'è nulla di meglio che stare coricato con una donna.
Melma è nel fondo delle loro anime; guai, se la loro melma possiede per caso uno spirito!
Foste almeno interamente bestie! Ma alla bestia appartiene l'innocenza.
Forse che io vi consiglio di uccidere i vostri sensi?
Vi consiglio solo l'innocenza dei sensi.
Forse che io vi consiglio la castità? La castità in alcuni è una virtù, ma in altri è quasi un vizio.
Taluni si astengono: ma la cagna della sensualità occhieggia con astio da tutto ciò che essi fanno.
Persino nelle alture della loro virtù e fin nel freddo del loro spirito li segue questa bestia con la sua inquietudine.
E come ci sa fare la cagna della sensualità nel mendicare un pezzetto di spirito, quando le si rifiuta un pezzetto di carne!
Voi amate le tragedie e tutto ciò che spezza il cuore? Ma io nutro forti sospetti a proposito della vostra cagna.
Voi avete occhi troppo terribili e guardate avidi i sofferenti. Forse che la vostra libidine si è travestita e si chiama compassione?
E vi dedico anche questa allegoria: non pochi, che vollero scacciare il loro diavolo, finirono essi stessi tra i maiali.
A colui il quale la castità riesce pesante, bisogna sconsigliarla, affinché non divenga per lui la strada dell'inferno, della melma e della concupiscenza dell'anima.
Parlo forse di cose sudice? Non è questa la cosa peggiore.
Non quando la verità è sudicia, ma quando essa è superficiale, chi conosce scende di mala voglia nelle sue acque.
In realtà, vi sono alcuni che sono casti nell'intimo: ma essi sono più indulgenti di cuore, ridono più volentieri e più spesso di vol.
Essi ridono anche della castità e si chiedono: 'Che cosa è la castità?
Non è forse una pazzia? Ma questa pazzia è venuta a trovarci, non siamo stati noi a cercarla.
Abbiamo dato ad essa la nostra ospitalità e il nostro cuore: ora essa abita con noi, e può rimanervi quanto desidera!’ "
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMICO
" ‘Uno è sempre intorno a me' pensa l'eremita. 'Sempre uno via uno: questo alla fine produce il due!
Io e Me siamo sempre in premuroso colloquio: come sopportare ciò, senza un amico?'
L'amico per l'eremita è sempre il terzo: il terzo è il sughero che impedisce che il colloquio tra i due cada nel fondo.
Ahimè tutti gli eremiti hanno troppa profondità. Perciò bramano tanto un amico e le sue alture.
La nostra fede negli altri tradisce ciò in cui noi desideriamo credere. La nostra brama di un amico ciò che ci tradisce.
Spesso si vuole con l'amore superare l'invidia. Spesso si finisce per aggredire e farsi un nemico, solo per celare la nostra vulnerabilità.
'Sii almeno mio nemico!' Così parla il vero rispetto, che non osa domandare amicizia.
Se si vuole davvero un amico, bisogna anche avere il coraggio di scendere in guerra per lui: e per eondurre una guerra, bisogna saper essere nemio.
Bisogna onorare il proprio amico anche nel nemico.
Puoi forse avvicinarti al tuo amico senza passare dalla sua parte?
Nel proprio amico si deve avere il proprio miglior nemico. Devi essergli il più vicino possibile con il cuore quando ti opponi a lui.
Vuoi presentarti al tuo amico senza abiti? E fare onore al tuo amico, ché tu ti presenti a lui come sei? Egli così ti manderà al diavolo!
Chi non sa nascondere, indigna: tante sono le ragioni per nascondere la vostra nudità! Solo se foste degli dèi avreste il diritto di vergognarvi dei vostri abiti!
Tu non ti acconcerai mai abbastanza bene per il tuo amico: infatti tu devi essere per lui un dardo e un desiderio ardente verso il Superuomo.
Hai mai guardato il tuo amico dormire, per conoscere come è fatto? Che cosa è invece d'ordinario il volto del tuo amico? È il tuo proprio volto, rispecchiato in uno specchio rozzo e imperfetto.
Hai mai guardato il tuo amico dormire? E non ti sei spaventato che avesse quell'aspetto? Oh, amico mio, l'uomo è qualcosa che deve essere superato.
L'amico deve essere maestro nell'indovinare e nel tacere: tu non devi voler vedere ogni cosa. Il tuo sogno ti sveli ciò che il tuo amico fa da sveglio.
L'indovinare sia la tua compassione; affinché tu sappia prima se il tuo amico vuole compassione. Forse egli ama in te l'occhio puro e lo sguardo dell'eternità.
La compassione per l'amico si deve nascondere sotto una ruvida scorza; in lui dovrai trovare di che romperti i denti. Così le cose appariranno dolci e fini.
Sei tu aria pura e solitudine e pane e medicina per il tuo amico? Qualcuno non riesce a spezzare le proprie catene, e tuttavia è un redentore per il proprio amico.
Sei tu uno schiavo? In tal caso tu non puoi essere amico. Sei un tiranno? In tal caso tu non puoi avere amici.
Troppo a lungo nella donna si celarono uno schiavo e un tiranno. Perciò la donna non è ancora capace di amicizia; essa conosce solo l'amore.
Nell'amore della donna è ingiustizia e cecità per tutto ciò che essa non ama. E anche nell'amore cosciente della donna c'è sempre, insieme con la luce, aggressione, lampo, e notte.
La donna non è ancora capace di amicizia: le donne sono sempre gatte, e uccelli. O, nel migliore dei casi, vacche.
La donna non è ancora capace di amicizia. Senonché, ditemi, o uomini, chi di voi è mai capace di amicizia?
O quanta miseria in voi, o uomini, e quanta avarizia dell'anima!. Ciò che voi date all'amico, io la darei anche al mio nemico, e non ne diverrei per questo più povero.
Esiste il cameratismo: potesse esistere anche l'amicizia!"
Così parlò Zarathustra.
DEI MILLE E UN LIMITE
"Zarathustra vide molti paesi e molti popoli: scoprì così il bene e il male di molti popoli. Né Zarathustra trovò una forza più grande sulla terra del bene e del male.
Nessun popolo potrebbe vivere, se non sapesse giudicare il bene e il male; ma se vuole sopravvivere, non dovrà giudicare allo stesso modo del suo vicino.
Molte cose che da un popolo sono credute buone, da un altro sono ritenute scherno e infamia: così ho visto. Ho visto qui molte cose ritenute cattive che là sono circondate da purpurei onori.
Giammai un vicino comprende l'altro: sempre si stupisce nel suo animo della follia e della malvagità del vicino.
Una tavola dei valori pende sopra ogni popolo. Ma una tavola delle proprie vittorie su se stesso; è là voce della sua volontà dl potenza.
E per lui degno di lode ciò che gli appare arduo; egli chiama buono ciò che è difficile e proibito: ciò che io libera dal massimo affanno, il raro, il difficile: e lo tiene in conto di sacro.
Ciò che lo fa dominare, ciò che lo fa regnare, vincere e splendere, con raccapriccio e invidia dei suoi vicino: questo è per lui il supremo, la cosa prima, la misura, il senso di tutte le cose.
In realtà, fratello mio, se tu conoscessi l'affanno: di un popolo e la sua terra e il cielo e il suo vicino: tu indovineresti di certo la legge dei suoi valori, e perché egli salga questa scala verso le sue speranze.
'Tu devi essere sempre il primo, e superare gli altri: la tua gelosa anima non deve amare nessuno,i tranne l'amico': ciò faceva tremare l'anima a un greco: e così egli marciava sul sentiero della grandezza.
'Dire la verità e destreggiarsi bene con l'arco e lei frecce': ciò sembrò al tempo stesso caro ed arduo a quel popolo [persiano] dal quale proviene il mio nome; ii nome che mi è al tempo stesso caro e pesante.
'Onorare il padre e la madre ed essere pronto a fa re la loro volontà fino alle radici dell'anima': que sta tavola della vittoria su se stessi se la impose un altro popolo [ebreo], e con ciò divenne potente ed eterno.
'Dimostrare fedeltà, e per amore della fedeltà porre l'onore e il sangue anche in cose cattive e pericolose'; con questa dottrina, un altro popolo vinse se stesso, e così facendo divenne gruvido e pesante di grandi speranze [rif. Al popolo tedesco].
In realtà, gli uomini offrirono a se stessi tutto il bene e tutto il male. In realtà, essi non lo assunsero semplicemente, non lo trovarono, non cadde loro come una voce dl cielo.
Fu l'uomo ehe pose un valore nelle cose, per sopravvivere; che per primo diede un senso alle cose: un umano senso! Perciò egli si chiama 'uomo', cioè: l'apprezzatore.
Stimare è creare: uditelo, o creatori! Stimare è di per sé il tesoro e il gioiello di tutte le cose stimate. Per mezzo della stima esiste il valore: e senza il valore il nocciolo dell'esistenza sarebbe vuoto. Uditelo, o creatori! Permutazione di valori significa permutazione di creazione. Sempre distrugge chi vuole essere un creatore.
Creatori furono dapprima i popoli, poi i singoli; in realtà, il singolo stesso è l'ultima delle creazioni. Un tempo i popoli posero sopra di sé una tavola del bene. L'amore che vuoi dominare e l'amore che vuole obbedire si crearono insieme queste tavole.
Più antico è l'entusiasmo, per la massa, che il piacere dell'Io: e finché la buona coscienza si chiama massa, solo la cattiva coscienza dice: Io.
In realtà, l'Io scaltro, senza amore, che ricerca il proprio vantaggio nel vantaggio altrui: questo Io non è l'origine della massa, bensì il suo tramonto.
Gli amanti e i creatori crearono il bene e il male. Fuoco d'amore e fuoco d'ira arde in tutti i nomi di virtù.
Zarathustra vide molti paesi e molti popoli: ma nessuna potenza più grande Zarathustra trovò sulla terra che le opere degli amanti: e il loro nome è ‘bene' e 'male'.
In realtà, una mostruosità è la potenza della lode e del biasimo. Dite, fratelli, chi mal la soggiogherà? Dite, chi potrà gettare il giogo su questa bestia dalle mille teste?
Mille obiettivi ci furono finora, poiché ci furono mille popoli. Solo il giogo delle mille teste ora manca, manca l'unico obiettivo. L'umanità è ancora senza obiettivo.
Ma ditemi dunque, fratelli miei: se all'umanità manca ancora lo scopo, non manca anche essa stessa?"
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMORE DEL PROSSIMO
"Voi fate ressa intorno al vostro prossimo e in cambio ne ricevete belle parole. Ma io vi dico: il vostro amore del prossimo non è che il cattivo. amore per voi stessi.
Voi vi rifugiate presso il prossimo fuggendo voi stessi, e desiderate anche fare di ciò una virtù: ma io intuisco il vostro 'altruismo'.
Il Tu è più vecchio dell'Io; il Tu è stato proclamato sacro, ma l'Io non ancora: perciò l'uomo fa ressa intorno al prossimo.
Forse che io vi consiglio l'amore per il prossimo? Piuttosto vi consiglio la fuga dal prossimo e l'amore per i più lontani!
Al di sopra dell'amore per il prossimo c'è l'amore per il più lontano e per il futuro; al di sopra dell'amore per gli uomini, stimo l'amore per le cose e per i fantasmi.
Questó fantasma che ti precede, fratello mio, è più bello di te; perché tu non gli doni la tua carne e le tue ossa? Ma hai paura di lui e corri dal tuo prossimo.
Voi non vi sopportate e non vi amate abbastanza: ed ecco che volete invogliare il vostro prossimo all'amore e fregiarvi del suo errore.
Io vorrei che voi non andaste d'accordo col vostro prossimo e con i suoi vicini; così sareste costretti a crearvi da voi stessi il vostro amico e il suo cuore traboccante.
Quando volete parlar bene di voi stessi, invitate un testimone; e solo quando lo avete indotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi.
Non mente solamente colui che parla contro la sua coscienza, ma a maggior ragione, colui che parla contro la sua incoscienza. E così voi parlate nelle vostre relazioni e con voi ingannate anche il vicino.
Così parla il folle: 'Il rapporto con gli uomini corrompe il carattere, soprattutto quando non se ne ha'.
L'uno va verso il prossimo perché cerca se stesso; e l'altro perché desidera perdersi. Il vostro cattivo amore per voi stessi fa della vostra solitudine una prigionia.
I più lontani sono coloro che pagano il vostro amore per il prossimo; non appena vi trovate in cinque, il sesto deve sempre morire.
Io non amo neppure le vostre feste: vi scorgo troppi attori; e anche gli spettatori spesso hanno un aspetto da attori.
Io non vi insegno a trovare il prossimo, ma l'amico. L'amico sia per voi la festa della terra e un presentimento del Superuomo.
Io vi insegno a trovare l'amico e il suo cuore traboccante. Ma bisogna essere disposti a divenire una spugna, se vogliamo essere amati da cuori traboccanti.
Vi insegno a trovare l'amico, nel quale sta un mondo finito, un guscio del bene; l'amico creatore, che ha sempre un mondo compiuto da elargire.
E come il mondo per lui rotola in pezzi, così anche si riforma in nuovi giri, come il divenire del bene dal male, come il divenire dei fini dal caso.
Il futuro e il remoto siano la ragione del tuo oggi: nel tuo amico devi amare il Superuomo come l'origine di te stesso.
Fratelli miei, io non vi consiglio l'amore del prossimo: io vi consiglio l'amore del più lontano."
Così parlò Zarathustra.
DELLA VIA DEL CREATORE
"Vuoi tu, fratello mio, ritirarti in solitudine? Vuoi tu cercare da te stesso la via? Indugia ancora un poco e ascoltami.
'Chi cerca, perde facilmente se stesso. Ogni isolamento è colpa': così parla la massa. E tu appartieni da lungo tempo alla massa.
La voce della massa risuonerà ancora in te. E quando tu dirai: 'Io non sono più una sola coscienza con voi', le tue parole risuoneranno come un lamento e un dolore.
Vedi, questo tuo dolore lo generò la coscienza una: e l'ultimo barlume di questa coscienza brilla ancora sulla tua malinconia.
Ma tu vuoi andare per la via della tua malinconia, che è la via verso te stesso? Mostrami dunque il tuo diritto e la tua forza.
Sei tu una nuova forza e un nuovo diritto? Un moto primario? Una ruota che gira da sé? Puoi anche forzare gli astri a fare perno intorno a te?
Ah, è tanta la cupidigia delle tue altitudini! Tanto lo spasimo degli ambiziosi! Dimostrami che non sei cupido e ambizioso!
Ah, vi sono tanti altri pensieri che non fanno niente più di un mantice: soffiano e rendono sempre più vuoti.
Tu ti dici libero? Voglio udire da te il tuo pensiero dominante e non che tu sei sfuggito da un giogo.
Sei poi tu tale, da avere il diritto di sfuggire al giogo? Vi sono taluni che gettano via la loro ultima opera, e con essa la loro servitù.
Libero da che cosa? Che importa ciò a Zarathustra! Chiaro me lo deve dire il tuo occhio: libero a che scopo?
Puoi tu dare a te stesso il tuo male e il tuo bene e appendere sopra te stesso la tua volontà come una legge? Puoi tu essere giudice di te stesso e vendicatore della tua legge?
È terribile l'essere solo con il giudice e il vendicatore della propria legge. Così è lanciato un astro nel desolato spazio e nel gelido alito della solitudine.
Oggi tu soffri ancora a causa dei molti, tu, l'uno: oggi tu hai ancora tutto il tuo coraggio e le tue speranze.
Ma un giorno l'isolamento ti renderà stanco, un giorno il tuo orgoglio ti piegherà e il tuo coraggio si sgretolerà. Allora tu griderai: 'Io sono solo!'
Un giorno tu non vedrai più la tua altezza e sentirai troppo vicino quanto in te è basso; la tua stessa sublimità ti farà paura come un fantasma. Allora tu griderai: 'Tutto è falso!'
Vi sono sentimenti che cercano di uccidere il solitario; se non vi riescono, sono condannati a morire! Ma tu sapresti essere un assassino?
Tu conosci bene, fratello mio, la parola 'disprezzo'. E l'angoscia della tua giustizia, del dover essere giusto verso coloro che ti disprezzano?
Tu costringi molti a mutare opinione nei tuoi riguardi; di ciò ti fanno gran carico. Tu sei giunto loro vicino, ma sei passato oltre: non te lo perdoneranno mai.
Sei passato oltre: ma quanto più tu sali in alto, tanto più piccolo l'occhio dell'invidia ti vede. Il trasvolatore è odiato più di tutti.
'Come volevate essere giusti con me!' tu devi dire. 'Io eleggo la vostra ingiustizia come la parte che mi spetta!'
Ingiustizia e sudiciume essi vomitano sul solitario: ma, fratello mio, se tu vuoi essere un astro, non devi per questo meno illuminarli!
E guardati poi dai buoni e dai giusti! Ben volentieri essi crocifiggono quelli che si trovano da se stessi le proprie virtù; odiano il solitario.
Guardati anche dal santo candore! Tutto ciò che non è ingenuo, gli appare profano; gioca anche volentieri con il fuoco, con i roghi.
E guardati altresì dagli attacchi del tuo amore! Troppo velocemente il solitario stende la mano a chi incontra.
A certi uomini tu non devi dare la mano, ma solo la zampa: e io voglio che la tua zampa abbia anche gli artigli.
Ma il peggior nemico che tu puoi incontrare, sei sempre tu stesso; tu stesso sei, che stai in agguato nelle caverne e nelle foreste.
Solitario, tu percorri la via verso te stesso! E la via passa davanti a te stesso, e ai tuoi sette demoni!
A te stesso sembrerai eretico e indovino e folle e scettico e profano e cattivo.
Tu devi essere pronto a bruciare nella tua stessa fiamma: come ti puoi rinnovare se prima non ritorni cenere?
Solitario, tu percorri la via del creatore: un dio tu vuoi crearti dai tuoi sette demoni!
Solitario, tu percorri la via dell'amante: tu ami te stesso e perciò ti disprezzi, come sanno disprezzare gli amanti.
L'amante vuole creare, perché disprezza! Che cosa sa dell'amore, chi non ha dovuto mai disprezzare ciò che amava!
Con il tuo amore e con la tua creazione vai verso il tuo isolamento, fratello mio; più tardi la giustizia ti verrà dietro zoppicando.
Con le mie lacrime vai verso il tuo isolamento, fratello mio. Io amo colui che vuole creare oltre se stesso e così perisce."
Così parlò Zarathustra.
DELLE DONNETTE VECCHIE E GIOVANI
"Perché vai strisciando così timido, all'imbrunire, Zarathustra? E che cosa nascondi con precauzione sotto il tuo mantello?
È forse un tesoro che ti fu donato? O un bambino, che è nato? O forse tu stesso vai per la via dei ladri, tu amico dei cattivi?"
"In rèaltà, fratello mio," disse Zarathustra "è un tesoro che mi è stato donato: è una piccola verità, ciò che io porto.
Ma essa è ribelle come un giovane bimbo, e se io non le tenessi la bocca, essa griderebbe clamorosamente.
Oggi, mentre me ne andavo tutto solo per la mia via, all'ora in cui il sole discende, mi sono incontrato con una vecchia donnetta che così ha parlato alla mia anima:
'Molte cose disse Zarathustra anche a noi donne, ma non ci parlò mai della donna'.
Ed io le ho risposto: 'Ma della donna si deve parlare solo con gli uomini'.
'Parla anche a me della donna' ha ribattuto; 'io sono abbastanza vecchia, e dimenticherò presto ciò che mi dirai.'
Ed io ho compiaciuto la vecchia donnetta e così le ho parlato:
'Nella donna tutto è un enigma, e tutto nella donna ha una soluzione: questa si chiama gravidanza.
L'uomo è per la donna un mezzo: lo scopo è sempre il figlio. Ma che cosa è la donna per l'uomo?
L'uomo vero vuole due cose: il pericolo e il gioco.
Perciò egli vuole la donna, che è il giocattolo più pericoloso.
L'uomo deve essere addestrato alla guerra, e la donna per il riposo del guerriero: ogni altra cosa è follia.
Frutti troppo dolci il guerriero non li vuole. Perciò egli vuole la donna; è sempre amara anche la donna più dolce.
La donna comprende i bambini meglio di un uomo, ma l'uomo è più infantile della donna.
Nel vero uomo è nascosto un bimbo: e vuole giocare. Sù, donne, scopritemi dunque il bambino nell'uomo!
La donna sia un giocattolo, semplice e fine, simile alla gemma, illuminata dalle virtù di un mondo che ancora non è nato.
Il raggio di una stella brilli nel vostro amore! Sia la vostra speranza: Possa io partorire il Superuomo!
Nel vostro amore sia l'eroismo! Con il vostro amore lanciatevi su colui che vi fa paura.
Nel vostro amore sia il vostro onore. Altrimenti la donna poco capisce dell'onore. Ma questo sia il vostro onore: amare più di quanto siete amate, e non essere mai seconde.
L'uomo tema la donna, quando essa ama: essa fa ogni sacrificio, e ogni altra cosa è per lei senza valore.
L'uomo tema la donna, quando essa odia: perché l'uomo nel profondo dell'anima non è cattivo, ma la donna è invece malvagia.
La donna chi odia più di tutto? Così disse il ferro alla calamita: 'Io odio te più di tutto, perché tu trai a te, ma non sei abbastanza forte per trattenere.
La felicità dell'uomo si chiama: io voglio. La felicità della donnasi chiama: egli vuole.
Vedi, solo ora il mondo è divenuto perfetto! Così pensa ogni donna quando obbedisce con tutto il suo amore.
E la donna deve obbedire e trovare una profondità per la sua superficie. Superficie è l'anima della donna, una pelle mobile e impetuosa sopra un'acqua bassa.
Ma l'anima dell'uomo è profonda, la sua corrente schiumeggia nelle caverne sotterranee: la donna ne presente la forza, ma non la comprende.'
La donnetta vecchia mi ha risposto: 'Molte cose belle ha detto Zarathustra, soprattutto per quelle che sono ancora abbastanza giovani.
È strano, Zarathustra conosce poco le donne, e tuttavia ha ragione in quello che dice di loro! Questo forse avviene perché alla donna nessuna cosa è impossibile?
E ora, per mio ringraziamento, ecco una piccola verità! Io sono abbastanza vecchia per donartela!
Avviluppala bene e tappale la bocca: altrimenti urlerà clamorosamente, la piccola verità.'
'Dammi, donna, la tua piccola verità!' ho esclamato. E così ha aggiunto la vecchia donnetta:
'Tu vai dalle donne"? Non dimenticare la frusta!' "
Così parlò Zarathustra.
DEL MORSO DELLA VIPERA
Un giorno Zarathustra si era addormentato sotto un albero di fico, faceva caldo, e aveva le braccia piegate sul volto. Una vipera passò e lo morse nel collo, così che Zarathustra urlò dal dolore. Come ebbe tolto le braccia dal volto, guardò il rettile: allora questi riconobbe gli occhi di Zarathustra, si contorse impacciato e voleva fuggir via. "No" disse Zarathustra; "ancora non hai avuto il mio ringraziamento! Tu mi hai svegliato a tempo, la mia strada è ancora lunga." "La tua strada è ormai breve, disse cattiva la vipera; "il mio veleno uccide." Zarathustra sorrise. "Quando mai un drago è morto per il veleno di un rettile?" disse. "Ma riprenditi il tuo veleno! Tu non sei abbastanza ricca, per donarmelo." Allora la vipera si gettò di nuovo sul suo collo e gli leccò la ferita.
Come Zarathustra, una volta, narrò ciò ai suqi discepoli, questi gli chiesero: "E quale, o Zarathustra, è la morale di codesto racconto?" Zarathustra così rispose:
"I buoni e i giusti mi chiamano l'annullatore della morale: il mio racconto è immorale.
Ma se voi avete un nemico, non rendetegli bene per male: ciò lo farebbe vergognare. Bensì dimostrategli che egli vi ha fatto qualcosa di bene.
E piuttosto andate in collera con qualcuno, che farlo vergognare! E e qualcuno vi inveisce contro, a me non piace affatto che voi vogliate benedire. Meglio che inveiate un po' anche voi!
E se vi hanno fatto un grosso torto, subito ricambiatelo con cinque piccoli! È terribile lo spettacolo di colui che, tutto solo, è oppresso dall'ingiustizia.
Sapevate già questo? Un'ingiustizia condivisa è come una mezza giustizia. Prenda su di sé l'ingiustizia colui che può sopportarla!
Una piccola vendetta è più sopportabile che nessuna vendetta. E se il castigo non è anche un diritto e un onore per il trasgressore, io non so che farmene dei vostri castighi.
È più nobile darsi torto che darsi ragione, particolarmente quando si ha ragione. Però, per far questo, bisogna essere molto ricchi.
Io non voglio la vostra frigida giustizia; dietro l'occhio dei vostri giudici, io intravedo sempre il boia e la sua fredda mannaia.
Dite, dove si trova la giustizia che sia amore con occhi aperti?
Inventatemi dunque l'amore che sopporti non solo ogni punizione, ma anche ogni colpa!
Inventatemi dunque la giustizia che assolva tutti, tranne il giudice!
Volete ascoltare anche questa? In colui che vuole essere giusto fin nel profondo, anche la bugia diviene gentilezza verso gli uomini.
Ma come potrei io essere giusto fin nel profondo?
Come posso io dare a ciascuno il suo? Mi basti questo: io do a ciascuno il mio.
Infine, fratelli miei, guardatevi dal far torto agli eremiti. Come può un eremita dimenticare? Come può contraccambiare?
Un eremita è come un profondo pozzo. È facile gettarvi dentro una pietra; ma, quando questa è arrivata al fondo, dite, chi mai potrebbe riportarla fuori?
Guardatevi, dall'offendere l'eremita! Ma se l'avete fatto, allora abbiate anche il coraggio di ucciderlo!"
Così parlò Zarathustra.
DEI FIGLI E DEL MATRIMONIO
"Io ho una domanda riservata soltanto a te, fratello mio: come uno scandaglio, io lancio questa domanda nella tua anima, per sapere quanto essa sia profonda.
Tu sei giovane e desideri figli e matrimonio. Ma io ti chiedo: sei tu un uomo che ha il diritto di desiderare un figlio?
"ei tu il vittorioso, il superatore dl te stesso, il do minatore dei sensi, il signore delle tue virtù? Questo ti domando.
O forse parla nel tuo desiderio la bestia e la necessità? O l'isolamento? Oppure il disaccordo con te stesso?
Io voglio che la tua vittoria e la tua libertà mirino ad un figlio. Tu devi erigere viventi monumenti alla tua vittoria e alla tua liberazione.
Tu devi costruire al di sopra di te stesso. Ma prima devi essere costruito te stesso, squadrato nel corpo e nell'anima.
Tu non devi solo trapiantarti, ma trapiantarti in alto! A questo aiuta il giardino del matrimonio!
Tu devi creare un corpo superiore, un moto primario, una ruota che gira intorno a se stessa; tu devi creare un creatore.
Matrimonio: così io chiamo il volere di due, di creare quell'uno che è più di chi lo ha creato. Io chiamo matrimonio il rispetto reciproco di due che vogliono questa volontà.
Questo sia il senso e la realtà del tuo matrimonio. Ma ciò che i troppi i superflui chiamano matrimonio, ahimè, in qual modo chiamarlo?
Ahimè, la meschinità delle anime appaiate! Ahimè, la sozzura delle anime appaiate! Ahimè, il tristo compiacimento dei due!
Chiamano tutto questo matrimonio; e dicono che i loro matrimoni sono conclusi in cielo.
A me non importa proprio nulla di quel cielo dei superflui! No, nulla m'importa di quelle bestie prese alla rete del cielo!
Stia lontano da me anche quel Dio che si avvicina zoppicante per benedire ciò che non ha unito!
Non ridete di questi matrimoni! Quale figlio non ha un motivo per piangere dei suoi genitori?
A me, per esempio, un uomo sembra meritevole e maturo per il senso della terra: ma quando vidi la sua donna, la terra mi parve una casa di matti.
Sì, vorrei che la terra si scuotesse, quando un santo e un'oca si congiungono.
Uno andò come un eroe alla ricerca della verità, e alla fine riportò solo una piccola, ben fatta bugia. E la chiama il suo matrimonio.
L'altro era schifiltoso nei rapporti e nelle scelte. Ma una volta e per sempre rovinò la sua compagna: e questo fu il suo matrimonio.
Un altro cercava un'ancella con le virtù di un angelo. Ma all'improvviso divenne l'ancella di una donna, e ora sarebbe necessario che ritrovasse il modo di ridivenire un angelo.
Io ho sempre trovato che i compratori sono avveduti, e che tutti hanno occhi astuti. Ma anche il più scaltro compera la sua donna nel sacco.
Molte brevi follie: ecco ciò che voi chiamate amore. E il vostro matrimonio pone fine a queste piccole follie, trasformandole in una lunga stupidità.
Il vostro amore per la donna e l'amore della donna per l'uomo: ohimè, potesse essere compassione verso i sofferenti e nascosti dèi! Ma di solito non si tratta che dell'incontro di due bestie.
Sennonché, anche il vostro migliore amore è solo un'entusiastica allegoria e una penosa passione. È solo una fiaccola, che deve illuminarvi verso strade più alte.
Voi dovete un giorno amare voi stessi! Dunque è necessario che impariate prima ad amare! Perciò dovete bere l'amaro calice del vostro amore.
Amarezza è anche nel calice del miglior amore: così essa si fa anelito verso il Superuomo, così si fa tua sete, o creatore!
Sete del creatore, freccia e anelito verso il Superuomo: parla, fratello mio, è questa la tua volontà di matrimonio?
Io credo sacra una tale volontà, e sacro un tale matrimonio."
Così parlò Zarathustra.
DELLA LIBERA MORTE
"Molti muoiono troppo tardi, mentre alcuni muoiono troppo presto. Ancora suona strano l'insegnamento: 'Muori all'ora giusta!'
Muori all'ora giusta: così insegna Zarathustra.
Certo, coloro che non vissero nell'ora giusta, come potrebbero morire all'ora giusta? Non fossero mai nati! Così io consiglio ai superflui.
Ma anche i superflui si danno grandi arie con la loro morte; e anche la noce vuota vuole essere spezzata.
Tutti prendono sul serio la morte: ma la morte non è ancora una festa. Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più belle.
Io vi mostro la morte che compie e risolve, ed è uno stimolo e una solenne promessa per i viventi.
Muore vittorioso colui che realizza la sua vera morte, circondato da coloro che sperano e da coloro che giurano.
Si dovrebbe imparare a morire così, e non dovrebbe esservi festa dove chi muore così non consacrasse i giuramenti dei viventi!
Morire così è la miglior cosa, ma la seconda è morire in battaglia ed esalare una grande anima.
Odiosa al combattente come al vincitore è la vostra morte sghignazzante, che s'avvicina strisciando come una ladra, e tuttavia sopraggiunge poi come padrona.
Io lodo anche la mia morte, la libera morte, che viene perché e quando io la voglio.
Quand'è che la vorrò? Chi ha uno scopo e un erede vuole la morte al tempo giusto per il suo scopo ed il suo erede.
E per rispetto allo scopo e all'erede egli non appenderà più ghirlande secche al santuario della vita.
In realtà, io non voglio somigliare ai funaioli: essi trafilano le loro corde per lungo, e ciò nondimeno retrocedono sempre.
Taluni divengono troppo vecchi per le loro stesse verità e vittorie; una bocca senza denti non ha più il diritto di possedere tutte le verità.
E chi vuole aver fama deve per tempo congedarsi dagli onori e praticare la difficile arte: al momento giusto, andarsene.
Bisogna smettere di lasciarsi mangiare, quando si ha miglior sapore: questo sanno coloro che vogliono essere amati a lungo.
Certo, vi sono delle mele acerbe il cui destino è di aspettare fino all'ultimo giorno d'autunno: e diventano contemporaneamente mature, gialle e appassite.
A taluni invecchia prima il cuore, ad altri lo spirito. E taluni sono vecchi in gioventù: ma chi è giovane tardi si mantiene giovane a lungo.
La vita per qualcuno ha un destino infelice: un verme velenoso gli rode il cuore. Così possa scorgere quanto gli è molto più facile morire.
Qualcuno non diventa mai dolce; imputridisce già durante l'estate. È solo la vigliaccheria che lo tiene attaccato al suo ramo.
Troppa gente vive e troppo a lungo resta attaccata al suo ramo. Possa venire una bufera, che scuota dall'albero tutti i frutti putridi e rosi dal verme!
Venissero almeno del predicatori della morte rapida! Essi sarebbero per me la vera bufera e gli scuotitori degli alberi della vita! Ma il guaio è che sento predicare solo la morte lenta e la pazienza verso tutte le cose 'terrene'.
Ahimè, voi predicate la pazienza verso tutte le cose terrene? Sono proprio le cose terrene che hanno troppa pazienza con voi, sacrileghi!
Troppo presto morì quell'ebreo che predicano i predicatori della morte: e a molti fu fatale che egli morisse troppo presto.
Egli non conosceva che le lacrime e la malinconia degli ebrei, insieme all'odio dei buoni e dei giusti, l'ebreo Gesù: perciò lo assalì l'ardente desiderio della morte.
Fosse rimasto nel deserto e lontano dal buono e dal giusto! Forse avrebbe imparato a vivere, avrebbe imparato ad amare la terra, e anche il sorriso!
Credetemi, fratelli miei! Egli morì troppo presto: lui stesso avrebbe ritrattato il suo insegnaifiento, se fosse arrivato fino alla mia età! Era certo abbastanza nobile per avere il coraggio della ritrattazione!
Senonché, era ancora immaturo. Il giovane ama immaturamente, e immaturamente odia l'uomo e la terra. Legati e pesanti sono ancora in lui l'animo e le ali dello spirito.
Ma l'uomo adulto è più infantile del giovane e ha meno malinconia: e capisce meglio la morte e la vita.
La vostra morte non sia una maledizione agli uomini e alla terra, fratelli miei: questo io chiedo pregando al miele delle vostre anime.
Nella vostra morte bruci ancora il vostro spirito e la vostra virtù, come un rosso tramonto discende sulla terra: o altrimenti la vostra morte non vi è riuscita.
Così voglio morire io stesso, affinché voi, amici, per amor mio, amiate di più la terra; e terra voglio tornare, trovando la pace in colei che mi generò.
In realtà, Zarathustra ebbe uno scopo, che era quello di lanciare la sua palla; voi, amici miei, siete gli eredi del mio scopo; a voi io lancio la palla d'oro.
Più caro di tutto io ho, amici miei, vedere voi che lanciate la palla d'oro! E così mi trattengo ancora un po' sulla terra: perdonatemi!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA VIRTÙ DISPENSATRICE
Quando Zarathustra ebbe preso congedo dalla città, che era cara al suo cuore e il cui nome era "La vacca variopinta", lo seguirono molti che si dicevano suoi discepoli, e lo scortarono. Così giunsero ad un crocevia: là Zarathustra disse loro che ormai voleva andare solo; poiché era amico dei cammini solitari. Ma i suoi discepoli gli offrirono, nel congedo, un bastone, la cui impugnatura d'oro raffigurava un serpente attorcigliato intorno al sole. Zarathustra fu lieto del bastone e vi si appoggiò; poi parlò così ai suoi discepoli:
"Ditemi dunque: come l'oro è pervenuto ad essere il valore supremo? Poiché è straordinario e inutile e lucente e tenero nel suo splendore; e sempre si dona.
Solo in questo simbolo della suprema virtù, l'oro è pervenuto al supremo valore. Come oro brilla lo sguardo del donatore. Lo splendore dell'oro stringe amicizia tra la luna e il sole.
La virtù suprema è straordinaria e inutile, è lucente e indulgente nel suo splendore: una virtù elargitrice è la suprema virtù.
In realtà, io leggo bene in voi, miei discepoli; voi mirate, come me, alla virtù elargitrice. Che cosa potreste avere in comune con i gatti e i lupi?
Questa è la vostra sete; divenire voi stessi vittime e doni: e perciò avete sete di accumulare ogni ricchezza nella vostra anima.
La vostra anima insaziata mira a tesori e a gioiellì, perché la vostra virtù non si sazia mai di voler donare.
Costringete tutte le cose a venire verso di voi e in voi, perché esse rifluiscano dalla vostra fonte come doni del vostro cuore.
In realtà, questo amore elargitore deve mutarsi in ladro di tutti i valori; ma io lo chiamo egoismo sacrosanto.
Vi è un altro egoismo, misero, affamato, che vuole sempre rubare; l'egoismo del malato, l'egoismo morboso.
Con occhio di ladro guarda tutto ciò che brilla; con l'avidità della fame squadra colui che ha doviziosamente da mangiare; e sempre striscia intorno alla tavola del donatore.
Una malattia, una indigestione si cela in quell'avidità; non è che espressione di un corpo malato la furtiva avidità di questo egoismo.
Ditemi, fratelli miei: che cosa è per noi la cosa peggiore? Non la DEGENERAZIONE? E sempre finiamo per imbatterci in una degenerazione, dove manca l’anima donatrice.
La nostra strada va verso l'alto, dalla specie alla superspecie. Ma ci fa orrore il senso degenerato, che dice: 'Tutto per me'.
Il nostro senso vola verso l'alto, così esso è il simbolo del nostro corpo, il simbolo di un'elevazione. Tali simboli di elevazione sono i nomi delle virtù.
Così passa il corpo attraverso la storia, un diveniente e un lottatore. E lo spirito, che cosa è per lui? E l'araldo delle sue lotte e vittorie, un compagno ed un'eco.
Simboli sono tutti i nomi del bene e del male: essi non parlano, accennano soltanto. Stolto colui che vuole conferire loro carattere di sapere.
Attenti, fratelli miei, ad ogni ora, in cui il vostro spirito vuole parlare in simboli: lì è l'origine della vostra virtù.
Allora il vostro corpo si sente sollevato e come risorto; con la sua grande gioia vitale, entusiasma lo spirito a divenire creatore e apprezzatore e amante e benefattore di tutte le cose.
Quando il vostro cuore palpita ondeggiando ampio e ricolmo, come un flume, una benedizione e un pericolo per chi abita lunga le sue rive: lì è l'origine della vostra virtù.
Quando vi sentite superiori alla lode e al biasimo, e la vostra volontà vuole imporsi ad ogni cosa, come la volontà dell'amante: lì è l'origine della vostra virtù.
Quando disprezzate le delizie e il morbido letto, e non vi sembra di coricarvi mai abbastanza lontano dagli effeminati: lì è l'origine della vostra virtù.
Quando il vostro volere è una sola volontà, e questa svolta di ogni necessità e pena prende il nome delle necessità: lì è l'origine della vostra virtù.
In realtà, è un nuovo bene e un nuovo male! Veramente, un nuovo fremito profondo e la voce di una nuova sorgente!
Potenza è questa nuova virtù; è un pensiero dominante, e intorno a lui un'anima saggia: un sole d'oro, e intorno a lui il serpente della conoscenza."
2
Qui Zarathustra tacque un poco, e guardò con amore i suoi discepoli. Poi proseguì a dire così; e la sua voce era mutata:
"Restate fedeli alla terra, fratelli miei, con la forza della vostra virtù!
Il vostro amore elargitore e la vostra conoscenza rivelino il senso della terra! Così io vi prego e scongiuro.
Fate che essi non volino via dalle cose terrene per andare a sbattere le ali contro le pareti dell'eterno!
Ahimè, quanta virtù è così volata via, perdendosi!
Riportate, come me, alla terra la virtù che è volata via; sì, riportatela indietro verso il corpo e verso la vita: dia così alla terra il suo senso, un senso umano!
In cento modi si sono smarriti, fino ad oggi, spirito e virtù. Ahimè, nel nostro corpo dimorano ancora quella follia e quell'errore: sono diventati essi stessi corpo e volontà.
In cento modi, fino ad oggi, sia lo spirito come la virtù tentarono e si perdettero. Sì, l'uomo è stato sempre un tentativo. Ahimè, quanta ignoranza e quanti errori sono divenuti nostro corpo!
Non solo la ragione di millenni, ma anche le loro follie prorompono su di noi opprimendoci. È pericoloso essere eredi.
Noi lottiamo ancora a passo con il gigante che è il Caso, e su tutta l'umanità grava, fino ad oggi, l'Irrazionale, il senza-senso.
Il vostro spirito e la vostra virtù servano al senso della terra, fratelli miei, e il valore di tutte le cose sia di nuovo stabilito da voi! Perciò dovete essere lottatori! Perciò dovete esere creatori!
Il sapere purifica il corpo; con la ricerca del sapere si innalza; a colui che sa, si santifica ogni istinto; e l'anima dell'elevato si fa lieta e serena.
Medico guarisci te stesso: così guarirai anche il tuo malato. Sarà la tua migliore cura lo scorgere con I suoi propri occhi colui che ha saputo guarire se stesso.
Vi sono mille sentieri che non sono stati ancora calcati, mille salvezze e terre promesse di vita nascoste. L'uomo e la terra umana sono sempre inesausti e da scoprire.
Vegliate e ascoltate, o solitari! Dall'avvenire giungono venti con un misterioso batter d'ali; e per le orecchie fini giunge la buona novella.
Voi solitari di oggi, voi separati, voi sarete un giorno un popolo: da voi, che sapete eleggere voi stessi, sorgerà un popolo eletto: e da esso il Superuomo. In realtà, la terra deve ancora divenire un luogo di guarigione! E già un nuovo odore la circonda, un annuncio di salvezza, e una nuova, speranza!"
