Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!
Nils Lofgren e Bruce Springsteen nel concerto di Asbury Park
The Boss is come back!
E’ uscito il nuovo album di Bruce Springsteen, dal titolo “Magic”.
Il primo singolo "Radio Nowhere" (in sottofondo) sembra un'accusa alle emittenti radiofoniche oramai appiattite nella loro programmazione.
Alcuni brani tradotti del testo che non riesco ancora a trovare…
"Cercavo la strada di casa ma tutto ciò che sentivo era il ronzio che rimbalzava da un satellite e che si abbatteva sull'ultima lunga notte d'America. “
“Voglio solo il suono di mille chitarre, percuotere una batteria, voglio un milione di voci che parlano lingue diverse".
"Questa è la radio di nessun posto, c'è nessuno vivo là fuori? Giravo attorno a un affare di morte, solo un altro numero perso in un file, danzando attorno a un buco scuro, cercando un mondo con un po' d'anima".
Aggiornamento:
Dopo il testo, trovati anche due video-clip: quello "ufficiale" ...
...e quello live.Il concerto dal vivo è stato ripreso due giorni fa al Rockfeller Center di New York (per il Today Show della Nbc). Notare sul palco, assieme alla E Street Band, il “grande” (anche perché piuttosto ingrassato) Little Steven e la moglie del Boss, Patty Scialfa.
PS: si prega di fermare il player (in alto a sinistra) con la musica di Jimi Hendrix prima di far partire il video. Lo dico per lui, mica per me...
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Aggiornamento:
La scena di questo film è diventata talmente “famosa” che, ormai, nella città di Bari (zona centro e vetrine di via Sparano) e su Iùtiube si trovano persino improbabili, goliardiche ed imbarazzanti imitazioni…ah ah!
Ma se uno clicca sul link di un blog e gli esce ‘sta scritta:
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che cosa vuole dire? Che ha cancellato il blog? Che stava facendo la salsa nel template e gli è uscita una torta di ricotta? Cosa?
PS: Dindina, a te manco te lo chiedo perchè hai abbandonato il blog, tanto so che non mi rispondi...
Mastella si è lamentato del trattamento subìto da quei “farabutti di Ballarò” che gli hanno teso un agguato in una trasmissione televisiva, l’altra sera.. “Farabutti” che gli hanno fatto le domande che tutti gli avrebbero voluto fare: perché un ministro prende l’aereo di Stato per andare a vedere un gran premio automobilistico, portandosi dietro pure suo figlio (tanto non paga papà, ma Pantalone); perché la moglie è presidente della regione Campania e i suoi due figli li ha sistemati con contratti di consulenza nei vari ministeri; perché, come ministro della Giustizia, vuole trasferire un giudice che indaga su intrecci tra politica, criminalità e massoneria? Cose così, insomma… Imbarazzanti? Questa televisione comunista, capziosa e settaria che tende imboscate a impeccabili ministri che guidano importantissimi partiti con percentuali di voti grosse quanto un prefisso telefonico …che bastarda…
Mastella si è lamentato che sul blog di Grillo hanno scritto: “Mastella, ti odio!”.
Allora io scrivo “Mastella, ti amo! Grazie a te, ho finalmente capito come non dovrebbe mai essere un uomo politico”.
Così, Mastella, con il dito puntato, ha ammonito gli altri presenti e il conduttore della trasmissione, Floris, facendo raggelare il sangue nello studio, dicendo: “Guardate, è inutile che vi agitate, io non farò né la fine di Craxi, né quella di Biagi!”.
A parte che non si è capito se si riferiva a Enzo Biagi o a Marco Biagi, preciso che la morte non l’auguro a nessuno, nemmeno al mio peggior nemico. Ma, pensandoci, non mi pare che Craxi se la passasse malissimo in vacanza ad Hammamet…bè, certo, forse avrebbe preferito restare a Milano, non finire in manette e continuare ad intascare tangenti...
Macchè Miss Italia senza culi?! Macchè Grillo senza voce?! Finalmente, dopo la riconta delle schede e dopo che è stato chiarito, una volta per tutte, che Berlusconi non ha perso le ultime elezioni per i brogli, qualcuno in Forza Italia e nel centro-destra ha iniziato a chiedersi il perché di quella sconfitta. “Perché abbiamo perso, camerati?” ha chiesto Fini, aggiustandosi il nodo della cravatta. “Perché abbiamo perso, miei prodi…oops…lumbard’ della Lega?”, ha chiesto Bossi aggiustandosi la wuallera. E ce lo siamo chiesti tutti anche dall’altra parte, infatti, il “perché” di quella sconfitta…In un lampo di genio improvviso, di quelli che ti prendono per la stanchezza al lunedì sera, ora io finalmente l’ho capito quel “perché” e glielo voglio dire e spiegare a chiare lettere, anche se non meriterebbero di saperlo...
Che cosa dissero quelli del Polo delle Libertà, quando arrivarono i risultati dello spoglio dei voti degli italiani all’estero?
“Cazzo, Berlusconi ha perso le elezioni per un pelo…”
Ora ce l’ha e le prossime le vincerà…con che cosa vincerà le prossime elezioni?