3
Quando Zarathustra ebbe detto queste cose tacque, come uno che non ha ancora detto l'ultima parola; a lungo ondeggiò incerto il bastone nella sua mano. Infine così parlò: e la sua voce era cambiata.
"Ora io me ne vado da solo, o miei discepoli! Anche voi ve ne andate, e da soli! Così voglio.
In realtà, vi consiglio; andate via da me e guardatevi da Zarathustra! E meglio ancora: vergognatevi di lui! Forse egli vi ha ingannati.
L'uomo della conoscenza deve non solo amare i suoi nemici, ma anche poter odiare i suoi amici.
Si ricompensa male un maestro, se si rimane sempre soltanto alunno. E perché voi non vorreste sfrondare la mia corona?
Voi mi venerate; ma che avverrebbe, se un giorno la vostra venerazione crollasse? Guardate che una statua non vi schiacci!
Voi dite che voi credete a Zarathustra? Ma cosa importa di Zarathustra! Voi siete i miei credenti: ma cosa importano tutti i credenti?
Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand'ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco importante.
Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi.
In realtà, con altri occhi fratelli miei, io ricercherò i miei dispersi; con un altro amore io allora vi amerò.
E dopo ridiventerete miei amici e figli di una speranza: e allora per la terza volta io sarò con voi, per festeggiare con voi il grande meriggio.
E sarà il grande meriggio, quando l'uomo starà a metà del suo cammino tra la bestia e il Superuomo e celebrerà il suo viaggio verso la sera come la suprema speranza: questa infatti è la via per un nuovo mattino.
Allora il tramontante benedirà se stesso, perché egli è Colui che passa oltre; e il sole della sua conoscenza starà allo zenit.
TUTTI GLI DÈI SONO MORTI: ORA VOGLIAMO CHE VIVA IL SUPERUOMO: questo sia nel grande meriggio il nostro ultimo volere!"
Così parlò Zarathustra.
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"… e solo quando voi mi avrete rinnegato tornerò da voi.
In realtà, con altri occhi, fratelfl miei, io ricercherò i miei dispersi; con un altro amore io allora vi amerò."
Zarathustra, Della virtù dispensatrice (I).
IL BIMBO CON LO SPECCHIO
Dopo di ciò, Zarathustra tornò sulla montagna e nella solitudine della sua caverna e si sottrasse agli uomini: aspettava come un seminatore che ha gettato il suo seme. Ma la sua anima era piena di impazienza e di desiderio verso coloro che egli amava: perché egli aveva da dare loro ancora molto. Questa è infatti la cosa più ardua: per amore chiudere la mano aperta e avere pudore di donare.
Così per il solitario passarono mesi e anni; ma la sua saggezza cresceva e l'abbondanza lo rendeva triste.
Ma un mattino si svegliò molto prima dell'alba rifletté a lungo sul suo giaciglio e infine parlò al suo cuore:
"Che cosa mi ha spaventato nel mio sogno, che mi sono svegliato? Non venne da me un bimbo, che portava uno specchio?
'O Zarathustra,' mi disse il bimbo 'guardati nello specchio!'
Ma come io guardai nello specchio, gettai un grido, e il mio cuore si emozionò: siccome io non vi vidi me stesso, ma la smorfia e il ghigno di un demonio.
In realtà, io comprendo molto bene il significato e l'ammonizione del sogno: il mio insegnamento è in pericolo, l'erba cattiva pretende di chiamarsi frumento! I miei nemici sono divenuti potenti e hanno alterato l'immagine del mio insegnamento, così che i miei prediletti debbono vergognarsi dei doni che ho dato loro.
Ho smarrito i miei amici; è giunta per me l'ora dl cercare i miei smarriti!"
Con queste parole Zarathustra balzò sù, non come un angosciato che cerca l'aria, ma come un veggente e un cantore che è afferrato dallo spirito. La sua aquila e il suo serpente lo guardarono meravigliati: siccome, simile all'aurora, una sopravveniente felicità si diffondeva sul suo volto.
"Che cosa dunque mi accade, animali miei?" disse Zarathustra. "Non sono io cambiato? Forse che la beatitudine non è giunta a me come un vento furioso?
La mia felicità è stolta e dirà delle assurdità: essa è troppo giovane: abbiate pazienza, con lei!
Io sono ferito dallà mia felicità: tutti i sofferenti mi siano medici!
Io posso ridiscendere dai miei amici e anche dal miei nemici! Zarathustra può di nuovo parlare e donare e fare del bene ai suoi prediletti!
Il mio amore impaziente fluisce a torrenti, verso oriente e verso occidente. Dalle montagne silenziose e dalle bufere del dolore la mia anima scroscia a valle.
Troppo a lungo io agognai e guardai in lontananza. Troppo a lungo fui preda della solitudine: così ho dimenticato il tacere.
Io sono diventato tutto bocca, e spumeggiare di un ruscello su alti scogli: io voglio che la mia parola precipiti a valle.
E anche il mio torrente d'amore precipiti sui terreni impervi! Come potrebbe un torrente non trovare alla fine la strada per il mare?
Certo che in me è un lago, solitario, contento di sé; ma il mio torrente d'amore trascina anche lui verso il mare!
Io andrò per nuove strade, una nuova parola è in me, io sono stanco, come tutti i creatori, degli antichi linguaggi. Il mio spirito non vuole più camminare per terreni battuti.
Ogni parola mi sembra troppo lenta: io balzo sul tuo carro, bufera! E voglio frustare anche te con la mia malignità!
Io voglio passare sopita gli ampi mari, come un grido ed un giubilo, finché giunga alle Isole Beate, dove vivono i miei amici.
E tra loro i miei nemici! Come io amo ora quelli, con i quali posso parlare! Anche i miei nemici appartengono alla mia felicità.
E quando voglio montare sul mio cavallo più selvaggio, allora la mia lancia mi è più utile di tutto: essa è il servitore sempre a disposizione del mio piede.
La lancia, che io scaglio contro i miei nemici! Come ringrazio i miei nemici, che io finalmente possa scagliarla!
Troppo grande era la pressione della mia nuvola: io voglio lanciare nel fondo una grandinata fra le risate dei lampi.
Violento si solleverà allora il mio petto, violenta soffierà sulle montagne la sua bufera; così si alleggerirà.
In realtà, la mia gioia e la mia libertà sopravvengono come una bufera! Ma i miei nemici devono credere che il maligno si scateni sopra le Ioro teste.
Sì, anche voi sarete spaventati, amici miei, della mia saggezza selvaggia; e forse anche voi fuggirete insieme con i miei nemici.
Oh, se io sapessi richiamarvi indietro con il flauto del pastore! Oh, imparasse a ruggire delicatamente la leonessa della mia saggezza! Abbiamo insieme imparato tante cose!
La mia selvaggia saggezza è divenuta gravida sulle solitarie montagne; sulla dura pietra essa partorì il suo piccolo, l'ultimo nato.
Ora corre pazza per l’arido deserto e cerea e cerca un dolce prato; oh, mia vecchia selvaggia saggezza!
Sul dolce prato dei vostri cuori, amici miei! sul vostro amore essa vorrebbe adagiare il suo prediletto!"
Così parlò Zarathustra.
NELLE ISOLE BEATE
"I fichi cadono dall'albero, sono buoni e dolci; e mentre cadono, si spezza la loro rosea buccia. Io sono un vento del nord per i fichi maturi.
Così, simili a fichi, cadono su voi questi insegnamenti, amici miei: perciò bevetene il succo e la dolce polpa! Intorno è autunno e il cielo è sereno a sera.
Vedete quale pienezza è intorno a noi! Tra questa abbondanza è bello guardare verso il grande mare.
Una volta si diceva Dio, quando si guardava verso il grande mare; ma ora io vi ho insegnato a dire: Superuomo.
Dio è una supposizione; ma io voglio che la vostra supposizione non si estenda più lontano della vostra volontà creatrice.
Potreste voi creare un dio? Allora non parlatemi dl nessun dio! Ma voi potete invece creare il Superuomo.
Forse non proprio voi, fratelli miei! Ma potete trasformarvi in padri e avi del Superuomo: e questa sarà la vostra migliore creazione!
Dio è una supposizione: ma io voglio che la vostra supposizione resti nei limiti della facoltà di pensiero.
Potreste voi pensare un dio? Ma questo significa proprio volontà di verità, questo convertire tutto all'umanamente pensabile, all'umanamente sensibile! Voi dovete pensare i vostri, sensi fino in fondo!
E ciò che voi chiamate mondo, prima voi dovete crearvelo: esso divenga per voi la vostra ragione, la vostra Immagilie, la vostra volontà, il vostro amore! Realmente, per la vostra felicità, o conoscitori!
E come voi vorreste tollerare la vita senza questa speranza, o conoscitori? Non potete essere radicati né nell'incomprensibile né nell'irragionevole.
Ma lo voglio farvi conoscere tutto il mio cuore, amici miei: se esistessero gli dèi, come io sopporterei di non essere un dio? Pertanto non esistono gli dèi.
Ho tratto la conclusione; ora la conclusione trae me.
Dio è una supposizione: ma chi potrebbe sopportare tutto il tormento di questa supposizione, senza morirne? Dovremmo togliere al creatore la sua fede e all'aquila il librarsi nelle aquilee lontananze?
Dio è un pensiero, che fa storto ogni diritto, e muovere tutto ciò che è fisso. Come? Il tempo sarebbe soppresso, e tutto il caduco sarebbe bugia?
Un tale pensiero è vortice e vertigine per ossa umane e anche vomito di stomaco: in realtà, quella presunzione io la chiamo malattia del capogiro.
Per me è cattivo e disumano, tutto questo insegnamento dell'Uno e Sufficiente e Immobile e Sazio e Immutabile!
Tutto l'Immutabile non è che simbolo! [Allusione ai versi finali del Faust dl Goethe: "AUes Vergängliche ist nur ein Gleichnis" ("Tutto l'effimero non è che simbolo)] E i poeti mentono troppo!
I migliori simboli devono evocare tempo e il divenire: devono essere una lauda e una giustificazione di tutte le cose passeggere.
Creare: questa è la grande liberazione dal dolore, che rende spensierata la vita. Ma perché il creatore sia, sono necessarii il dolore e molte metamorfosi.
Sì, molta morte amara deve esservi nella nostra vita, o creatori! Così voi siete tutori e giustificatori di tutte le cose che passano.
Se il creatore vuole essere anche fanciullo appena nato, egli deve essere insieme partoriente e i dolori della partoriente.
In realtà, io feci la mia strada attraverso cento anime e attraverso cento culle e dolori di partoriente. Più d'una separazione ho sofferto; conosco le ore supreme che spezzano il cuore.
Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino, o, per parlarvi più chiaramente: proprio questo destino vuole la mia volontà.
Tutto il senziente soffre in me ed è in prigione: ma la mia volontà viene sempre a me liberatrice e apportatrice di gioia.
Il volere libero: questo è il vero insegnamento intorno alla volontà e alla libertà; così vi insegna Zarathustra.
Non-più-volere e non-più-valutare e non-più-creare! Oh, che questa grande stanchezza stia lontana da me!
Anche nella conoscenza io non avverto, nella mia volontà, che la gioia del procreare e del divenire; e se nella mia conoscenza v'è innocenza, così accade, perché v'è in lei volontà di generare.
Questa volontà mi ha allontanato da Dio e dagli dèi; e che cosa mai vi sarebbe da creare, se gli dèi esistessero!
Sennonché, la mia ardente volontà di creare mi spinge sempre di nuovo verso gli uomini; così come il martello è spinto verso la pietra.
Ahimè, uomini, un'immagine per me dorme racchiusa nella pietra, l'immagine delle mie immagini! Ahimè, è destino che debba dormire sulla pietra più rozza e più dura!
Ora il mio martello infuria terribile contro la sua prigione. Dalla pietra volano schegge; che cosa m'importa?
Io voglio finire: perché è giunta da me un'ombra; è venuta un giorno da me la più silenziosa e la più lieve di tutte le cose!
La bellezza del Superuomo è giunta a me come un'ombra. Ahimè, fratelli miei! Che mi importa ormai più degli dèi?"
Così parlò Zarathustra.
DEI COMPASSIONEVOLI
"Amici miei, un discorso canzonatorio è giunto al vostro amico: 'Guardate un po' Zarathustra! Non cammina egli tra noi come se camminasse tra bestie?'
Ma è meglio detto così: 'Il sapiente cammina tra gli uomini come tra bestie'.
L'uomo stesso è detto dal sapiente: la bestia che ha le guance rosse.
Come gli è accaduto questo? Non è perché egli troppo spesso ha dovuto vergognarsi?
O amici miei! Il sapiente parla così: vergogna, vergogna, vergogna, questa è la storia dell'uomo!
E perciò il nobile s'impone di non umiliare: impone vergogna a se stesso davanti a tutti i sofferenti.
In realtà, a me non piacciono i misericordiosi, che sono beati della loro compassione: mancano troppo di vergogna.
Io devo essere compassionevole, ma non voglio essere detto tale; e se lo sono, meglio allora dai lontani.
Nascondo volentieri la testa e fuggo via, prima di essere riconosciuto: e ingiungo anche a voi di fare così, amici miei!
Possa il mio destino condurre per la mia strada sempre persone senza dolore, simili a voi e tali che con loro io possa avere in comune la speranza e il pasto e il miele!
In realtà, ho fatto tutto questo ed altro per i sofferenti: ma penso di avere sempre fatto il meglio, quando ho imparato a goder meglio io stesso.
Da quando gli uomini esistono, l'uomo ha troppo poco goduto per se stesso. Ecco, miei fratelli, questo è il nostro peccato originale!
E quando avremo imparato meglio a godere, allora disimpareremo meglio di tutto a fare male agli altri e a escogitare cattive azioni.
Perciò io mi lavo la mano, che ha aiutato il sofferente; perciò io mi netto anche l'anima.
Siccome quando vedo il sofferente soffrire, mi vergogno per la sua vergogna; e quando lo aiuto, allora lo certamente lo offendo nel suo orgoglio.
Le grandi cortesie non ispirano la gratitudine, ma brama di vendetta; e i piccoli benefici, se non vengono dimenticati, divengono vermi-roditori.
'Siate restii nell'accettare! fate ben notare che accettate!' Così io consiglio coloro che non hanno nulla da donare.
Sennonché, io sono un elargitore: dono volentieri, come l'amico agli amici. Ma i forestieri e i poveri possono cogliere essi stessi il frutto dal mio albero: così si vergogneranno meno.
Poi bisognerebbe sopprimere del tutto i mendicanti! È irritante dar loro, e irritante il non dare.
La stessa cosa vale per i peccatori e le anime malvage! Credetemi, amici miei: i rimorsi di coscienza educano al morso.
Ma la cosa più grave sono i piccoli pensieri. Meglio agire male, che pensare in piccolo!
Invero voi dite: 'La gioia di certe piccole malignità ci risparmia molte azioni malvage'. Sennonché, vedete, non si dovrebbe cercare di risparmiare.
L'azione malvagia è come un'ulcera: pizzica, rode e scoppia; si manifesta lealmente.
'Vedi, io sono una malattia': così dice l'azione malvagia; questa è la sua lealtà.
Ma il piccolo pensiero è come un fungo: striscia e si appiattisce e non vuole essere in nessun luogo, fin. ché tutto il corpo è marcio e carico di piccoli funghi.
Quanto a colui che è invasato dal demonio, io gli dico questa parola all'orecchio: 'Meglio è che tu allevi il tuo grande demonio! Anche per te c'è ancora una via di salvezza!'
Ahimè, fratelli miei! Sul conto di ognuno si sa sempre troppo! Più d'uno diviene per noi trasparente, ma proprio per questo non possiamo penetrare in lui.
È arduo vivere con gli uomini, perché è così arduo il tacere.
E non contro colui che ci disgusta noi siamo più ingiusti, ma contro colui del quale nulla ci importa.
Ma se tu hai un amico sofferente, allora sii il luogo di riposo delle sue sofferenze, e nello stesso tempo un duro letto, un letto da campo: così facendo tu gli gioverai nel migliore dei modi.
E se un amico ti fa del male, parlagli così: 'Io ti perdono ciò che tu hai fatto a me; ma ciò che tu hai fatto a te, come posso perdonartelo?'
Così parla ogni grande amore: supera anche il perdono e la compassione.
Bisogna tener stretto il cuore; se ci sfugge via, subito lo segue la testa!
Ahimè, chi mai nel mondo commise follie più grandi della compassione? E che cosa nel mondo recò più danno delle follie della compassione?
Guai agli amanti, se essi non hanno una cima, che sia sopra la loro compassione!
Così una volta mi disse il demonio: 'Anche Dio ha il suo inferno: cioè il suo amore per gli uomini'.
E recentemente l'ho udito pronunciare queste parole: 'Dio è morto; la sua compassione per gli uomini lo ha ucciso'.
State in guardia dunque contro la compassione: da essa scende sugli uomini una nube pesante! Attenti; io capisco i segni premonitori della tempesta!
Ma ricordatevi questa parola: ogni grande amore è sempre superiore alla propria compassione: perché esso vuole altresì creare il prediletto!'Al mio cuore io sacrifico me stesso, e come me il mio prossimo': così va il discorso a tutti i creatori.
Ma tutti i creatori sono duri".
Così parlò Zarathustra.
DEI PRETI
E una volta Zarathustra diede ai suoi discepoli un segno e disse loro questa parola:
"Qui sono i preti: e sebbene essi siano miei amici, avvicinatevi a loro in silenzio, e con la spada nel fodero!
Anche tra loro vi sono eroi: molti di loro hanno troppo sofferto: così vogliono far soffrire gli altri.
Sono cattivi nemici: niente è più vendicativo della loro umiltà. E facilmente si contamina chi li tocca.
Sennonché, il mio sangue è imparentato con il loro: e io voglio vedere onorato il mio sangue in loro."
E allorché furono passati, Zarathustra fu sopraffatto dal dolore; e non passò molto tempo che prese a dire:
"Mi fanno pena, questi preti. Non mi vanno a genio; ma questo è niente, dacché mi trovo fra gli uomini.
Sennonché, io ho sofferto e soffro con loro: essi sono per me dei prigionieri e dei segnati. Colui che essi chiamano Redentore, li ha stretti in catene.
Li ha incatenati in falsi valori e folli parole! Ahimè, potesse qualcuno salvarli dal loro Redentore!
Hanno creduto di approdare ad un'isola, quando il mare li ha abbattuti; un mare che era un mostro addormentato!
Falsi valori e folli parole: sono i peggiori mostri per i mortali; il destino dorme in loro a lungo, e attende.
Alla fine sopraggiunge, si sveglia, divora e trangugia tutti coloro che hanno creduto di costruirsi una capanna su di lui.
Oh, guardate le capanne che si sono costruite i preti! Chiese si chiamano le loro spelonche incensate!
Oh, qual falsa luce, qual aria ammuffita! dove la anima non può innalzarsi verso la sua sommità!
La loro fede impone: 'Sui ginocchi salite la scala [Allusione alla Scala Santa dl Roma] o peccatori!
In realtà, mi sono più simpatici gli uomini spudorati, che gli occhi torti del loro pudore e della loro devozione!
Chi sono coloro che si sono costruiti tali caverne e scale di penitenza? Non forse coloro che hanno voluto nascondersi e si vergognano del cielo puro?
Solo quando il cielo puro brillerà di nuovo attraverso i soffitti rotti, e attraverso le mura screpolate fra l'erba e i rosi papaveri: allora soltanto mi sentirò di rivolgere il mio cuore alle dimore di quel Dio.
Hanno chiamato Dio ciò che li osteggiava e li faceva soffrire; veramente v'è molto contegno eroico nella loro adorazione!
Né hanno saputo amare altrimenti il loro Dio, che crocefiggendo l'uomo!
Hanno pensato di vivere come cadaveri, vestendo di nero il proprio cadavere; anche nei loro discorsi io annuso il lezzo delle camere mortuarie.
E chi vive vicino a loro, vive vicino a neri stagni, in cui il rospo canta la sua canzone con dolce malinconia.
Dovrebbero cantarmi canzoni migliori, perché imparassi a credere nel loro Redentore: dovrebbero apparirmi più redenti i suoi discepoli!
Desidererei vederli nudi: perché solo la bellezza può permettersi di predicare la penitenza. Chi mai si lascerà persuadere da tale travestita afflizione?
La realtà è che i loro stessi redentori non vengono dalla libertà e dal settimo cielo della libertà! Essi stessi non hanno mai camminato sui tappeti della conoscenza!
Lo spirito di quei redentori era molto lacunoso: sennonché, ogni lacuna essi l'avevano riempita con la loro follia, una specie di riempitivo, che hanno chiamato Dio.
Nella loro compassione è annegato il loro spirito, e benché siano colmi e ricolmi di pietà, in superficie affiora sempre soltanto una grande stoltezza.Con fervide grida stimolano il loro gregge a salire sul loro ponte; come se per l'avvenire vi fosse solo quel ponte! In realtà, anche quei pastori non sono che pecore!
Essi hanno avuto sempre piccoli cervelli e anime larghe: ma, fratelli miei, qual piccola terra sono state fino ad oggi anche le loro più ampie anime!
Hanno segnato col sangue la strada per la quale andavano, e la loro demenza ha insegnato che con il sangue si testimonia la verità.
Ma il sangue è il peggior testimonio della verità; il sangue avvelena anche la dottrina più pura e la trasforma in follia e odio dei cuori.
E se uno va sul rogo per la sua dottrina, che cosa prova questo? In realtà è meglio che la dottrina nasca dal proprio fuoco!
Un cuore opprimente e una testa fredda: dove entrambe le cose si toccano, là scoppia la tempesta, il ‘Redentore’.
In realtà vi sono stati uomini più grandi ed elevati di quelle travolgenti tempeste, che il popolo chiama redentori!
Da uomini più grandi di tutti i redentori, dovete, fratelli miei, venir liberati; se volete trovare la via verso la libertà!
Il Superuomo non si è ancora manifestato. Nudi li ho visti intrambi, l'uomo più grande e il più piccolo.
Si somigliano ancora troppo tra loro. In realtà, anche il più grande l'ho trovato troppo uomo!'
Così parlò Zarathustra.
DEI VIRTUOSI
"Con tuoni e celesti fuochi d'artificio è necessario parlare ai sensi rilassati e addormentati.
Ma la voce della bellezza parla a bassa voce: essa si insinua solo nelle anime molto sveglie.
Oggi il mio scudo ha vibrato leggero e mi ha sorriso; questo è sacro riso e tremito di bellezza.
Ma anche di voi, o virtuosi, oggi ha riso la mia bellezza. E la sua voce mi è giunta così: 'Essi vogliono anche essere pagati!'
Voi volete anche essere pagati, o virtuosi! Volete un compenso per la virtù e il cielo in cambio della terra e l'eternità in cambio del vostro oggi?
Voi siete ora in collera con me perché io insegno che non esiste la ricompensa e il tesoriere? E, in realtà, io non insegno neanche che la virtù è ricompensa a se stessa.
Ahimè, questa è la mia afflizione: nel fondo delle cose è stata immaginata una pena e una ricompensa; e così nel fondo delle vostre anime, o virtuosi!
Ma come grugno di cinghiale, la mia parola scoverà il fondo delle vostre anime; io voglio essere per voi il vomere dell'aratro.
Tutti i segreti della vostra anima verranno alla luce; e quando starete sdraiati al sole scossi e spezzati, anche la vostra bugia si separerà dalla vostra verità.
Perché questa è la vostra verità: voi siete troppo puliti per il sudiciume delle vostre parole di vendetta, punizione, ricompensa, retribuzione.
Voi amate la vostra virtù, come la madre il suo bimbo; ma quando mai si è sentito che una madre ha voluto essere pagata per il suo amore?
La vostra virtù è la vostra cosa più cara. La bramosia dell'Anello [Allusione all'Anello del Nibelungo di Wagner, la cui bramosia è causa dl ogni male] è in voi: ed ogni anello tende a volgersi su se stesso, perciò ogni anello si volge su se stesso.
Simile a una stella spenta è ogni opera della vostra virtù: la sua luce è sempre in cammino; e quando non sarà più in cammino?
Così la luce della vostra virtù è ancora in cammino, anche quando l'opera è compiuta. Fosse pure dimenticata e morta: il suo raggio di luce vive ancora e cammina.
Che la nostra virtù sia voi stessi, e non un'estranea, una pelle, un mantello: questa sia la verità che scaturisce dal profondo delle vostre anime, o virtuosi!
Ma vi sono taluni che chiamano virtù uno spasimo sotto una sferza: e voi avete troppo ascoltato I loro proclami!
Vi sono altri che chiamano virtù la putrefazione dei loro visi; e quando il loro odio e la loro gelosia si sono stiracchiati, la loro 'giustizia' si sveglia e si stropiccia gli occhi assonnati.
E vi sono altri che sono attirati verso il basso: i loro demoni li attirano a sé. Ma più essi sprofondano, tanto più brilla ardente il loro occhio sul desiderio del loro Dio.
Ahimè, anche il loro grido è giunto al vostro orecchio, o virtuosi: 'Ciò che io non sono, questo, questo è per me Dio e virtù!'
E vi sono altri che arrivano pesanti e cigolanti, simili a carri che portino giù pietre: parlano molto di dignità e di virtù; e chiamano virtù i freni!
E vi sono altri che sono simili ad orologi caricati: fanno tic-tac e chiamano il tic-tac virtù.
Per dir la verità, costoro mi riescono simpatici: dove incontrerò tali orologi, li caricherò con la mia derisione: e mi divertirò a sentire il loro ronzio!
Vi sono altri che vanno orgogliosi della loro manciata di giustizia e commettono per amore di questa delitti verso tutte le cose: così che il fondo finisce annegato nella loro ingiustizia.
Ahimè, come suona male la parola 'virtù' sulle loro labbra! E allorché dicono: 'Io sono giusto', è sempre come se dicessero: 'Sono vendicato!'
Con la loro virtù vorrebbero cavare gli occhi ai loro nemici; si innalzano solo per avvilire gli altri.
E finalmente vi sono di quelli che stanno seduti nelle loro paludi e attraverso la canne palustri parlano così: 'Virtù è stare seduti in silenzio nel fango.
Noi non mordiamo nessuno ed evitiamo coloro che vogliono mordere; e abbiamo su tutto l'opinione che ci viene fornita'.
Le loro ginocchia adorano sempre e le loro mani esaltano la virtù, ma il loro cuore non contiene nulla.
Vi sono anche quelli che stimano virtù il dire: 'La virtù è necessaria'; ma in fondo ritengono solamente che occorra la polizia.
E qualcuno, che non può scorgere l'elevazione che è nell'uomo, chiama virtù lo scorgere l'inferiorità dell'uomo: così chiama virtù il suo malocchio.
Taluni vogliono essere edificati e sollevati e chiamano ciò virtù; altri vogliono essere distrutti; e chiamano anche questo virtù.
Vi sono poi anche quelli che amano i gesti e pensano: la virtù è una specie di gesto.
E così quasi tutti credono di partecipare della virtù: per lo meno ognuno si immagina di essere un conoscitore del 'bene' e del 'male'.
Ma Zarathustra non è venuto per dire a tutti questi bugiardi e quel pazzi: 'Che cosa sapete voi della virtù? Che cosa potete voi sapere della virtù?'
È venuto perché voi, amici miei, vi sentiate stufi delle antiche parole, che voi avete imparato dai folli e dai bugiardi.
Stanchi delle parole 'ricompensa', 'retribuzione', 'punizione', 'vendetta nella giustizia'.
Siate stanchi di dire che un'azione è buona, perché è disinteressata'.
Ahimé, amici miei! Che il vostro essere sia nell'azione, come la madre nel figlio: questa sia la vostra parola intorno alla virtù!
In realtà, io vi ho tolto più di cento parole e il giocattolo più caro della vostra virtù; e ora siete in collera con me, come fanno il broncio i bimbi.
Essi giocavano in riva al mare; venne l'onda e portò loro via il giocattolo: ed ora piangono.
Ma la stessa ondata porterà loro nuovi giocattoli e distribuirà loro nuove variopinte conchiglie!
Così saranno consolati; e come loro, anche voi, amici miei, dovrete avere le vostre consolazioni, le vostre nuove variopinte conchiglie!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA GENTAGLIA
"La vita è una sorgente di gioia; ma dove la gentaglia beve con gli altri, là tutte le fonti sono avvelenate.
Io sono favorevole a tutto ciò che è puro; ma non posso vedere i musi sogghignanti e la sete degli impuri.
Essi hanno guardato con i loro occhi in fondo alle fonti: ora vedo riflesso il loro ripugnante sorriso dentro la fonte.
Hanno avvelenato con la loro libidine l'acqua santa; e quando hanno chiamato gioia i loro sogni osceni, hanno avvelenato anche le parole.
La fiamma si ritrae, quando essi mettono i loro viscidi cuori vicino al fuoco; lo spirito stesso ribolle e fuma, quando la gentaglia si accosta al fuoco.
Il frutto nelle loro mani diventa dolciastro e marcio: il loro sguardo rende l'albero da frutto cadente e secco.
Molti abbandonarono la vita per sfuggire alla gentaglia: ton volevano divenire con essa l'albero, la fiamma e il frutto.
E molti che si recarono nel deserto e soffersero la sete con le belve, lo fecero perché non volevano sedere intorno alla cisterna con i sudici cammellieri.
E molti che vennero qua come distruttori e come una grandinata su campi ubertosi, vollero solo cacciare il loro piede sulla bocca della gentaglia e così tapparne la gola.
E non è questo il ‘boccone’ che lo dovetti per lo più strozzare, per sapere che la vita stessa ha bisogno di ostilità e di morte e di croci di martirio.
Ma un giorno io domandai, e quasi soffocavo per la mia domanda: 'Come? La vita ha bisogno anche della gentaglia?
Sono necessarie le fonti avvelenate e i fuochi puzzolenti e i sogni osceni e i vermi sul pane della vita?'
Non il mio odio, ma il mio disgusto mi fece affamato dl vita! Ahimè, io mi stancai anche dello spirito, quando trovai che anche la gentaglia era piena di spirito!
E così girai la schiena anche ai dominatori, quando vidi che cosa essi oggi chiamano dominatori: gente che traffica e mercanteggia per il potere con la gentaglia!
Io ho dimorato tra popoli di diversa lingua, con le orecchie chiuse: perché mi rimanesse sconosciuta la lingua del loro trafficare e mercanteggiare il potere.
Tappandomi il naso, sono passato disgustato attraverso tutti gli ieri e gli oggi: in realtà, ho sentito l'odore cattivo sia dell'ieri che dell'oggi: in realtà, tanto l'ieri quanto l'oggi puzzano di questa gentaglia che scrive!
Simile a un invalido che è diventato sordo e cieco e muto: sono vissuto a lungo in maniera da non aver niente da spartire con la gentaglia che comanda e scrive e gode.
Penosamente e cautamente il mio spirito salì le scale; le elemosine del piacere furono il suo conforto; intanto la vita scorreva lentamente per il cieco appoggiato al bastone.
Che cosa mi accadde, dopo? Come mi liberai del disgusto? Chi ringiovanì i miei occhi? Come raggiunsi l'altitudine dove la gentaglia non siede più intorno alle fonti?
Il mio stesso disgusto mi ha procurato le ali e la forza presaga di nuove sorgenti? In realtà, ho dovuto volare molto in alto, per ritrovare la sorgente della gioia!
Oh, l'ho trovata, fratelli miei! Qui, nelle supreme altitudini, scaturisce per me la sorgente della gioia! E vi è una vita, di cui la gentaglia non si abbevera!
Anche troppo impetuosa tu scorri per me, sorgente di gioia! E spesso tu vuoti la coppa, perché vuoi riempirla di nuovo!
E io debbo ancora imparare ad avvicinarmi a te con discrezione; il mio cuore ti corre incontro con troppa violenza:
il mio cuore, su cui brucia la mia estate, la breve, calda, malinconica, beatissima estate: come il mio cuore estivo desidera la tua frescura!
Finita la esitante malinconia della mia primavera!
Passata la malvagità dei miei fiocchi di neve in giugno! Io sono divenuto tutto estate e meriggio d'estate!
Un'estate sulle alture con fredde sorgenti e beato silenzio: venite, amici miei, perché il silenzio divenga ancora più beato!
Siccome questa è la nostra altitudine e la nostra patria; troppo in alto e in luogo scosceso noi dimoriamo per gli impuri e la loro sete.
Gettate i vostri puri sguardi nella sorgente della mia gioia, o amici! Come essa potrebbe intorbidarsi? Deve sorridere incontro a voi con la sua purezza!
Noi erigeremo il nostro nido sull'albero dell'avvenire; le aquile dovranno portare a noi solitari il cibo nei loro becchi!
In realtà, non è cibo di cui possano nutrirsi gli impuri! essi crederebbero di mangiare fuoco e si brucerebbero i musi!
Noi non teniamo pronti quassù domicili per gli impuri! La nostra gioia sembrerebbe una caverna gelata alloro corpi e ai loro spiriti!
Come forte vento vogliamo vivere sopra di loro, vicini delle aquile, vicini della neve, vicini del sole: così vivono i forti venti.
E come un vento io voglio un giorno soffiare su di loro e con il mio spirito spegnere il respiro del loro spirito: così vuole il mio avvenire.
In realtà, Zarathustra è un forte vento per tutte le bassure; e dà questo consiglio ai suoi amici e a tutto ciò che sputa e vomita: 'guardatevi dallo sputare contro il vento!" [È uno dei passi che meglio esprimono il senso ditirambico del predicatore dionisiaco]
Così parlò Zarathustra.
DELLE TARANTOLE
"Vedi, questa è la tana della tarantola! Vuoi vederla? Qui è appesa la sua ragnatela: toccala, perché essa tremi tutta.
Ecco che la tarantola sopraggiunge spontaneamente: benvenuta, tarantola! Nero sta sulla tua schiena il triangolo, il tuo segno; e io so anche ciò che sta nella tua anima.
Vendetta sta nella tua anima: dove tu mordi, là cresce una crosta nera; con vendetta il tuo veleno fa sì che l'anima si torca!
Io parlo sotto metafora a voi, che fate torcere l'anima, voi predicatori dell'uguaglianza! Voi siete per me tarantole e oscuri spiriti vendicativi!
Ma io voglio portare luce nei vostri nascondigli perciò vi rido in faccia con il mio sorriso dell'altitudine.
Perciò strappo la vostra ragnatela, affinché la vostra rabbia vi attiri fuori dalla vostra tana bugiarda, e la vostra vendetta salti fuori dietro la vostra parola di 'giustizia'.
Che l'uomo sia redento dalla vendetta: questo è per me il ponte verso le più alte speranze e un arcobaleno dopo lunghi temporali.
Ma diversamente vogliono le tarantole. 'Proprio questo noi chiamiamo giustizia, che il mondo sia pieno dei temporali della nostra vendetta': così si dicono l'un l'altra.
'Noi vogliamo usare vendetta e oltraggio su tutti quelli che non sono come noi': così si promettono solennemente in cuor loro le tarantole.
'Volontà di uguaglianza: questo sia in avvenire il nome della virtù; e contro tutto ciò che ha potere, noi vogliamo levare le nostre grida!'
O predicatori dell'uguaglianza, la follia tirannica dell'impotenza così grida in voi invocando l"uguaglianza': le vostre iù nascoste voglie tiranniche si mascherano così in parole virtuose!
Presunzione crucciata, invidia repressa, forse presunzione e invidia derivate dai vostri padri: tutto ciò scaturisce da voi come fiamma e follia di vendetta.
Ciò che il padre tacque, vien fuori ora per la parola del figlio: spesso ho visto che il figlio mette a nudo il segreto del padre.
Assomigliano all'ispirato: ma non è il cuore che li ispira, bensì la vendetta. E quando divengono astuti e freddi, non è lo spirito che li rende astuti e freddi, bensì la vendetta.
La loro gelosia li conduce anche sul sentiero del pensatore; e questo è l'indice della loro gelosia: che essi vanno sempre troppo oltre; perciò la loro stanchezza alla fine li costringe a mettersi a dormire sulla neve.
Da ogni loro lamento risuona l'invidia, in ogni loro encomio è un'intenzione maligna; il giudicare è per loro una gioia.
Ma io vi consiglio, amici miei: diffidate di tutti coloro nei quali l'istinto di punire è potente!
È gente di specie e di origine cattiva; dai loro volti traspare il boia e il segugio.
Diffidate di tutti quelli che parlano molto della loro giustizia! In realtà, alle loro anime non manca solo il miele.
E se chiamano se stessi 'i buoni e i giusti', allora non dimenticate che per diventare farisei non manca loro che il potere!
Amici miei, io non voglio essere confuso con loro.
V'è qualcuno che predica la mia dottrina della vita: ma al tempo stesso è predicatore di uguaglianza e tarantola.
Questa gente parla esaltando la vita, mentre in realtà sta accucciata nel suo covo; questi ragni velenosi, e lontani dalla vita: la realtà è che essi vogliono fare del male.
Vogliono fare del male a coloro che ora hanno il potere: siccome la predicazione della morte è sempre per essi il partito migliore. Se fosse altrimenti, le tarantole insegnerebbero altro: proprio loro un tempo furono i migliori caluniatori del mondo e i bruciatori degli eretici.
Con questi predicatori dell'uguaglianza io non voglio essere né confuso né scambiato. Siccome la giustizia mi insegna che 'gli uomini non sono uguali'.
E neppure devono diventarlo! Che cosa sarebbe il mio amore per il Superuomo, se io parlassi diversamente?
Su mille ponti e sentieri bisogna lanciarsi verso l'avvenire, e sempre più la guerra e la disuguaglianza devono essere messe tra gli uomini: così mi insegna il mio grande amore!
Essi devono diventare nella loro guerra inventori di simboli e fantasmi, e con i loro simboli e i loro fantasmi devono combattere fra di loro la suprema battaglia!
Buono e cattivo, ricco e povero, alto e basso, e tutti i nomi dei valori, devono diventare armi e segni risonanti, ché la vita deve sempre superare se stessa!
La vita stessa vuole costruire con pilastri e gradinate: vuole guardare in vaste lontananze e verso serene bellezze; perciò ha bisogno di altitudine!
E siccome ha bisogno di altitudine, ha bisogno di gradinate e del contrasto delle gradinate e dei salienti! La vita vuole salire e salendo superare se stessa.
Guardate dunque, amici miei! qui dove è il covo della tarantola, si innalzano le rovine di un antico tempio; guardate con occhi illuminati!
In realtà, colui che un giorno sollevò verso l'alto i suoi pensieri con le pietre, questi conobbe il segreto della vita come il più gran sapiente!
Lotta e ineguaglianza sono anche nella bellezza, e guerra e potenza e predominio: questo egli ci insegna qui con chiarissimi segni.
Come divinamente si rompono qui gli archi e le arcate in lotta di forze a corpo a corpo: come combattono tra loro con la luce e con l'ombra, i divini lottatori.
Fate sì che anche i nostri nemici siano così sicuri e belli, amici miei! Noi vogliamo lottare divinamente l'uno contro l'altro!
Ahimè! ecco che mi ha morso la tarantola, la mia antica nemica! Essa mi ha morso il dito divinamente sicura e bella!
'Devono esserci punizione e giustizia' essa pensa: 'non senza motivo egli deve qui cantare canti in onore dell'inimicizia!'
Sì, essa si è vendicata! E guai! ora essa farà girare con la vendetta anche la mia anima!
Ma affinché io non mi metta a girare, amici miei, legatemi stretto qui a questa colonna! più volentieri io voglio essere un santo-colonna che vortice della vendetta!
In realtà, Zarathustra non è un vento girevole né un vortice di vento; e se è un danzatore, mai e poi mai è un danzatore di tarantola! [Questo è uno dei capitoli che più hanno influito sui recenti predicatori di violenza e di guerra]
Così parlò Zarathustra.
DEI CELEBRI SAGGI
"Foste servitori del popolo e della superstizione del popolo, o tutti voi celebri saggi!, e non della verità! E proprio per questo vi fu tributato profondo rispetto.
E per questo fu sopportata anche la vostra irreligiosità, perché essa era un'astuzia e un sotterfugio per giungere più vicino al popolo. Così il padrone lascia liberi i ,suoi schiavi e si diverte della loro spavalderia."
Ma ciò che è odioso al popolo come il lupo ai cani è il libero spirito, il nemico del legame, il non adoratore, l'abitatore delle foreste.
Scacciarlo dal suo nascondiglio: questo il popolo chiama da sempre 'senso del giusto'; contro cui egli aizza ancora i suoi cani dai denti aguzzi.
'Siccome la verità esiste: non c'è forse il popolo? Guai, guai ai cercatori!' Così si è detto da tempo immemorabile.
Voi voleste creare per il vostro popolo una ragione della sua venerazione per voi: e questo chiamaste 'volontà del vero', voi; celebri saggi!
E il vostro cuore parlò sempre così: 'Io vengo dal popolo: da lui mi venne anche la voce di Dio'.
Testardi e prudenti come un asino, voi foste sempre i paladini del popolo.
E più d'un potente, che voleva essere in buoni rapporti con il popolo, attaccò davanti ai suoi cavalli anche un asinello, un celebre saggio.
Ma ora io vorrei, o celebri saggi, che voi gettaste via da voi finalmente la pelle del leone!
La pelle multicolore della belva e il vello dell'esploratore, del ricercatore, del conquistatore!
Ahi, perché io impari a credere nella vostra 'veridicità', voi dovete prima spezzare davanti a me la vostra volontà di adorare.
Sincero io chiamo colui che va nei deserti senza Dio e ha spezzato il suo cuore che lo adorava.
Tra sabbie gialle, arso dal sole, egli sbircia assetato verso oasi ricche di sorgenti, dove i vizi oziano sotto alberi fronzuti.
Ma la sua sete non lo persuaderà a divenire simile a questi placidi: siccome dove sono oasi, là sono anche gli idoli.
Affamata, brutale, solitaria, senza Dio: così vuole se stessa la volontà del leone.
Libero dalla gioia del servo, redento dagli dei e dalla preghiera, impavido e terribile, grande e solitario: così è la volontà del veritiero.
Da tempo immemorabile i veritieri dimorarono nel deserto, i liberi spiriti, padroni del deserto; nelle città dimorarono invece saggi celebri, ben pasciuti: gli animali da tiro.
Sempre essi infatti tirano, come asini, il carretto del popolo!
Non che io sia in collera con loro per questo: ma essi rimangono per me servitori e attaccati al carro, anche se brillano di finimenti d'oro.
E spesso essi furono buoni ed encomiabili servi. Siccome così parla la virtù: 'Se devi essere servo, allora cerca colui al quale il tuo servizio meglio giovi!
Lo spirito e la virtù del tuo padrone devono crescere, con ciò che tu sei il suo servo: così tu stesso ti accrescerai insieme al suo spirito e alla sua virtù!'
E in realtà, o celebri saggi, o servi del popolo! voi stessi siete cresciuti con lo spirito e la virtù del popolo, e il popolo per mezzo di voi! A vostro onore io dico questo!
Ma voi per me rimanete popolo anche con le vostre virtù, popolo di vista corta; popolo che non sa che cosa è lo spirito!
Spirito è la vita; vita che penetra in se stessa: dalle proprie sorgenti essa accresce la sua saggezza; lo sapevate già?
E questa è la gioia dello spirito: essere unto e consacrato attraverso le lacrime dell'olocausto; lo sapevate già?
E la cecità del cieco e la sua ricerca e il brancolare devono dimostrare il potere del sole, in cui egli fissò lo sguardo; lo sapevate già?
E il conoscitore deve imparare a costruire con le montagne! E cosa da poco che lo spirito trasporti le montagne [Allusione al detto evangelico che lo spirito muove le montagne]; lo sapevate già?
Voi conoscete solo le faville dello spirito: ma non vedete l'incudine, che esso è, e la crudeltà del suo martello!
In realtà, voi non conoscete l'orgoglio dello spirito! Ma ancora meno sapreste tollerare la modestia dello spirito, se essa volesse una volta parlare!
E mai avete sentito il bisogno di gettare il vostro spirito in una fossa di neve: non siete ancora abbastanza fervidi! Così non conoscete neppure l'estasi del suo gelo.
Tutto sommato, voi trattate troppo familiarmente con lo spirito; e fate spesso della saggezza un ricovero per poveri e un ospedale per cattivi poeti.
Voi non siete delle aquile: non avete ancora appreso la gioia nel terrore dello spirito. E chi non è uccello, non deve accamparsi sui precipizi.
Voi siete per me tepidi: ma ogni conoscenza profonda fluisce fredda. Fredde come ghiaccio sono le intime fonti dello spirito: refrigerio per le mani ardenti e per chi è pronto all'azione.
State lì onorevoli e rigidi e con la schiena diritta, o celebri saggi! Non vi sospinge nessun forte vento né volontà.
Non avete mai veduto una vela scorrere sul mare, tonda e gonfia e vibrante per la violenza del vento?
Simile alla vela, vibrante per la violenza del vento, la mia saggezza scorre sul mare; la mia selvaggia saggezza!
Ma voi, servitori del popolo, voi saggi famosi, come potreste venire con me!"
Così parlò Zarathustra.
IL CANTO NOTTURNO
"È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante.
Qualcosa di insaziato, insaziabile è in me; che vuole farsi sentire. È in me un desiderio d'amore, che parla il linguaggio dell'amore.
Io sono luce: ah, fossi notte! Ma questa è la mia solitudine, che io sono cinto di luce.
Ah, fossi io oscuro e notturno! Come vorrei attaccarmi alle mammelle della luce!
E anche voi io vorrei benedire, piccole faville stellari e lucciole lassù! ed essere beato dei vostri doni di luce.
Ma io vivo nella mia propria luce, io bevo in me le mie proprie fiamme, che da me erompono.
Io non conosco la gioia di chi riceve, e spesso ho persino sognato che il rubare deve essere più beato che il ricevere.
Questa è la mia miseria, che la mia mano non si stanca mai di donare; questa è la mia invidia, che io vedo occhi in attesa e notti illuminate dalla brama.
O Infelicità di tutti i donatori! O oscuramento del mio sole! O voglia di desiderio! O avidità della sazietà!
Essi prendono da, me: ma tocco io veramente le loro anime? Un abisso c'è tra il dare e il prendere; e l'abisso più piccolo è il più arduo a varcare.
Fame sorge dalla mia bellezza: io desidererei recar dolore a coloro che illumino, desidererei derubare i miei beneficati: così affamato di malvagità sono io.
Ritirare la mano, quando verso di essa già si stende un'altra mano; simile ad una lenta cascata, che indugia anche nella caduta: così affamato di malvagità son io.
Tale vendetta merita la mia pienezza: tale malignità scaturisce dalla mia solitudine!
La mia gioia di donare si è estinta nel donare, la mia virtù si è stancata essa stessa della sua sovrabbondanza.
Chi dona sempre, corre il pericolo di perdere il pudore; chi distribuisce sempre, ha la mano e il cuore callosi per il troppo distribuire.
Il mio occhio non versa più lacrime per il pudore dei supplicanti; la mia mano è divenuta troppo dura per il tremito delle mani ricolme.
Dove è andata la lacrima del mio occhio e la lanugine del mio cuore? O solitudine di tutti coloro che donano! O riservatezza di tutti i luminosi!
Molti soli roteano negli spazi celesti: a tutto ciò che è oscuro, essi parlano con la loro luce; ma a me essi tacciono.
Oh, questa è l'ostilità della luce contro tutto ciò che risplende: spietata essa prosegue il suo cammino.
Ingiusto nel profondo del cuore contro tutto ciò che risplende, freddo verso i soli: così prosegue ogni sole.
Come una tempesta, i soli percorrono il loro cammino, questo è il loro andare. Essi seguono la loro volontà inesorabile, che è la loro freddezza.
Oh, voi solo, voi oscuri, voi notturni, producete il calore dai corpi luminosi! Oh, voi solamente bevete latte e conforto dalle mammelle della luce!
Ahimè, ghiaccio è intorno a me, la mia nano si scotta toccando il ghiaccio! Ahimè, sete è in me, che brama la vostra sete!
È notte: ahimè, perché devo essere luce? E sete verso il notturno? E solitudine?
È notte: ora il mio desiderio prorompe da me come un desiderio; di parole ho desiderio.
È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante".
Così cantò Zarathustra.
CANZONE A BALLO
Una sera Zarathustra andava per il bosco con i suoi discepoli; e proprio mentre cercava una fontana, ecco che giunse in un verde prato silenzioso, circondato da alberi e cespugli: là alcune fanciulle danzavano tra di loro. Appena le fanciulle riconobbero Zarathustra, smisero la danza; ma Zarathustra si avvicinò loro con amichevole saluto e disse queste parole:
"Non cessate la danza, o leggiadre fanciulle! Non venne a voi un guastafeste dallo sguardo malvagio, né un nemico delle fanciulle.
Io sono l'intercessore di Dio contro il demonio: lui invece è lo spirito della pesantezza. Come potrei essere, o voi lievi, nemico della divina danza? o dei piedi delle fanciulle dalle belle caviglie?
Io sono, è vero, una foresta e una notte di alberi neri: ma chi non ha paura della mia oscurità trova dei roseti sotto i miei cipressi.
E vi trova anche il piccolo dio che è tanto caro alle fanciulle: egli è disteso vicino alla fonte, zitto, con gli occhi chiusi.
In realtà, mi si è addormentato, quel fannullone! E forse andato troppo a caccia di farfalle?
Non siate in collera con me, o belle danzatrici, se punisco un poco il piccolo dio! Egli griderà e piangerà; ma è allegro anche nel pianto! E con le lacrime negli occhi vi chiederà un ballo; e io stesso voglio intonare un canto per la sua danza: una ballata e una canzone satirica sullo spirito della pesantezza, il mio altissimo e potentissimo demonio, di cui si dice che sia il padrone del mondo".
E questo è il canto che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme:
"Recentemente ti guardai negli occhi, o vita! E mi sembrò di sprofondare nell'imperscrutabile.
Ma tu mi riportasti sù con un amo d'oro; ridesti ironicamente quando ti chiamai imperscrutabile.
'Così parlano tutti i pesci' tu dicesti; 'ciò che essi non penetrano, è imperscrutabile.
Ma io sono solo mutevole e selvaggia e in tutto una femmina e fra l'altro non virtuosa:
Anche se da voi uomini vengo chiamata la profonda o la fedele, l'eterna, la misteriosa.
Voi uomini ci fate sempre dono delle vostre proprie virtù, ahimè, o virtuosi!'
Così rise, l'infida; ma io non mi fido mai di lei e del suo riso, quando parla male di se stessa.
E quando ebbi parlato a quattr'occhi con la mia selvaggia saggezza, essa mi disse adirata: 'Tu vuoi, tu desideri, tu ami; solo per questo tu lodi la vita!'
Stavo quasi per darle una cattiva risposta e dire la verità all'irata; non si può rispondere peggio di quando 'si dice la verità' alla propria saggezza.
Così stanno le cose tra noi tre. In fondo io amo solo la vita; tanto più, quando la odio!
Se tuttavia anche la saggezza mi è cara e spesso troppo cara: questo accade, perché essa mi rammenta troppo la vita!
Essa ha i suoi occhi, il suo sorriso e perfino il suo piccolo amo d'oro: che colpa ne ho io se tutt'e due sono così rassomiglianti?
E quando una volta la vita mi chiese: chi è mai questa, saggezza? allora io dissi premurosamente: 'Ahimè, sì! la saggezza!
Si ha sete di lei e non se ne diviene mai sazi, la si guarda attraverso i veli, e si cerca di afferrarla con la rete.
È bella? Che ne so io! Ma anche le più vecchie carpe vengono prese all'amo con essa.
È mutabile e caparbia; spesso l'ho veduta mordersi le labbra e adoperare il pettine contro il verso dei suoi capelli.
Forse essa è malvagia e falsa, e in tutto una femmina; ma quando parla male di se stessa, proprio allora mi seduce più di tutto'.
Appena ebbi detto questo alla vita, essa rise malignamente e chiuse gli occhi. 'Di chi parli?' disse di me, vero?
Anche se tu avessi ragione, mi si dice forse ciò, così, in faccia? Ma ora parla anche della tua saggezza!'
Ahimè, allora tu apristi di nuovo gli occhi, vita mia adorata! E a me sembrò di cadere di nuovo nell'imperscrutabile".
Così cantò Zarathustra. Ma quando la danza ebbe fine e le fanciulle se ne furono andate, divenne triste. E disse:
"Il sole è da tempo tramontato, il prato è umido, dalla foresta viene frescura.
Un qualcosa di sconosciuto è intorno a me e guata pensoso. Che cosa? Vivi tu ancora, o Zarathustra?
Perché? per che cosa? per mezzo di che cosa? verso dove? dove? come?
Non è follia, vivere ancora?
Ahimè, amici miei, è la sera che così mi interroga. Perdonate la mia tristezza!
Si è fatta sera: perdonatemi, che si è fatta sera!"
Così parlò Zarathustra.
IL CANTO FUNEBRE
"Laggiù è la silenziosa isola dei morti, laggiù sono anche le tombe della mia gioventù. Là io voglio portare una sempreverde ghirlanda di vita.
Avendo così deciso nel cuore, mi diressi oltre il mare.
O voi, visioni e apparizioni della mia gioventù! Oh, voi, sguardi d'amore, voi attimi divini! Come troppo presto periste! Io penso a voi oggi come ai miei morti.
Da voi, miei carissimi morti, mi giunge un dolce profumo, che scioglie il cuore e le lacrime. In realtà, fa tremare e scioglie il cuore al solitario navigante.
Io sono sempre e ancora il più ricco e il più invidiabile - io il più solitario! Siccome io vi ho avuto, e voi mi avete ancora: dite, a chi caddero come a me tante melagrane dall'albero?
Sempre io sono l'erede del vostro amore e la terra fiorita, in vostra memoria, di multicolori selvagge virtù, o voi adorati!
Ahimè, noi eravamo fatti per vivere vicino l'uno all'altro, incantevoli strane meraviglie; e non come timidi uccelli voi veniste a me e ai miei desideri, bensì fiduciosi in chi aveva fiducia!
Sì, fatti per la fedeltà, come me, e per l'eternità affettuosa: debbo chiamarvi sguardi e attimi divini anche dopo la vostra infedeltà: non ho ancora imparato un altro nome.
In realtà, troppo velocernente voi mi moriste, o fugaci. Non mi sfuggiste, né lo sfuggii a voi: noi siamo reciprocamente innocenti della nostra infedeltà.
Per uccidermi, strozzarono voi, uccelli canori delle mie speranze! Proprio così: contro di voi, diletti, si scagliò sempre la freccia della malvagità: per colpire il mio cuore!
E come colpì! Siccome voi siete i più cari al mio cuore, il mio possedere e il mio essere posseduto: perciò doveste morire giovani e troppo presto!
La freccia fu diretta contro ciò che in me era più vulnerabile: contro di voi, la cui pelle è come una piuma e un sorriso che un solo sguardo fa morire!
Ma una parola io voglio dire ai miei nemici: che cosa è l'omicidio in confronto a ciò che voi mi avete fatto?
Voi mi avete fatto più male di un omicida; mi avete tolto ciò che più non torna: così io vi dico, nemici miei!
Voi avete ucciso le visioni e le leggiadre meraviglie della mia gioventù! 'Voi mi toglieste i compagni di gioco, i santi spiriti! Io depongo questa ghirlanda e questa maledizione in loro memoria.
Questa maledizione contro di voi, nemici miei! Voi scorciaste là mia eternità, come un suono che si spezza in una gelida notte! Solo come un muover di ciglia di un occhio divino essa mi giunse: un istante!
La mia purezza mi aveva detto un giorno in un'ora di bontà: 'Ogni Essere mi sia divino'.
Allora voi mi assaliste con sporchi fantasmi; ahimè, dove è fuggita quell'ora buona?
'Tutti i giorni mi sono sacri': così parlò una volta la saggezza alla mia gioventù: in realtà, una parola di lieta saggezza!
Ma voi nemici mi rubaste allora le mie notti e le trasformaste in angoscia insonne: ahimè, dove è fuggita quella lieta saggezza?
Una volta io desiderai felici auspici: voi mi metteste sulla strada una mostruosa, ripugnante civetta. Ahimè, dove è fuggito il mio affettuoso desiderio?
Una volta io giurai di rinunciare ad ogni disgusto: ma ecco che voi trasformaste in ascessi i miei vicini e prossimi. Ahimè, dove fuggì allora il più nobile dei miei giuramenti?
Un giorno percorsi come cieco strade beate: ma voi spargeste sudiciume sulla strada del cieco: e ora egli ha schifo dell'antico sentiero del cieco.
E quando io ebbi compiuta la cosa più ardua e celebrai la vittoria di aver superato me stesso: allora voi faceste sì che coloro che mi amavano, gridassero che io facevo loro terribilmente male.
In realtà, questa fu sempre la vostra condotta: voi amareggiaste il miglior miele e la solerzia delle mie api migliori.
Voi inviaste sempre alla mia carità i più facciati mendicanti: e sospingeste sempre verso la mia compassione gli svergognati inguaribili. Così feriste le mie virtù nella loro fede.
E anche se io offrivo in sacrificio la cosa a me più sacra: subito la vostra 'pietà' vi aggiungeva i doni più grossi: così che nel vapore del vostro grasso soffocasse quello che a me era più sacro.
Una volta io volli danzare, come non avevo danzato mai: volevo danzare a volo sopra tutti i cieli. Allora corrompeste il mio più caro cantore.
Così che egli intonò una melodia tetra e raccapricciante che mi risuonò, ahimè! all'orecchio come un lugubre corno!
Cantore assassino, strumento della malvagità, più di tutti innocente! Io era già pronto per la mia migliore danza: e tu hai ucciso la mia estasi con il tuo canto!
Solo nella danza io riesco a dire con similitudini le cose più sublimi: ma la più sublime delle similitudini rimasta inespressa nelle mie membra!
Inespressa e delusa, la più sublime speranza! E con essa sono morti ogni visione e conforto della mia gioventù!
Come potei tollerare ciò? Come vinsi e superai tali ferite? Come poté l'anima mia risorgere da quella tomba?
Sì, qualcosa di invulnerabile, dl inseppellibile è in me, che frange le rocce: e si chiama la mia volontà.
Essa avanza tacita e immutabile attraverso gli anni.
Vuole marciare sui miei piedi, la mia vecchia volontà; è dura di cuore e invulnerabile.
Io sono invulnerabile solo nel mio tallone. Tu vivi sempre lì e sei sempre simile a te stessa, o pazientissima! Sempre ancora tu ti fai largo fra tomba e tomba!
In te vive ancora il non redento della mia gioventù; e come vita e gioventù tu siedi sperando qui fra le ingiallite rovine funebri.
Sì, tu sei ancora per me colei che distrugge ogni tomba: salve, mia volontà! E solo dove sono le tombe, vi sono resurrezioni."
Così cantò Zarathustra.
DEL SUPERAMENTO Dl SE STESSI
"Volontà del vero voi chiamate, voi molto saggi, ciò che vi incita e vi fa credenti?
Volontà di concepire ogni cosa esistente: così io chiamo la vostra volontà!
Ogni cosa che esiste voi volete rendere concepibile: siccome voi dubitate, con giusta diffidenza, che sia perfino pensabile.
Essa deve subordinarsi e piegarsi a voi! Così vuole la vostra volontà. Dovrà divenire strisciante e sottomessa allo spirito, come uno specchio e la sua immagine riflessa.
Questa è tutta la vostra volontà, o molto saggi, quasi una volontà di potenza; anche quando parlate del bene e del male e delle stime dei valori.
Voi volete creare il mondo, per potervi inginocchiare davanti a lui: questa è la vostra ultima speranza e l'ebbrezza.
Certamente gli ignoranti, il popolo, sono come il fiume sul quale galleggia una barca: e nella barca siedono, solenni e travestite, le tavole dei valori.
Voi avete posto le vostre volontà e i vostri valori sul fiume del divenire; una vecchia volontà di potenza mi svela ciò che è ritenuto bene o male dal popolo.
Foste voi, o molto saggi, che poneste tali spiriti in questa barca e deste loro fasto e altosonanti nomi; voi e la vostra volontà di dominio!
Ora il fiume porta avanti la vostra barca: deve trasportarla. Poco importa se sul frangente l'onda spumeggia e furiosa aggredisce la chiglia!
Non sta nel fiume il vostro pericolo e la fine del vostro bene e male, o molto saggi: ma nella stessa vostra volontà, nella volontà di potenza; l'inesauribile e generatrice volontà di vita.
Ma perché voi comprendiate la mia parola intorno al bene e al male, io vi voglio dire anche la mia parola intorno alla vita e alla varietà dei viventi.
Ho seguito ciò che vive, ho seguito il cammino più grande e ,quello più piccolo, per conoscere le sue varietà.
Con uno specchio centuplo, io captavo il suo sguardo, se la sua bocca era chiusa: perché mi parlasse il suo occhio. E il suo occhio mi parlò.
Ma dovunque io trovai viventi, là io udii anche parlare dell'obbedienza. Ogni vivente è un obbediente.
Questa è poi la seconda cosa: si comanda a colui che non può obbedire a se stesso. Così è la maniera dei viventi.
Ma questa è la terza cosa che io udii: il comandare è più arduo dell'obbedire. E non solo questo; ma chi comanda porta il peso di quelli che obbediscono, e facilmente questo peso lo può schiacciare.
Ogni comando mi sembrò un'esperienza e un'impresa arrischiate; sempre il vivente, quando comanda, mette in pericolo se stesso.
Sì, anche quando comanda a se stesso: anche all’ombra egli deve pagar caro il suo comando. Deve divenire giudice e vendicatore e vittima della sua legge.
Come ciò può avvenire? chiesi a me stesso. Che cosa induce il vivente ad obbedire e comandare e ad esercitare anche comandando l'obbedienza?
Ascoltate ora la mia parola, o molto saggi! Controllate seriamente se io mi sono insinuato sino nel cuore della vita, e fino alle radici del suo cuore!
Dove ho trovato viventi, là io ho trovato volontà di potenza; e anche nella volontà del servo ho trovato la volontà di essere padrone.
Che il più debole serva il più forte, a questo lo induce la sua volontà, la quale vuole esseré padrona di altri più deboli: essa non può fare a meno di questa gioia.
E come il minore si dà al maggiore, per avere dal più piccolo gioia e potere: così anche il più grande si dà, e per amore di potere mette in pericolo la sua vite.
Questa è l'abnegazione del più grande, che è rischio e pericolo, e un gioco ai dadi verso la morte.
E dove sono il sacrificio e la servitù e gli sguardi d'amore: anche là v'è volontà di essere padrone. Per vie nascoste il più debole penetra furtivamente nel castello e fino al cuore del più potente; e vi ruba potenza.
La stessa vita mi h confidato questo segreto: 'Vedi,' mi ha detto 'io sono ciò che deve sempre superare se stesso.
Certo, voi la chiamate volontà di procreazione o impulso verso il fine, verso l'elevazione, verso la lontananza, verso il molteplice: ma tutto questo è una sola cosa e un segreto.
Io più volentieri perirei, anziché rinunciare a questo Uno; e in realtà; dove è tramonto e caduta di foglie, vedi, là la vita si sacrifica alla potenza!
Che io debba essere lotta e divenire e fine e negazione del fine: ahimè, chi indovina la mia volontà, indovina anche quali vie traverse essa deve percorrere! Di ciò che io creo, e per quanto io lo ami, subito devo essere nemico suo e del mio amore: così vuole la mia volontà.
E anche tu, conoscitore, non sei che un sentiero e un'ombra della mia volontà: in realtà, la mia volontà di potenza cammina anche sui pendii della tua volontà di verità!
Non colse certamente la verità colui che gettò dietro di lei la parola: volontà di esistenza; ma tale volontà non esiste! [Allusione a Schopenhauer, che predicò la rinuncia alla volontà di esistenza, egoistica e particolare, anche nel principio di contraddizione]
Siccome ciò che non è, non può volere; ma ciò che è in esistenza come potrebbe volere ancora l'esistenza?
Solo dove è vita, v'è anche volontà: ma non volontà di vita, bensì - così io ti insegno - volontà di potenza!
Molte cose da colui che vive sono stimate più in alto della vita stessa; ma da questo stesso stimarle si esprime la volontà di potenza!'
Così mi insegnò un giorno la vita: e con questo, o molto saggi, io vi sciolgo l'enigma del vostro cuore.
In realtà io vi dico: bene e male che siano eterni, non esistono! Da se stessi devono sempre superarsi. Con i vostri valori e le vostre parole di bene e di male voi esercitate l'autorità, o stimatori di valori; e questo è il vostro amore segreto e lo splendore, il fremito, il traboccare della vostra anima.
Una più grande autorità e una nuova vittoria si ergono dai vostri valori: contro queste si rompe l'uovo, e il guscio dell'uovo.
E chi vuoi essere un creatore nel bene e nel male, deve in verità essere un distruttore e spezzare i valori.
Così il supremo male è parte del supremo bene: e questo è creare.
Parliamone dunque, o molto saggi, anche se è doloroso. È più doloroso tacere; ogni verità taciuta diviene velenosa.
E si infranga tutto ciò che la nostra verità può infrangere! Vi sono ancora molte case da costruire!"
Così parlò Zarathustra.
DEI SUBLIMI
"Tranquillo è il fondo del mio mare: chi mai penserebbe che esso cela strani mostri?
Imperturbabile è il mio profondo: ma riluce di galleggianti enigmi e sorrisi.
Io oggi ho veduto un sublime, un solenne, un penitente dello spirito: come ha riso la mia anima sulla sua bruttezza!
Con il petto gonfio come chi aspira aria: così il sublime stava là e taceva:
guarnito di orribili verità, ch'erano sue prede, e ricco di vestiti stracciati; anche molte spine gli erano attaccate, ma non vi vidi nessuna rosa.
Egli non ha ancora imparato né riso né bellezza.
È un cacciatore ritornato tenebroso dalla foresta della sapienza.
Ritornato dalla lotta contro le bestie selvagge: ma dalla sua serietà traspare ancora una bestia selvaggia e invitta...!
Egli sta sempre là come una tigre, in attesa di dare un balzo; non mi piacciono queste anime tese, il mio gusto è ostile a tutti questi introversi.
Voi dite, amici, che non si discute sui gusti e sui sapori? Ma tutta la vita è un diverbio sui gusti e sui sapori!
Il gusto: esso è contemporaneamente peso e bilancia e pesatore; e guai a tutti i viventi che vogliono vivere senza diverbi e peso e bilancia e pesatore!
Se divenisse stanco egli stesso della sua sublimità, questo sublime: allora soltanto comincerebbe a risplendere la sua bellezza; allora soltanto io voglio gustano e trovano saporito.
Solo quando egli si allontanerà da se stesso, potrà saltare oltre la sua propria ombra, e in realtà dentro il suo sole!
Troppo a lungo è resta¤o in ombra, le guance sono divenute pallide al penitente dello spirito; in attesa è quasi morto di fame.
Disprezzo è nel suo occhio; e disgusto si cela nella sua bocca.
È vero che ora riposa, ma il suo riposo non è ancora disteso al sole.
Dovrebbe fare come il toro; la.sua. gioia dovrebbe odorare di terra; e non del disprezzo della terra.
Io desidererei vederlo simile al toro bianco, come lui precedere il vomere dell'aratro sbuffando e mugghiando; e il suo mugghio dovrebbe magnificare tutto ciò che è terrestre!
Il suo volto è ancora oscuro; l'ombra della sua mano cade su di lui. Addormentato è anche il senso del suo occhio.
La sua stessa opera è ancora un'ombra su di lui: la mano oscura colui che agisce. Egli non ha ancora superato la sua opera.
Io amo il collo taurino: ma ora io voglio vedere anche l'occhio dell'angelo.
Egli deve disimparare anche la sua volontà eroica: deve essere per me un sollevato e non solo un sublime; lo stesso etere dovrebbe sollevarlo, lui che è sciolto dalla volontà!
Ha vinto mostri, ha sciolto enigmi: ma dovrebbe liberare anche I suoi mostri e i suoi enigmi, e trasformarli in celestiali bambini.
La sua conoscenza non ha ancora imparato a sorridere e ad essere senza gelosia; la sua prorompente passione non si è ancora calmata nella bellezza!
In realtà, il suo desiderio non deve tacere e scomparire nella sazietà, ma nella bellezza! La gentilezza appartiene alla generosità del magnanimi.
Il braccio ripiegato sotto la testa: così dovrebbe riposare l'eroe, e dovrebbe così superare anche il suo riposo.
Ma proprio per l'eroe il bello è la più difficile di tutte le cose. La bellezza è irraggiungibile ad ogni volontà violenta.
Un po' più un po' meno: il diritto è molto, è il più.
Stare con i muscoli rilassati e con la volontà distaccata: questa è la cosa più ardua per voi, o sublimi!
Quando la potenza diviene benevola e scende nel sensibile: io chiamo bellezza questa discesa.
E da nessuno io voglio la bellezza così come da te, o potente: la tua bontà sia la tua estrema vittoria su te stesso.
Io ti reputo capace di ogni male: perciò, voglio da te il bene.
In realtà, io ho spesso riso dei deboli che si credono buoni, perché hanno le zampe paralizzate!
Tu devi cercar di uguagliare la virtù della colonna: quanto più essa si innalza, tanto più si fa agile e bella, ma interiormente più dura e portante.
Sì, o sublime, un giorno tu dovrai essere anche bello e mettere, davanti alla tua propria bellezza, lo specchio.
Allora la tua anima sarà scossa da un divino desiderio; e nella tüa vanità vi sarà adorazione!
Questo infatti è il segreto dell'anima: solo quando l'eroe l'ha abbandonata, le si avvicina, in sogno, il Supereroe."
Così parlò Zarathustra.
DEL PAESE DELLA CULTURA
"Troppo mi sono addentrato nell'avvenire: il terrore mi ha sopraffatto.
E quando mi sono guardato intorno, ahimè! non avevo altro compagno che il tempo.
Allora sono corso indietro, verso casa, e sempre più rapido: così sono giunto da voi, o uomini attuali, nel paese della cultura.
Per la prima volta ho portato un occhio con me per voi, e buoni desideri: sono proprio venuto con la nostalgia nel cuore.
Ma come è potuto accadere? Per quanto fossi angosciato, ho dovuto ridere! Non ho mai visto una cosa più stranamente variopinta!
Ho riso e riso, mentre mi tremavano ancora le gambe e il cuore: 'Ma guarda,' mi sono detto 'qui è proprio la patria di tutti i barattoli di colore!'
Con mia sorpresa, o uomini attuali, voi sedevate lì con il volto imbrattato di cinquanta chiazze di colore!.
E con cinquanta specchi intorno a voi, che sembravano complimentare ed echeggiare i vostri giochi cromatici!
Proprio non potevate scegliervi maschera migliore, voi uomini attuali, del vostro proprio viso! Chi avrebbe mai potuto riconoscervi?
Tutti scribacchiati di simboli del passato, e anche questi simboli ridipinti sopra con nuovi segni: così, fra tutti i decifratori di enigmi chi vi capisce è bravo!
E anche chi fosse esercitato nell'arte degli aruspici, come potrebbe pensare che voi abbiate ancora delle reni? Tanto sembrate fatti Solamente di colori e di foglietti appiccicati.
Tutti I tempi e tutti i popoli traspaiono variopinti dai vostri scialli; tutti I costumi e tutte le fedi parlano variopinte dai vostri gesti.
Chi di voi osasse spogliarsi degli scialli e di tutto quanto vi siete messi addosso di colori e di gesti, finirebbe per mostrare tanta carne quanto basta per fare gli spauracchi per gli uccelli.
E proprio io sono l'uccello spaventato che vi ha visto nudi e senza colore; e sono fuggito via quando lo scheletro mi strizzava l'occhio con amore.
Piuttosto essere un manovale negli inferi e nel mondo delle ombre del tempo che fu! Gli abitatori degli inferi sono sempre più ben pasciuti di voi! Proprio questo amareggia le mie viscere, che non riesco a tollerarvi né nudi né vestiti, voi uomini attuali!
Tutto quanto nell'avvenire spaventa e mette il terrore agli uccelli smarriti è in realtà più sopportabile e gradevole della vostra 'realtà'.
Perché voi dite così: 'Vogliamo solo ciò che è vero, senza né fede né superstizione': e così vi pavoneggiate col petto in fuori, anche senza avere un petto!
Già: ma come potete credere, sotto le vostre chiazze di colore? Voi che non siete se non dei dipinti di tutto ciò che un tempo fu creduto!
Siete delle contraddizioni ambulanti della fede, mattatori di tutti i pensieri. Sapete come vi chiamo, voi realisti? Infidi.
Tutti i tempi se la prendono l'uno con l'altro nelle chiacchiere dei vostri spiriti: ma i sogni e le ciance di tutti i tempi sono stati almeno più reali di tutti i vostri lumi!
Siete sterili: perciò vi manca la fede. Mentre chi crea ha sempre avuto i suoi sogni chiaroveggenti e i suoi simboli stellari, e ha sempre creduto in una fede!
Siete delle porte semiaperte, sulle quali stanno in attesa dei becchini. Questa è la vostra verità: 'Ogni cosa merita di perire'. Ah, che figura fate, voi sterili ai miei occhi, e che razza di costole avete! E taluno di voi, e questo è il bello, ne era anche consapevole.
Così che diceva: 'Ma è stato forse un dio quello che mi ha sottratto furtivamente qualcosa mentre dormivo? Proprio quanto basta per fabbricare una femminuccia!
E veramente strana la povertà delle mie costole!' Così parla taluno di questi uomini attuali.
Ma proprio, mi fate ridere voi uomini attuali Ed è strano a vedersi come vi meravigliate da voi stessi di voi stessi!
Guai se non riuscissi a ridere della vostra sorpresa, e dovessi bere tutto quanto sgorga disgustoso dai vostri boccali!
Ma io non me la voglio prendere, perché ho ben altro di grave da tollerare; e che mi importa se si posano insetti e tafani sul mio mucchio d'ossa?
Non è per questo davvero che mi diventerà più pesante! Né da voi, uomini attuali, mi verrà la grande fiacca.
Ahi, dove debbo ancora salire con la mia nostalgia? Da tutte le montagne io mi guardo intorno in cerca di patrie.
Ma non ho mai trovato in nessun luogo la madre patria; e così sbno inquieto in ogni città, ove fuggo sempre verso tutte le porte.
Estranei mi sono, un ludibrio, gli uomini attuali, verso cui il cuore, or è poco, mi sospinse; e così sono un fuggiasco da tutte le patrie paterne e materne.
Amo ancora solo la terra dei miei figli, la patria ignota, situata nel più lontano oceano: verso di essa io volgo le mie vele, perché la cerchino instancabilmente.
Sui miei figli voglio riparare la colpa di essere figlio dei miei padri: e su ogni avvenire, questo presente!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA IMMACOLATA CONOSCENZA
"Quando ieri la luna sorse, sognai che generasse un sole: tanto larga e appariscente stava all'orizzonte.
Ma era una bugiarda, secondo me, con la sua apparente gravidanza; e prima sono disposto a credere all'uomo sulla luna che alla donna.
Certo che è poco mascolina quella timida regina della notte. Cammina con cattiva coscienza errando sopra i tetti.
Perché il monaco sulla luna è lascivo e invidioso; libidinoso della terra e di tutte le gioie degli amanti.
No, proprio non mi piace quel gatto sui tetti! Odiosi mi sono tutti coloro che strisciano intorno alle finestre socchiuse!
Pia e silenziosa se ne va, trascorrendo lenta su tappeti di stelle: ma to non posso tollerare tutti coloro che camminano senza far udire i loro passi.
Il passo di ogni uomo dabbene parla; ma il gatto sgattaiola a volo sul terreno. Ecco, la luna scorre disonesta come un gatto.
Questa immagine la regalo a voi, ipocriti risentiti, a voi 'puri conoscitori'! Per me siete dei lascivi!
Anche voi amate la terra e tutto ciò che è terreno: lasciatevelo dire! Ma nel vostro amore c'è una punta di vergogna e di cattiva coscienza. Siete simili alla luna!
Il vostro spirito è stato indotto a cisprezzare le cose terrestri, ma non i vostri intestini: e questi sono ciò che più conta in voi! E ora vi vergognate del vostro spirito, che obbedisce ai vostri intestini, e lo nasconde prendendo vie subdole e bugiarde.
Il vostro spirito di menzogna parla per esempio in questo modo: 'La cosa più alta per me sarebbe il volgere sulla vita uno sguardo puro senza brame, e non, come fa il cane, con la lingua penzoloni: essere contento nella contemplazione pura, con volontà sempre, senza ombra di bramoso egoismo, freddo e cinereo in tutto il corpo, ma con ebbri occhi lunari!
Questo io vorrei' e così l'ingannato inganna se stesso: 'amare la terra come l'ama la luna, e palparne la bellezza solo con l'occhio.
Questa è per me l'immacolata conoscenza di tutte le cose: il non attaccar desiderio alcuno alle cose: stare dinanzi ad esse come uno specchio con cento occhi'.
Oh, nevrotici, ipocriti e libidinosi! A voi manca l'innocenza nel desiderio: e perciò dite male del desiderare!
Non sapete amare la terra come creatori, generatori, amanti del divenire!
Dov'è l'innocenza? Là dove c'è la volontà di generare. E chi vuol creare al di là di se stesso, per me è colui che possiede la volontà più pura.
Dov'è la bellezza? Là dove io debbo volere con tutta la forza della volontà; là dove io voglio amare e consumarmi, affinché un'immagine non resti solo immagine.
Amare e morire: sono due cose simili dall'eternità. La volontà d'amore è anche volontà di morte. Questo io vi dico, o pavidi!
Ma il vostro guardare impotente in tralice voi lo chiamate 'spirito di contemplazione'! E ciò che si guarda con occhi paurosi deve esser detto 'bello'! Oh voi, insudiciatori di nobili nomi!
Ma questa è la vostra maledizione, o immacolati, o puri conoscitori', che non produrrete mai nulla: anche se vi distenderete larghi quanti siete sull'orizzonte!
Vi riempite la bocca di nobili parole: e noi dovremmo credere che voi parlaste dalla pienezza del cuore, iopocriti!
Le mie parole sono invece misere, spregevoli, spezzate parole: volentieri io raccolgo le briciole che cadono dalla vostra mensa.
Con esse io riesco sempre a dire la verità agli ipocriti! Le mie lisce conchiglie e foglie di pungitopo solleticano il naso agli ipocriti!
Intorno a voi e alle vostre mense c'è sempre aria cattiva: i vostri pensieri lascivi, le vostre bugie e i vostri sotterfugi si respirano nell'aria!
Abbiate una buona volta l’ardimento di credere in voi stessi, in voi e nelle vostre viscere! Chi non ha fede in se stesso dice sempre menzogna.
Voi appendete la larva di un dio intorno a voi stessi, voi 'puri', perché il vostro verme solitario si è andato a chiudere nella larva di un dio.
Proprio vi sbagliate, o 'contemplatori'! Anche Zarathustra fu un tempo lo zimbello dei vostri otri divini; senza accorgersi dell’intrico di serpenti di cui erano pieni.
Un tempo credetti di scorgere un divino spirito nei vostri giochi, o puri conoscitori! Non sapevo un'arte migliore delle vostre arti! La lontananza mi impediva di accorgermi della sozzura delle serpi e del lezzo: e del fatto che l'astuzia di una lucertola vi girovagava intorno lubrica.
Ma poi vi sono venuto accanto: e allora è giunto il giorno - e verrà anche per voi - che gli amorazzi della luna avranno fine!
Ma guardate una buona volta come stanno le cose! Non vedete come essa sta pallida e furtiva innanzi al rossore dell'aurora?
Perché già sopraggiunge l'aurora ardente, viene il suo amore per la terra! Ogni amore solare è innocenza e brama di creazione!
Guardate come essa sopraggiunge impaziente sul mare! Non sentite la sete e il caldo alito del suo amore?
Essa vuole succhiare alle mammelle del mare e bere la sua profondità aspirandola in alto: ed ecco che il desiderio del mare si solleva con mille mammelle.
Vuol essere baciato e succhiato dalla sete del sole; vuol divenire aria e altezza e sentiero della luce egli stesso!
Veramente, come il sole, io amo la vita e tutti i mari profondi.
E questa è, per me, la conoscenza: tutto ciò che è profondo deve salire, raggiungere la mia altitudine!"
Così parlò Zarathustra.
DEI DOTTI
"Quando giacevo nel sonno, una pecora si mise a brucare la corona di edera della mia testa; mordicchiava e diceva: 'Zarathustra non è più un dotto'.
Disse, e se ne andò impettita e gongolante. Me lo raccontò poi un fanciullo.
Volentieri sto qui dove giocano i fanciulli, presso il muro sbrecciato, fra cardi e rossi papaveri.
Un dotto io sono ancora per i fanciulli e per i cardi e per i papaveri rossi. Essi sono innocenti anche nella loro cattiveria.
Ma per le pecore non lo sono più: questo vuole il mio fato; che sia benedetto!
Perché questa è la verità: me ne sono venuto via dalla casa dei dotti, e ho sbattuto la porta dietro di me.
Troppo a lungo la mia anima si è seduta affamata alla loro mensa; non come essi io sono abituato al conoscere come a schiacciar noci.
La libertà io amo e l'aria sopra la fresca terra; preferisco dormire su pelli di bue piuttosto che sulle loro dignità e rispettabilità.
Sono troppo caldo e arso dai miei propri pensieri: spesso mi manca il fiato. E allora debbo per forza correre all'aperto, fuori da tutte le stanze polverose.
Ma essi seggono freddi all'ombra fredda: vogliono in ogni cosa esser solo dei contemplatori che si guardano bene dal sedersi là dove il sole brucia sui gradini.
Simili a coloro che stanno sulla strada e guardano a bocca aperta la gente che passa, anch'essi attendono e stanno a guardare i pensieri pensati dagli altri.
Se li si prende con le mani, fanno un polverone intorno a sé come sacchi di farina, senza volerlo; ma chi penserebbe che la loro polvere provenga dal grano e dall’aurea voluttà dei campi dell'estate?
Se danno prova di saggezza, i loro piccoli detti e la loro verità mi fanno rabbrividire: spesso nella loro sapienza vi è un odore come se provenisse da una palude: e veramente m'è già avvenuto di ascoltarvi il gracidìo della rana!