Ma con il “pelo”, no?
Michela Brambilla
Aggiornamento notturno:
Come cittadino e come elettore, non ho timore di dirlo nè di essere smentito e lo voglio ribadire a chiare lettere:
BASTA CON LA CASTA! VIVA LA CALZA (e pure la mutanda)!
E ‘ inutile negarlo, il nostro buon Governo Mortadella Prodi sta alle pezze. E so' pezze al culo, come si dice dalle mie parti. Se il ministro dell'Ingiustizia, Clemente Mastella, non la smette di sprecare soldi pubblici (anche nostri) e di portarsi il fine settimana la famiglia (con l’aereo di Stato) a Montecarlo per vedere il Gran Premio di Formula Uno o di chiedere, oltre le trasferte aggratis, anche di trasferire i giudici fastidiosi, diciamo che la maggioranza è già bella che andata. Io della Mastellite credo di aver già parlato lungamente (qui e altrove). Ci aspettano nuove elezioni ed un nuovo, nuovissimo Berlusconi che ci taglia tutte le tasse e pure i coglioni (se non giureremo sulla Bibbia di non essere comunisti). Salvo che il nuovo-nuovissimo centro-destra non si coaguli attorno alla Brambilla. Ma questo sarebbe il meno, visto che il Paese sta andando a puttane…
Oggi, che è una di quelle domeniche lunghissime da blog, ho parlato pure della Cina, ma in Giappone mica scherzano? I nippo-nippo-giappo-giappo so' peggio dei leghisti! L’ex premier Koizumi, qualche anno fa, si è presentato in tv agli elettori giapponesi (che, infatti, subito dopo, si sono affrettati ad eleggere un sostituto) con un camiciotto azzurro e ha detto: “Per ridurre i gas nocivi e risparmiare energia bisogna usare di meno i condizionatori, perciò i politici e tutti i dipendenti pubblici sono invitati ad andare in ufficio come me: in maniche di camicia”.
Nelle case di Tokio migliaia di lavoratori si sono subito tolti la giacca e sbottonati il colletto, prima di avviarsi per tre verso la metropolitana, dove l’aria condizionata aveva già cominciato a soffiare più blanda. Un bell’esempio di virtù civiche e ambientalismo di squadra.
In un Paese come il nostro, in cui si discute di tutto e tutti vogliono precisare la propria posizione, immagino che Di Pietro metterebbe la divisa da Commissario di Polizia o la toga da ex Pm con le mani pulite, Follini preciserebbe che non esiste un camiciotto per tutte le stagioni e ci metterebbe sopra il gilet, Storace direbbe che è inutile levarsi la giacca, visto che siamo già in mutande e Rutelli proporrebbe ai suoi di andare in ufficio con una giacca diversa da quella di Prodi, mentre Veltroni intitolerebbe una strada di Roma allo "Smoking Perduto" o all’uomo in frak di Domenico Modugno…
Ora immaginate che, dopo l’abolizione dell’Ici, il Polo della Libertà metterà una foto della Brambilla nuda? Naaaa….Che ingenui che siete…Quali saranno i cartelloni pubblicitari di “Forza Italia” per la prossima campagna elettorale del Nano? Questi!
Il passo è breve. Passando velocemente da Paul Weller degli Style Council e citando il grande Mimmo in “Dio, come ti amo…” (al punto che ti spoglierei e ti trombereisul cofano della Iaris grigio-metallizzata* nel tuo box che lasci pure con la porta basculante sempre aperta che a Cerignola, se lo sapessero, ti farebbero Sindaca al posto della Moratti!).
(*) chè dalla Regia mi dicono che era verde-metallizzata, vabbù, dettagli...
Zhang Shuhong era un ricco uomo d'affari di Hong Kong, di età attorno alla cinquantina. Era il boss della Lee Der, un’industria situata nel Sud della Cina. LaLee Der è un’azienda cinese che produce pezzi per la Mattel, azienda americana numero uno al mondo nella produzione di giocattoli.
La Lee Der fabbrica giocattoli e la Mattel li commercializza col prestigioso marchio Fisher Price (le bambole “Barbie”, per capirci). Stavolta, però, la delocalizzazione è stata funesta.
Zhang Shuhong si è impiccato in un magazzino della sua fabbrica. Era finito al centro di uno scandalo tipicamente "Made in China". Il governo cinese, in attesa dei risultati dell'inchiesta, aveva proibito alla Lee Der di esportare i propri prodotti.
La Mattel, il primo produttore mondiale di giocattoli, aveva deciso di ritirare volontariamente dal mercato una grande partita dei suoi giochi prodotti in Cina. A causare la decisione è stata la scoperta che nella fabbricazione erano stati utilizzati vernici contenenti alti livelli di piombo (una sostanza che danneggia soprattutto il sistema nervoso centrale) e piccoli magneti pericolosi (piccole calamite che potevano staccarsi ed essere ingoiate causando lacerazioni, infezioni o blocchi intestinali).