Abili sono essi, hanno delle buone dita: che posso far io con la mia semplicità di fronte alle loro complicazioni? Le loro dita comprendono ogni trama e nodo dei tessuti: essi sanno tessere le calze dello spirito!
Buoni orologi sono essi: basta caricarli bene! Allora mostrano senza sbagliare l'ora e fanno un lieve ronzio.
Come molti lavorano e macinano: basta solo mettervi dentro i semi! Essi sanno come ridurli in polvere bianca.
Si guardano bene l'uno dall'altro nelle mani e non si fidano. Furbi nell'inventare piccole astuzie, aspettano coloro il cui sapere zoppica; lì aspettano come fanno i ragni.
Li ho visti sempre preparare con cautela veleno mettendosi dei guanti di vetro.
Anche con falsi dadi sono in grado giocare; li ho visti giocare con tanta alacrità che addirittura sudavano.
La realtà è che noi siamo estranei gli uni agli altri, e le loro virtù mi repellono ancora di più delle loro ipocrisie e dei loro falsi dadi.
E quando io abitavo presso di loro, abitavo in realtà sopra di loro. E di ciò si arrabbiavano.
Non volevano udire nulla che accennasse a qualcosa che stesse al di sopra delle loro teste; e così ammucchiavano legna e terra e rifiuti tra me e le loro teste.
In tal modo hanno attutito il rumore dei miei passi: e chi peggio mi ha udito sono stati finora i più dotti. Fra me e loro hanno posto i difetti e le carenze di tutti gli uomini: 'terreno isolante' lo chiamano nelle loro case.
Ma tuttavia io vago coi miei pensieri sopra le loro teste; e anche se volessi andare errando sopra i miei propri errori, sarei nondimeno superiore a loro e alle loro teste.
Perché gli uomini non sono uguali: così parla la giustizia. E ciò che io voglio essi non possono volerlo!"
Così parlò Zarathustra.
DEI POETI
"Dacché conosco meglio il corpo," disse Zarathustra a uno dei suoi discepoli "lo spirito è per me ancora solo per così dire spirito; e tutto l'immutabile [Allusione ai versi finali del Faust dl Goethe: "AUes Vergängliche ist nur ein Gleichnis" ("Tutto l'effimero non è che simbolo)] è anch'esso solamente un simbolo."
"Ti ho già sentito dire questo" rispose il discepolo; "allora aggiungesti: 'ma i poeti mentono troppo'.
Perché dicesti che i poeti mentono troppo?"
"Perché?" disse Zarathustra. "Tu chiedi perché? Io non appartengo a coloro a cui si può chiedere il perché.
E forse per cosa di ieri? Molto tempo fa io conoscevo le ragioni delle mie opinioni.
Dovrei essere un vaso di memoria, se dovessi tenere in me anche le mie ragioni.
È già troppo per me conservare le mie opinioni; di tanto in tanto un uccello vola via.
Di tanto in tanto però trovo anche nel mio colombaio un nuovo uccello che mi è estraneo, e che trema se vi metto la mano sopra.
Ma che ti ha detto una volta Zarathustra? Che i poeti mentono troppo? Ma anche Zarathustra è un poeta.
Credi dunque che io qui dica la verità? E perché lo credi?"
Il discepolo rispose: "Io credo a Zarathustra". Ma Zarathustra scosse la testa e sorrise.
"La fede non mi fa felice" disse; "almeno la fede in me.
Ma posto che taluno abbia detto in tutta serietà che i poeti mentono troppo: ha ragione; noi mentiamo troppo.
Sappiamo anche troppo poco e siamo cattivi scolari: perciò dobbiamo, anche solo per questo, mentire.
E chi di noi poeti non avrebbe adulterato il suo vino? Nelle nostre cantine si sono fatte mescolanze velenose, e talune cose indescrivibili sono accadute.
E siccome noi sappiamo poco, ci piacciono di cuore i poveri di spirito, particolarmente se si tratta di giovani fanciulle.
E anche di cose noi siamo bramosi che si narrano a sera le vecchie donne. Le diciamo l'Eterno Femminino.
E come se ci fosse un particolare accesso segreto al sapere, che vada perduto per coloro che imparano qualche cosa, così noi crediamo al popolo e alla sua 'saggezza'.
Ma questo credono tutti i poeti: che chi nell'erba o in pendici solitarie riposa e tende le orecchie apprenda qualcosa delle cose che stanno fra il cielo e la terra.
E quando sopravvengono loro dei teneri moti interiori, i poeti pensano sempre che la natura stessa sia innamorata di loro: e si insinui nelle loro orecchie per dir qualcosa di segreto e delle frasi teneramente innamorate: delle quali essi si vantano e gloriano davanti a tutti i mortali!
Ahi, vi sono cose fra il cielo e la terra, delle quali solo i poeti hanno saputo sognare!
Ed anche al di sopra del cielo: perché tutti gli dèi sono simboli di poesia, suggerimenti poetici!
Veramente, sempre veniamo spinti in alto [Riferimento agli ultimi due versi del Faust di Goethe] verso il regno delle nuvole: su di esse deponiamo i nostri variopinti palloni e poi li chiamiamo dèi e Superuomini:
tanto sono leggeri abbastanza per sedie di codesto genere! tutti questi dèi e Superuomini.
Ah, come sono stanco di tutto ciò che è incompleto e che invece deve divenire un fatto pienamente concreto. Ah, come sono stanco dei poeti!"
Quando Zarathustra ebbe detto queste cose, il suo discepolo provò rancore contro di lui, ma stette zitto. E anche Zarathustra tacque, e il suo occhio si volse verso l'interno come se guardasse estese lontananze. Poi sospirò, traendo un respiro.
"Io sono di oggi e di sempre" disse poi; "ma c'è qualcosa in me, che è di domani e domani l'altro e di ogni tempo futuro.
Mi sono stancato dei poeti, degli antichi come dei nuovi: tutti sono per me superficiali e mari bassi.
Non pensano abbastanza in profondità: perciò il loro sentimento non raggiunge mai il fondo.
Una certa voluttà e una certa noia: ecco che cos'è il loro miglior pensare.
Tutto il loro arpeggiare è per me un soffio e un furtivo guizzar di fantasmi; che cosa hanno mai saputo essi del vero calore dei suoni?
E poi non sono per me abbastanza mondi: turbano tutte le loro acque per farle sembrare profonde.
E volentieri si danno arie di conciliatori: ma per me restano mediatori e mischiatori, persone a mezzo e poco pulite!
Ahimè, ho gettato la mia rete nei loro mari e ho voluto far buona pesca; ma sempre ne ho tratto a riva la testa di una vecchia divinità.
Così, all'affamato, il mare ha dato una pietra. Essi stessi in fondo potrebbero uscire dal mare.
Certo in loro si trovano anche perle: ma tanto più essi sono simili a dure ostriche. Invece dell'anima, ho trovato spesso in loro solo del muco salino.
Hanno imparato dal mare anche la sua vanità: non è forse il mare il pavone dei pavoni?
Anche davanti al più brutto di tutti i bufali rotola il suo ordito, e mai si stanca delle sue sventagliature trinate seriche ed argentee.
Ma il bufalo lo guarda sdegnoso, prossimo alla sabbia nell'anima sua, e più prossimo ancora al folto, e più ancora alla palude.
Che sono per lui la bellezza e il mare e gli ornati dei pavoni? Ecco una similitudine che io insegno ai poeti.
Veramente il loro spirito stesso è come il pavone dei pavoni e un mare di vanità!
Lo spirito del poeta vuole gli spettatori: fossero essi pure dei bufali!
Ma di questo loro spirito sono ormai stanco: e vedo anche prossimo il momento in cui esso stesso sarà stanco di sé.
Già scorgo i poeti, divenuti altri, volgere lo sguardo su se stessi. Come penitenti dello spirito, li vedo arrivare e venir fuori di se stessi."
Così parlò Zarathustra.
DEI GRANDI AVVENIMENTI
C'è un'isola in mezzo al mare - non lontano dalle Isole Felici di Zarathustra - sulla quale un vulcano fuma continuamente; il popolo dice di lei, e particolarmente dicono le donnette anziane del popolo, che sia posta come un macigno davanti alla porta dell'Averno.
Al tempo in cui Zarathustra abitava nelle Isole Felici, accadde che una nave gettasse l'ancora davanti all'isola sulla quale si trova la montagna fumante; e la sua ciurma prendesse terra per cacciare conigli. Senonché, verso l'ora del meriggio, quando il capitano e i suoi soldati erano di nuovo radunati, ad un tratto videro un uomo che veniva verso di loro attraverso l'aria, e udirono una voce che diceva chiaramente: "È l'ora! È giunta l'ora!" Come tuttavia quella figura fu più vicina - ma passò velocemente, come un'ombra, nella direzione dove sorgeva il vulcano - allora essi riconobbero con gran sbigottimento che era Zarathustra; siccome tutti loro lo avevano già visto, tranne il capitano, e lo amavano come il popolo sa amare: unendo in parti uguali amore e timidezza.
"Guardate!" disse il vecchio timoniere "ecco Zarathustra che va verso l'inferno!"
Durante il tempo in cui i marinai presero terra nell'isola del Fuoco, si sparse la voce che Zarathustra fosse scomparso; e quando furono interrogati i suoi amici, questi raccontarono che egli durante la notte era partito con una nave, senza dire la destinaziome.
Così si sparse irrequietezza in giro; senonché, dopo tre giorni, si aggiunse a quest'ansia il racconto dei marinai; e ormai tutto il popolo diceva che il demonio era venuto a prendersi Zarathustra. I duoi discepoli risero di queste dicerie; e uno di loro disse addirittura: "Io crederei piuttosto che Zarathustra sia andato a prendersi il demonio." Ma nel fondo dell'anima erano pieni di preoccupazione e ansia: così che grande fu la loro felicità quando il quinto giorno Zarathustra ricomparve tra loro.
E questo è il racconto del colloquio di Zarathustra con il cane dell'inferno:
"La terra" egli disse "ha una pelle; e questa pelle ha delle malattie. Una di queste malattie si chiama, per esempio: 'uomo'.
E un'altra si chiama 'cane dell'inferno', sul quale gli uomini hanno troppo mentito e permesso che si mentisse.
Io ho varcato il mare per penetrare questo mistero: e ho veduto la nuda verità, così com'è! dai piedi fino alla testa.
Come stanno le cose con il cane infernale io ora lo so; la stessa cosa avviene con tutti i demoni rifiutati e precipitati, dei quali non solo le vecchie donnette hanno paura.
'Sù, esci, cane dell'inferno, dal tuo abisso!' ho gridato 'e confessa quant'esso sia profondo! Da dove viene tutto ciò che tu sbuffi fuori?
Tu bevi abbondantemente dal mare: lo dimostra la tua salata facondia! In verità, per un cane dell'abisso tu afferri il tuo nutrimento troppo in superficie!
Io ti stimo, a dir molto, un ventriloquo della terra: e sempre, quando ho sentito parlare i demoni rifiutati e precipitati, io li ho trovati come te: salati, bugiardi e superficiali.
Voi sapete mugghiare e confondere con la cenere!
Voi siete i migliori fanfaroni del mondo e avete sufficientemente imparato l'arte di far bulicare la mota.
Dove ci siete voi, ci deve essere sempre vicino del fango e molte cose flaccide, incavate, ristrette: che anelano alla libertà.
Libertà, gridate tutti tanto volentieri: ma io ho perduto la fede nel grande avvenimento, quando è accompagnato da tanto mugghio e fumo.
E credimi, amico fracasso infernale! I maggiori avvenimenti non sono le nostre ore più rumorose, bensì quelle più silenziose.
Il mondo non gira intorno agli scopritori di nuove urla: ma agli scopritori di nuovi valori; gira in silenzio.
Confessalo, dunque! Si è sempre visto che era accaduto ben poco quando le urla e il fumo si sono dissolti. Che cosa importa infatti che una città si sia trasformata in una mummia e un monumento giaccia nel fango!
Dico ancora questa parola ai ribaltatori di monumenti. E proprio la più grande follia gettare sale in mare e monumenti nel fango.
Nel fango del vostro disprezzo giaceva il monumento: ma è proprio sua legge che dal vostro disprezzo cresca di nuovo in esso la vita e una vivente bellezza!
Ecco che con divino impeto si alza sù, reso seducente dalla sofferenza; e invero! esso vi dirà anche grazie perché voi l'avete ribaltato, o distruttori!
Ma io do questo consiglio ai re e alle chiese e a tutto ciò che è invecchiato e scarso di virtù: lasciatevi dunque capolvolgere! Così tornerete di nuovo in vita e in voi tornerà la virtù!'
Così ho parlato al cane dell'inferno: allora esso mi ha interrotto e mi ha chiesto ringhiando: 'Chiesa? Che cosa è mai?'
'Chiesa?' risposi. 'E una specie di Stato, e invero il più falso. Ma taci dunque, cane ipocrita! Tu conosci meglio di tutti la tua specie!
Come te, lo Stato è un cane ipocrita; come te parla volentieri con fumo e con muggiti, per far credere, come te, che egli parla dal ventre delle cose.
Siccome lo Stato vuole essere assolutamente la bestia più importante della terra; e avviene anche che gli si creda.'
Quando ebbi pronunciato queste parole, il cane dell'inferno fece dei gesti come folle di rabbia. 'Come?' gridò 'la più possente bestia della terra? E avviene anche che gli si creda?' E gli uscì dalle fauci tanto vapore e una voce così mostruosa che io credetti che rimanesse soffocato dallo sdegno e dalla collera.
Alla fine tacque, e anche il suo ansare cessò; ma appena si tacque, io gli dissi ridendo:
'Tu vai in collera, cane dell'inferno: dunque io ho ragione di te!
E affinché io continui ad averla, presta ascolto ancora a ciò che io dico di un altro cane dell'inferno: il quale parla realmente dal cuore della terra.
E dal suo respiro scaturisce oro e pioggia d'oro: così vuole il cuore da lui. Che cosa sono per lui la cenere e il fumo e il belletto bollente?
Il riso scoppia da lui come una nuvola multicolore; egli è pieno di malanimo per i tuoi gorgoglii e vomiti e coliche di viscere!
Ma l'oro e il riso egli li prende dal cuore della terra: siccome tu devi sapere che il cuore della terra è d'oro'.
Quando il cane infernale ebbe udito questo, non volle ascoltare più altro. Avvilito, ritrasse la coda, emise un mogio bau! bau! e si ritirò nel suo covo!"
Così raccontò Zarathustra. Ma i suoi discepoli lo ascoltavano appena: tanto grande era il desiderio in essi di raccontargli dei marinai, dei conigli e dell'uomo volante.
"Che cosa devo io mai pensare?" disse Zarathustra. "Forse che sono un fantasma?
Sarà stata forse vista la mia ombra. Avrete ben sentito parlare del viandante e della sua ombra.
Una cosa è sicura: che io devo tenerla più a freno, altrimenti mi farà perdere la reputazione".
E Zarathustra scosse di nuovo la testa e si meravigliò. "Che cosa devo pensare?" ripeté ancora.
"Perché il fantasma gridò: ' È l'ora! È giunta l'ora!'
Per che cosa è giunta l'ora?"
Così parlò Zarathustra.
L'INDOVINO
"…e io vidi una grande tristezza sopravvenire sugli uomini. I migliori si stancarono delle loro opere.
Fu annunciata una dottrina e una fede l'accompagnava: 'Tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto è già stato!'
E da tutte le colline risuonavano le medesime parole: 'Tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto è già stato!'
È vero che noi abbiamo ottenuto il raccolto: ma perché tutti i frutti ci divennero marci e bruni? Che cosa accadde nell'ultima notte di cattiva luna?
Tutto il lavoro inutile, veleno il nostro vino, il malocchio ha fatto diventar gialli i nostri campi e i nostri cuori.
Siamo tutti inariditi; e se il fuoco cade sopra di noi, finiamo in polvere come la cenere: s'è stancato perfino il fuoco.
Tutte le fontane si sono inaridite, è anche il mare si è ritratto. Ogni abisso sta aprendosi, ma la voragine non vuole inghiottire!
'Ah, dove è ancora un mare in cui si possa annegare' suona il nostro lamento; e trascorre le superfici delle paludi.
Invero siamo ormai troppo stanchi per morire; e così continuiamo a vegliare e a vivere nei sepolcreti!"
Così udì Zarathustra parlare un indovino; e la sua profezia gli scese al cuore e lo trasformò. Cominciò ad andare in giro triste e stanco; e divenne simile a coloro di cui aveva parlato l'indovino.
"Veramente," disse ai suoi discepoli "ancora un poco e viene il lungo crepuscolo. Ahimè, come potrò mettere in salvo la mia luce?
Solo che io non venga meno in mezzo a tutta questa tristezza! In mondi più lontani deve risplendere la luce, e in più lontane notti!"
Così turbato nel cuore se ne andava in giro Zarathustra; e per tre giorni non prese né cibo né bevanda, né trovava pace né parola. Infine accadde che egli cadde in un profondo sonno. I suoi discepoli sedevano intorno a lui in lunghe veglie notturne e attendevano angosciati che si svegliasse e di nuovo parlasse e fosse risanato dal suo turbamento.
Questo poi è il discorso che pronunciò Zarathustra, quando si svegliò; ma la sua voce giungeva ai suoi discepoli come da una vasta lontananza:
"Udite il sogno che ho fatto, o amici, e aiutatemi a comprenderne il senso!
Un enigma è per me questo sogno; il suo senso è racchiuso in esso, e non ne esce ancora fuori spiegando le ali.
Ho sognato di aver rinunciato ad ogni vita. Ero divenuto una guardia notturna di sepolcreti, là nel solitario castello montano della morte.
Lassù io guardavo le bare: le oscure gallerie a volta erano piene di simboli di vittoria. Era come se da bare di vetro mi guardasse una vita ormai trascorsa.
Respiravo odore di polverose eternità: afosa e polverosa era la mia anima. E chi mai avrebbe potuto in quel luogo far vento alla propria anima?
Una chiarezza di mezzanotte era sempre intorno a me, e la solitudine le stava accovacciata accanto; e, per terza, una rantolante immobilità mortale, la peggiore delle mie amiche.
Tenevo in mano delle chiavi, le più rugginose di tutte le chiavi; e sapevo con esse aprire la più rumorosa delle porte.
Simile ad un cattivo gracchiare il suono ne echeggiava per le lunghe gallerie, quando aprivo le ali di una porta: l'uccello urlava di malaugurio, perché non voleva essere disturbato.
Ma ancora più terribile e terrificante era se taceva, e all'intorno era tutto silenzio, e io sedevo solo in questo sinistro silenzio.
Così il tempo passava e scorreva, per quanto vi fosse ancora un tempo. Che ne so io? Ma infine accadde ciò che mi svegliò.
Tre volte batterono dei colpi alla porta, simili a tuoni, e le volte delle gallerie echeggiarono tre volte ululando: allora io mi recai verso la porta.
'Folletto!' gridai 'chi porta la sua cenere sulla montagna? Alpa! Folletto! chi porta la sua cenere sulla montagna?'
Spinsi dentro la chiave, e tentavo di aprire e mi sforzavo. Ma non si era ancora aperta della larghezza di un dito, che un vento impetuoso ne spalancò i battenti; e fischiando e sibilando mi lanciò addosso una bara nera: e nel turbinare e nel fischiare e sibilare del vento la bara si scoperchiò sputando fuori mille multiformi risate.
Da mille maschere di bambini, angeli, civette, pazzi e farfalle grandi come bambini era tutto un ridere e uno schernire e un imprecare contro di me.
Sussultai atterrito: e mi buttai al suolo. E gridavo dal terrore, come mai avevo gridato.
Ma fu il mio proprio urlo quello che mi svegliò: e tornai in me".
Così narrò Zarathustra il suo sogno e poi tacque: siccome non sapeva ancora decifrano. Ma il discepolo, che egli più amava, si alzò rapidamente, afferrò la mano di Zarathustra e disse:
"È la tua vita stessa che spiega questo sogno, o Zarathustra!
Non sei tu stesso il vento che spiffera sibilando, e spalanca le porte nei castelli della morte?
Non sei tu stesso la bara piena di variopinte malvagità e di maschere angeliche della vita?
In verità, simile a migliaia di risa di fanciulli giunge Zarathustra in tutte le camere mortuarie, ridendo sui guardiani notturni dei sepolcri, e su chi comunque fa schiamazzo con macabre chiavi.
Tu li spaventerai e li abbatterai con il tuo ghignare; il loro venir meno e il loro risveglio dimostrerà la tua potenza su di loro.
E anche se giunge il lungo crepuscolo e la stanchezza mortale, tu non verrai a morte sotto il nostro cielo, tu che sei l'esaltatore della vita!
Nuove stelle ci hai fatto vedere e nuove meraviglie notturne; in verità, persino il riso tu hai disteso su di noi come una grande tenda variopinta.
Ora sarà sempre un riso di fanciulli a sgorgare dalle bare, ora sempre vittorioso giungerà un forte vento a spazzare ogni stanchezza mortale; di ciò sei tu stesso il premonitore e il testimone!
Veramente sei stato tu stesso a sognarli, i tuoi nemici: ed è stato il tuo sogno più grave!
Ma come ti sei infine risvegliato e sei tornato in te, anch'essi dovranno risvegliarsi e tornare a te!"
Così parlò il discepolo; e tutti gli altri si fecero intorno a Zarathustra e lo presero per mano e volevano convincerlo ad abbandonare il letto e la tristezza e a tornare a loro. Ma Zarathustra sedeva ritto sul suo giaciglio, con sguardo estraneo. Simile a colui che ritorna da una lunga sosta in paese straniero, guardava i suoi discepoli ed esaminava i loro volti; e ancora non li riconosceva. Quando poi essi lo sollevarono e lo misero in piedi, ecco che il suo occhio si mutò improvvisamente; comprese tutto ciò che era accaduto, si accarezzò la barba e disse con forte voce:
"Va bene, lasciamo andare; voi intanto pensate, o miei discepoli, a preparare un buon pranzo, e in breve tempo! Così voglio far penitenza per i cattivi sogni!
L'indovino tuttavia deve mangiare e bere al mio fianco: e veramente gli voglio ancora mostrare un mare, in cui potrà affondare!"
Così parlò Zarathustra. Guardò il discepolo, che aveva interpretato il sogno, contemplandolo a lungo nel volto, e scosse la testa.
DELLA REDENZIONE
Un giorno, mentre Zarathustra passava su un grande ponte, lo circondarono storpi e mendicanti, e un gobbo così gli parlò:
"Guarda, Zarathustra! Anche il popolo impara da te e acquista fede nella tua dottrina: ma perché possa crederti del tutto, serve ancora una cosa: tu devi innanzi tutto persuadere noi storpi! Qui tu ne hai un bell'assortimento e in realtà, un'occasione con più di un ciuffo! Puoi guarire i ciechi e far camminare gli storpi; e a colui che ha troppa roba dietro di sé, potresti anche toglierne un po': questo, secondo me, è il giusto modo per far sì che gli storpi credano in Zarathustra!"
Ma Zarathustra rispose così a colui che aveva parlato: "Se si toglie ad un gobbo la sua gobba, gli si toglie il suo spirito: così insegna il popolo. E se si dà la vista al cieco, questi vedrà troppe brutte cose sulla terra: così che maledirà chi lo ha guarito. Ma colui che fa camminare lo storpio gli fa il più grande danno: siccome quando questi potrà camminare, trascinerà con sé i suoi vizi: così almeno il popolo insegna circa gli storpi. E perché anche Zarathustra non potrebbe imparare dal popolo, se il popolo impara da Zarathustra?
Da quando io sono tra gli uomini, questi sono per me i mali minori che io vedo: 'Che a qualcuno manchi un occhio e a un altro un orecchio e a un terzo una gamba, e altri abbiano perduto la lingua o il naso o la testa'.
Scorgo e ho scorto cose peggiori, e alcune così orripilanti che io non vorrei parlare di tutte e di qualcuna non vorrei tuttavia tacere: cioè uomini ai quali manca tutto, salvo che hanno una cosa di troppo: uomini che non sono altro che un grande occhio o una grande bocca o una grande pancia o qualcosa comunque di grosso; io li chiamo storpi invertiti.
E quando sono venuto fuori dalla mia solitudine e per la prima volta sono passato su questo ponte, non ho creduto ai miei occhi; scrutavo e ancora scrutavo, e infine ho detto: 'Quello è un orecchio! Un orecchio grande come un uomo!' Ho guardato ancora meglio; e in realtà dietro l'orecchio, si muoveva qualcosa che era così piccola e meschina e frale da far pietà. E parola d'onore, quel mostruoso orecchio stava su un piccolo esile stelo; ma lo stelo era un uomo! Se uno si fosse messo le lenti sugli occhi, avrebbe potuto riconoscere perfino un piccolo visetto invidioso; ed anche che un'animula gonfia si dondolava sullo stelo. Ma il popolo mi disse che quel grande orecchio non solo era un uomo, ma addirittura un grande uomo, un genio. Non credo mai al popolo, quando parla di grandi uomini: e così sono rimasto della mia opinione che fosse uno storpio invertito, che aveva troppo poco di tutto, e troppo di una sola cosa".
Quando Zarathustra ebbe così parlato al gobbo e a coloro di cui era bocca e difesa, si volse con profondo malumore ai suoi discepoli e disse:
"In realtà, amici miei, io cammino tra gli uomini come tra frammenti e mucchi di membra umane!
Ai miei occhi questa è la cosa più terribile, che io trovi l'uomo frantumato e sparpagliato come su un campo di battaglia e in un mattatoio.
E se il mio occhio trascorre rapido dal presente al passato, trova sempre la stessa cosa: frammenti e mucchi di membra e terribili casi; ma non uomini!
Il presente e il passato della terra - ahimè! amici miei - questa è la cosa più insopportabile per me; e non saprei vivere, se io non fossi un veggente di ciò che dovrà avvenire.
Un veggente, un volente, un creatore, un avvenire io stesso e un ponte per l'avvenire; e ahimè, anche, per così dire, uno storpio su questo ponte: tutto questo è Zarathustra.
E anche voi spesso vi siete chiesti: 'Chi è Zarathustra per noi? Come dobbiamo chiamarlo?' E come me stesso, voi vi deste domande per risposte.
È un promettitore? Un mantenitore? Un conquistatore? O un erede? Un autunno? O un vomere? Un medico? O un risanato?
È un poeta? O uno che dice la verità? Un liberatore? Un saggiatore? Un buono? O un malvagio?
Mi muovo tra gli uomini come tra frammenti dell'avvenire: quell'avvenire che io scorgo.
E questo è tutto il mio poetare e tendere: che io riduco poeticamente ad unità e unisco ciò che è frammento ed enigma e torbido caso.
E come potrei sopportare di essere uomo, se l'uomo non fosse anche poeta e risolvitore di enigmi e redentore del caso!
Redimere i trapassati e trasformare ogni 'fu' in un 'così volli!': questo sarebbe per me redenzione!
Volontà - così si chiama il liberatore e l'apportatore di felicità: così io vi ho insegnato, o amici miei! Ma ora imparate questo in più: la volontà stessa è un prigioniero.
Volere libera: ma come si chiama ciò che mette in catene anche il liberatore?'
'Fu': così si chiama l'arrotar dei denti del volere e la più solitaria angoscia. Impotente contro ciò che è un fatto, cattivo spettatore di tutto il passato.
La volontà non può tornare indietro; il fatto che essa non possa infrangere il tempo e i desideri del tempo: questa è la più solitaria afflizione della volontà.
Volere libera: ma che cosa inventerà la volontà, per liberarsi dalla sua afflizione e farsi gioco del suo carcere?
Ahimè, ogni prigioniero diviene un folle! E attraverso la follia si libera anche la volontà prigioniera.
Che il tempo non torni indietro, questo è il suo cruccio; 'ciò che fu', così si chiama la pietra che egli non può rovesciare.
E così rovescia le pietre per rabbia e scontentezza e si vendica di ci che non sente, come lui, cruccio e scontentezza.
Così la volontà, la liberatrice, diviene qualcosa che fa male: e di tutto ciò che può soffrire prende vendetta col non poterlo far tornare indietro.
Questo, questo è la vendetta in se stessa: l'odio della volontà contro il tempo e il suo 'fu'.
Veramente una grande follia alberga nella vostra volontà, ed è una maledizione per tutta l'umanità il fatto che questa follia sia divenuta spirito!
Lo spirito della vendetta: questo, amici miei, è stato fino ad oggi il miglior modo di riflettere; e dove c'era il male, doveva sempre esserci la punizione.
'Punizione' appunto si chiama la vendetta in se stessa: con una falsità essa simula una buona coscienza.
E siccome in colui che vuole, in lui stesso è il male, per il fatto che egli non può tornare indietro nel volere; così la volontà stessa e ogni vita diviene una punizione!
Così che nube su nube sono andate ammassandosi sopra lo spirito: finché la follia ha urlato: 'Tutto passa, tutto è degno di trapassare e perire!'
'E giustizia in se stessa è quella tal legge del tempo, per cui esso deve divorare i suoi figli': così ha urlato la follia.
'Secondo il costume, le cose sono ordinate sotto l'insegna del diritto e della pena. Oh, dov'è la liberazione dal flusso delle cose e dalla punizione dell'esistenza?' Così ha urlato la follia.
'Può darsi mai liberazione, se esiste un diritto eterno? Ahimè, irremovibile è la pietra del fu: eterne devono essere tutte le pene!' Così ha urlato la follia.
'Nessuna azione può venire annullata: e come potrebbe essa dunque divenirlo in virtù della pena? Questo, questo è l'elemento eterno della pena della esistenza, che l'esistenza deve essere anche a sua volta azione e colpa!
'Anche se la volontà infine liberasse se stessa, e il volere diventasse un non volere': ma voi la conoscete bene, fratelli miei, questa vecchia canzone della follia.
È da queste storie che io vi ho tirato fuori quando vi ho insegnato: 'La volontà è creatrice'.
Ogni 'fu' è un frammento, un enigma, un triste caso, finché la volontà creatrice aggiunge: 'Così ho voluto io!'
Finché la volontà creatrice aggiunge: 'Così ho voluto io! E così continuerò a volere!'
Ma ha essa mai parlato così? E quando accadde questo? Forse che la volontà si è già sbarazzata della sua follia?
La volontà forse è già stata la sua propria liberatrice e apportatrice di gioia? Ha dimenticato lo spirito della vendetta e tutto il digrignare dei denti?
E chi le ha insegnato a rappacificarsi col tempo, e con qualcosa di più alto di ogni conciliazione?
Qualcosa di più alto di ogni conciliazione deve volere una volontà che sia vera volontà di potenza: ma come piò accadere questo? Chi le avrebbe insegnato anche la possibilità di ritornare sui suoi passi?"
A questo punto del suo discorso, avvenne che Zarathustra tacque d'un tratto; e sembrava simile a qualcuno che sia molto spaventato. Con occhio terrorizzato guardò i suoi discepoli; il suo sguardo trapassava come una freccia i loro pensieri e retropensieri. Ma dopo una piccola sosta ricominciò a ridere e disse bonariamente:
È difficile vivere con gli uomini, perché è tanto difficile il tacere. Strano, per uno che ciancia tanto."
Così parlò Zarathustra. Ma il gobbo aveva ascoltato i discorsi e si era coperto il volto; quando però udì ridere Zarathustra, guardò in sù incuriosito e disse lentamente:
"Ma perché Zarathustra parla a noi in altro modo che ai suoi discepoli?"
Zarathustra rispose: "Che c'è da meravigliarsi? Con i gobbi bisogna parlar gobbo!"
"Bene" disse il gobbo; "e con gli scolari bisogna esprimersi in modo scolastico.
Ma perché Zarathustra parla altrimenti ai suoi scolari che non a se stesso?"
DELLA SAGGEZZA UMANA
"Non l'altezza: ma la china è spaventosa!
La china, dove lo sguardo precipita in basso e la mano si stende in alto. Allora il cuore viene meno a causa della duplice volontà.
Ahimè, amici, indovinate voi del tutto la duplice volontà del mio cuore?
Questa, questa è la mia china e il mio pericolo, siccome il mio sguardo precipita verso l'altezza, e la mia mano desidera sostenersi e precipitare nell'abisso!
La mia volontà si aggrappa all'uomo, io mi incateno agli uomini, perché mi sento trasportare in alto verso il Superuomo: là tende l'altra mia volontà.
E perciò io vivo come un cieco tra gli uomini: come se non li conoscessi: affinché la mia mano non perda del tutto la sua fede nell'eterno.
Io non vi conosco, uomini: questa oscurità e questo conforto spesso mi avvolgono.
Sto seduto sotto il portico a disposizione di ogni furfante, e domando: chi mi vuole ingannare?
Questa è la mia prima saggezza umana, che mi lascio ingannare per non essere costretto a stare in guardia dall'uomo: come potrebbe l'uomo costituire un'ancora per il mio pallone? Facilmente verrei trascinato in alto, lontano nel cielo!
Questa provvidenza sta sopra il mio fato, che io debba vivere senza prudenze.
E chi tra gli uomini non vuole morire di sete, deve imparare a bere a tutte le coppe; e chi tra gli uomini vuole rimanere puro, deve adattarsi a lavarsi anche con l'acqua sporca.
Spesso mi son detto per conforto: 'Suvvia, vecchio cuore! Una tua sventura ha avuto esito infelice: ma tu godine come di una fortuna!'
Ma questa è l'altra mia saggezza umana: io rispetto più i vanitosi degli orgogliosi.
La vanità ferita non è forse la madre di tutte le tragedie? Dove invece l'orgoglio è ferito, là nasce qualcosa che è migliore dell'orgoglio stesso.
Perché la vita sia degna d'essere contemplata bisogna che venga ben recitata: perciò servono buoni attori.
Ho trovato che tutti i vanitosi sono dei buoni attori: recitano e vogliono che li si guardi: tutto il loro spirito è posto in questa volontà. Rappresentano se stessi, inventano se stessi; io amo, in loro presenza, contemplare la vita; ciò mi guarisce dalla malinconia. Rispetto i vanitosi perché sono i medici della mia malinconia e mi tengono incatenato all'uomo come ad uno spettacolo. E poi: chi può giudicare, nel vanitoso, tutta la profondità della sua modestia? Io sono con lui buono e compassionevole per la sua modestia. Attende di imparare da voi la fede in se stesso; si nutre dei vostri sguardi, divora la lode dalle vostre mani. Crede anche alle vostre menzogne, se sapete mentir bene su di lui: perché nel più profondo del suo cuore sospira: 'Che cosa sono io?' E se la vera virtù è quella che non conosce se stessa: il vanitoso non conosce la sua modestia! Questa è poi la mia terza saggezza umana: io non mi lascio guastare, dalla vostra paura, il piacere della vista dei malvagi. Sono beato nel vedere le meraviglie che cova il sole cocente: tigri e palme e serpenti a sonagli. Anche tra gli uomini c'è una bella covata di sole cocente, e vi sono molte cose mirabili tra i malvagi. Invero, come i vostri saggi non mi sembrarono tanto saggi: così ho trovato che anche la malvagità degli uomini è al di sotto del suo nome. E spesso ho domandato, scuotendo la testa: perché suonate ancora, o serpenti a sonagli? In realtà, c'è un futuro anche per il malvagio! E il più cocente Sud non è stato ancora scoperto per l'uomo. Quante cose vengono chiamate terribili malvagità, che non misurano più di dodici piedi e non si dilungano che per tre mesi!
Ma un giorno verranno al mondo draghi molto più grandi. Perché, affinché al Superuomo non manchi il suo drago, il superdrago, che sia degno di lui, molto sole cocente deve ancora infuocare l'umida foresta vergine! Dai vostri gatti selvatici devono svilupparsi le tigri, e dai vostri rospi velenosi i coccodrilli, perché il buon cacciatore deve avere una buona caccia! E in realtà, o buoni, o giusti! In voi molto è degno di riso e soprattutto la vostra paura di quello che, fino ad oggi, è stato detto 'diavolo'! Così estranei siete voi e le vostre anime alle cose grandi, che il Superuomo, nella sua bontà, vi sembrerebbe spaventoso! E voi saggi e sapienti, voi fuggireste via dal bruciante sole della sapienza, in cui il Superuomo immergerà, con gioia, la sua nudità! Voi, uomini sublimi, che il mio occhio ha incontrato! Questo è il mio dubbio circa voi e il mio riso segreto: capisco che voi chiamereste il mio Superuomo un Diavolo! Ahimè, mi sono stancato dei sublimi e degli ottimi: dalle loro 'altezze' ho desiderio di andare più in alto, fuori, via, lontano, verso il Superuomo! Fui preso dall'orrore, quando vidi questi nudi migliori: allora mi spuntarono le ali per volare via in un lontano avvenire. In un più lontano avvenire, in un Sud più meridio nale, di quanto possa sognare un artista: laggiù, dove gli dèi si vergognano di ogni veste! Ma io voglio vedere voi, o vicini e prossimi, travestiti e bene ornati, e vanitosi, e dignitosi come si addice ai 'buoni e giusti'. E voglio sedere tra di voi travestito, perché possa illudermi su di voi e su me stesso: questa è la mia ultima saggezza umana."
Così parlò Zarathustra.
L'ORA PIÙ SILENZIOSA
"Che cosa mi accade, amici miei? Mi vedete turbato, sospinto, obbediente-controvoglia, pronto ad andare; ahimè, a partirmi da voi!
Sì, ancora una volta Zarathustra deve tornare alla sua solitudine: ma questa volta l'orso torna malvolentieri al suo covo!
Che cosa mi accade? Chi mi impone questo? Ahimè, così vuole la mia adirata signora, colei che mi ha parlato; vi ho già detto il suo nome?
Mi parlò ieri, a sera, la mia ora più silenziosa: e questo è il nome della mia terribile signora.
E così avvenne. Debbo dirvi tutto, perché il vostro cuore non s'indurisca contro colui che parte all'improvviso!
Conoscete il terrore di chi si addormenta?
Fino alle dita dei piedi è terrorizzato, perché sente mancargli il terreno sotto i piedi e iniziare il sogno.
Vi dico questo per allegoria. Ieri, nell'ora più silenziosa, mi è mancato il terreno: ed è iniziato il sogno.
L'ago si spostava, l'orologio della mia vita ha preso fiato, non avevo mai udito un tale silenzio intorno a me: così che il mio cuore si è spaventato.
Poi qualcosa senza voce mi ha parlato: 'Tu lo sai, Zarathustra?'
Ed io ho urlato dal terrore udendo quel mormorio, e il sangue si è ritratto dal mio volto: ma ho taciuto.
Ed ecco che ancora quel qualcosa senza voce mi ha parlato: 'Tu lo sai, Zarathustra, ma non lo dici!'
Infine ho risposto, simile a una sfida: 'Sì, io lo so, ma non lo voglio dire!'
Di nuovo quel qualcosa senza voce mi ha parlato: 'Tu non vuoi, Zarathustra? È dunque vero? Non nasconderti nel tuo sdegno!'
E piangevo e tremavo come un bimbo e ho detto: 'Ahimè, vorrei, sì, ma come posso? Esonerami da questo compito! E superiore alle mie forze!'
Di nuovo la voce senza voce mi ha parlato: 'Che cosa importa di te, Zarathustra! Di' la tua parola e infrangiti!'
Ed io ho risposto: 'Ah, è forse la mia parola? Chi sono io? Attendo un più degno; io non sono degno neppure di infrangermi per lui'.
Allora la voce senza voce mi ha parlato ancora: 'Che te ne importa? Tu non sei ancora abbastanza umile. L'umiltà ha pelle durissima'.
Ho ribattuto: 'Che cosa mai già non sopportò la pelle della mia umiltà! Io abito ai piedi della mia altitudine: quanto sono alte le mie vette? Nessuno me lo ha ancora detto. Ma conosco bene le mie valli'.
Allora di nuovo la voce senza voce ha parlato in me: 'O Zarathustra, chi sa spostare montagne, sa spostare anche vallate e bassure'.
Ed io ho detto: 'Ancora la mia parola non ha spostato montagne, e ciò che ho detto non ha raggiunto gli uomini. E vero che io sono andato incontro agli uomini, ma ancora non sono pervenuto al loro cuore'.
Allora dl nuovo la voce senza voce ha parlato in me: 'Che cosa ne sai tu? La rugiada cade sull'erba quando la notte è più silenziosa'.
Ed io ho obiettato: 'Mi hanno preso in giro quando ho trovato la mia strada e me ne sono andato per essa; e le mie gambe, in realtà, tremavano.
Mi dissero: tu hai dimenticato la via, ora dimentichi anche il modo di camminare!'
Allora di nuovo la voce senza voce ha parlato in me: 'Che importa il loro sorriso? Tu sei uno che ha dimenticato l'obbedienza: ma ora sei tu che devi comandare!
Non sai chi è il più necessario agli uomini? Colui che comanda cose grandi.
Portare a compimento cose grandi è arduo: ma la cosa più ardua è comandare cose grandi.
E questo è ciò che meno ti si può perdonare: tu hai la potenza, e non vuoi comandare'.
Ed io ho ribattuto: 'A me manca la voce del leone per comandare'.
Allora un sussurro ha parlato ancora ín me: 'Le parole più silenziose sono quelle che generano la bufera. Pensieri che vengono con piedi dl colomba reggono il mondo.
O Zarathustra, tu devi andar via come un'ombra di ciò che deve venire! Così comanderai e comandando sarai alla testa degli uomini'.
Ed io ho replicato: 'Mi vergogno'.
Allora di nuovo la voce senza voce ha parlato in me: 'È necessario che tu diventi ancora un fanciullo e dimentichi la vergogna.
L'orgoglio della gioventù è ancora in te, tardi sei diventato giovane: ma chi vuoi diventare un fanciullo deve ancora superare la sua giovinezza'.
Ed io ci ho pensato a lungo ed ho cominciato a tremare. Alla fine ho detto ciò che avevo già detto: 'Non voglio'.
Allora è stato tutto un ridere intorno a me. Ahimè, come quel riso mi strappava le viscere e spezzava il cuore!
E per l'ultima volta ho sentito parlare in me: 'O Zarathustra, i tuoi frutti sono maturi, ma tu non sei maturo per i tuoi frutti!
Perciò tu devi tornare in solitudine: perché devi ancora marcire'.
E di nuovo è stato un riso e un fuggi fuggi: poi s'è fatto quiete intorno a me come se il silenzio si fosse raddoppiato. Ma io giacevo sul terreno, e il sudore grondava dalle mie membra.
Ed ora avete udito tutto, e perché anche io debbo ritornare alla mia solitudine. Niente vi ho taciuto, o amici.
Ma anche questo avete udito da me: chi sempre fra tutti gli uomini è il più taciturno, e vuol esserlo!
O amici miei! Avrei ancora qualcota da dirvi, avrei ancora qualcosa da darvi! Perché non ve la do? Sono forse avaro?"
Dette queste parole, Zarathustra fu sopraffatto dalla potenza del dolore e dalla prossimità del congedo dai suoi amici, così che iniziò a piangere ad alta voce; e nessuno sapeva come consolarlo. Quando fu notte, poi, se ne andò da solo e abbandonò i suoi amici.
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L'UOMO PIÙ BRUTTO
E di nuovo passarono mesi e anni sull'anima di Zarathustra, e lui non ci badava; ma i suoi capelli diventavano bianchi. Un giorno, mentre stava seduto su un masso fuori della sua caverna e guardava in silenzio davanti a sé - guardava là fuori sul mare e andava oltre i tortuosi abissi - i suoi animali, dopo aver girato a lungo intorno a lui, alla fine gli si fermarono dinanzi.
O Zarathustra - dissero - stai forse guardando per la tua felicità? Che cosa importa la felicità! egli rispose. Già da tempo io non miro più alla felicità: miro solo alla mia opera. O Zarathustra - dissero ancora gli animali - tu dici queste cose come uno a cui le cose vanno anche troppo bene. Non giaci forse in un ceruleo lago di felicità? Pazzi burloni - rispose Zarathustra ridendo - come avete ben scelto la similitudine! Voi sapete anche che la mia felicità è pesante e non è come un'onda fluente: mi incalza e non vuole lasciarmi, e assomiglia alla pace liquefatta.
Allora gli animali fecero ancora pensierosi un giro intorno a lui e gli si fermarono di nuovo dinanzi. O Zarathustra - dissero - per questo dunque avviene che tu diventi sempre più giallo e scuro, anche se i tuoi capelli cercano di apparire bianchi di lino? Vedi dunque, che tu siedi nella tua sfortuna! Che cosa dite mai, animali miei? - disse Zarathustra, e ne rise. In verità, ho bestemmiato quando ho parlato della pace. Come accade a me, così avviene a tutti i frutti che divengono maturi. C'è il miele nelle mie vene, che rende il mio sangue più spesso e anche più quieta la mia anima. Sarà così, o Zarathustra - risposero gli animali, e gli si strinsero intorno - ma non vuoi oggi salire su un alto monte? L'aria è pura, e si può scorgere più mondo che non mai. Sì, animali miei - rispose - voi mi consigliate di cuore ottimamente: voglio oggi salire su un alto monte! Ma badate che lassù il miele mi sia a portata di mano, giallo, bianco, buono, aureo miele fresco di favo. Perché sappiate che io voglio compiere lassù il sacrificio del miele.
Ma quando Zarathustra fu sulla vetta, mandò a casa gli animali che lo avevano accompagnato e si trovò solo: allora rise di tutto cuore, si guardò attorno e parlò così:
Che io abbia parlato di sacrificio e del sacrificio del miele, è stata soltanto un'astuzia del mio discorso e, in realtà, un'utile follia! Quassù m'è permesso parlare più liberamente che davanti alle caverne degli eremiti e agli animali domestici degli eremiti.
Sacrificare che cosa! Io voglio prodigare ciò che mi è stato donato, io prodigo dalle mille mani: come potrei dunque chiamare questo un sacrificio!
E anche quando ho richiesto del miele, ho desiderato soltanto un'esca, un dolce miele, un succo verso cui tendono anche gli orsi e gli strani cattivi uccelli brontoloni: l'esca migliore, come occorre ai cacciatori e ai pescatori. Poiché se il mondo è come un'oscura foresta di animali e un giardino di delizia per tutti i selvaggi cacciatori, a me sembra piuttosto un mare ricco e imperscrutabile, un mare pieno di pesci variopinti e di crostacei, dei quali avrebbero tanta voglia anche gli dèi, da farsi pescatori e gettatori di reti: così ricco è il mondo di strane cose grandi e piccole!
Specialmente il mondo degli uomini, il mare degli uomini: in cui io lancio ora il mio amo dorato e grido: apriti, abisso umano!
Apriti e gettami i tuoi pesci e i tuoi crostacei scintillanti! Con la mia migliore esca voglio oggi prendere all'amo i più strani pesci umani!
La mia stessa fortuna io getto via per ogni larghezza e lontananza, tra l'oriente, il mezzogiorno e il ponente, per vedere se ad essa non impareranno ad attaccarsi molti pesci umani, finché, abboccando al mio amo aguzzo e nascosto, dovranno lasciarsi tirar sù alla mia altezza, i variopinti abitatori degli abissi; sù, fino al più malvagio di tutti i pescatori di uomini.
Questo infatti sono io fin dal fondo e dal principio, trascinante, attirante, sollevante, un attivatore, un educatore, un allevatore e un correttore, che una volta non disse invano a se stesso: 'Divieni colui che tu sei!'
.Così possano gli uomini venire d'ora in poi quassù da me: poiché io aspetto ancora il segno che è il tempo della mia discesa; non ancora discendo io stesso, come debbo fare una volta, tra gli uomini.
Aspetto qui, astuto e beffardo sulle alte montagne, né impaziente, né paziente, anzi, come uno che abbia disimparato anche la pazienza, perché non è più uno che 'sopporta'.
Il mio destino infatti mi lascia tempo: mi ha forse dimenticato? O se ne sta seduto dietro un grande masso, all'ombra, a chiappare le mosche?
In realtà, io sono grato per questo al mio eterno destino, che non mi insegue e non mi incalza, ma mi lascia tempo per le sciocchezze e le malignità: tanto che io oggi sono salito su questo alto monte per fare addirittura una pesca.
Ha mai un uomo preso pesci su un alto monte?
E anche se è una follia ciò che io voglio compiere quassù: meglio questa follia piuttosto che divenire laggiù solennemente verde e giallo per l'attesa; uno che recalcitra e freme di rabbia per l'attesa, una santa mugghiante bufera sulle montagne, un impaziente che grida a valle: 'Ascoltate, o vi frusterò con il flagello di Dio!'
Non che io me la prenda per questo con tali iracondi: essi sono tanto buoni da farmi addirittura ridere! Ma debbono essere impazziti, questi grandi strepitanti tamburi, che oggi potranno parlare o mai più!
Sennonché, io e il mio destino non parliamo all'oggi, non parliamo neanche al giammai: noi abbiamo pazienza e tempo in abbondanza per parlare. Poiché una volta quegli dovrà ben venire e non potrà aver fine.
Chi dovrà un giorno venire e non potrà aver fine? Il nostro grande Hazar, il nostro grande lontano regno dell'Uomo, il regno millenario di Zarathustra.
Quanto può essere lontana questa 'lontananza'? Che m'importa! Non è perciò meno sicura, con entrambi i piedi io sto saldo su questa base, su un'eterna base, sulla dura pietra originaria, questa altissima e durissima montagna primordiale, su cui convengono tutti i venti come su uno spartivento, e chiedo dove? Donde? Verso dove?
E tu ridi, ridi, mia chiara, schietta malvagità! Dagli alti monti rovescia giù il tuo crepitante riso di ironia! Ed attirami con il tuo luccichio i più begli uomini-pesce!
E ciò che in tutti i mari mi appartiene, ciò che è in sé e per sé mio in tutte le cose, pescamelo fuori, conducimelo sù: lo attendo, il più maligno di tutti i pescatori.
Fuori, fuori miei ami! Dentro, giù, esche della mia felicità! Vedi la tua più dolce rugiada, o miele del mio cuore! Mordi, mio amo, il ventre di tutta la nera tribolazione!
Fuori, fuori, mio occhio! Oh, quanti mai mari intorno a me, quali crepuscoli di umani tempi a venire! E sopra di me, quale rosea calma! Qual silenzio senza nubi!
IL GRIDO DI DOLORE
Il giorno seguente sedeva di nuovo Zarathustra sulla sua pietra davanti alla grotta, mentre gli animali là fuori se ne andavano per il mondo, per portare a casa nuovo cibo, ed anche nuovo miele: poiché Zarathustra aveva consumato il vecchio miele fino all'ultimo grano. Ma mentre in tal modo stava seduto con uno stecco in mano, e tracciava sul terreno il contorno dell'ombra della sua figura, meditando non certo su di sé e la sua ombra, sobbalzò d'un tratto ed ebbe un brivido: perché vide accanto alla sua anche un'altra ombra. E come d'un tratto si guardò intorno e si levò in piedi, ecco che vide accanto a sé l'indovino, quel medesimo che egli un giorno aveva accolto, nutrito e dissetato alla sua tavola, l'annunciatore della grande stanchezza, il quale insegnava: Tutto è uguale, nulla vale la pena, il mondo è senza senso, il sapere strozza. Ma il suo volto si era frattanto trasformato; e quando Zarathustra lo guardò negli occhi, il suo cuore ne ricevette di nuovo spavento: tanti cattivi preannunci e grigi lampi percorrevano quel volto.
L'indovino, che si accorse di ciò che trascorreva nell'animo di Zarathustra, si passò la mano sulla faccia, come se volesse levar via le tracce; e la medesima cosa fece anche Zarathustra. E quando entrambi in tal modo si furono in silenzio ripresi e furono per così dire tornati in sé, si diedero la mano, in segno di volersi veramente riconoscere.
Sii benvenuto - disse Zarathustra - tu, profeta della grande stanchezza, non devi essere stato invano un giorno ospite alla mia tavola. Mangia e bevi anche oggi con me e perdona se un vecchio uomo allegro e contento siede con te! Un vecchio uomo allegro e contento? rispose l'indovino, tentennando il capo. Ma ciò che tu sei lo vuoi essere, o Zarathustra, lo sei stato da infinito tempo quassù; il tuo vascello tra breve non starà più in secca. Sto forse in secca? chiese Zarathustra ridendo. Le onde intorno alla tua montagna - rispose l'indovino - salgono e montano, le onde del grande dolore e della grande contrizione: presto solleveranno anche la tua barchetta ,e ti trascineranno via. Zarathustra tacque a quel punto, e si meravigliò. Non senti ancora nulla? continuò l'indovino. Come vien sù rumore e mormorio dall'abisso? Zarathustra continuò a tacere e si mise ad ascoltare: allora udì un lungo, lungo grido, che gli abissi si rimandavano l'un l'altro perché nessuno lo voleva trattenere: tanto suonava malvagio.
O malvagio annunciatore - disse infine Zarathustra - questo è un grido di dolore, il grido di un uomo che certamente giunge da un nero mare. Ma che cosa importa a me del dolore dell'uomo! Il mio ultimo peccato, che mi rimase risparmiato, sai tu come si chiama?
Compassione! rispose l'indovino dalla pienezza del suo cuore, e sollevò entrambe le mani. O Zarathustra, io vengo per condurti verso il, tuo ultimo peccato!
Appena ebbe dette queste parole, risuonò di nuovo echeggiando il grido, più a lungo e più angoscioso che mai, e molto più vicino. Senti? ascolti, o Zarathustra? gridò l'indovino. Il grido è per te, te chiama: vieni, vieni, vieni! è tempo, è giunto il momento!
Zarathustra tacque, confuso e scosso; infine chiese, come uno che indugia in se stesso: E chi è colui, che mi chiama?
Ma tu lo sai già - rispose subito l'indovino. - Perché simuli? È l'Uomo Superiore, che ti chiama!
L'Uomo Superiore! gridò Zarathustra, preso da orrore. Che vuol costui? Che vuol costui? L'Uomo Superiore. Che vuole qui? e la sua pelle si copriva di sudore.
L'indovino non - rispose allo spavento di Zarathustra, ma continuava ancora ad ascoltare, tendendo l'orecchio verso l'abisso. Ma dopo che ebbe taciuto per un pezzo, rivolse lo sguardo e vide Zarathustra che stava in piedi e tremava.
O Zarathustra - cominciò con voce mesta - tu non stai in piedi come uno che la sua felicità fa danzare: tu dovrai danzare, attento a non cadere morto!
Ma se tu anche volessi danzare davanti a me e saltare tutti i tuoi capricci, nessuno mi deve ancora venire a dire: 'Ecco, è l'ultimo uomo contento che danza!'
Invano giungerebbe qualcuno a questa altitudine per cercarlo: troverebbe grotte e retrogrotte, nascondigli e nascondigli, ma non miniere di gioia né camere di tesori né nuove vene d'oro di felicità.
Felicità: come potrebbe trovarsi la felicità presso sepolti vivi e solitari di questo genere! Devo forse andare a cercare l'ultima felicità nelle Isole Felici e lontano fra dimenticati mari?
No. Tutto è uguale, nulla vale la pena, non serve alcun cercare, non ci sono neanche più Isole Felici!
Così sospirava l'indovino; ma al suo ultimo sospiro, Zarathustra divenne di nuovo lucido e sicuro, simile ad uno che da una profonda caverna vien sù alla luce. No! no! no! - gridò con voce forte, carezzandosi la barba. Questo lo so meglio io! Vi sono ancora Isole Felici! Non parlare di ciò, tu, tristo sacco di sospiri!
Smetti di chiacchierarne, tu nuvola di pioggia antimeridiana! Non ci sono io qui, bagnato della tua tribolazione, fradicio come un cane?
Ora io mi scuoto e me ne vado, per asciugarmi: non sorprenderti per questo! Ti sembro forse scortese? Qui è la mia corte.
E per quanto riguarda il tuo uomo Superiore: bene! Lo cerco subito in quelle foreste: di là giunse il grido. Forse lo spaventa un animale malvagio.
È nel mio regno: e qui non mi deve far del male! Davvero ci sono molti cattivi animali presso di me.
Con queste parole Zarathustra si voltò per andarsene. Allora disse l'indovino: O Zarathustra sei un briccone! Lo so già: ti vuoi liberare di me! Faresti meglio a correre nei boschi e dar la caccia ai cattivi animali!
Ma che cosa si può fare con te? A sera dovrai pur ristare con me; nella tua caverna verrò a sedermi, paziente e pesante come un macigno e ti attenderò!
E sia! gridò Zarathustra di nuovo, nell'atto di andarsene. Ciò che è mio nella mia caverna appartiene anche a te, ospite e amico mio!
Ma tu dovresti trovarvi ancora del miele, bene! E allora leccalo, tu brontolone, e addolcisci la tua anima! Stasera vogliamo esser bene disposti l'uno con l'altro, cordiali e lieti, perché il giorno sarà finito! E tu stesso devi danzare sui miei canti come il mio orso ammaestrato.
Non ci credi? Scuoti la testa? Bene! Bene! Vecchi orso mio! Ma anche io sono un indovino.
Così parlò Zarathustra.
CONVERSAZIONE CON I RE
1
Zarathustra non era ancora da un'ora in cammino pei suoi monti e boschi che ad un tratto vide uno strano corteo. Proprio per la via per la quale era incamminato, giungevano due re adorni di corone e di cinture purpuree, variopinti come fenicotteri: e spingevano davanti a sé un asino carico. Che vogliono questi re nel mio regno? disse Zarathustra sorpreso al suo cuore, e si nascose subito dietro un cespuglio. Ma quando i re gli passarono davanti, esclamò, a mezza voce, come uno che parla soltanto a se stesso: Strano! strano! Ma come possono stare insieme queste cose? Due re, vedo, e solo un asino!
Allora i due re si fermarono, sorrisero, volsero l'occhio verso il punto da cui proveniva la voce, e si guardarono reciprocamente in volto. Cose di questo genere le pensiamo anche fra di noi, disse il re che stava alla destra - ma non le diciamo.
Il re che stava alla sinistra scosse le spalle e rispose: Può essere un pastore di pecore oppure un solitario che ha vissuto troppo tempo fra alberi e rocce. Non avere nessuna compagnia guasta anche i buoni costumi.
I buoni costumi? ribatté di mala voglia e amaro l'altro re. Ma da chi vogliamo fuggire? Non forse appunto dai 'buoni costumi'? dalla nostra 'buona società'?
Meglio in verità vivere tra eremiti e pastori che in mezzo alla nostra falsa plebe dorata e azzimata, anche se si dice 'buona società'; anche se si proclama 'nobiltà'. Perché tutto è in essa falso e marcio, e prima di ogni cosa il sangue, grazie a vecchie, brutte malattie e più brutti guaritori.
Il migliore e più gradito oggi è per me un sano contadino, rozzo, astuto, tetragono, caparbio: questa è oggi la specie migliore.
Il contadino è oggi l'uomo migliore; ed è la razza dei contadini che dovrebbe dominare!
E invece domina la plebe; ma io non mi faccio ingannare. Plebe significa: guazzabuglio.
Guazzabuglio plebeo: tutto vi è sottosopra, una confusione di santi e di imbroglioni e di nobilotti e di giudei e d'ogni altra specie del bestiame dell'arca di Noè.
Buoni costumi! Tutto da noi è falso e marcio. Nessuno sa più adorare: proprio costui sfuggiamo. Sono dolciastri cani appiccicosi, e indorano le foglie di palma.
Lo schifo mi assale per il fatto che anche noi re siamo divenuti falsi, carichi di paccottiglia e travestiti col vecchio lusso ingiallito dei vecchi nonni, coperti di medaglie false per i più sciocchi e per i più furbi e per tutti coloro che oggi comunque mercanteggiano con la forza!
Non siamo i primi, eppure dobbiamo rappresentare: di questa impostura ne abbiamo piene le tasche.
Alla massa siamo sfuggiti, a tutti questi starnazzatori e scribacchiatori, mosche noiose, puzzo di mercatura, smanacciate d'orgoglio, cattivo fiato; pfui, vivere tra la massa, pfui, far la parte dei primi tra la massa! che schifo! che schifo! che schifo! Che cosa rimane a noi re!
Ecco che ora ti riprende la tua vecchia malattia - disse a questo punto il re di sinistra - ti sopraffà lo schifo, mio povero fratello. Ma tu sai bene che uno ci sta ascoltando.
Subito Zarathustra, che aveva aperto tanto d'orecchi e d'occhi a questi discorsi, si alzò dal suo nascondiglio e si presentò ai re:
Chi vi ascolta, e vi ascolta volentieri, o voi re, si chiama Zarathustra.
Io sono Zarathustra che una volta disse: 'Che rimane ancora ai re?' Perdonatemi, ma io mi sono rallegrato quando dicevate tra di voi: 'Che cosa rimane a noi re?'
Sennonché, qui è il mio regno e la mia signoria: che state cercando nel mio regno? Forse però avete trovato per strada ciò che io vo cercando: l'Uomo Superiore.
Quando i re udirono questo, si batterono il petto ed esclamarono ad una voce: Siamo scoperti!
Con la spada di questa parola tu squarci la notte scura del nostro cuore. Tu hai scoperto la nostra angoscia, perché, vedi, siamo in cammino per cercare l'Uomo Superiore; l'uomo che stia al di sopra di noi: anche se noi siamo re.
A lui vogliamo condurre quest'asino. L'Uomo Superiore deve essere appunto sulla terra anche il più alto signore.
In tutti i destini umani non c'è peggiore disgrazia che se i potenti della terra non sono anche i primi tra gli uomini. Tutto in tal caso diventa falso, distorto e mostruoso.
Ché se sono gli ultimi, e più bestie che uomini, ecco che la plebaglia aumenta di prezzo, e infine la virtù plebea si leva ad affermare: 'Io soltanto sono la virtù!'
Che ho udito mai? rispose Zarathustra. - Quanta saggezza nei re! Sono estasiato, e proprio mi fa piacere farci sopra una rima; anche se verrà fuori una rima non adatta alle orecchie di ognuno. È già da tanto tempo che ho perduto la stima per le orecchie lunghe. Bene! Avanti!
(Ma a questo punto successe che anche l'asino prese a parlare: e disse chiaramente e di cattiva voglia: I-A.)
Un giorno - nell'anno uno di salute
la sibilla parlò piena di vino:
Guai, tutto va a rovescio!
Male! Il mondo non scese mai più in basso!
Puttana è Roma, e nido di puttane;
Bestia è l'imperatore, e Dio un giudeo!
2
All'udire queste rime di Zarathustra i re si divertirono molto; ma il re di destra disse: O Zarathustra, come abbiamo fatto bene a metterci in cammino per vederti!
I tuoi nemici, infatti, ci mostrarono la tua immagine nei loro specchi: dove tu apparivi con la maschera di un demonio e con un'aria canzonatoria: così che noi avevamo paura di te.
Ma a che cosa è giovato! Sempre ci pungevi le orecchie e il cuore con le tue sentenze. E alla fine dicemmo: che cosa ci importa il suo aspetto!
Noi dobbiamo ascoltare lui, lui che insegna: 'Voi dovete amare la pace soltanto come mezzo per nuove guerre, la pace breve più che la lunga!'
Nessuno pronunciò mai parole più guerriere:
'Che cosa è buono? Essere valorosi è buono. La buona guerra è ciò che santifica ogni cosa'.
O Zarathustra, il sangue dei nostri padri si mescolò a queste parole nel nostro corpo: fu come la voce della primavera per le vecchie botti di vino.
Quando le spade si intrecciavano simili a serpi dalle macchie rosse, allora i nostri padri trovavano bella la vita; ogni sole di pace sembrava loro debole e tiepido, e la lunga tregua faceva loro vergogna.
Come sospiravano, i nostri padri, quando alle pareti vedevano scintillare le lucide spade asciutte!
Come esse, erano assetati di guerra. Una spada infatti scintilla dal desiderio di bere sangue.
Mentre i re in tal modo parlavano e chiacchieravano con fervore della felicità dei loro padri, Zarathustra fu preso da una gran voglia di prendere in giro quel loro accalorarsi: poiché quei re davanti a lui erano chiaramente pacifici, con i loro volti vecchi e raffinati. Ma si trattenne. Bene! disse. - La strada conduce lassù dove si trova la caverna di Zarathustra; questo giorno deve avere una lunga sera! Senonché, ora un grido di aiuto mi chiama lontano da voi.
Sarà onorata la mia caverna, se voi re vorrete sedervi in essa ed aspettarmi: ma, certo, dovreste aspettare a lungo!
Ciò nondimeno, che importa! Dove oggi si impara meglio ad aspettare che a corte? E tutta la virtù che è rimasta ai re, non si chiama oggi: 'saper attendere'?
Così parlò Zarathustra.
LA SANGUISUGA
E Zarathustra proseguì pensieroso più oltre, addentrandosi nei boschi e passando per terreni paludosi; e come accade a coloro che riflettono su cose gravi, pose il piede senza accorgersene su un uomo. Ed ecco che ad un tratto un grido di dolore e due bestemmie e venti parole ingiuriose gli spruzzarono in viso: così che lui, spaventato, alzò il bastone e picchiò colui che già aveva calpestato. Poi subito riflette; e il suo cuore rise della sciocchezza che aveva fatto.
Perdona - disse al calpestato, che rabbioso si era rialzato e seduto - perdona; e ascolta anzitutto una similitudine.
Come un viandante che sognando cose lontane, all'improvviso in una strada solitaria inciampa in un cane che dorme, un cane che giace al sole: come allora entrambi sono presi da rabbia e si assalgono, come nemici mortali, tutti e due spaventati a morte: così è accaduto a noi.
E tuttavia! Tuttavia, quanto poco mancò che non si accarezzassero, quel cane e quel solitario! Non sono forse entrambi solitari?
Chiunque tu possa essere - disse sempre rabbioso il calpestato - mi calpesti ora anche con la tua similitudine, e non soltanto con il tuo piede! Guardami, sono forse un cane? Così dicendo si sollevò ed estrasse dalla palude il suo braccio nudo. Prima infatti giaceva allungato al suolo, nascosto e irriconoscibile, simile a coloro che spiano la selvaggina palustre.
Ma che cosa stai facendo? gridò Zarathustra spaventato, poiché aveva visto che dal braccio nudo fluiva molto sangue. Che cosa ti è successo? Ti ha morso, infelice, una bestia malvagia?
Il sanguinante sorrise, ma sempre furioso. Che cosa ti importa! esclamò, e fece per andarsene. Qui sono a casa mia e nei miei confini. Mi può interrogare chi vuole: ma difficilmente risponderò a uno sciocco.
Ti sbagli - disse Zarathustra pietosamente, e lo tenne fermo; - ti sbagli: qui non sei a casa tua, bensì nel mio regno, e non voglio che nessuno, qui, subisca danno.
Ma comunque chiamami come vuoi; io sono colui che devo essere. E mi chiamo Zarathustra.
Vedi! Lassù la strada conduce alla caverna di Zarathustra: essa non è lontana; non vuoi curare presso di me le tue ferite?
Ti è andata male in questa vita, o infelice: prima ti ha morso la bestia, e poi ti ha calpestato l'uomo!
Come colui che era stato calpestato udì il nome di Zarathustra, si mutò in volto. Che cosa mi accade! esclamò. Di chi mi importa ancora in questa vita, se non di questo solo, di Zarathustra, e di un animale che vive di sangue, la sanguisuga?
Per amore delle sanguisughe, io giacevo qui in questa palude come un pescatore, e già il mio braccio era stato esposto per dieci volte al morso, quando la più bella sanguisuga è venuta a succhiare il mio sangue, Zarathustra stesso! O felicità! O meraviglia! Sia lodato questo giorno che mi ha attirato in questa palude! Sia lodata la miglior ventosa vivente, sia lodata la grande sanguisuga della coscienza, Zarathustra! Così parlò il calpestato; e Zarathustra si rallegrò delle sue parole e del modo fihe e rispettoso con cui le aveva proferite. Chi sei? domandò, e gli porse la mano. - Tra noi due rimangono da chiarire e rasserenare molte cose: ma già, mi sembra, spunta un chiaro, luminoso giorno.
Io sono il coscienzioso dello spirito, - rispose l'interrogato, - e nelle cose dello spirito non c'è nessuno più severo, scrupoloso e duro di me, tranne colui a dal quale io ho appreso, Zarathustra stesso. Meglio non sapere che sapere molte cose a metà!
Meglio essere un pazzo di propria testa, che un saggio a discrezione altrui! Io vado al fondo: che cosa importa se esso è grande o piccolo? Se si chiama palude o cielo? Mi è sufficiente un fondo largo una mano: purché sia proprio fondo a dovere! Un fondo largo come una mano: anche su di esso si può stare in piedi. Nella giusta coscienza del sapere non c'è né grande né piccolo.
Così tu sei forse il conoscitore della sanguisuga? domandò Zarathustra. - E segui la sanguisuga fino nel fondo estremo, o coscienzioso?
O Zarathustra, rispose il calpestato - questa sarebbe un'enormità: come potrei osare ciò? Io sono maestro e conoscitore di ciò che è il cervello della sanguisuga: questo è Il mio mondo! Ed è certo un mondo! Ma permetti che qui il mio orgoglio prenda la parola, poiché in ciò io non ho miei pari. Per questo ho detto che qui sono a casa mia.
Da quanto tempo vado dietro a quest'unica cosa, il cervello-della sanguisuga, perché la viscida verità non mi scivoli più di mano! Qui è il mio regno!
Per questo ho gettato via tutto il resto, per questo tutto il resto m'è divenuto indifferente; accanto alla mia saggezza giace la mia nera ignoranza.
La mia coscienza delle cose dello spirito esige questo da me, che io sappia una sola cosa e ignori tutto il resto: mi fanno schifo tutti i mediocri dello spirito, tutti i vaporosi, i vacillanti, gli esaltati.
Dove la mia lealtà cessa, io sono cieco e voglio anche esser cieco. Ma dove voglio sapere, voglio essere anche leale, cioè duro, severo, limitato, crudele, inesorabile.
Ciò che tu dicesti un giorno, o Zarathustra: 'Spirito è la vita, che incide se stessa nella vita', questo mi attrasse e mi condusse verso la tua dottrina.
E in realtà è con il mio stesso sangue che ho accresciuto il mio sapere!
Come infatti si vede - lo interruppe Zarathustra; - poiché il sangue fluiva ancora dal braccio nudo del coscienzioso. Dieci sanguisughe vi si erano attaccate.
O tu, strano compagno, quante cose mi insegna questo spettacolo, cioè la tua presenza! Non tutto forse potrei riversare nei tuoi orecchi severi!
Ebbene! Separiamoci qui! Ma desidererei volentieri ritrovarti. Lassù la strada conduce alla mia caverna: questa notte tu devi essere il mio ospite gradito!
Volentieri desidererei fare del bene al tuo corpo, poiché Zarathustra ti ha calpestato con il piede: ci sto pensando. Ma ora un grido di dolore mi chiama lontano da te.
Così parlò Zarathustra.
IL MAGO
1
Ma quando Zarathustra ebbe girato intorno ad una rupe, allora vide, non lontano sotto di sé, sulla sua stessa strada, un uomo che si dibatteva come un ossesso e infine cadde bocconi a terra. Alto là! disse Zarathustra al suo cuore. Quello deve essere proprio l'Uomo Superiore, dal quale mi giungeva quel tristo grido di dolore; voglio vedere se posso aiutarlo. Ma come arrivò sul luogo dove l'uomo giaceva, trovò un vecchio tremante con gli occhi sbarrati; e per quanto Zarathustra si affaticasse per sollevarlo e metterlo di nuovo in piedi sulle sue gambe, i suoi sforzi furono vani. L'infelice neppure si accorse che qualcuno era accanto a lui: continuava a guardarsi intorno con atteggiamento disperato come uno abbandonato da tutto il mondo. Ma alla fine dopo molto tremare, scuotersi e smaniare, cominciò a lamentarsi così:
Chi mi riscalda, chi ancora mi ama?
Datemi calde mani!
Date un braciere al cuore!
Allungato al suolo, assalito da brividi,
simile a un moribondo cui si scaldano i piedi,
scosso e percosso, ahimè! da ignota febbre,
e tremando di acute punte e gelo,
da te inseguito, pensiero!
Occulto! innominabile! tremendo!
Tu, cacciatore in corsa dietro le nubi!
Folgorato da te,
occhio sprezzante, che guata dal buio: così io giaccio qui,
mi piego, mi torco, e sono tormentato
dagli eterni martiri,
colpito io sono ormai
da te, tremendo cacciatore Iddio,
da te, mio ignoto Nume!
Colpisci ancora più a fondo!
Colpisci ormai per bene!
Fora, frangi il mio cuore!
A che questo martirio
mio con frecce spuntate?
Ché torni tu a guardare,
e sempre a tormentare
coi tuoi divini occhi lampeggianti?
Non uccidere vuoi,
solo martirizzare?
A che sacrificarmi,
o tu, maligno, sconosciuto Iddio?
Ah! dunque vieni fuori?
In questa mezzanotte
che vuoi tu dunque?
parla! Tu mi spingi e comprimi,
sei già troppo vicino!
Va' via! Va' via!
Senti tu ch'io respiro,
ascolti il cuore mio,
tu, geloso, perché dunque geloso?
Va' via! Perché la scala
porti? vuoi tu lì dentro,
nel fondo del mio cuore
discendere, e laggiù, nei più segreti
pensieri penetrare?
Tu, spudorato! sconosciuto! ladro!
Che vuoi tu trafugare?
Che vuoi tu qui ascoltare?
Che vuoi tu tormentare,
tormentatore mio,
tu, carnefice-Iddio?
O debbo io, pari al cane,
rotolarmi a te innanzi?
Ebbro, fuori di me,
scodinzolarti amore?
Invano! Colpisci ancora,
orrendo pungiglione!
Non un cane; tua selvaggina io sono,
crudele cacciatore!
Tuo prigione più altero,
o predone che stai
dietro le nubi!
Parla! Che vuoi tu, grassatore, mai da me?
Tu nei fulmini avvolto! Ignoto! Parla:
che vuoi qui mai, tu, sconosciuto Iddio?
Come? Un riscatto?
Che vuoi tu per riscatto?
Pretendi molto - questo ti consiglia il mio orgoglio -
e parla breve, ancora!
Ah, ah! Vuoi tu Me?
Me, tutto me?
Ah, ah!
E mi torturi, folle che tu sei,
martirizzi il mio orgoglio?
Dà amore a me; chi ancora mi riscalda?
Chi m'ama ancora? Dammi calde mani!
Dammi bracieri al cuore,
dona a me, solitario,
a cui anche il ghiaccio, un settemplice ghiaccio,
insegna già ad amare,
ad amare persino i suoi nemici,
dona, sì, dona,
terribile nemico, te a me!
Via dunque!
È fuggito anche lui,
il mio ultimo e solo mio compagno,
il mio grande nemico,
lo sconosciuto mio
carnefice-Iddio!
No! Torna indietro,
con tutti i tuoi martìri!
All'ultimo eremita
ritorna tu ancora!
Tutti i torrenti del mio pianto corrono
a fiotti verso te!
E l'ultima fiammata del mio cuore
fiammeggia per te!
Oh, torna ancora,
mio sconosciuto Iddio! Mio dolore! Ultima mia felicità!
2
Ma a questo punto Zarathustra non poté trattenersi più a lungo, prese il bastone e colpì a tutta forza colui che si lamentava. Basta! gli gridò con un riso corrucciato. Basta, commediante! Falsario! Bugiardo! Io ti conosco bene! Io ti voglio riscaldare le gambe, o malvagio mago, so bene come si fa a riscaldare tipi come te! Smetti ribatté il vecchio e si tirò sù da terra; non picchiare più, o Zarathustra! Ho fatto così solo per gioco! Cose di questo genere appartengono al mio mestiere; volevo metterti alla prova, quando ti ho dato questo saggio! E, in realtà, tu hai visto bene in fondo ame! r
Ma anche tu non mi hai dato una non piccola prova di te: tu sei duro, o saggio Zarathustra! Colpisci duramente con le tue 'verità'; il tuo bastone mi strappa questa verità!
Non adulare rispose Zarathustra, ancor sempre eccitato e accigliato; tu, commediante da capo a piedi! Sei falso: che cosa parli di verità!
Pavone dei pavoni, mare di vanità, che cosa hai recitato davanti a me, o malvagio mago, a chi dovevo credere mentre tu ti lamentavi in tal forma?
Io recitavo la parte del penitente dello spirito, disse il vecchio uomo: tu stesso inventasti un giorno questa parola; il poeta e il mago che infine volge contro se stesso il suo spirito, il trasfigurato che muore assiderato per la sua cattiva sapienza e coscienza.
E confessa dunque, o Zarathustra: c'è voluto tempo finché tu giungessi a scoprire la mia arte e la mia bugia! Tu hai creduto nel mio bisogno, quando mi tenevi sollevata la testa con entrambe le mani, ti udivo gemere: 'Lo si è amato troppo poco, troppo poco!' Che io ti avessi ingannato fino a tanto, di ciò si rallegrava la mia malvagità.
Tu potrai avere ingannato anche dei più astuti di me, disse duro Zarathustra. Io non sto in guardia contro gli ingannatori, devo evitare la prudenza: così vuole il mio destino.
Invece tu devi ingannare: per quanto ti conosco! Bisogna interpretarti in due, tre, quattro e cinque modi! Anche ciò che tu ora hai confessato, non è secondo me né abbastanza vero né abbastanza falso!
Malvagio falsificatore, come potresti fare altrimenti! Truccheresti anche la tua malattia, se dovessi mostrarti nudo al tuo medico.
Così hai truccato la tua menzogna quando hai detto: 'L'ho fatto soltanto per gioco!' No, invece c'era anche della serietà, tu sei - fra l'altro anche un penitente dello spirito!
Io indovino quel che tu sei: ti sei mostrato a tutti come un incantatore, ma per te non hai più né bugie né astuzia; per te sei un disincantato!
Come tua unica verità hai raccolto schifo. Nessuna parola in te è schietta, ma solo la tua bocca: cioè lo schifo che è attaccato alla tua bocca.
Chi sei dunque? gridò allora il vecchio mago con voce arrogante. Chi può parlare così a me, il più grande di coloro che oggi vivono? E dai suoi occhi lanciò un lampo verde su Zarathustra. Ma subito si trasformò, e disse tristemente:
O Zarathustra, io sono stanco, ho schifo delle mie magie, non sono un grande; perché fingere a me stesso? Ma tu lo sai: io ho comunque cercato la grandezza!
Ho voluto rappresentare la parte di un grande uomo e ho convinto molti: ma questa menzogna ha finito per vincere le mie forze. Contro di lei mi sono infranto.
O Zarathustra, tutto è menzogna in me, ma che io sia infranto, questo è vero!
Ti fa onore - disse Zarathustra cupo e chinando lo sguardo a terra di lato - ti fa onore aver cercato la grandezza, ma anche ti tradisce. Tu non sei un grande.
Vecchio mago malvagio, questa è la tua cosa migliore e più onesta, ciò che io onoro in te, che tu ti sia stancato di te e abbia confessato: 'Io non sono grande'.
Perciò ti onoro come un penitente dello spirito: e anche se soltanto per il soffio di un attimo, per quel solo attimo tu sei stato onesto.
Ma dimmi, che cosa cerchi qui fra le mie foreste e rocce? E quando mi ti sei posto sul cammino, quale prova volevi da me? in che cosa mi volevi tentare?
Così parlò Zarathustra, e i suoi occhi scintillavano. Il vecchio mago tacque un momento, poi disse:
Ti ho tentato! Io cerco soltanto.
O Zarathustra, io cerco un sincero, un giusto, un semplice, un univoco, un uomo di tutta rettitudine, un vaso di saggezza, un santo della conoscenza, un grande uomo!
Non sai dunque, o Zarathustra? Io cerco Zarathustra.
A questo punto si sospese un lungo silenzio tra i due: Zarathustra si immerse profondamente in se stesso, così che chiuse gli occhi. Ma poi, ritornando al suo interlocutore, afferrò la mano del mago e disse, pieno di gentilezza e malizia:
Ebbene! Lassù la strada conduce dove si trova la caverna di Zarathustra. Là tu puoi cercare chi desideri trovare.
Domanda consiglio ai miei animali, alla mia aquila e al mio serpente: essi possono aiutarti a cercare. Ma la mia caverna è grande.
Io stesso, in verità, non ho ancora visto un uomo grande. Per tutto ciò che è grande, anche l'occhio dei più raffinati oggi è grossolano! È il regno della plebe.
Ho incontrato già più d'uno che si allungava e si gonfiava, e il popolo gridava: 'Ecco un grand'uomo!' Ma a che cosa servono i mantici! Alla fine il vento scappa fuori.
Alla fine scoppia la rana che si è troppo gonfiata: e il vento sfugge. Bucare la pancia di un presuntuoso, ecco un bel trastullo. Ascoltate, ragazzi!
Questo è il giorno della plebe: chi sa ancora ciò che è grande e ciò che è piccolo? Chi ha cercato la grandezza con fortuna! Un pazzo soltanto: solo i pazzi sono fortunati.
Tu cerchi i grandi uomini, o pazzo bizzarro? Chi ti ha insegnato? E oggi tempo per questo? O malvagio cercatore, perché mi tenti?
Così parlò Zarathustra, sollevato - nel cuore, e ridendo andò avanti per la sua strada.
FUORI SERVIZIO
Ma non molto tempo dopo che Zarathustra s'era liberato del mago, scorse di nuovo qualcuno che sedeva lungo la strada per la quale andava, e precisamente un uomo alto e nero con un volto pallido e smunto: e francamente ne rimase molto turbato. Guai - disse al suo cuore: ecco che là sta seduta l'inquietudine mummificata; mi sembra quasi della specie dei preti: che vogliono essi nel mio regno?
Come! Appena sono sfuggito a quel mago: ed ora deve venirmi a tagliare la strada un altro artefice d'arti magiche, una specie di maestro di stregoneria e guaritore, un oscuro facitore di miracoli da parte di Dio, un unto del Signore, un rinnegatore del mondo, che se lo possa prendere il diavolo!
Ma il diavolo non è mai al posto dove dev'essere: giunge sempre troppo tardi, questo maledetto nano e diavolo zoppo!
Così malediva Zarathustra, impaziente nel suo cuore, e stava meditando come fare a sfuggire torcendo lo sguardo via dall'uomo nero: ma guarda un po', le cose andarono in un altro modo. Nel medesimo istante quell'uomo seduto l'aveva scorto; e non diversamente da chi si imbatte in una felicità inattesa, s'alzò e andò diritto come un razzo verso Zarathustra.
Sia chi tu sia, vagabondo - gli disse - porgi aiuto ad un disgraziato, un cercatore, un vecchio uomo, ché altrimenti gli capita qualche guaio!
Questo mondo mi è estraneo e lontano, e vi ho sentito anche ululare delle belve; e colui che mi avrebbe potuto offrire un rifugio non c'è più.
Stavo cercando l'ultimo uomo pio, un santo ed anacoreta, che, solo nella sua foresta, non abbia udito ancora nulla di ciò che oggi sa ognuno.
Che cosa sa oggi ognuno? - chiese Zarathustra.
Su per giù questo, che il vecchio Dio a cui un giorno ognuno credeva, non c'è più?
Tu lo dici - rispose turbato il vecchio. - E io che ho servito questo vecchio Dio fino all'ultima ora!
Ma ora sono fuori servizio, senza Signore, e tuttavia non sono libero, né allegro neanche per una ora, neppure se mi perdo nei ricordi.
Perciò sono salito su queste montagne, per farmi infine da me stesso una festa di quelle che garbavano ai vecchi papi e padri della chiesa: perché, se lo vuoi sapere, io sono l'ultimo papa! Una festa, dico io, di pie ricordanze e servizi divini.
Senonché, ora è morto anche lui, l'uomo più pio, quel santo della foresta che continuamente lodava il suo dio con canti e mormorii.
Non l'ho trovato più, quando ho ritrovato la sua capanna; però c'erano dentro due lupi che ululavano lamentando la sua morte, perché tutti gli animali lo amavano. Allora me ne sono andato.
Son dunque venuto invano in queste foreste e montagne? ho pensato. Allora il mio cuore si è deciso a cercarne un altro, il più religioso di tutti coloro che non credono in Dio; cioè a cercare Zarathustra!
Così parlò il vecchio, e guardò con occhio attento colui che gli stava davanti; ma Zarathustra afferrò la mano del vecchio papa e stette a lungo a guardarlo ammirato.
Vedi là, tu, santità - esclamò poi - che mano bella e lunga! È la mano di un individuo che ha sempre dispensato benedizioni. Ma ora la tiene stretta colui che tu cerchi, cioè io, Zarathustra.
Io stesso sono l'ateo Zarathustra, che parla, e chi è più ateo di me che io possa rallegrarmi di quanto egli mi dice?
Così parlò Zarathustra e penetrava con i suoi sguardi i pensieri e i segreti interiori del vecchio papa. Infine questi incominciò a dire:
Chi più lo amava e possedeva, ecco che più lo ha perduto: ecco, sono forse ora io stesso di noi due il più ateo? Ma chi potrebbe di ciò rallegrarsi?
Tu l'hai servito fino in fondo - chiese Zarathustra pensoso, dopo un profondo silenzio. - Sai tu come morì? È vero ciò che si dice, che sia morto di compassione, per aver visto come l'uomo pendeva sulla croce, e non aver sopportato che l'amore per l'uomo divenisse il suo inferno e infine la sua morte?
Il vecchio papa non rispose, ma guardò obliquo con un'espressione dolorosa e cupa.
Lascialo andare - disse Zarathustra dopo una lunga meditazione, durante la quale sempre teneva l'occhio fisso nell'occhio del vecchio.
Lascialo andare; ormai non c'è più. E anche se ti fa onore che tu non dica se non bene di questo morto, tuttavia sai altrettanto bene quanto lo so io chi egli era, e che percorse degli strani sentieri.
Detto a tre occhi - disse argutamente il vecchio papa (perché era cieco da un occhio) - nelle cose di Dio ne so più io dello stesso Zarathustra; e può ben essere così. Il mio amore ha servito a lui per tanti anni, la mia volontà ha fatto sempre quanto lui voleva. Un buon servitore sa tutto, e sa anche le cose che il suo padrone spesso nasconde a se stesso.
Era un Dio nascosto, pieno di segreti. Per dir la verità, ad avere un figlio ci arrivò per vie traverse. Alla soglia del suo Credo ci sta un adulterio.
Chi lo celebra come un dio d'amore non ha una grande opinione dell'amore. Non voleva forse questo dio fare anche il giudice? Ma chi ama, ama al di là del premio e della pena.
Quando era giovane, questo dio asiatico era duro e vendicativo e si costruì un inferno a tutto divertimento dei suoi cari.
Alla fine divenne vecchio e tenero e frollo e compassionevole, più simile ad un nonno che ad un padre, ma rassomigliante più di tutto ad una vecchia nonna tentennante. - Stava lì, cadente, nell'angolo della sua stufa, lamentandosi delle sue gambe deboli, stanco di tutto, senza più volontà, finché un giorno venne meno per la sua troppa compassione.
Tu, vecchio papa - insinuò a questo punto Zarathustra - hai visto tutto ciò con i tuoi occhi? Perché potrebbe essere andata così: così, ma anche in altro modo. Quando gli dèi muoiono, muoiono sempre di specie diverse di morte.
Tuttavia! Così o in altro modo, così o cosà, è finito! A me faceva schifo sia a sentirlo che a vederlo; non potrei dir niente di peggio su di lui.
Io amo tutto ciò che guarda e parla schietto e chiaro. Ma lui - tu lo sai, vecchio prete, perché qualcosa del tuo tipo, del tipo del prete, in lui c'era - era malfido.
Ed anche poco chiaro. E come se la prendeva con noi, quel borbottone, perché non lo comprendevamo bene! E allora, perché non parlava più chiaro?
E se la colpa era delle nostre orecchie, perché non ci aveva dato delle orecchie più adatte a cornprenderlo? E se dentro ci avevamo il cerume, chi ce l'aveva messo?
Troppe cose gli sono andate male a quel vasaio; si vede che non ci sapeva fare abbastanza!
Ma che poi si vendicasse anche sui suoi vasi e sulle sue creature, perché gli erano riusciti male, questo poi è proprio un peccato contro il buon gusto.
C'è il buon gusto anche nella pietà religiosa: alla fine, esso esclamò: 'Via, con un dio di questo genere! Meglio nessun dio, meglio crearsi il destino con le proprie mani, meglio esser pazzo, meglio esser noi stessi dio!
Ma che sento! disse a questo punto il vecchio papa aguzzando le orecchie. - O Zarathustra, tu sei più religioso di quanto credi, con la tua miscredenza! Qualche dio dentro di te ti ha convertito al tuo ateismo.
Non è la stessa tua religiosità che non ti lascia più credere ad un dio? La tua enorme schiettezza ti condurrà anche al di là del bene e del male!
Vedi un po' che cosa ti fu mai risparmiato? Tu hai occhi e mani e bocca, che sono predestinate a benedire dall'eternità. Non si benedice soltanto con la mano.
In tua prossimità, anche se tu vuoi essere il più ateo di tutti, io subodoro un sentore dolciastro d'incenso che proviene da lunghe benedizioni: e mi fa sentire bene e male insieme.
Lasciami essere tuo ospite, o Zarathustra, per una sola notte! In nessun luogo della terra potrò star tanto bene come con te!
Amen! Così sia! soggiunse Zarathustra con grande meraviglia. - Lassù è la strada che conduce alla caverna di Zarathustra.
Volentieri ti condurrei io stesso, santità, perché amo tutti gli uomini religiosi, ma ora un grido angoscioso mi richiama lontano da te.
Nel mio regno nessuno deve trovarsi male; la mia caverna è un buon porto. E mi è molto caro accogliere ogni essere triste rimettendolo in piedi e su saldo terreno.
Ma chi può togliere dalle spalle la tua malinconia? Sono troppo debole per questo. A lungo invero dovremmo aspettare, finché qualcuno ti risvegliasse il tuo dio.
Questo vecchio dio appunto non vive più: è definitivamente morto.
IL SACRIFICIO DEL MIELE
E di nuovo i piedi di Zarathustra corsero attraverso montagne e foreste, e i suoi occhi cercavano e cercavano, ma non potevano scorgere da nessuna parte colui che volevano vedere, il grande bisognoso e l'invocante aiuto. Tuttavia, per tutto il cammino, esultava in cuor suo e si sentiva soddisfatto. Quali buone cose - diceva - mi ha donato questo giorno, per compenso d'averlo cominciato male! Quali strani interlocutori ho trovato!
Voglio masticare a lungo le loro parole come fossero del buon grano; il tuo dente le macinerà, e le ridurrà in polvere, finché fluiranno come latte nella mia anima!
Come la strada girò di nuovo intorno ad una rupe, il paesaggio si mutò tutto ad un tratto, e Zarathustra si trovò nel regno della morte. Qui si ergevano verso l'alto scogli neri e rossi: non v'era erba, né alberi, né canti di uccelli. Era infatti una valle che tutte le bestie evitavano, compresi gli animali rapaci; soltanto una brutta specie di serpenti verdi e gonfi, quando diventavano vecchi, venivano lì a morire. Perciò essi la chiamavano: tomba dei serpenti.
Zarathustra fu preso da tetri ricordi poiché aveva l'impressione come di essere già stato un'altra volta in quella valle. E fu colto da una grande pesantezza: così che prese a camminare lentamente, sempre più lentamente, e alla fine si fermò. Allora vide, come alzò gli occhi, accovacciato sulla strada, qualcosa che aveva e non aveva aspetto di uomo, qualcosa di inesprimibile. E si sentì preso da grande vergogna per aver guardato con i suoi occhi una tal cosa: arrossendo fino ai suoi capelli bianchi, distolse lo sguardo e mosse il piede per allontanarsi da quel brutto posto. Ma ecco che quella mortale desolazione cominciò ad animarsi: dal suolo lievitò infatti un gorgoglio e un rantolo, come l'acqua che di notte gorgoglia e rantola attraverso tubi occlusi; infine il rumore si trasformò in una voce d'uomo e in un parlare umano, che diceva così:
Zarathustra! Zarathustra! Sciogli il mio enigma!
Parla, parla! Che cosa è la vendetta contro il testimonio?
Io ti attiro indietro, qui il ghiaccio è liscio! Bada, bada che il tuo orgoglio non si spezzi le gambe!
Tu ti credi saggio, orgoglioso Zarathustra! Sciogli dunque l'enigma, o duro schiacciatore di noci, l'enigma, che io sono! Parla dunque: chi sono io?
Ma come Zarathustra ebbe ascoltato queste parole, che cosa mai credete che accadesse allora alla sua anima? La compassione scese su di lui; e ad un tratto cadde a terra, come cade una quercia che abbia resistito a lungo a molti tagli, pesantemente, improvvisamente, tra il terrore di quelli stessi che volevano farla cadere. Ma subito si rialzò da terra e il suo volto si fece duro.
Ti conosco bene - disse con voce di bronzo: tu sei l'assassino di Dio! Lasciami andare. Non sopportasti colui che ti vedeva, che ti vedeva sempre e in fondo all'anima, bruttissimo uomo! Tu ti vendicasti di quel testimonio!
Così parlò Zarathustra, e voleva andar via; ma l'indescrivibile afferrò un lembo della sua veste e ricominciò a gorgogliare e a cercare le parole. Resta! disse alla fine - resta! Non passare! Indovino quale scure ti ha atterrato. Salve a te, o Zarathustra, che stai di nuovo in piedi! Tu hai indovinato, lo so bene, come si sente nell'animo colui che lo uccise, l'assassino di Dio. Resta!
Siediti qui vicino a me, non sarà invano. Verso chi volevo andare, se non verso te? Resta, siediti qui! Ma non mi guardare! Rispetta la mia bruttezza! Essi mi perseguitano: soltanto tu sei il mio estremo rifugio. Non con il loro odio, hon con i loro aguzzini: oh, io riderei di tale persecuzione e ne sarei orgoglioso e contento! Il successo non è stato fino ad oggi di tutti i perseguitati? E chi perseguita bene, impara facilmente a seguire: viene a trovarsi dietro alla fine! Ma è la loro compassione, è la loro compassione, dalla quale io fuggo e cerco rifugio in te. O Zarathustra, proteggimi, mio estremo rifugio, l'unico che mi ha capito: tu hai compreso come si sente nell'animo colui che lo uccise. Resta! E se vuoi andare, o impaziente, non andare per la via per la quale io sono venuto. Quella è una via cattiva. Sei in collera con me, perché già da lungo chiacchiero a dritto e rovescio? Perché ti do consigli? Ma sappi, io sono l'uomo pìù brutto, che ha anche i piedi più grandi e più pesanti. Dove sono passato io, la strada è brutta. Io percorro tutté le strade morte e vergognose. Ma poiché tu mi sei passato davanti, tacendo: poiché ho veduto bene che tu sei diventato rosso: perciò ti ho riconosciuto per Zarathustra. Ogni altro mi avrebbe gettato la sua elemosina, la sua compassione, con sguardi e con parole. Ma per questo io non sono abbastanza mendicante, tu l'hai indovinato; sono troppo ricco, ricco di grandezza, di cose terribili, di cose brutte, di cose indicibili! La tua vergogna, o Zarathustra,mi ha onorato! A stento sono venuto fuori dalla ressa dei compassionevoli, per trovare l'unico che oggi insegna 'la compassione è molesta'; cioè te, Zarathustra!
Sia essa un dio, o cosa umana: la compassione va contro il pudore. E il non-voler-aiutare può essere più nobile che ogni virtù che subito scatta per recare aiuto.
Ma questa oggi è chiamata dalla piccola gente virtù per eccellenza, la compassione: la piccola gente non ha rispetto per la grande sfortuna, per la grande bruttezza, il grande esito infelice.
Io guardo al di là di tutta questa gente, come il cane guarda oltre il dorso delle pecore brulicanti. E piccola gente grigia, di buona lana e buona volontà.
Come un airone volge l'occhio disdegnoso oltre le piatte paludi, con la testa all'indietro: così spingo lo sguardo oltre il brulichìo delle piccole onde grige e delle piccole anime e volontà.
Troppo a lungo si è dato ragione a questa gente piccina: si è finito così per dar loro anche il potere, ed ora essi insegnano che 'è buono soltanto ciò che la gente piccina chiama buono'.
E 'verità' si chiama oggi ciò che disse il predicatore che sorse da loro stessi, quello strano santo e intercessore della gente piccina, che proclamò di sé:
'Io sono la verità'.
Quel presuntuoso già da lungo tempo ha fatto rizzar la cresta alla gente piccina, lui eire diffondeva un grande errore insegnando: 'Io sono la verità'.
Ad un presuntuoso è stato mai risposto più cortesemente? Ma tu, o Zarathustra, andasti oltre di lui e dicesti: 'No! No! Tre volte no!'
Tu ci mettesti in guardia dal suo errore, tu per primo ci mettesti in guardia contro la compassione; non tutti, né nessuno, bensì tu e quelli della tua specie.
Tu ti vergogni della vergogna del grande sofferente; proprio quando dici: 'Dalla compassione viene una grande nuvola; attenti, o uomini!'
Quando insegni: 'Tutti i creatori sono duri, ogni grande amore va oltre la loro compassione': o Zarathustra, come mi sembri conoscere bene i segni del tempo!
Ma tu stesso guardati dalla tua stessa compassione! Perché molti sono in cammino verso di te, molti sofferenti, dubbiosi, disperati, molti che stanno per annegare, molti che patiscono il freddo.
Ti dico persino di guardarti anche da me. Hai indovinato qual è il mio migliore e peggiore enigma, me stesso e ciò che ho fatto. Conosco la scure che ti abbatterà.
Ma egli doveva morire: egli vedeva con occhi che vedono tutto, egli vedeva il fondo e l'abisso dell'uomo, tutte le sue vergogne e brutture nascoste.
La sua compassione non conosceva vergogna: penetrò nei miei angoli più sporchi. Doveva morire quell'uomo troppo curioso, troppo insinuante, troppo compassionevole.
Mi vedeva sempre: volli vendicarmi di quel testimone, altrimenti sarei morto.
Quel dio che vedeva tutto, anche l'uomo, doveva morire! L'uomo non sopporta vivo un testimone di questo genere.
Così parlò l'uomo più brutto. Ma Zarathustra si alzò e si accinse ad allontanarsi: poiché si sentiva gelato fin nelle viscere.
O indicibile - disse - tu mi hai messo in guardia contro la tua strada. Per ringraziamento io ti raccomando la mia. Vedi, lassù è la caverna di Zarathustra. La mia caverna è grande e profonda ed ha molti angoli; colui che più si nasconde trova là il suo nasondiglio.
E lì vicino vi sono cento rifugi segreti e astuzie' per ogni animale strisciante, volante e balzante.
O ripudiato, tu che volesti essere ripudiato, non vuoi abitare tra gli uomini e la compassione umana? Ebbene, allora fa come me! Così anche tu imparerai da me; solo colui che fa impara.
E prima di tutto parla con i miei animali! L'animale più fiero e l'animale più astuto sono quelli che possono darci i migliori consigli!
Così parlò Zarathustra, e andò per la sua strada, più pensieroso e più lento di prima: poiché si domandava molte cose e a molti problemi non riusciva facilmente a rispondere.
Com'è misero l'uomo! pensava nel suo cuore. Com'è brutto, com'è rantolante, com'è pieno di nascosto pudore!
Mi si dice che l'uomo ami se stesso: ahimè, come deve essere grande questo amore per se stessi! Quanto disprezzo ha da vincere!
Anche quello là si amava, si disprezzava; per me è un grande amante e un grande dispregiatore.
Non ho ancora trovato nessuno che si sia disprezzato più profondamente: anche questo è elevatezza. Guai, costui era forse l'Uomo Superiore, del quale ho udito il grido?
Io amo i grandi dispregiatori. Ma l'uomo è qualcosa che deve essere superata.
IL MENDICANTE VOLONTARIO
Quando Zarathustra ebbe abbandonato il più brutto degli uomini, ebbe freddo e si sentì solo: sentì scorrere appuntò sulle sue membra molto freddo e solitudine, così che anche le varie parti del suo corpo si raffreddarono. Ma mentre stava sempre più salendo, e saliva, scendeva e poi risaliva lungo verdi pascoli e su deserte petraie, ove in altri tempi era forse scorso inquieto un ruscello: tutto ad un tratto ebbe di nuovo più caldo e si sentì cordiale.
Che mi va capitando? si chiese. - Qualcosa di caldo e di vitale mi rallieta, deve essere qui nelle vicinanze.
Sono già meno solo; inconsapevoli fratelli e compagni mi sfiorano, il loro caldo respiro tocca la mia anima.
Ma quando volse gli occhi intorno a sé e cercò i consolatori della sua solitudine, ecco: scorse delle vacche raggruppate su un'altura; era la loro vicinanza e il loro odore che avevano riscaldato il suo cuore.
Quelle vacche però sembravano tutte intente ad ascoltare un oratore e non fecero attenzione a chi sopravveniva. Come Zarathustra fu giunto in loro vicinanza, udì chiaramente che una voce umana parlava dal centro del gruppo delle vacche; e si vedeva che esse avevano voltato tutte le loro teste verso l'oratore.
Allora balzò con fervore avanti e penetrò tra gli animali, scostandoli l'uno dall'altro, nel timore che a qualcuno fosse capitata una disgrazia, a cui naturalmente la compassione delle vacche sarebbe servita a poco. Ma si era sbagliato; perché, guarda un po', c'era un uomo seduto per terra che sembrava parlare agli animali per convincerli che non dovevano avere alcuna paura di lui, un uomo pacifico, un predicatore della montagna, dai cui occhi sembrava parlare la bontà in persona. Che cerchi qui? gli urlò Zarathustra con sorpresa.
Che cerco qui? rispose quello. - La medesima cosa che cerchi tu, seccatore! La felicità sulla terra. Vorrei appunto apprender qualcosa, in proposito, da queste vacche, perché, sai, è mezza mattina che sto parlando loro, e ora finalmente stavano per dirmi qualcosa. Perché le disturbi? Finché non ci convertiremo e diventeremo come le vacche, non giungeremo nel regno dei cieli. Una cosa dovremmo imparare da loro: il ruminare.
E in realtà, anche se l'uomò ottenesse tutto il mondo e non imparasse questa cosa, il ruminare: che gli gioverebbe tutto il resto? Non si libererebbe dalla sua inquietudine, dalla sua grande inquietudine: è questa che si chiama oggi schifo. Chi non ha oggi il cuore, la bocca e gli occhi pieni di schifo? Anche tu! Anche tu! Ma guarda queste vacche!
Così parlò il predicatore della montagna e poi volse l'occhio verso Zarathustra, perché finora l'aveva amorosamente tenuto rivolto verso le vacche; ma in quell'istante cambiò aspetto. Chi è colui con cui parlo? gridò spaventato, e balzò dal terreno. Questo è l'uomo senza schifo, è Zarathustra in persona, il superatore del grande schifo, è l'occhio, è la bocca, è il cuore stesso di Zarathustra.
E mentre parlava così, baciava le mani di colui al quale parlava, e i suoi occhi erano umidi, e si agitava come colui a cui sia caduto inattesamente un dono prezioso dal cielo. Le vacche guardavano tutto ciò e si meravigliavano.
Non parlare di me, tu, strana creatura! Caro! disse Zarathustra, e allontanò la sua tenerezza. Parlami prima di tutto di te! Non sei il mendicante volontario, che una volta gettò via da sé una grande ricchezza, che si vergognava della sua ricchezza e dei ricchi, e fuggì dai poveri per donare la sua ricchezza e il suo cuore? Senonché, essi non l'accettarono.
Senonché, - essi non mi accettarono - ribatté il mendicante volontario; - lo sai bene. Perciò ho finito per rifugiarmi dagli animali e da queste vacche.
Così hai imparato - lo interruppe Zarathustra - quanto sia più difficile dare sul serio che prendere sul serio, e che donar bene è un'arte, l'ultima e più astuta arte magistrale del bene.
Strana cosa oggi - rispose il mendicante volontario - proprio oggi che tutto quanto è basso si è sollevato in maniera a suo modo timida altera: per intenderci, in maniera plebea.
Perché, tu lo sai, è venuta l'ora della grande rivolta, della lenta, maligna lunga rivolta della plebe e degli schiavi: e come questa cresce sempre più!
Ora avviene che la gente bassa si arrabbia di ogni beneficenza e piccola prodigalità; e gli straricchi fanno bene a stare in guardia!
Coloro che oggi, simili a gonfie bottiglie, gocciolano da colli troppo stretti: sono bottiglie alle quali oggi si rompe volentieri il collo.
Bassa bramosia, gialla invidia, spirito amaro di vendetta, orgoglio plebeo: tutto questo mi è schizzato in faccia. Non è più vero che i poveri sono beati. Il regno dei cieli si trova fra le vacche.
E perché non fra i ricchi? chiese Zarathustra a scopo di indagine, mentre tratteneva le vacche che stavano annusando confidenzialmente il pacifico.
Che mi vai tentando? rispose questi. - Lo sai tu stesso meglio di me. Che cosa mi ha spinto verso i più poveri, o Zarathustra? Non era lo schifo per i nostri ricchi? Per i condannati alla ricchezza, che prendono i loro vantaggi da ogni spazzatura, con occhi freddi, acidi pensieri, per tutta questa marmaglia, il cui puzzo giunge fino al cielo, per questa falsa plebaglia dorata, i cui padri furono gente di mano lesta o avvoltoi mangiatori di carogne o collezionatori di stracci, con le loro donne facili, vogliose, obliose: c'è poca differenza tra esse e le sgualdrine.
Plebaglia in alto, plebaglia in basso! Che è oggi più 'povero' e 'ricco'! Della loro differenza ho perso la memoria, e me ne sono fuggito lontano, sempre più lontano, finché ho incontrato queste vacche.
Così parlò il pacifico, e annusò l'aria anche lui, sudando mentre parlava: tanto che le vacche si meravigliarono di nuovo. Ma Zarathustra lo continuava a guardare sempre sorridendo in volto, mentre parlava così duramente, e scuoteva di tanto in tanto la testa.
Tu fai violenza a te stesso, o predicatore della mon. tagna, pronunciando parole così dure; non hai la bocca adatta per una-simile durezza, e neanche l'occhio. Penso che tu non abbia neanche lo stomaco adatto: gli fa male tutto questo arrabbiarti e odiare e schiumare d'ira. Il tuo stomaco vuole cose più tenere: non sei un macellaio. Piuttosto mi sembri un piantatore o un erborista. Forse mastichi dei chicchi di grano. Ma sicuramente sei alieno dalle gioie della carne e ami il miele.
In questo hai indovinato - rispose il mendicante volontario con cuore più leggero. - Io amo il miele, e mastico anche grani, perché cerco ciò che è di sapore gradevole e rende l'alito puro: ed anche ciò che abbisogna di lungo tempo, un lavoro a giornata e da mulo, per pacifici oziosi e ladruncoli. Meglio di tutti hanno fatto queste vacche; hanno inventato la ruminazione e lo starsene beataménte al sole. E si astengono da tutti i pensieri difficili, che gonfiano il cuore.
Bene! disse Zarathustra. - Dovresti vedere anche i miei animali, la mia aquila e il mio serpente; simili a loro non ce n'è oggi sulla terra. Guarda, là la strada conduce alla mia caverna: siine ospite per questa notte. E parla con i miei animali della felicità degli animali, finché io sia tornato. Perché ora un grido angoscioso mi richiama in fretta lontano da te. Da me puoi trovare anche nuovo miele, miele freschissimo di favo: mangialo! Ma ora prendi in fretta congedo dalle tue vacche, mio caro! Anche se ti sia grave. Perché sono i tuoi amici e maestri più cari!
Ad eccezione di uno, che io ho ancora più caro - rispose il mendicante volontario. - Tu stesso sei buono, e migliore ancora di una vacca, o Zarathustra!
Via, via! antipatico adulatore! gridò Zarathustra con cattiveria. - Che mi stai corrompendo qui con la tua lode e con il miele dell'adulazione? Via, via da me! - gridò ancora una volta e agitò il suo bastone verso il mite mendicante: il quale scappò via in fretta.
L'OMBRA
Ma appena il mendicante volontario fu scappato via, Zarathustra fu di nuovo solo, e allora udì dentro di sé una nuova voce che esclamava. - Fermo! Zarathustra! Aspetta dunque! Sì, sono io, o Zarathustra! io, la tua ombra! - Ma Zarathustra non aspettò, perché s'impadronì di lui un'ira improvvisa per tutto quell'affollarsi e quella ressa sulle sue montagne.
Dov'è andata la mia solitudine? disse. - In realtà per me, è troppo; queste montagne brulicano, il mio regno non è più di questo mondo, io ho bisogno di nuove montagne.La mia ombra mi chiama? Che cosa importa la mia ombra! Corra pure dietro di me! Io fuggo via.
Così parlò Zarathustra al suo cuore e fuggì via.
Ma colui che gli stava dietro lo seguì: così che subito furono in tre a rincorrersi, in testa il mendicante volontario, poi Zarathustra e terza ed ultima la sua ombra. Non corsero molto a lungo, perché Zarathustra rifietté sulla sua stoltezza e con una scrollata di spalle allontanò da sé ogni fastidio e disgusto.
Come! disse - non sono forse accadute sempre tra noi vecchi eremiti e santi le cose più ridicole? In realtà, la mia stoltezza è cresciuta sulle montagne! E ora ascolto sei gambe di vecchi stolti sbattere rincorrendosi l'un l'altro! Ma Zarathustra può aver paura di un'ombra? Alla fin fine credo anche che essa abbia gambe più lunghe di me.
Così parlò Zarathustra, ridendo con lo sguardo e con tutte le interiora; si arrestò e si volse rapidamente attorno, tanto che quasi gettò a terra il suo inseguitore, cioè l'ombra: così vicino essa lo seguiva alle calcagna, ed era anche debole. Appena l'ebbe considerata con gli occhi, si spaventò come alla vista improvvisa di un fantasma: così esile, scura, cava e come una superstite gli apparve quella sua inseguitrice.
Chi sei tu? domandò Zarathustra, violento. - Che cosa fai qui? E perché ti dici mia ombra? Non mi piaci.
Perdonami - rispose l'ombra - che io sia tale; e se non ti piaccio, o Zarathustra! In questo io lodo te e il tuo buon gusto. Io sono un viandante che ha già molto camminato alle tue calcagna: sempre per strada, ma senza mèta, e senza casa: così che in realtà poco mi manca per essere l'Ebreo errante, solo che non sono eterna e non sono ebrea. Come? Io dovrò essere sempre per strada? Sollevata da ogni vento, errante, scacciata via? O terra, per me sei troppo rotonda! Mi sono seduta su ogni superficie, simile a stanca polvere ho dormito sugli specchi e sui vetri delle finestre: tutti prendono da me, nessuno mi dà, io divengo esile; assomiglio quasi ad un'ombra.
Ma io sono volata verso di te, o Zarathustra, e ti ho seguito più lungamente di ogni altro, e anche se mi sono nascosta a te, per non farmi riconoscere, tuttavia sono stata la tua migliore ombra: ovunque, non appena tu ti sedevi, mi sedevo anch'io.
Con te sono andata nei più lontani e freddi mondi, simile ad un fantasma che volontariamente corre sui tetti invernali e sulla neve.
Con te ho cercato di penetrare in tutto ciò che è vietato, peggiore, inattingibile: e se in me c'è un briciolo di virtù, questa consiste nel fatto che io non ho paura di nessuna proibizione.
Con te ho spezzato ciò che il mio cuore adorava, ho rovesciato tutte le pietre terminali e le statue, sono corsa dietro ai miei desideri più pericolosi: e sono già passata una volta sopra ogni delitto.
Con te ho disimparato la fede nelle parole e nei valori e nei grandi nomi. Quando il diavolo cambia le pelle, non perde forse anche il suo nome? Anch'esso è infatti pelle. Il diavolo stesso è forse appunto pelle.
'Niente è vero, tutto è permesso': così dissi a me stessa. Nelle acque più fredde mi sono precipitata con la testa e col cuore. Ahimè, come spesso sono rimasta lì nuda come un gambero rosso!
Ahimè, dov'è andato tutto il mio bene e pudore e la mia fede nei buoni! Ahimè, dov'è quella nascosta innocenza che un giorno possedevo, l'innocenza dei buoni e delle loro nobili menzogne!
Troppo spesso, in realtà, sono stata alle calcagna della verità: alla fine essa mi mis.e i piedi sul capo. Qualche volta ho pensato di mentire, ed ecco! proprio allora ho colto la verità.
Troppe cose mi si sono svelate: ora non mi importa più nulla. Nulla vive più di ciò che io amo; come potrei amare ancora me stesso?
Vivere come a me piace, o non vivere più: così voglio, così vuole anche il più santo. Ma, ahimè! come posso io provare ancora piacere?
Ho io ancora una mèta? Un porto verso cui corra la mia vela?
Un buon vento? Ahimè, soltanto chi sa dove naviga, sa anche quale sia il vento buono e il suo vento favorevole.
Che cosa mi è rimasto ancora? Un cuore stanco e temerario; una volontà instabile; ali starnazzanti; una colonna vertebrale spezzata.
Questo ricercare una casa mia: o Zarathustra, lo sai bene, questo ricercare è stata la mia punizione, mi divora.
'Dov'è la mia casa?' Questo domando e cerco e ho cercato, e non lo trovo. O eterno 'ovunque', o eterno 'in nessun luogo', o eterno 'invano!
Così parlò l'ombra; e il volto di Zarathustra, a quelle parole, si allungò.
Tu sei la mia ombra! disse infine, con tristezza. - Il tuo pericolo non è piccolo, o libero spirito viandante! Hai avuto una brutta giornata: guarda the non ti sopraggiunga una peggiore sera!
Agli instabili come te, alla fine, anche una prigione sembra beata. Hai mai veduto come dormono i delinquenti una volta catturati? Dormono tranquillamente, perché godono della loro nuova sicurezza.
Guarda di non divenire preda, alla fine, di una fede limitata, di una dura e rigorosa follia! Infatti ormai ti seduce e ti tenta soltanto ciò che è limitato e saldo.
Hai perduto la mèta: ahimè, come ti consolerai di ciò che hai perduto per tua colpa? Con ciò tu hai perduto anche la strada!
Povera vagabonda, infatuata, stanca farfalla! vuoi avere per questa sera riposo e un domicilio? Allora va' lassù alla mia caverna!
Per di là la strada conduce alla mia caverna! Ora voglio fuggir via velocemente da te. Già si stende su di me come un'ombra.
Voglio correre da solo, perché intorno a me si faccia di nuovo chiaro. Per questo debbo essere allegro e ancora a lungo in gamba. Ma questa sera da me si ballerà!
Così parlò Zarathustra.
A MEZZOGIORNO
E Zarathustra corse e corse e non trovò più nessuno e fu solo e ritrovò sempre più se stesso e godette e assaporò la sua solitudine e pensò a cose buone, per ore ed ore. Ma verso l'ora meridiana, quando il sole stava proprio sul capo di Zarathustra, passò davanti ad un vecchio albero curvo e nodoso, intorno al quale si abbracciava attorcigliandosi il ricco amore di una vite e lo nascondeva: da questa pendevano in quantità gialli grappoli d'uva verso il viandante. Allora gli venne voglia di estinguere un po' la sete e cogliere un grappolo d'uva; ma mentre già stendeva il braccio, gli venne ancor più voglia di qualcosa d'altro: di sdraiarsi cioè accanto all'albero, nell'ora del pieno meriggio e dormire.
Così fece Zarathustra; e appena si distese a terra, nel silenzio e nell'intimità dell'erba variopinta, dimentico anche la sua piccola sete e si addormentò.
Poiché, come dice il proverbio di Zarathustra: una cosa è più necessaria dell'altra. Solo che i suoi occhi rimasero aperti: essi infatti non erano mai sazi il guardare e ammirare l'albero e l'amore della vite. Ma poi, nell'addormentarsi, Zarathustra così disse al suo cuore:
Taci! taci! In questo momento il mondo non è forse divenuto perfetto? Che cosa mi succede? Come un leggiadro vento, invisibile, danza sul piatto mare, leggero, leggero come una piuma: così danza su di me il sonno.
Non mi chiude gli occhi per lasciarmi desta l'anima. Ma è leggero! leggero come una piuma. Mi persuade; non so come, mi sfiora intimamente con mano carezzevole, mi fa dice violenza. Sì, mi fa dolce violenza, perché io distenda la mia anima: e così essa diviene lunga e stanca, la mia anima strana! Proprio a mezzodì è giunta per lei la sera del settimo giorno? Essa ha già troppo a lungo vagato beata tra le cose buone e mature?
Si distende tutta in lungo, sempre più lunga! E giace silenziosa, la mia strana anima. Ha già assaggiato troppe cose buone, questa dorata tristezza la opprime, torce la bocca.
Come una nave che arriva nel suo porto tranquillo, essa si va accostando alla terra, stanca del lungo vagare e del mare malsicuro. Non è forse la terra più fedele?
Quando una tal nave si avvicina alla terra ferma, vi si accosta e stringe: tanto che un ragno può intessere la sua tela dalla riva a lei, e non c'è bisogno di gomene più forti.
Come questa stanca nave nel suo porto più tranquillo: così anch'io ora riposo vicino alla terra, fedele, fiducioso, in attesa, legato a lei con il più lieve dei fili.
O felicità! O felicità! Vuoi proprio cantare, o mia anima? Tu giaci nell'erba. Ma questa è l'ora segreta e solenne, quando nessun pastore suona la sua zampogna.
Rispettala! Il caldo mezzogiorno dorme sui campi. Non cantare! Silenzio! Il mondo è perfetto.
Non cantare, o volatile che vaghi tra l'erba, o mia anima! Non bisbigliare neppure! Guarda, è silenzio! l'antico mezzogiorno dorme, muove la bocca: non beve egli forse in questo momento una goccia di felicità? Un'antica bruna goccia di aurea felicità, di vino dorato? Qualcosa svola sopra di lui, e la sua felicità ride. Così ride un dio. Silenzio!
'Per fortuna, quanto poco basta per la felicità!' Così dicevo un giorno e mi credevo saggio. Ma era una bestemmia: ora l'ho appreso. I pazzi intelligenti parlano meglio.
Proprio ciò che è minimo, più sommesso, più lieve, un frusciar di lucertola, un sospiro, un guizzo, un batter d'occhi: di poco è fatta la migliore felicità. Silenzio!
Che cosa mi accade: ascolta! Forse che il tempo è volato via? Non sto forse cadendo? Non sono caduto, ascolta! nel pozzo dell'eternità?
Che cosa mi accade? Silenzio! Qualcosa mi punge, ahimè, nel cuore? Nel cuore! O spezzati, spezzati, cuore, dopo una tale felicità, dopo una tale trafittura!
Come? Il mondo non è diventato in questo momento perfetto? Tondo e maturo? Oh, l'aureo anello rotondo, dove vola? Io corro dietro di lui! presto!
Silenzio! (E qui Zarathustra si stirò e sentì che dormiva.)
Sù! disse a se stesso - dormiglione! Dormiglione a mezzogiorno! Suvvia, sù, vecchie gambe! E tempo di andare, vi resta da fare un buon tratto di strada.
Ora vi siete riposate, quanto a lungo? Una mezza eternità! Suvvia, dunque, mio vecchio cuore! Quanto ti ci vuole perché da un tale sonno tu ti risvegli?
(Ma già si era riaddormentato, e la sua anima parlò contro di lui e si opponeva e si metteva contro di lui.)
Lasciami dunque! Silenzio! Il mondo non è forse divenuto in questo momento perfetto? O aurea palla rotonda!
Alzati - disse Zarathustra - piccola ladra, oziosa! Come? Vorresti sempre stirarti, sbadigliare, sospirare, precipitare in pozzi profondi?
Ma chi sei! O mia anima! (E qui sobbalzò, perché un raggio di sole, calando dal cielo, lo colpiva in faccia.)
O cielo sopra di me - disse sospirando e mettendosi a sedere - tu mi guardi? Ascolti questa mia strana anima?
Quando berrai questa goccia di rugiada che è caduta su tutte le cose terrene, quando berrai questa strana anima, quando, fonte dell'eternità! Sereno e terribile abisso dell'ora meridiana! Quando riberrai in te la mia anima?
Così parlò Zarathustra e si alzò dal suo giaciglio accanto all'albero come da un'ebbrezza sconosciuta: ed ecco, il sole stava proprio sopra la sua testa. Qualcuno potrebbe da ciò giustamente dedurre che Zarathustra non aveva dormito a lungo.
IL SALUTO
Era già il tardo pomeriggio, quando Zarathustra, dopo lungo e inutile ricercare e girovagare, ritornò alla sua caverna. Ma mentre giungeva davanti ad essa, a non più di venti passi da questa, accadde ciò che meno di tutto si aspettava: di nuovo udì il grande grido di dolore. E, strano, questa volta veniva fuori proprio dalla sua stessa caverna. Ma era un grido più lungo, molteplice e singolare, e Zarathustra distinse chiaramente che si componeva di molte voci: anche se, ascoltato da lontano, suonava simile al grido di una sola bocca.
Allora balzò verso la sua caverna, ed ecco! quale spettacolo lo attendeva dopo quello che aveva udito! Tutti sedevano lì intorno, l'uno accanto all'altro, quelli in cui egli di giorno si era imbattuto: il re di destra e il re di sinistra, il vecchio mago, il papa, il mendicante volontario, l'ombra, il coscienzioso dello spirito, il triste indovino e l'asino; ma l'uomo più brutto si era messo addosso una corona e si era avvolto due cinture purpuree, perché amava, come tutti i brutti, travestirsi e farsi bello. In mezzo a questa turbata società, stava l'aquila di Zarathustra, arruffata e inquieta, perché doveva rispondere a molte cose per le quali il suo orgoglio non trovava risposta; e il serpente astuto pendeva al suo collo.
Tutto questo guardò Zarathustra con grande meraviglia: poi esaminò ogni singolo ospite con allegra curiosità, lesse nelle loro anime e si meravigliò ancora. Frattanto quelle persone si erano sollevate dai loro seggi e attendevano con deferenza che Zarathustra parlasse. E Zarathustra parlò così:
Voi disperati! Voi strane creature! Ho udito dunque il vostro grido di dolore? Ora so anche dove deve cercarsi colui che io oggi ho cercato invano: l'Uomo Superiore; siede nella mia grotta, l'Uomo Superiore! Ma perché meravigliarmi? Non l'ho attratto io stesso verso di me con offerte di miele e astuti richiami della mia felicità?
Tuttavia a me sembra che voi non facciate buona società insieme, vi amareggiate il cuore l'uno con l'altro, con i vostri gridi di dolore, quando sedete qui insieme. Dovrà giungere uno, uno che vi faccia di nuovo ridere, un buontempone allegro, un danzatore in lungo e in largo, un qualche vecchio pazzo; che ve ne pare?
Perdonatemi, o disperati, se io vi parlo con queste mie piccole parole, indegne invero di tali ospiti! Ma voi non sapete che cosa rende ardito il mio cuore: voi stessi siete, e la vostra vista; perdonatemi! Ognuno prende coraggio vedendo uno che si dispera. Parlare ad un disperato è cosa per la quale ognuno si sente sempre abbastanza forte.
A me siete stati voi a dare questa forza, un buon dono che mi avete fatto, miei nobili ospiti! Proprio un dono a proposito! Bene, e allora non inquietatevi se anche io vi offro qualcosa di mio.
Questo è il mio regno e la mia signoria: ma ciò che è mio per questa sera e per questa notte deve essere vostro. I miei animali devono servirvi: la mia grotta sia la vostra stanza di riposo!
A casa mia nessuno deve disperarsi, nella mia riserva io proteggo ognuno dai suoi animali selvaggi. E questa è la prima cosa che vi offro: la sicurezza!
Ma la seconda è il mio dito mignolo, e quando voi lo avrete, prendete pure anche tutta la mano, senz'altro, e anche il cuore! Benvenuti qui, benvenuti, ospiti miei!
Così parlò Zarathustra e rise d'amore e di malvagità. Dopo questo saluto, i suoi ospiti si inchinarono ancora una volta, tacendo rispettosamente. Il re di destra tuttavia gli rispose a loro nome.
Per il fatto che tu, o Zarathustra, ci offri la mano e il saluto, ti riconosciamo proprio come Zarathustra. Tu ti abbassi dinanzi a noi; quasi fai del male al nostro rispetto: ma chi potrebbe abbassarsi come te con tanto orgoglio? Questo ci solleva, è un conforto per i nostri occhi e per i nostri cuori.
Soltanto per vedere questo sarebbe valsa la pena per noi di salire su montagne più alte di questa. Siamo venuti appunto per vedere, perché volevamo vedere che cosa può render chiari degli occhi turbati.
Ed ecco, che tutto è ormai passato ciò che provocava il nostro grido di dolore. Già si aprono a noi i sensi e il cuore con entusiasmo. Poco manca che il nostro coraggio prenda ala.
Niente, o Zarathustra, c'è di più consolante sulla terra di una forte alta volontà: essa è una bella pianta. Un intero paesaggio può esser lieto che su di lui cresca un tale albero.
Al pino io paragono colui che cresce simile a te, o Zarathustra: alto, taciturno, duro, solitario, del miglior legno pieghevole, magnifico; ma infine, anche teso con forti rami verdeggianti verso la sua signoria, lancia forti domande ai venti e alle tempeste e a tutto ciò che è familiare alle altitudini, e ancora più fortemente risponde come un dominatoie, come un vittorioso: e chi non dovrebbe salire sugli alti monti per contemplare piante di questo genere?
A questo albero, o Zarathustra, si pasce anche chi ha l'animo cupo, colui che ha sbagliato la sua via; a questa vista, anche l'inquieto si fa sicuro e guarisce il suo cuore.
E veramente verso la tua montagna e il tuo albero si volgono oggi molti occhi; una grande nostalgia si è aperta negli animi, e molti hanno imparato a chiedersi: chi è mai Zarathustra?
E coloro a cui tu una volta hai versato nell'orecchio il tuo canto e il tuo miele: tutti i nascosti, i solitari, i vagabondi, hanno detto tutto d'un tratto ai loro cuori: 'Vive ancora Zarathustra? Non vai più la pena di vivere, tutto è uguale, tutto è invano, a meno che non viviamo con Zarathustra!'
'Perché non viene colui che si è annunciato da molto tempo?' molti si chiedono. 'Lo ha forse divorato la solitudine? O dobbiamo noi andare da lui?'
Ora accade che la solitudine stessa sta marcendo e si riempie di crepe, come un sepolcro che si apre e non può più contenere i suoi morti. Ovunque si vedono dei risorti.
Ora le onde montano e montano intorno alla tua montagna, o Zarathustra. E per quanto la tua latitudine sia eccelsa, molti devono giungere fino a te: il tuo vascello non deve più stare al secco.
Il fatto che noi disperati oggi siamo giunti alla tua caverna e già non più disperiamo: questo è solo un segno e un preannuncio del fatto che uomini migliori stanno in cammino verso di te, perché quello stesso è in cammino verso di te che è l'ultimo resto di Dio fra gli uomini, cioè tutti gli uomini della grande nostalgia, della grande ripugnanza, della grande sazietà tutti coloro che non vogliono vivere, o imparano di nuovo a sperare, o imparano da te, o Zarathustra, la grande speranza!
Così parlò il re di destra, e afferrò la mano di Zarathustra per baciarla; ma Zarathustra si difese da questo omaggio e balzò spaventato indietro, tacendo d'un tratto come se volasse verso grandi lontananze. Dopo pochi istanti tuttavia egli era già di nuovo con l'animo presso i suoi ospiti, li guardò con occhi chiari e interroganti e disse:
Ospiti miei, voi uomini superiori, voglio parlare con voi in chiaro tedesco. Non voi ho atteso qui in questi monti.
(In chiaro tedesco? Dio ci liberi! esclamò a questo punto il re di sinistra per conto suo. - Si vede che egli non conosce i cari tedeschi, questa specie di uomini orientali! Ma lui vuoi dire 'duro e tedesco'; bene! oggi non è ancora la cosa peggiore!)
Potete in realtà tutti insieme essere uomini superiori - continuò Zarathustra - ma per me non siete grandi e forti abbastanza.
Per me, cioè, per l'inesorabile che in me tace, ma non tacerà in eterno. E se voi appartenete a me, non mi appartenete come il mio braccio destro. Chi infatti sta lui stesso su gambe tenere e malate, simile a voi, la prima cosa che vuole, sia che lo sappia o cerchi di ignorano, è di venire risparmiato. Ma io non risparmio le mie braccia e le mie gambe, non risparmio i miei guerrieri: come potete voi servire alla mia guerra? Con voi io mi rovino ogni vittoria. Taluno di voi cadrebbe già se non sentisse il forte rumore dei miei tamburi.
E poi voi non siete per me abbastanza belli e ben nati. Io ho bisogno di specchi perfettamente limpidi per le mie dottrine; sulla vostra superficie si distorce anche la mia immagine. Le vostre spalle sono gravate di pesi e ricordi; nei vostri recessi balzano dei cattivi nani. V'è plebe nascosta anche in voi. E anche se voi siete d'alta statura e di più alta specie, molto di voi è torto e riuscito male. Non c'è fabbro nel mondo che vi possa correggere e rifar diritti.
Voi siete soltanto dei frammenti: che più alti di voi possano passarvi sopra! Voi siete come dei gradini: non arrabbiatevi perciò con chi sale verso la sua altitudine passando sopra di voi! Dal vostro seme può spuntar fuori per me anche un figlio come si deve e un perfetto erede: ma è cosa lontana. Voi stessi non siete coloro a cui appartengono la mia eredità e il mio nome. Non voi attendo io qui su questi monti, non con voi debbo compiere per l'ultima volta la mia discesa. Per me voi siete dei segni premonitori del fatto che già altri, più alti di voi, sono in cammino verso di me: non gli uomini della grande nostalgia, della grande ripugnanza, della grande sazietà, né ciò che voi dite ultimo resto di Dio, no! no! tre volte no! Altri io attendo qui in queste montagne, e non voglio levare il mio piede di qui senza di loro, più alti, più forti, più vittoriosi, più sereni, costruiti ben quadrati nel corpo e nell'anima: leoni ridenti debbono giungere a me! O miei ospiti, voi, esseri strani, non avete ancora udito nulla dei miei figli? E che essi sono in cammino verso di me? Parlatemi dunque dei miei giardini, delle mie isole felici, della mia nuova bella specie; perché non mi parlate di questo?
Questo è il dono d'ospitalità che io mi attendo dal vostro amore, che mi parliate dei miei figli. Per questo io sono ricco, per questo io divenni povero: che cosa non ho dato, che cosa non darei per avere una sola cosa: questi figli, questa vivente piantagione, questi alberi della vita della mia volontà e della mia più alta speranza!
Così parlò Zarathustra e arrestò il suo discorso: perché fu preso dalla sua nostalgia, e chiuse gli occhi e la bocca davanti ai moti del proprio cuore. E anche tutti i suoi ospiti tacquero, e ristettero emozionati in silenzio: solo il vecchio indovino faceva dei segni con le mani e coi gesti.
LA SACRA CENA
A questo punto l'indovino interruppe il saluto di Zarathustra e dei suoi ospiti: si spinse avanti come uno che non abbia tempo da perdere, prese la mano di Zarathustra e gridò: Ma Zarathustra! Una cosa è più necessaria dell'altra, lo dici tu stesso: ecco, una cosa è per me ora più necessaria di ogni altra. Una parola detta al momento giusto: non mi hai invitato a cena e qui sono molti che hanno fatto lungo cammino. Non vorrai mica sfamarci coi tuoi discorsi? Inoltre avete tutti troppo pensato al congelamento, all'annegamento, alla perdita del respiro e ad altre situazioni drammatiche del corpo: ma nessuno ha ricordato il mio dramma, quello del morir di fame!
(Così parlò l'indovino; come gli animali di Zarathustra udirono queste parole, scapparono via dallo spavento. Perché vedevano che, per quante cose avessero portato a casa durante la giornata, non sarebbero bastate a riempire un solo indovino.) Incluso il morir di sete - continuò l'indovino. E anche se sento già sbattere l'acqua, qui, con questi discorsi della saggezza, senza requie né stanchezza, io per me voglio il vino! Non tutti sono come Zarathustra bevitori d'acqua nati. L'acqua non basta per chi è stanco e appassito: a noi occorre vino; esso procura subito risveglio e salute! A questo punto, dato che l'indovino voleva vino, accadde che anche il re di sinistra, il taciturno, prese una volta tanto la parola. Quanto al vino - disse - ci abbiamo pensato noi, cioè io con mio fratello, il re di destra: del vino ne abbiamo abbastanza, un intero asino. Non manca che il pane.
Pane? ribatté Zarathustra, e rise. E proprio il pane che gli eremiti non hanno. Ma l'uomo non vive di solo pane, ma anche di carne di buoni agnelli; e io ne ho due: questi bisogna subito macellare e preparare con spezie e salvia: così mi piacciono. E anche di radici e frutta qui ce n'è abbastanza per ogni specie di ghiottoni e golosi; e così noci e altri enigmi da schiacciare. Vogliamo dunque in breve fare un buon pranzo. Ma chi vuol mangiare con noi deve darsi da fare, anche i re. Con Zarathustra anche un re può essere cuoco. Con queste premesse, tutti cominciarono ad essere contenti: solo che il mendicante volontario si opponeva contro la carne e il vino e le radici. Ma ascoltate questo scialacquatore di Zarathustra! disse scherzando. - Che forse si va nelle caverne e in alta montagna per fare pranzi di questo genere? Ora capisco che cosa voleva dire quando una volta ci insegnò: 'Lodata sia la piccola miseria!' e perché vuole allontanare i mendicanti.
Sta' calmo - gli rispose Zarathustra - come faccio io. Continua a fare secondo il tuo costume, buon uomo, macina i tuoi grani, bevi la tua acqua, loda la tua cucina, se essa riesce a farti contento!
Io sono una legge soltanto per i miei, non sono una legge per tutti. Ma chi mi appartiene, deve avere le ossa forti e lieve il piede, pronto alle guerre e alle feste, non un torpido, non un sognatore; pronto alle cose più dure come alle sue feste, sano e forte.
Il meglio appartiene ai miei e a me; e se non ce lo danno, ce lo prendiamo: il miglior nutrimento, il cielo più puro, i pensieri più forti, le donne più belle!
Così parlò Zarathustra; ma il re di destra rispose:
Strano! si sono mai udite cose così intelligenti dalla bocca di un saggio? E invero la cosa più strana in un saggio è che egli possa essere anche intelligente e non un asino.
Così parlò il re di destra e si meravigliò: ma l'asino aggiunse al suo discorso, di malavoglia, I-A. Questo tuttavia fu l'inizio di quel lungo pranzo che è detto nei libri di storia "La Sacra Cena". Senonché, in essa non si parlò di nient'altro che dell'Uomo Superiore.
DELL'UOMO SUPERIORE
Quando venni per la prima volta tra gli uomini, feci una sciocchezza da eremiti, una grande sciocchezza: mi misi sul mercato.
E mentre parlavo a tutti, non parlavo con nessuno. Ma la sera i miei compagni furono i saltimbanchi e i cadaveri; ed io stesso ero quasi un cadavere.
Ma con il nuovo mattino mi giunse una nuova verità: imparai a dire: 'Che mi importa del mercato e della plebe e del rumore della plebe e delle lunghe orecchie della plebe!'
O Uomini Superiori, imparate questo da me: sul mercato nessuno crede agli Uomini Superiori. E se volete parlarne, ebbene, la plebe ammicca: 'Siamo tutti uguali'.
'O voi Uomini Superiori,' sembra dire ammiccando, la plebe 'non esistono gli Uomini Superiori, noi siamo tutti uguali, l'uomo è uomo; davanti a Dio, siamo tutti uguali!'
Davanti a Dio! Ma ora questo Dio è morto. E davanti alla plebe noi non vogliamo essere uguali. O Uomini Superiori, andate via dal mercato!
2
Davanti a Dio! Ma ora questo Dio è morto! O Uomini Superiori, quel Dio era il vostro più grande Pricolo
Solo ora, che ormai giace nel sepolcro, siete di nuovo resuscitati. Ora soltanto giunge il grande mezzogiorno, ora soltanto l'Uomo Superiore diviene padrone!
Comprendete queste parole, fratelli miei? Voi siete spaventati: i vostri cuori vanno soggetti a vertigini? Vi si spalanca l'abisso? Vi abbaia addosso il cane infernale?
Orsù, dunque, Uomini Superiori! Soltanto ora la montagna partorisce, l'avvenire dell'uomo. Dio è morto: vogliamo, ormai, che viva il Superuomo.
3
I più perplessi oggi domandano: 'Come potrà conservarsi l'uomo?' Ma Zarathustra primo e unico è colui che domanda: 'Come può l'uomo venir superato?'
Il Superuomo mi sta a cuore, questo è il mio primo ed unico bene, e non l'uomo: non il prossimo, non il povero, non il più sofferente, non il migliore.
Fratelli miei, ciò che posso amare nell'uomo, è che egli è un passaggio e un tramonto. Anche in voi vi sono molte cose che mi fanno amare e sperare.
Che voi disprezziate, o Uomini Superiori, questo mi fa sperare. I grandi dispregiatori sono infatti grandi adoratori.
Il fatto che voi disperate è cosa da onorare. Non avete appreso come arrendervi, né avete imparato le piccole astuzie prudenziali.
Oggi infatti è divenuta padrona la piccola gente: questa predica concordemente devozione e modestia e astuzia e diligenza e rispetto e il lungo eccetera delle piccole virtù.
Ciò che è di natura femminile, ciò che discende da stirpe servile e particolarmente da mescolanza plebea: questo è ciò che ora vuoi divenire signore di ogni destino umano; che schifo! che schifo! schifo!
Si domanda e domanda e non ci si stanca: 'Come si può conservare l'uomo, e nel miglior modo, più a lungo, e più piacevolmente?' Con ciò, essi sono i padroni dell'oggi.
Superate, fratelli miei, questi padroni dell'oggi, questa piccola gente: sono loro il più grande pericolo per il Superuomo!
Superate, o uomini Superiori, le piccole virtù, le piccole prudenze, i riguardi per il granello di sabbia, il lavorio delle formiche, il gusto meschino, la 'felicità dei più'!
E preferite disperare piuttosto che arrendervi. In realtà, io vi amo proprio perché oggi non sapete vivere, o Uomini Superiori! Così infatti voi vivete nel miglior modo possibile!
4
Avete del coraggio, fratelli miei? Siete animosi? Non coraggio davanti ai testimoni, bensì il coraggio dell'eremita e dell'aquila, che non lo vede neppure Dio? Le anime fredde, i muli, i ciechi, gli ubriachi, per me non sono coraggiosi. Ha coraggio chi conosce la paura, ma sottomette la paura; chi guarda l'abisso, ma con superbia. Chi guarda l'abisso, ma con sguardo d'aquila, chi afferra l'abisso con gli artigli dell'aquila: quegli ha coraggio.
5
'L'uomo è malvagio': così mi dissero per consolazione tutti i saggi. Ahimè, se fosse vero anche oggi! Poiché la malvagità è la migliore forza dell'uomo.
'L'uomo deve diventare migliore e peggiore': questo è il mio insegnamento. Il peggio è necessario al meglio del Superuomo.
Potrebbe essere buono per quel predicatore della piccola gente, aver sofferto e aver subito i peccati degli uomini. Ma io mi rallegro del grande peccato come del mio grande conforto.
Senonché, tali parole non sono destinate ad orecchie lunghe. Ogni parola non si confà ad ogni bocca. Queste sono cose sottili e lontane: non possono afferrarle le unghie delle pecore!
6
Uomini Superiori, voi credete che io sia qui per riparare a ciò che voi avete fatto di male?
O che io voglia preparare un più soffice letto per i sofferenti? O per mostrare nuovi sentieri agli irrequieti, ai traviati, ai precipitati?
No! No! Tre volte no! Sempre più, sempre i migliori fra quelli della vostra specie devono andare in rovina, poiché la vita dovrà essere per voi sempre più brutta e dura. Solo così, solo così l'uomo si innalza alle altitudini dove il fulmine lo colpisce e lo infrange: abbastanza in alto per il fulmine!
A poche cose, lunghe e lontane, va il mio pensiero e il mio desiderio: che cosa mi importa della vostra piccola, multipla, breve miseria!
Per me voi non soffrite ancora abbastanza! Poiché soffrite per voi, non avete sofferto ancora per l'uomo. Mentireste se diceste il contrario! Nessuno di voi soffre ciò che ho sofferto io.
7
Non mi basta che il fulmine non sia più dannoso. Non voglio allontanarlo: deve anzi imparare ad agire nel mio senso.
La mia saggezza già da lungo tempo si ammassa come una nuvola, diviene sempre più silenziosa e scura. Così fa ogni saggezza che un giorno dovrà partorire un fulmine.
Per questi uomini di oggi io non voglio essere luce, né essere chiamato luce. Li voglio abbagliare: fulmine della mia saggezza, accecali!
8
Non vogliate al di là delle vostre capacità: c'è una cattiva falsità in coloro che vogliono andare al di là delle loro capacità.
Particolarmente quando vogliono grandi cose! Poiché essi destano diffidenza per le cose grandi, questi astuti falsari e commedianti, finché alla fine divengono falsi verso se stessi, loschi, sepolcri imbiancati, mascherati con parole altosonanti, con virtù ostentate, con opere luccicanti e false.
Abbiate in ciò molta preoccupazione, o Uomini Superiori! Nulla infatti io stimo oggi più prezioso e raro dell'onestà.
L'oggi non appartiene forse alla plebe? Ma la plebe non sa che cosa sia grande, piccolo, diritto e onesto: essa è ingenuamente storta e mente sempre.
9
Abbiate oggi una buona diffidenza, o Uomini Superiori, o coraggiosi! O voi sinceri! E tenete nascosto il vostro intimo! L'oggi è infatti della plebe.
Ciò che la plebe un giorno imparò a credere senza fondamento, chi potrebbe oggi' capovolgerglielo con fondamento?
Sul mercato valgono i gesti. Ma le cose profonde rendono la plebe diffidente.
E se una volta la verità vi ha per caso trionfato, allora domandatevi anche giustamente diffidenti: 'Qual mai vigoroso- errore ha combattuto per lei?'
Guardatevi altresì dai dotti! Essi vi odiano: perché sono sterili! Hanno occhi freddi e aridi, davanti a loro ogni uccello è come spiumato.
Qualcuno si vanta anche di non mentire: ma l'impotenza a mentire non è ancora amore per la verità. Guardatevi da essi!
L'immunità dalla febbre non è ancora conoscenza! Io non credo negli spiriti freddi. Chi non può mentire, non sa che cosa sia la verità."
10
Se volete salire, allora adoperate le vostre gambe! Non lasciatevi trasportare in alto, non sedetevi sulle spalle e sulle teste degli altri!
Sei montato a cavallo? Ora sali rapidamente verso la tua mèta? Bene, amico mio! Ma anche il tuo piede storpio è a cavallo!
Quando sarai pervenuto alla mèta, quando scenderai dal tuo cavallo: proprio lì, sulla tua altitudine, o Uomo superiore, incespicherai!
11
Creatori, Uomini Superiori! Si è gravidi solo del proprio figlio.
Non lasciatevi persuadere, convincere! Chi è dunque il vostro prossimo? Anche se operate 'per il prossimo', non create nulla per lui!
Disimparate l' ‘a favore di’, o creatori: proprio la vostra virtù vuole che voi non facciate nessuna cosa 'a favore di' e 'per' e 'perché'. A tali meschine e false parole voi dovete chiudere le vostre orecchie.
'A favore del prossimo' è virtù solo per la piccola gente: essa sa che 'tutti sono uguali' e che 'una mano lava l'altra': non hanno il diritto né la forza del vostro egoismo!
Nel vostro egoismo, o creatori, è la prudenza e la provvidenza di colui che è gravido! Ciò che nessuno ha ancora veduto con gli occhi, il frutto: che è protetto e curato e nutrito da tutto il vostro amore.
Dove è tutto il vostro amore, cioè presso vostro figlio, là è anche tutta la vostra virtù. La vostra opera, la vostra volontà è il vostro 'prossimo': non lasciatevi convincere da falsi valori!
12
O creatori, o Uomini Superiori! Chi sta per partorire è ammalato; ma anche chi ha partorito è impuro.
Interrogate le donne: non si partorisce per divertimento. Il dolore fa schiamazzare le galline e i poeti.
O creatori, anche in voi molte cose sono impure. Ciò accade perché dovreste essere madri.
Un nuovo figlio: o quanto nuovo sudiciume viene al mondo! Allontanatevi! Chi ha partorito deve purificare la propria anima!
13
Non siate virtuosi oltre le vostre forze! E non vogliate da voi stessi nulla di inverosimile!
Camminate sulle orme, già percorse dalla virtù dei vostri padri! Come volete salire se la volontà dei vostri padri non sale con voi?
Ma chi vuole essere primogenito, guardi di non divenire ultimogenito! E là dove sono i vizi dei vostri padri, non dovete cercar di sembrare bei santi!
Che cosa accadrebbe se volesse essere Casto colui, il cui padre era incline alle donne, ai vini forti e ai cinghiali?
Sarebbe una follia! In realtà, credo che sia già tanto per uno così, se riesce ad essere marito di una o di due o tre donne.
E anche se fondasse monasteri e scrivesse sopra la sua porta: 'Il sentiero della santità', io direi: a che scopo! è una nuova follia!
Si è fabbricato un carcere e un rifugio: buon pro gli faccia! Ma io non ci credo.
Nella solitudine cresce ciò che ognuno vi porta, anche la bestia interiore. E perciò è da sconsigliare a molti la solitudine.
Vi fu sulla terra fino ad oggi qualcosa di più laido dei santi del deserto? Per essi e intorno ad essi non si scatenava soltanto il diavolo, ma anche il porco."
14
Timidi, vergognosi, impacciati, simili a una tigre che abbia sbagliato il salto: così, o Uomini Superiori, vi ho visto spesso strisciare. Era un lancio che vi era riuscito male.
Ma voi, giocatori di dadi, che avete fatto! Non avete imparato a giocare e a prendere in giro, come si deve giocare e prendere in giro! Non sediamo forse sempre ad un grande tavolo da gioco e d'ironia?
E se a voi non è riuscito qualcosa di grande, siete forse voi stessi, per questo sbagliati? E se siete sbagliati. voi, è sbagliato forse per questo l'uomo? Ma se è sbagliato l'uomo: bene, allora!
15
Quanto più alto il suo genere, tanto più di rado riesce bene una cosa. Voi qui, Uomini Superiori, non siete tutti riusciti male?
State allegri, che importa! Quante cose sono ancora possibili! Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere!
Qual meraviglia che voi siate riusciti male o a mezzo, voi mezzi falliti! Non fermenta e getta polloni in voi il futuro dell'uomo?
Quanto nell'uomo è più lontano, più profondo, più stellare, la sua forza inaudita, non spuma e gorgoglia tutto insieme nei vostri vasi?
Qual meraviglia che qualche vaso si rompa!
Imparate a ridere di voi stessi, come si deve ridere! O voi, Uomini Superiori, quante cose sono ancora possibili!
E intanto quante cose sono già riuscite! Come è ricca questa terra di piccole e buone cose perfette, di cose ben riuscite!
Ponetevi accanto piccole buone cose perfette, voi, Uomini Superiori! La cui dorata maturità risana il cuore. Le cose perfette inducono a sperare.
16
Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: 'Guai a coloro che ridono!'? Non trovò egli sulla terra nessun motivo di riso? Vuoi dire che cercò male. Anche un bambino lo trova.
Costui non amava abbastanza: altrimenti avrebbe amato anche noi, i ridenti! Ma egli ci odiava e ci spregiava, e ci augurava strida e dolor di denti. Ma che forse è necessario subito maledire quando non si ama? Mi sembra una cosa di cattivo gusto. Senonché, così faceva lui, quell'uomo che non veniva a patti, l'assolutista. Proveniva dal popolo. Non amava abbastanza: questo era il suo guaio: altrimenti si sarebbe meno adirato per il fatto che non lo amavano. Ogni grande amore non vuole amore: vuole qualcosa di più. Sfuggite tutti questi assolutisti! È una povera gente malata, una schiatta plebea: guardano con occhio storto la vita, hanno il malocchio nei riguardi della terra.
Sfuggite tutti gli assolutisti! Hanno piedi pesanti e cuori opprimenti: non sanno danzare. Eppure come potrebbe esser loro lieve la terra!
17
Tutte le buone cose giungono per vie ricurve ai loro fini. Simili a gatti, fanno l'arco e borbottano interiormente le fusa davanti alla loro felicità che è prossima; tutte le buone cose ridono.
Il passo tradisce e fa vedere se taluno già cammina per la sua strada: così voi vedete camminare me! Ma colui che giunge in prossimità della sua mèta, quello danza.
In realtà non sono ancora diventato una statua, né sto in piedi rigido, tonto, impietrito come una colonna; amo la rapida corsa.
E anche se sulla terra vi sono paludi e forti tormenti: chi ha piedi leggeri corre sul fango e danza come su ferro polito.
Sollevate i vostri cuori, fratelli miei, sù! Più in alto! e non dimenticate le gambe! Sollevate anche le vostre gambe! Voi buoni danzatori; ancor meglio: ponetevi a capo all'in giù!
18
Questa corona del ridente, questa corona di rose: io stesso mi sono messo sulla testa questa corona, io stesso ho santificato il mio riso. Non ho trovato nessun altro abbastanza forte per questo.
Zarathustra il danzatore, Zarathustra il leggero, che fa cenni con le ali, pronto al volo, amico di tutti gli uccelli, preparato e disposto, agile alla gioia e alla serenità:
Zarathustra l'indovino, colui che parla chiaro e ride chiaro, non impaziente, non assolutista, colui che ama il santo e la scappata; io stesso mi sono posto in testa questa corona!
19
Sollevate i vostri cuori, o miei fratelli, in alto! Più in alto ancora! E non dimenticate le gambe! Sollevate anche le vostre gambe, o voi buoni danzatori, e meglio ancora: ponetevi a capo all'in giù!
V'è anche nella felicità l'animale pesante, vi sono coloro che hanno piedi piatti sin dall'inizio. E si sforzano goffamente, simili ad un elefante, che cerchi di stare in piedi sulla testa.
Ma meglio essere folleggianti di felicità che folleggiare per la disgrazia, meglio danzare rozzamente, che camminare zoppi, perché così mi insegna la mia saggezza: anche la cosa peggiore ha due buone facce:
anche la cosa peggiore ha buone gambe danzanti: perciò imparate, o Uomini Superiori, a star bene in gamba sulle vostre gambe diritte!
E dimenticate le bolle del dolore e tutte le tristezze plebee! O come mi appaiono tristi oggi questi buffoni plebei! Ma l'oggi è della plebe.
20
Fate come il vento, quando si precipita dalle sue forre montane: vuol danzare sul ritmo del proprio flauto e i mari tremano e sobbalzano sotto le sue orme.
Dà ali all'asino, munge le leonesse; sia lodato questo spirito buono e indomito che sopraggiunge come un vento di tempesta su ogni oggi e su ogni plebe, nemico delle teste di cardo e dei cavillatori e di tutte le foglie vizze e della gramigna: lodato sia questo libero selvaggio spirito tempestoso, che danza sulle paludi e sulle angosce come su prati!
Che odia gli alani plebei e ogni genere torbido di gente mancata: lodato sia questo spirito di tutti i liberi spiriti, la tempesta ridente, che soffia polvere negli occhi a tutti quelli che vedono nero e hanno la foruncolosi.
Voi, Uomini Superiori! La cosa vostra peggiore è questa: che non avete imparato a danzare come si deve, a danzare al di là di voi stessi! Che importa che siate venuti sù male!
Quante cose sono ancora possibili! Perciò imparate una buona volta a ridere su di voi stessi! Sollevate i vostri cuori, voi buoni danzatori, in alto! più in alto! e non dimenticate anche il buon riso!
Questa corona del ridente, questa corona di rose: a voi, o miei fratelli, io lancio questa corona! Ho santificato il riso; voi Uomini Superiori, imparate a ridere!
IL CANTO DELLA MALINCONIA
1
Mentre Zarathustra diceva queste cose, stava in piedi presso l'ingresso della sua caverna; ma nel dire le ultime parole, sfuggì ai suoi ospiti e volò per un istante all'aperto.
O puri profumi intorno a me - esclamò - o calma beata che mi avvolge! Dove sono i miei animali? Sù, sù, venite fuori, o mia aquila o mio serpente! Ditemi, animali miei, tutti questi Uomini Superiori insieme non mandano forse buon odore? Puri profumi intorno a me! Ora so e sento finalmente come io, o miei animali, vi amo.
E Zarathustra ripeté ancora una volta: Io vi amo, animali miei!
Ma l'aquila e il serpente gli si fecero presso, quando egli pronunciò queste parole, e lo guardarono negli occhi. Così furono in tre ad annusare sereni insieme l'aria buona. Perché l'aria là fuori era migliore che presso gli Uomini Superiori.
2
Ma appena Zarathustra ebbe abbandonato la sua grotta, si alzò il vecchio mago, volse intorno lo sguardo astuto e disse: Se n'è andato! E già, o voi, Uomini Superiori - per stuzzicarvi con il medesimo nome adulatorio ed elogiativo che vi dava lui - già mi sento prendere dal mio cattivo spirito d'inganno e di magia, dal mio diavolo melanconico, che perciò è nemico di questo Zarathustra: perdonatelo! Ora egli vuole far magie davanti a voi, è proprio la sua ora; ed io lotto invano per questo spirito maligno.
A voi tutti, qualunque siano i titoli che vi date da voi stessi, chiamandovi 'spiriti liberi', 'veritieri', 'pentimento dello spirito' o 'invasati' o 'grandi nostalgici', a voi tutti che soffrite come me della grande ripugnanza, per cui il vecchio dio è morto e non è ancora apparso alcun nuovo dio in fasce, a voi tutti giunge propizio il mio spirito maligno e diavolo incantatore.
Vi conosco, Uomini Superiori, e conosco lui; conosco anche questo tipaccio, che io amo contro voglia, questo Zarathustra: spesso mi sembra simile ad una bella larva di santo, ad una nuova strana figura in maschera, in cui si compiace il mio cattivo spirito di diavolo melanconico: io amo Zarathustra, così mi sembra spesso, proprio a causa del mio cattivo spirito. Ma già mi assale e mi costringe, questo spirito di malinconia, diavolo crepuscolare: e veramente, o voi Uomini Superiori, ci si diverte - aprite bene gli occhi! - ci si diverte, a giungere nudo, non so se in forma di maschio o di femmina; ma viene, mi costringe; ahimè! aprite bene i vostri sensi!
Il giorno si spegne, su tutte le cose sopraggiunge ora la sera, anche sulle cose migliori; ascoltate e guardate, voi Uomini Superiori, qual diavolo sia, maschio o femmina, questo spirito della malinconia serale!
Così parlò il vecchio mago, si guardò intorno e poi pose mano alla sua arpa.
3
Quando la luce schiara,
e quando la rugiada il suo ristoro
sopra la terra piove;
invisibile, ed anche non udibile,
perché tènere scarpe porta ai piedi
quella ristoratrice come tutti
coloro che ristorano: pensa, mio caldo cuore,
come un giorno sitivi,
avevi sete di celesti lacrime
e di rugiada, combattuto e stanco,
mentre su erbosi sentieri giallastri
intorno a te, attraverso alberi neri,
maligni raggi a sera trascorrevano,
sguardi accecanti dell'occhio solare?
'Tu innamorato della verità?' e ridevano;
'No! Sei solo un poeta!
Un animale, lento, predatore,
che vuol mentire,
deve sapendo e volendo mentire:
cercare prede,
dipinto e mascherato,
di se stesso una larva,
e di se stesso preda.
Innamorato della verità?
No! Solo un pazzo! Soltanto un poeta!
Che parla per immagini,
da folli larve esalando i suoi gridi,
vien giù su ponti fatui di parole,
giù lungo variopinti arcobaleni,
tra falsi cieli
e false terre,
vagabondo vagante,
è solo un pazzo! Soltanto un poeta!
Innamorato della verità?
Non calmo, ma immoto, freddo e lucido,
divenuto una statua,
divina colonna,
non posto in faccia ai templi,
sentinella di un dio:
no! ma ostile egli a questi monumenti
del vero, in ogni selva più che in templi
di casa,-pieno di felino slancio,
sgattaiolante dentro ogni finestra,
dentro ogni caso,
frugante ogni foresta
primordiale appassionatamente,
onde tu nelle selve
primordiali tra variopinte belve
correvi sano e bello e peccatore,
con le labbra bramose,
sanguinano infernale ed irrisore,
correvi, insidiatore e rapitore:
oppure come l'aquila che lunghi, lunghi
sguardi configge nell'abisso,
nei precipizi suoi:
oh, com'esse laggiù,
sempre più laggiù in basso,
in sempre più profondi abissi volgono!
Poi,
d'un tratto, a capofitto
con istintivo volo,
si gettan sugli agnelli,
di colpo, affamate,
bramose degli agnelli,
terribili per le anime di agnello,
terribili per tutto ciò che ha occhi
pecorili, lanosi, occhi d'agnello,
grigi, benevoli occhi dell'agnello!
Così
aquilee e come di pantera
sono le bramosie del poeta,
i desideri tuoi fra mille larve,
tu pazzo! Tu poeta!
Tu che guardavi agli uomini,
pecora insieme e Dio:
strappare Iddio nell'uomo,
la pecora nell'uomo,
e ridere strappando:
questa, questa è la tua felicità!
Felicità d'aquila e di pantera!
Felicità di un poeta e di un pazzo!'
Quando l'aria si schiara,
la falce della luna
verde tra rossi fuochi
invidiosà vien fuori:
nemica del giorno,
furtiva ad ogni passo
su cascate di rose
falciando, finché cadono,
cadono a notte pallide spioventi:
così io stesso caddi un giorno giù
dalla follia della mia verità,
dall'ansia del mio giorno,
stanco del giorno, malato di luce;
discesi verso la sera e l'ombra:
solo, arso ed assetato
dell'Una Verità:
ricordi ancora, o caldo cuore tu,
qual sete avevi?
Ch'io sia dunque bandito
da ogni verità,
solo un pazzo!
Un poeta!
DELLA SCIENZA
Così cantò il mago: e tutti coloro che erano lì radunati, entrarono, senza accorgersene, come uccelli, nella rete della sua astuta e melanconica voluttà. Soltanto il coscienzioso dello spirito non era stato acchiappato: strappò all'istante l'arpa di mano al mago e gridò: Aria! Lasciate entrare l'aria pura! Lasciate entrare Zarathustra! Tu rendi questa caverna opprimente e pestifera, vecchio mago malvagio! Tu seduci, falso, astuto, a desideri e a selvaggi luoghi sconosciuti. E guai se uno come te si dedica con le parole e con gli atti alla verità! Guai a tutti i liberi spiriti che non stanno in guardia da tali maghi! La loro libertà è finita: tu persuadi e attrai nelle carceri, tu vecchio demonio melanconico! Dai tuoi lamenti risuona un richiamo flautato; tu sei come coloro che con i loro elogi di castità segretamente invitano alla voluttà!
Così parlò il coscienzioso; ma il vecchio mago guardava intorno a sé, godeva della sua vittoria, e perciò mandava giù la rabbia che gli faceva il coscienzioso. Sta' zitto! disse a bassa voce. - I buoni canti esigono una buona risonanza; dopo un buon canto è necessario un lungo silenzio. Così fanno tutti qusti Uomini Superiori. Hai forse capito poco del mio canto? In te c'è poco di spirito magico.
Tu mi lodi - ribatté il coscienzioso - separandomi da te; bene! Ma voi altri, che cosa vedo? Sedete tutti ancor lì con sguardi cupidi, voi, anime libere, dove è la vostra libertà! Quasi mi sembrate come coloro che hanno guardato a lungo danzare donne nude e sfrontate: le vostre stesse anime danzano!
In voi, Uomini Superiori, deve esserci molto di ciò che questo mago chiama il suo malvagio spirito di magia e di inganno: dobbiamo ben essere diversi.
In realtà, abbiamo parlato e discusso abbastanza insieme, prima che Zarathustra ritornasse alla sua caverna, perché io non ignorassi quanto noi siamo diversi.
Anche quassù cerchiamo cose diverse, voi ed io.
Io infatti cerco maggior sicurezza, perciò sono venuto da Zarathustra. Egli è infatti la più salda torre e volontà, oggi, mentre tutto tentenna, mentre tutta la terra trema. Ma voi, se guardo negli occhi che fate, mi sembra quasi che cerchiate maggior insicurezza, maggior orrore, maggior pericolo, maggior terremoto. Quasi penserei che siate tentati, perdonate la mia presunzione, Uomini Superiori, siate tentati anche dalla peggiore e più pericolosa vita, quella che maggiormente mi fa paura, dalla vita delle bestie selvagge, dalle foreste, dalle caverne, dai monti scoscesi e dagli ingannevoli precipizi.
E non vi piace chi vi conduca fuori dal pericolo, bensì chi vi conduca per ogni strada, cioè il corruttore. Ma, se tale bramosia è realmente in voi, pur tuttavia essa mi sembra impossibile.
La paura, infatti, è il sentimento fondamentale ed ereditario dell'uomo; con la paura si spiega ogni cosa, il peccato originale e la virtù ereditaria. Dalla paura è nata anche la mia virtù, che si chiama scienza.
La paura, infatti, delle bestie selvagge, che venne più a lungo coltivata nell'uomo, compresa la bestia che è nascosta in lui e che egli teme, e che Zarathustra chiama 'la bestia interiore'.
Questa antica paura, divenuta alla fine sottile, spirituale, religiosa, oggi mi sembra quella che viene chiamata scienza.
Così parlò il coscienzioso; ma Zarathustra, che stava rientrando nella sua caverna e aveva udito l'ultimo discorso e ne aveva indovinato il senso, gli gettò una manciata di rose e rise delle sue ‘verità’.
Come! esclamò. – Che cosa ascolto qui? Veramente o sei pazzo tu o lo sono io: io capovolgo la tua 'verità'.
La paura infatti, la nostra, è eccezione. Il coraggio e l'avventura e la passione dell'incerto e dell'intentato, il coraggio mi sembra che costituiscano tutta la preistoria dell'uomo.
Agli animali più selvaggi e coraggiosi egli ha invidiato e rubato le loro virtù: solo così divenne uomo.
Questo coraggio, fattosi alla fine sottile, spirituale, religioso, questo coraggio umano con il volo dell'aquila e la prudenza del serpente: questo, mi sembra che si chiami oggi...
Zarathustra! gridarono tutti insieme coloro che erano lì radunati, come con una sola bocca; e fecero una grande risata; ma da essi si levò come una nuvola greve. Anche il mago rise e aggiunse con astuzia: Bene! Se n'è andato, il mio spirito maligno!
Non vi ho forse messo in guardia contro di lui, quando vi dissi che era un imbroglione, uno spirito falso e ingannatore?
Specialmente poi quando si presenta nudo. Ma che cosa posso io contro le sue insidie! Ho forse creato io lui e il mondo?
Ebbene! Torniamo di nuovo buoni e d'accordo! Anche se Zarathustra mi guarda male - guardatelo là! Nutre rancore contro di me - prima che venga la notte, imparerà di nuovo ad amarmi e lodarmi; non può vivere a lungo senza fare tali sciocchezze.
Egli ama i suoi nemici: e pratica quest'arte meglio di tutti quelli che ho conosciuto. Ma di ciò si vendica appunto sui suoi amici!
Così parlò il vecchio mago, e gli Uomini Superiori lo applaudirono: così che Zarathustra andò in giro e con malizia e amore strinse la mano ai suoi amici, simile ad uno che voglia intendersi con tutti e chieder loro scusa di qualcosa. Ma come giunse alla porta della sua caverna, ecco che già lo assaliva di nuovo il desiderio di uscir fuori e dei suoi animali; e voleva sgusciar via.
TRA LE FIGLIE DEL DESERTO
Non andartene! - esclamò allora il viandante che chiamava se stesso l'ombra di Zarathustra. - Rimani con noi, altrimenti potrebbe di nuovo assalirci la vecchia e cupa afflizione. Già quel vecchio mago ci ha dato quanto di peggio aveva, e guarda ora, il buono e pio Papa ha le lacrime agli occhi e si è già imbarcato di nuovo sul mare della malinconia. Questi re vorrebbero fare una buona figura davanti a noi: essi infatti hanno appreso a far ciò meglio di tutti noi! Ma se non avessero testimoni, scommetto che anche loro ricomincerebbero il gioco malvagio, il maligno gioco delle nubi vaganti, della molle malinconia, del cielo coperto, del sole offuscato, del sibilante vento autunnale, il maligno gioco degli ululati e delle grida di dolore: rimani con noi, o Zarathustra! Qui c'è molta miseria nascosta che vuole parlare, molta sera, molte nubi, molta aria pesante! Tu ci hai nutrito di forte cibo virile e di efficaci sentenze: non lasciare che alla frutta ci assalgano di nuovo spiriti fiosci ed effeminati! Tu solo rendi l'aria intorno a me penetrante e pura! Dove ho mai trovato sulla terra un'aria così buoi na come da te nella tua caverna? Ho veduto molti paesi, il mio naso ha imparato a sentire e ad apprezzare molte atmosfere: ma presso di te le mie narici gustano il loro più grande piacere!
Tranne… tranne... Oh, perdonami un vecchio ricordo! Perdonami un vecchio canto conviviale, che io composi un giorno tra le figlie del deserto: presso di loro infatti c'era una consimile buona chiara aria orientale; là io ero lontano dalla vecchia Europa nuvolosa umida malinconica!
Allora amavo quelle figlie dell'oriente e un altro azzurro regno dei cieli, sul quale non gravavano né nubi né pensieri.
Voi non potete credere come esse stavano graziosamente sedute quando non danzavano, profonde, ma senza pensieri, come piccoli segreti, come enigmi infiocchettati, come noci conviviali, variopinte e strane in verità, ma senza nubi: enigmi che si lasciavano indovinare: per amore di queste fanciulle io inventai allora un salmo conviviale.
Così parlò il viandante e l'ombra; e prima che qualcuno gli rispondesse, aveva già afferrato l'arpa del vecchio mago e incrociato le gambe, guardando intorno a sé calmo e saggio; ma con le narici aspirava lentamente, interrogando l'aria, come uno che in un paese nuovo annusi la nuova aria straniera. Poi con una specie di muggito si mise a cantare.
2
Il deserto cresce: guai a colui che nasconde in sé dei deserti!
Ah! Grandioso!
Proprio grandioso!
Un degno principio!
Grandioso e africano!
Degno di un leone
o di una scimmia urlatrice o moralista, ma non per voi.
Voi, carissime amiche,
ai cui piedi a me
la prima volta,
europeo sotto i palmizi,
è concesso posare. Sela [Espressione tratta dalla Bibbia: ‘finito’, ‘non se ne parla più’].
Ma è strano veramente!
Là seggo io ora,
vicino al deserto, e di già
lontano dal deserto,
devastato, nel nulla:
proprio ingollato giù
da quest'oasi minuscola:
essa aprì la sua bocca
graziosa sbadigliando,
la più olezzante di tutte le fauci:
ed io vi caddi, di là, laggiù, fra voi,
voi carissime amiche! Sela.
Salve, a quella balena,
quando permise all'ospite
di restar vivo! Capite
la mia dotta allusione?
Salve al suo ventre,
se era dunque
ventre amabile d'oasi siccome
questo: ciò che io però non credo,
perché vengo d'Europa,
terra più dubitosa che ion tutte
le vecchie mogli e femmine.
Possa Dio migliorarla!
Amen!
Ecco ch'io seggo in quest'oasi minuscola, simile ad un dattero, bruno, indolcito, stillante d'oro, ansioso
d'una rotonda bocca di ragazza,
ma ancora più dei taglienti incisivi,
freddi, di una ragazza, come neve bianchi: verso i quali anela appunto
il cuore di ogni caldo dattero. Sela.
Simile a questi frutti
del sud, fin troppo simile
giaccio io qui, qui, da piccoli
alati insetti
contornato e aggredito,
simili ad ancor più piccoli
pazzerelli colpevoli
desideri e capricci,
circondato da voi,
silenziose, piene di presagi
ragazze gatto,
Dudu e Suleika, sfingeo,
sì che in un detto
molti sensi io comprimo:
(e mi perdoni Iddio
queste colpe linguistiche!)
io seggo qui, spirando l'atmosfera,
aria di paradiso,
aria lucente e lieve, aria soffusa
d'oro, di cui migliore
dalla luna mai scese,
e fu forse per caso,
o accadde per trabocco di coraggio?
Come gli antichi poeti raccontano.
Ma io dubbioso metto
ciò in dubbio, perché vengo
dall'Europa,
terra più dubitosa che non tutte
le vecchie mogli e femmine.
Possa Dio migliorarla!
Amen!
Bevendo questa splendida atmosfera,
con le narici gonfie come coppe,
senza futuro, senza rimembranza,
io seggo qui, tra voi,
amiche mie carissime,
e contemplo la palma,
che simile ad una danzatrice
si piega e torce e nei fianchi si dondola,
e a guardarla vien fatto di imitarla!
Simile a danzatrice che, mi sembra,
a lungo già, pericolosamente
a lungo sempre su una gamba stava?
E così essa, mi sembra, obliò
d'aver quell'altra gamba?
Invano almeno io
ho cercato il gioiello,
il perduto gemello
- intendo l'altra gamba -,
nella prossimità
sacra della sua cara e sì graziosa
sottana dondolante e sventolante.
Sì, se volete, o belle amiche mie,
credermi interamente:
lei l'ha proprio perduta!
Perduta!
Per sempre l'ha smarrita, l'altra gamba!
Peccato, per quell'altra cara gamba!
E dove può mai stare ora triste e abbandonata
la gamba solitaria?
Impaurita essa è forse
da un truce biondo e riccio
selvatico leone? Oppure è già
scorticata e svuotata,
pietosamente, ahimè, sbocconcellata! Sela.
Oh, non piangete,
voi teneri cuori!
Non piangete,
cuori di dattero e seni di latte!
Voi cuoricini
di liquirizia!
Non pianger più,
tu pallida Dudù!
Sù, Suleika! Coraggio!
Oppure dovrebbe
qualcosa di più forte,
corroborante, fare a te del bene?
Un detto benedetto?
Un appello solenne?
Sù, forza, dignità!
Virtuosa dignità! Degna d'Europa!
Soffia, sù, soffia ancora,
mantice di virtù!
Ah!
Ruggi ancora una volta, moralisticamente!
Leone moralistico,
ruggi innanzi alle figlie del deserto!
Ché un virtuoso ululato,
carissime fanciulle,
vale assai più che tutto
il fervore europeo e la sua fame!
Ed io qui sono pronto,
perché sono europeo,
né altro posso, mio Dio!
Amen!
Il deserto cresce: guai a colui che nasconde in sé dei deserti!
IL RISVEGLIO
Dopo il canto del viandante e dell'ombra, la caverna si riempì d'un tratto di rumore e di risa: e poiché gli ospiti radunati parlavano tutti insieme, e anche l'asino, incoraggiato in tal modo, non stava più tranquillo, Zarathustra fu preso da un certo malumore ironico contro i suoi ospiti, quantunque contemporaneamente gioisse della loro allegria. Poiché essa gli apparve come un segno di guarigione. Così che scivolò all'aperto e parlò ai suoi animali.
Dove se n'è andata la loro angoscia? - esclamò, e già respirava meglio lui stesso riprendendosi dal suo piccolo disappunto. Da me hanno dimenticato, mi sembra, l'urlo di dolore!
Anche se, purtroppo, non ancora l'urlo. E Zarathustra si chiuse le orecchie con le mani, perché appunto si andava mescolando l'I-A [Ja= Sì in tedesco!] dell'asino in singolar modo con il rumore del giubilo di quegli Uomini Superiori.
Sono allegri - cominciò di nuovo – e, chissà? forse a spese del loro ospite; anche se essi hanno imparato da me a ridere, non è tuttavia il mio riso quello che essi hanno appreso. Ma che importa! Sono gente vecchia: guariscono a modo loro, ridono a modo loro; le mie orecchie hanno già sopportato cose peggiori e non sono per questo divenute scontrose.
Questo giorno è giorno di vittoria: già discende, già vola, lo spirito della pesantezza, il mio antico grande nemico! Come finirà bene questo giorno, che era cominciato così male e così pesante!
E finire adesso vuole. Già viene la sera: cavalca sul mare, la brava cavallerizza! Come oscilla felice, lei che rientra, nelle sue selle purpuree!
Il cielo guarda chiaro dall'alto, il mondo si distende più in basso: o voi, strane creature che siete veflute a me, vale la pena di vivere presso di me! w
Così parlò Zarathustra. E di nuovo proveniva a lui il grido e il riso degli Uomini Superiori dalla caverna: anzi, proprio in quel momento, ricominciò.
Abboccano, la mia esca agisce, si allontana da essi anche il loro nemico, lo spirito della pesantezza. Già essi imparano a ridere di se stessi: sento bene?
Il mio cibo virile agisce, il mio dire pieno di forza e di succhi: e veramente non li ho nutriti di falsi legumi! Ma con cibo di guerrieri, cibo di conquistatori: nuove bramosie ho risvegliato in loro.
Nuove speranze sono nelle loro braccia e nelle loro gambe, il loro cuore si tende. Essi trovano nuove parole e il loro spirito respirerà presto coraggio.
Un tal cibo non è certamente per bambini, né per femmine nostalgiche vecchie o giovani. Per le loro viscere ci vuole altro; io non sono né il loro medico né il loro educatore.
Lo schifo si allontana da questi Uomini Superiori: bene! questa è la mia vittoria. Nel mio regno essi si sentono sicuri, ogni sciocca vergogna si dissipa, si riscuotono.
Scuotono il loro cuore, tornano ad essi le ore buone, fanno feste e mangiano di nuovo, e divengono riconoscenti.
Questo è per me il miglior segno: divengono riconoscenti. Non passerà lungo tempo che essi inventeranno delle feste e innalzeranno delle pietre memoriali alle loro vecchie gioie.
Sono dei convalescenti! Così parlò Zarathustra, lieto, al suo cuore e guardò fuori; ma i suoi animali fecero ressa intorno a lui e onorarono la sua gioia e il suo silenzio.
2
Ad un tratto l'orecchio di Zarathustra si riscosse: proprio la caverna, che fino ad allora era stata piena di rumore e di risa, divenne silenziosa, di un silenzio mortale; ma il suo naso avvertiva un vapore, come un incenso di tronchi di pino ardenti, che mandava un buon odore.
Che accade? Che stanno facendo? - si chiese, e si fece presso l'ingresso, in modo da poter vedere non visto i suoi ospiti. E, meraviglia delle meraviglie! Che mai doveva vedere!
Sono tutti diventati di nuovo pii, pregano, sono pazzi! w esclamò, e si meravigliò oltre misura. E, guarda un po'! tutti quegli Uomini Superiori, i due re, il papa fuori servizio, il cattivo mago, il mendicante volontario, il viandante e l'ombra, il vecchio indovino, il coscienzioso dello spirito e l'uomo brutto: tutti stavano in ginocchio come bambini e vecchie donne credenti e pregavano l'asino. Quand'ecco che l'uomo brutto cominciò a far gargarismi e sbuffare, come se dovesse venir fuori da lui qualcosa di inesprimibile; senonché, quando riuscì finalmente a parlare, vedi un po', era una pia strana litania in lode dell'asino venerato e adorato. Questa litania suonava così:
Amen! E lode e onore e sapienza e ringraziamento e premio e forza ál nostro Dio, di eternità in eternità!
Ma l'asino gridò I-A.
Egli porta la nostra soma, assunse figura di servo, è paziente di cuore e non dice mai no; e chi ama il suo Dio, questi lo punisce.
Ma l'asino gridò I-A.
Non parla: anche se dice sempre SÌ al mondo da lui creato: così egli celebra il suo mondo. La sua astuzia è quella di non parlare: in tal modo è raro che abbia torto.
Ma l'asino gridò I-A.
Passa per il mondo con aspetto insignificante. Grigio è il colore del suo corpo in cui cela la sua virtù. Se ha spirito, lo nasconde; ma ognuno crede alle sue lunghe orecchie.
Ma l'asino gridò I-A.
Quale nascosta sapienza è quella di avere lunghe orecchie e di dir soltanto Sì, e mai No. Non ha forse creato il mondo a sua immagine, più stupido che fosse possibile?
Ma l'asino gridò I-A.
Tu percorri cammini diritti e storti; poco ti importa ciò che agli uomini sembra diritto o storto. Al di là del bene e del male è il tuo regno. La tua innocenza è di non sapere ciò che sia innocenza.
Ma l'asino gridò I-A.
Vedi come non allontani nessuno da te, né i mendicanti né i re. Lasci che il più piccolo bambino, se occorre, ti si avvicini, e se i cattivi' ragazzi ti prendono in giro tu dici semplicemente I-A.
Ma l'asino gridò I-A.
Ami le asinelle e i fichi freschi, non sei sofistico verso nessun dibo. Un cardo ti pizzica il cuore se hai fame. In questo c'è in te una sapienza divina.
Ma l'asino gridò I-A.
LA FESTA DELL'ASINO
Ma a questo punto della litania, Zarathustra non poté più trattenersi, gridò anche lui I-A, ancora più forte dell'asino, e saltò in mezzo ai suoi ospiti impazziti. Ma che cosa state facendo, figlioli? gridò, tirando sù coloro che pregavano a terra. - Guai se vi vedesse qualche altro oltre Zarathustra! Ognuno riterrebbe che voi con il vostro nuovo credo foste divenuti i peggiori bestemmiatori o le più pazze di tutte le vecchie beghine! E tu stesso, vecchio papa: come metti d'accordo quel che tu stai facendo con la tua persona, adorando in tal modo un asino come se fosse un dio?
O Zarathustra - rispose il papa perdonami - ma nelle cose di Dio io sono persino più esperto di te. E così è giusto. Adorare il signore Iddio, in questa figura, come in nessuna figura! Pensa a questo detto, mio nobile amico: tu comprendi subito che in questo detto sta la verità. Colui che disse: 'Dio è Spirito' fu anche colui che fino ad oggi sulla terra ha fatto il passo e il salto più lungo verso l'ateismo: un detto di questo genere non è facile ripararlo! Il mio vecchio cuore salta e balza dalla gioia nel vedere che sulla terra v'è ancora qualcosa da adorare. Perdona ciò, o Zarathustra, ad un vecchio pio cuore di papa!
E tu - disse Zarathustra al viandante e all'ombra – tu ti dici e ti ritieni uno spirito libero? E ti dai qui a servizi superstiziosi e preteschi di questo genere? Invero tu ti comporti qui peggio che con le tue maligne ragazze brune, o cattivo nuovo credente!
Abbastanza male - ribatterono il viandante e l'ombra - questo sì, hai ragione: ma che cosa posso farci io! Il vecchio Dio rinasce, o Zarathustra, puoi dire quel che vuoi. Il bruttissimo uomo è colpevole di tutto ciò: è lui che l'ha risvegliato. E se dice di averlo un giorno ucciso, la morte, a proposito di dèi, è sempre un pregiudizio.
E tu - esclamò Zarathustra - tu, cattivo vecchio mago, che cosa hai fatto! Chi potrà in questo libero tempo continuare a crederti, se tu credi a tali divine asinità? È stata una sciocchezza, quella che hai fatto; e tu, che sei un uomo intelligente, come hai potuto farla?
O Zarathustra - rispose il mago intelligente – hai ragione, è stata una sciocchezza, e ora mi pesa abbastanza.
E tu, poi - disse Zarathustra al coscienzioso dello spirito - pensa un po' e mettiti un dito al naso! Non senti nulla contro la tua coscienza? Non è il tuo spirito troppo sofisticato per questo pregare e incensare di questi tuoi fratelli oranti? w
C'è qualcosa - rispose il coscienzioso, e si pose un dito al naso; c'è qualcosa in questo spettacolo che fa persino bene alla mia coscienza.
Forse è vero che io non devo credere a Dio: ma una cosa è certa, che Dio sotto questo aspetto mi pare ancora che si presenti nella forma più degna di fede.
Dio deve essere eterno, secondo la testimonianza dei più credenti: e chi ha tanto tempo non si dà pena del tempo. Più lentamente e stupidamente che è possibile; in tal modo, un essere di questo genere può riuscire a far molte cose.
E chi ha troppo spirito farebbe bene a innamorarsi fino alla follia della stupidità e della follia. Pensa a te stesso, o Zarathustra!
Tu stesso, in realtà! anche tu potresti divenire un asino per troppa gioia e saggezza.
Non percorre volentieri un saggio perfetto le strade più tortuose? L'apparenza lo dice, o Zarathustra, la tua apparenza.
E tu stesso, infine – esclamò Zarathustra, e si rivolse verso l'uomo bruttissimo che era ancora a terra con il braccio alzato verso l'asino (gli stava proprio dando da bere del vino). – Parla, o inesprimibile, che cosa hai mai fatto? Mi sembri cambiato, il tuo occhio arde, il mantello del sublime avvolge la tua bruttezza: che cosa hai fatto?
È vero quel che dicono quelli là, che tu lo hai risvegliato? E perché? Non era bene che fosse morto e seppellito?
Tu stesso mi sembri risvegliato: che cosa hai fatto? Che cosa hai invertito? Come ti sei convertito? Parla, o inesprimibile!
O Zarathustra – rispose l'uomo bruttissimo – tu sei un briccone!
Se vive o rivive o è definitivamente morto, chi di noi due può saperlo meglio? Lo chiedo a te. Ma una cosa io so: proprio da te l'appresi una volta, o Zarathustra: chi vuole uccidere nel modo più assoluto, ride.
'Non con l'ira, ma con il riso si uccide': così dicesti una volta. O Zarathustra, tu nascosto, tu distruttore senza ira, tu pericoloso santo, sei un briccone!
2
Allora accadde che Zarathustra, meravigliato di tutte queste risposte birbone, fece un salto indietro fin sulla porta della sua caverna e, rivolgendosi a tutti i suoi ospiti, gridò a gran voce:
O pazzi tutti quanti! Buffoni che vi nascondete e vi mascherate davanti a me! Come a ognuno di voi è sobbalzato il cuore di gioia e malignità per il fatto che voi siete finalmente ridivenuti come i fanciulli, vale a dire pii, per il fatto che avete fatto di nuovo come i fanciulli, e cioè vi siete messi a pregare, avete congiunte le mani dicendo: 'Dio mio'!
Ma ora andatevene da questa scuola d'infanzia che è la mia caverna, dove oggi si fanno un sacco di bambinerie. Raffreddate qua fuori il vostro entusiasmo infantile e il vostro rumore dei cuori!
Certo: se non diverrete come i fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli. w (E Zarathustra indicò con le mani in alto.)
Ma noi non sappiamo che farcene del Regno dei Cieli: siamo diventati uomini, vogliamo il Regno terrestre.
3
E ancora una volta Zarathustra riprese a parlare. O miei nuovi amici - esclamò – voi straordinari, voi Uomini Superiori, come mi piacete ora, da che siete ridiventati allegri! Proprio siete tutti rifioriti: mi sembra che a tali fiori quali voi siete occorrono nuove feste, una qualche coraggiosa sciocchezza, qualcosa, come un rito sacro o una festa dell'asino, qualche gaio pazzo Zarathustra, un vento impetuoso, che soffi e rischiari le vostre anime.
Non dimenticate questa notte e questa festa dell'asino, voi Uomini Superiori! E ciò che voi avete inventato qui, presso di me, e io lo prendo come un buon augurio, cose di questo genere le inventano soltanto coloro che stanno guarendo!
E festeggiatela ancora questa festa dell'asino, fatelo per voi, e fatelo anche per me! E in memoria di me!
Così parlò Zarathustra.
IL CANTO EBBRO
1
Intanto quelli, l'uno dopo l'altro, se n'erano andati via all'aperto, nella fresca notte assorta; quanto a Zarathustra, prese per mano il più brutto degli uomini per mostrargli il suo mondo notturno e la grande luna rotonda e le argentee cascate d'acqua vicine alla sua caverna. Lì si fermarono, alla fine, in silenzio, l'uno accanto all'altro, uomini d'età avanzata, ma dal cuore saldo e confortato, meravigliati di stare così bene sulla terra, e l'intimo silenzio della notte scendeva più a fondo nel loro cuore. E ancora Zarathustra pensò tra sé: quanto mi piacciono questi Uomini Superiori!, ma non lo disse, poiché intendeva rispettare la loro felicità e ii loro silenzio.
Avvenne allora ciò che in quel tempo prodigioso fu la cosa più mirabile. Il più brutto degli uomini ricominciò a gorgogliare e starnutire, e quando riuscì a pronunciare parole, ecco che dalla sua bocca scaturì una domanda pura e armoniosa, una buona, chiara e profonda domanda, che fece balzare in petto il cuore a quanti l'udirono.
O voi, amici miei tutti quanti siete - disse quell'uomo bruttissimo – che ve ne sembra? Per amore di questo giorno io, per la prima volta, sono felice d'aver vissuto.
E non mi stanco di affermarlo. Vale la pena di vivere sulla terra: un solo giorno, una festa trascorsa con Zarathustra mi ha insegnato ad amare la terra.
È dunque questa la vita?, dico e ripeto alla Morte. Ebbene, se è così, ricominciamo!
Amici miei, che ve ne sembra? Non volete ripetere anche voi con me: È allora questa la vita ? E dunque: per amore di Zarathustra, ricominciamo!
Così parlò il più brutto tra gli uomini, e non mancava più molto a mezzanotte. Che credete che accadesse allora? Non appena gli Uomini Superiori udirono la sua domanda, divennero all'improvviso consapevoli della loro trasformazione e della loro guarigione e di colui al quale essi erano debitori. Allora corsero incontro a Zarathustra, ringraziandolo, ammirandolo, adorandolo, baciando le sue mani, festeggiandolo ciascuno a suo modo: alcuni infatti ridevano, altri piangevano. L'antico indovino danzava di gioia e anche se, come alcuni narratori affermano, egli era pieno di dolce vino, certamente era ancora più pieno di dolce vita e in lui non c'era più stanchezza. Alcuni narrano perfino che anche l'asino abbia danzato; non per nulla, infatti, quell'uomo bruttissimo gli avrebbe dato da bere del vino. Le cose possono essere andate in un modo o nell'altro, e anche se, nella realtà, quella sera l'asino non danzò, accaddero tuttavia cose assai più grandi e strane e meravigliose della danza di un asino. In breve, come dice lo stesso Zarathustra: Che importa?
2
Ma Zarathustra, mentre accadevano tali cose con quell'uomo bruttissimo, rimase là, in piedi, come un ubriaco: l'occhio spento, la lingua balbettante, il passo vacillante. Chi potrebbe dire, oggi, di che genere fossero i pensieri che in quei momenti passavano per la mente di Zarathustra? E tuttavia appariva chiaro che il suo spirito si era ritirato lontano e volava in lunghe lontananze, come su un alto passo di monti - così è scritto - tra due mari, vagante fra il passato e l'avvenire come una densa nuvola. Ma poi, lentamente, mentre gli Uomini Superiori lo stringevano tra le braccia, tornò un poco in se stesso e allontanò con e mani la folla di coloro che volevano adorano e di quelli che erano in pena per lui; ma continuò a tacere. A un tratto, però, volse di scatto la testa, come se avesse udito qualcosa. Indi pose il dito alla bocca ed esclamò: Venite! Ed ecco che intorno tutto si calmò e addolcì; dal profondo giungeva il lento rintocco di una campana. Zarathustra tese l'orecchio, come gli Uomini Superiori; ma poi pose ancora una volta il dito alla bocca ed esclamò di nuovo: Venite! Venite: si va incontro alla mezzanotte! - e la sua voce era mutata. Ma ancora egli non si muoveva: cresceva il silenzio, cresceva l'intima dolcezza dell'attesa, e tutti tendevano l'orecchio: anche l'asino e gli animali di Zarathustra, l'aquila e il serpente, e insieme la caverna di Zarathustra e la grande luna fredda e la notte stessa. Ma Zarathustra portò per la terza volta il dito alla bocca e disse: Venite! venite! venite! Cominciamo dunque a camminare! È l'ora! Cominciamo a camminare nella notte!
3
O voi, Uomini Superiori, si cammina verso la mezzanotte: ed io voglio dirvi qualcosa all'orecchio, così come a me parla all'orecchio quella vecchia campana, così dolcemente e segretamente, così terribilmente, così dal profondo del cuore, come parla a me quella campana di mezzanotte, che ha veduto tante più cose di un solo uomo. Essa già batteva per i vostri padri le ore del dolore: ahi! ahi!, come sospira! come ride nel sogno! l'antica, profonda, profonda mezzanotte! Zitti! Zitti! Ora, si sentono cose che di giorno non possono udirsi; ora, in questa fredda atmosfera in cui anche si placa ogni rumore del vostro cuore, ora sì che essa parla e si sente e si insinua nelle chiaroveggenti anime notturne: ahi! ahi!, come sospira! come ride nel sogno!
Non odi come essa ti parla segretamente, terribilmente dal fondo del cuore, l'antica, profonda, profonda mezzanotte?
O uomo, ascolta!
4
Guai a me! Dov'è mai fuggito il tempo? Non sono disceso in pozzi profondi? Dorme il mondo.
Ahi! Ahi! Il cane ulula, la luna risplende. Preferirei morire, sì, morire, piuttosto che dirvi ciò che pensa e sente il mio cuore di mezzanotte.
Ma io sono già morto. Tutto è finito. E tu, o ragno, che vai tessendo intorno a me? Vuoi forse sangue? Ahi! ahi! La rugiada discende, è giunta l'ora: l'ora che mi agghiaccia e fa tremare, che chiede e interroga e domanda: ‘Chi ha abbastanza cuore per questo? Chi dovrà essere il signore, della terra? Chi vorrà dire: questa è la vostra via, o grandi e piccole correnti!’
L'ora viene, o uomo; tu, Uomo Superiore, ascolta! Queste parole sono solo per orecchi fini, per i tuoi orecchi; che dice la profonda mezzanotte?
5
Così mi sento trasportato dall'ora e la mia anima danza. Opera del giorno! Opera diuturna! Chi dovrà essere il signore della terra?
La luna è fredda, tace il vento. Ahi! Ahi! Volate già abbastanza alto? Sì, voi danzate: ma una gamba non è un'ala.
O voi, eccellenti danzatori, tutta la gioia se ne va via. Il vino è diventato feccia, ogni calice s'è intorbidato, i sepolcri tentano parole.
Voi non volate abbastanza alti, e i sepolcri balbettano: 'Liberate dunque i morti! Perché è così lunga la notte? La luna non ci fa ebbri?'
Voi, Uomini Superiori, liberate, orsù, i sepolcri, risvegliate i morti! Oh, che sta scavando il verme? L'ora si avvicina, romba la campana, russa ancora il cuore, il tarlo ancora scava, il tarlo del cuore. Ah! ah! Profondo è il mondo!
6
Dolce lira! Oh, dolce lira! Io amo il tuo suono, il tuo ebbro suono di rospo! Da quanto tempo, da quale lontananza mi giunge il tuo suono! da laggiù, dai lagni dell'amore!
Tu, campana antica; tu, dolce lira! Ogni dolore ti s'impresse nel cuore, dolore di padre, dolore dei padri, dolore dei padri dei padri, e la tua parola si fece matura; matura come l'autunno e il pomeriggio d'oro, come il mio cuore solitario; e tu parli; il mondo s'è fatto maturo, la vigna s'imbruna, e ora vuoi morire, morire di felicità. Voi, Uomini Superiori, non ne sentite il profumo? Perché ne esala un profumo segreto, un alito e un odore di eternità, un roseo profumo di bruno vino dorato di antica felicità, d'ebbra felicità mortale di mezzanotte, la quale canta: profondo è il mondo, più profondo che il giorno non pensi!
7
Lasciami! lasciami! Io sono troppo puro per te. Non mi toccare! Non è dunque perfetto il mio mondo?
La mia pelle è troppo pura per le tue mani. Lasciami, stupido, sciocco, afoso giorno! Non è più chiara di te la mezzanotte?
I più duri dovranno ereditare il mondo, i più misconosciuti, i più forti, gli animi che appartengono alla mezzanotte, più chiara e profonda di qualunque giorno.
O giorno, brancolando tu mi cerchi? Vai cercando la mia felicità? Tu sai bene ch'io sono ricco, solitario, una miniera di tesori, un vero e proprio scrigno colmo di tesori.
O mondo, mi vuoi? Sono per i tuoi gusti abbastanza mondano? Sono per te abbastanza ieratico? Sono per te abbastanza divino? O giorno, e tu, mondo, siete troppo goffi, perché non possedete mani più sapienti, non carpite una più profonda felicità, un più profondo dolore, un qualche iddio, ma guardatevi bene dal tendere i vostri artigli verso di me: il mio dolore, la mia gioia sono profondi; o bizzarro giorno, ma io non sono un dio, né un divino inferno: profondo è il dolore.
8
Il dolore divino è più profondo, o tu, mondo bizzarro! Tendi le mani verso il dolore divino, non verso di me! Che cosa sono io? Una dolce lira ebbra, una lira di mezzanotte, una campana gracidante, che nessuno comprende, ma che deve parlare per I sordi, o voi, uomini Superiori! Giacché voi non mi comprendete!
Laggiù! laggiù! O giovinezza! Ora meridiana! Discendere del giorno! E venuta la sera e poi la notte e poi la mezzanotte, il cane ulula, e il vento: non è il vento un cane? Guaisce, abbaia, ulula. Ahil Ahi! come sospira, come ride, come rantola e ansima, la mezzanotte!
Come parla sobriamente, pur ebbra di poesia! Ha dunque superato in ebbrezza la sua propria ebbrezza? È dunque più che desta? Forse sta ruminando?
Il suo dolore sta ruminando, e sogna, l'antica profonda mezzanotte, sogna ancora più il suo piacere. Il piacere, sì, se già il dolore è profondo: il piacere è ancora più profondo del dolore.
9
E tu, o vite, perché m'esalti? Io t'ho tagliata! Io sono crudele, vedi: tu sanguini: che vuoi dire la tua lode della mia ebbra crudeltà!
'Tutto ciò che è perfetto, ogni cosa matura vuoi morire!' Così tu parli. Benedetto, benedetto il coltello del potatore! Ma, al contrario, tutto ciò che è immaturo vuole morire: o dolore! [Partendo dall'intuizione della convergenza dei contrari, Nietzsche identifica il piacere col dolore: tuttavia la sua dottrina è fondata sull'esaltazione del piacere, come più profondo del dolore e come vera rivelazione dell'infinito della vita. È su questa intuizione del filosofo tedesco che si fonda la dottrina decadente di larga parte dell'edonismo contemporaneo, da D'Annunzio a Barbus, a Lawrence, eccetera]
Dice il dolore: 'Passa! Via, va' via, dolore!' Ma tutto ciò che soffre vuole vivere, per diventare maturo e gioioso e bramoso, desideroso della lontananza, delle altitudini vertiginose, delle più alte chiarità. 'Io voglio eredi', dice ogni cosa che soffre 'voglio figli, non voglio me stessa.'
Ma il piacere non vuole eredi, non vuole figli. La gioia vuole soltanto se stessa, vuole l'eternità, vuole l'eterno ritorno, vuole l'eterna identità con se stessa.
Dice il dolore: 'Spezzati, sanguina, cuore! Cammina, gamba! Ala, vola! Va' avanti! Sali, dolore!' Suvvia, coraggio! Andiamo! O mio vecchio cuore: dice il dolore: Passa!
10
Voi, Uomini Superiori, che ne pensate? Sono forse un indovino, un sognatore, un ebbro? Sono un interprete di sogni? Una notturna campana di mezzanotte?
Una goccia di rugiada? Un vapore e un profumo di eternità? Non sentite? Non fiutate? Non vedete che il mio mondo è ora perfetto e che la mezzanotte è anche mezzogiorno?
Il dolore è anche piacere, la maledizione anche benedizione, la notte è anche un sole; perciò allontanatevi oppure imparate che un savio è anche un folle.
Avete mai detto sì al piacere? O amici miei, allora voi avete detto sì anche a ogni dolore. Tutte le cose sono fra loro collegate, concatenate, innamorate l'una dell'altra.
Se mai avete voluto per due volte quel che aveste una volta, se mai avete detto: 'Tu mi piaci, o gioia! Va', attimo fuggente!', allora avete anche voluto che tutto ritornasse.
Tutto di nuovo, tutto eternamente, tutto collegato, concatenato, l'uno dell'altro innamorato, oh allora, così, voi amate il mondo, voi eterni, amatelo in eterno e per ogni tempo, e anche al dolore dite: 'Passa, ma ritorna! Poiché ogni gioia vuole eternità!'
11
Ogni gioia vuole l'eternità di tutte le cose, vuole il miele e la feccia, vuole l'ebbra mezzanotte, vuole i sepolcri, vuole il conforto delle lacrime sui sepolcri, vuole il tramonto d'oro; che cosa non vuole la gioia! La gioia è più assetata, cordiale, affamata, terribile, intima che non ogni dolore; vuole se stessa, affonda i denti in se stessa, e la volontà dell'anello lotta in lei [Chiara allusione all'Anello del Nibelungo dl Wagner. "La volontà dell'anello" è la volontà di potenza, di ricchezza: causa, in Wagner, della rovina dei Nibelunghi, degli dèi (Crepuscolo) e del mondo. In Nietzsche, profeta della volontà di potenza, diventa invece motivo di esaltazione], vuole amore, vuole odio, è colma di ricchezze, dona, è prodiga, elemosina chi la voglia, ringrazia chi la prende, chiederebbe persino di essere odiata [Allusione al motivo masochistico del piàcere che si ricava dall'umiliazione e dal dolore fisico e morale], tanto ricca è la gioia che ha sete di dolore, di inferno, di odio, di umiliazione, di mutilazione, di mondo; e questo mondo, oh, voi sapete cos'è!
E voi, Uomini Superiori, anche a voi si offre la gioia, l'infrenabile, la felice gioia; si offre al vostro dolore, oh voi, sgorbi di voi stessi! Ogni gioia che è eterna si protende verso l'imperfezione e l'errore.
Perché ogni gioia vuole se stessa, e perciò vuole anche il dolore! O felicità, o dolore! Oh, infrangiti, cuore! Voi, Uomini Superiori, imparate dunque: il piacere vuole eternità.
Il piacere vuole l'eternità di tutte le cose, la profonda, profonda eternità.
12
Avete appreso il mio canto? Avete capito che vuoi dire? Sù dunque! Ebbene! Voi, Uomini Superiori, cantatemi ora la mia canzone a ballo!
Intonate voi stessi il canto il cui titolo è 'Ancora una volta' e il cui senso è 'In ogni eternità'! - Cantate, voi, Uomini Superiori, la ballata di Zarathustra!
O uomo, ascolta!
Che dice la profonda mezzanotte? 'Dormii, dormii,
da un sogno fondo son risorta:
profondo è il mondo,
e più profondo che non pensi il giorno.
Profonda è la pena,
la gioia più profonda del dolore:
la pena dice: passa!
Ma ogni gioia vuole l'eternità:
vuole profonda, profonda eternità!’
IL SEGNO
La mattina successiva a quella notte, Zarathustra balzò dal suo giaciglio, si strinse ai fianchi la cintura e uscì dalla sua caverna, forte e ardente come il sole che al mattino emerge dalle montagne ancora avvolto dalle tenebre.
Tu, costellazione grande - esclamò, come aveva già fatto una volta - tu, profondo occhio della gioia, che sarebbe tutta la tua felicità, se non avessi chi illuminare? E se le creature restassero nelle loro case mentre tu sei già desto, e vieni fuori e ti diffondi in tutta la tua geneposità, come si adirerebbe il tuo orgoglio!
Ma ecco! Essi dormono ancora, gli Uomini Superiori, mentre io sono desto: essi non sono dunque i miei veri compagni! Non essi io attendo sulle mie montagne!
Vado verso la mia fatica, verso il mio giorno: ma essi non comprendono i segni del mio mattino, e il mio passo non è per essi il richiamo del risveglio.
Essi dormono ancora nella mia caverna, il loro sogno si abbevera ancora ai miei canti ebbri. Ma l'orecchio che ascolti ciò che io dico, l'orecchio obbediente manca alle loro membra.
Così parlò Zarathustra al suo cuore, quando sorse il sole, e volse lo sguardo interrogativo agli spazi celesti, poiché udiva su di sé il grido acuto della sua aquila. Bene! le gridò. – Così mi piace, questo è ciò che mi ci vuole. I miei animali sono desti perché io sono desto.
La mia aquila è desta e saluta come me il sole. Con artigli d'aquila afferra la nuova luce. Voi siete i miei veri animali; io vi amo.
Invece mi mancano ancora i miei veri uomini!
Così parlò Zarathustra, ma allora accadde che egli si sentì avvolto da uno stormo di innumerevoli uccelli; ma il battito di tante ali e la ressa intorno alla sua testa erano così forti che egli chiuse gli occhi. E invero lo stormo cadde su di lui simile a una nuvola, a un nugolo di frecce che s'abbatte sopra un nuovo nemico. Invece era una nuvola d'amore che avvolgeva un nuovo amico.
Che mi sta succedendo? pensò Zaratustra, sorpreso nel cuore, e si lasciò lentamente cadere sulla grande pietra che era posta all'ingresso della sua caverna. Senonché, mentre agitava le braccia intorno a sé, su di sé e sotto di sé per difendersi dai teneri uccelli, ecco che gli accadde qualcosa di ancora più singolare: affondò le dita inavvertitamente in un caldo viluppo di peli; dinanzi a lui si udì tosto un ruggito, un tenero, lungo ruggito leonino.
Il segno viene - disse Zarathustra, e il suo cuore trasecolò. Quando davanti a lui fu chiaro, egli vide giacere innanzi ai suoi piedi una possente belva fulva che strofinava la testa sulle sue ginocchia, e non voleva staccarsi da lui tanto era il suo amore, simile a quello di un cane che ritrova il proprio padrone. Ma le colombe, nel loro amore, non erano da meno del leone; e ogni volta che una colomba sfiorava il muso del leone, la belva scuoteva la testa con meraviglia e rideva.
Vedendo tutto questo, Zarathustra disse una sola parola: I miei figli, i miei figli; poi tacque. Ma il suo cuore era libero e dai suoi occhi cadevano lacrime sulle sue mani. Non vedeva più nulla e stava lì seduto, immobile, senza neanche difendersi dagli animali. Le colombe presero a svolazzargli intorno e si posarono sulle sue spalle, sfiorando i suoi capelli bianchi, in teneri giochi senza fine. Ma il possente leone andava lambendo senza posa le lacrime che piovevano sulle mani di Zarathustra, e ruggiva e bramiva timidamente. Così facevano gli animali.
Tutto questo durò lungo tempo, o pochissimo: perché, a dire il vero, non esiste un tempo terreno per cose di questo genere. Frattanto gli Uomini Superiori si erano destati nella caverna di Zarathustra e s'erano messi tutti in fila per andare incontro a Zarathustra e porgergli il saluto del mattino, poiché, svegliandosi, s'erano accorti che egli non era più in mezzo a loro. Ma appena giunsero alla porta della caverna, e li precedeva il rumore dei loro passi, il leone sobbalzò potentemente, abbandonò Zarathustra e con un ruggito selvaggio si slanciò verso la caverna. Gli Uomini Superiori, udendolo ruggire, urlarono tutti insieme come fossero una sola bocca, indietreggiarono precipitosamente e in un attimo scomparvero.
Zarathustra, assordato e confuso, si levò dal suo sedile, si guardò intorno meravigliato, interrogò il suo cuore, comprese, e fu solo. Che cosa ho udito? disse infine lentamente. - Che mi è successo?
E già affiorava in lui il ricordo, e in un lampo capì tutto ciò che era accaduto tra ieri e oggi.
Qui è la pietra - esclamò mentre si accarezzava la barba - sulla quale sedevo ieri mattina; qui mi venne incontro l'indovino, qui udii il primo grido, il grande grido di dolore.
O voi, Uomini Superiori, era proprio del vostro dolore che ieri mattina mi parlava quel vecchio indovino; voleva indurmi e tentarmi ad associarmi alla vostra pena. 'O Zarathustra,' mi diceva 'vengo a tentarti per l'ultimo tuo peccato'. Per l'ultimo mio peccato? - gridò Zarathustra, e rise crucciato delle sue stesse parole. Che cosa mi fu risparmiato per l'ultimo mio peccato?
E ancora una volta Zarathustra sprofondò in se stesso, di nuovo sedendosi sulla pietra a meditare. D'un tratto si alzò.
Pietà! [Letteralmente: il mio dolore (Leid) e la mia compassione (Mitleid). Quasi un'ironia, ancora una volta, contro Wagner che, specialmente nel Parsifal, aveva fatto della compassione il fondamento della sua visione morale del mondo] Pietà per gli Uomini Superiori! w - esclamò a voce alta; e il suo volto divenne di bronzo. w Ma per questo c'è tempo!
La mia passione e la mia compassione, che importano?
Cerco io forse la felicità? Io cerco di portare a termine l'opera mia!
Orsù, dunque! È venuto il leone, i miei figli mi sono accanto, Zarathustra è divenuto maturo, la mia ora è giunta.
Questo è il mio mattino, il mio giorno sta sorgendo: sollevati dunque, vieni a me, tu, grande ora meridiana!
FINE
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Così parlò anche FRIEDRICH NIETZSCHE, prima di prendere ombrellone e secchiello e andare al mare, e il Barone lo seguì come un cane che si grulla l’acqua dal pelo dopo aver fatto il bagnetto...
Trimonato da BaroneAgamennone | 10:52
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