Complessivamente i pezzi ritirati sono 18,2 milioni (9,5 milioni nei soli Stati Uniti e circa 520 mila in Italia), la maggior parte dei quali ormai non è più in distribuzione presso i punti vendita. In seguito alla decisione della Mattel, il titolo dell'azienda ha fatto registrare un forte calo in Borsa: pochi minuti dopo l'annuncio, a Wall Street il valore delle azioni scendeva del 3,35%.
Fenomeni patologici della globalizzazione…Che tristezza...Meglio ascoltare un altro pezzo di Paul Weller…
Che stronzate! Scusate se comincio così, ma scrivo questo articolo come voi-che-non-avete-idea-di-che-cosa-siano-i blog pensate siano scritti i blog. Stiamo calmini, eh. Il tema del dibattito, dunque, sarebbe questo: Beppe Grillo sbraita sul suo sito e i grillanti sono esseri orrendi, quindi i blogger sono dei ragazzetti brufolosi con occhi arrossati e senza vita sentimentale oppure dei trogloditi frustrati e forse anche impotenti. Sto forse negando che esistano esemplari di tale specie? No, per niente: se esistono nel mondo reale, ci sono anche in quello virtuale.
Voglio soltanto dire che accusare la blogosfera per i contenuti del sito di Beppe Grillo non è un semplice fare di tutta l’erba un fascio (espressione, nel caso di specie, scelta non a caso), ma è come prendersela con il concetto di autostrada soltanto perché Claudio Burlando trova più comodo imboccarla contromano.
Il mezzo sarà anche il messaggio, come diceva quello, ma voi ve la prendereste con la Tim se un abbonato di Vercelli insultasse al cellulare l’ex fidanzata trasferitasi con l’amante a Busto Arsizio?
Al tempo del popolo dei fax, era il popolo o il fax che faceva orrore? Ecco, il blog è una specie di telefono o di telefax che non squilla e non stampa. E’ lì, se vuoi alzi la cornetta o prendi il fax. Sennò, non disturba. Discutere di che cosa si dica solitamente al telefono o di cosa mediamente si scriva sui fax mi pare bizzarro. Volete davvero organizzare un coltissimo V-day contro il telefono e il telefax? Accomodatevi, ma secondo me confondete i blog con i forum, fenomeno che popolava la rete ben prima dell’avvento dei blog.
Altra obiezione, quella che mi pare la più stramba, malgrado provenga nientedimeno che dal Boston Globe, ancorché ripresa dall’Herald Tribune. Ecco, già questo. L’Herald Tribune riprendendo l’articolo di Steve Almond (Stefano Mandorla con la traduzione di Google) non ha fatto altro che la stessa operazione che la gran parte dei blogger compie quattro o cinque volte il giorno e che consiste nel riprendere, segnalare, proporre ai propri lettori un articolo comparso altrove.
Questo fanno i blog di informazione. Mettono in circolazione notizie e articoli e video e musica non conosciuti, poco reperibili o altrimenti invisibili. Prendono un link dal Miami Herald o dal Chicago Tribune e lo segnalano a uno che sta ad Abbiategrasso. Punto.
I blogger bravi non pretendono di fare i giornalisti (ammesso che non lo siano già), non cercano di fare scoop, non hanno bisogno di verificare nulla, perché le verifiche sono state già fatte, sort of, da quelli con il tesserino corporativo vidimato da Ciccio Abruzzo.
E se controllano, può anche capitare che forniscano un servizio, costringendo i giornalisti cartacei a spararle meno grosse.
Ancora. Non c’entra un fico secco “la gerarchizzazione delle informazioni” che manca sui blog. Credete che i blog siano Il Riformista? I blog sono tematici, la gerarchizzazione è nella loro ragione sociale.
Ok, ci sono anche parecchi blogger che prima di andare a nanna pretendono di essere grandi autori. Ma, dico, avete letto i diari americani di Claudio Magris, dico Claudio Magris, sulle pagine culturali, dico pagine culturali, del Corriere della Sera, dico Corriere della Sera? Tra i blog che frequento io, nessuno li avrebbe mai pubblicati.
Quello del giornalista è un mestiere più facile del blogger. Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, diceva quell’altro. Ma fare il blogger non si può dire che sia sempre, proprio ogni notte, meglio che dormire. Oggi in America i più grandi giornalisti hanno un blog, un blog vero, e sono pagati per scriverci.
Una cosa che da sola chiude la discussione su rispettabilità & professionalità, ma anche sull’unica critica sensata che abbia mai sentito sulla blogosfera, quella che qualche anno fa, credo ispirata da Giampiero Mughini, fece Guia Soncini: ma chi ve lo fa fare di scrivere gratis?
I grandi quotidiani, settimanali e mensili d’America ospitano decine di autorevolissimi blog (il New York Times 33, l’austero New Yorker una mezza dozzina), fonti strepitose di notizie e informazioni. Nessuno di questi blog è simile a quelli dei giornali nostrani, tristi luoghi dove l’inviato di grido un giorno sì e tre no stancamente scrive quattro o cinque righe di pensierucci personali.
Per chiudere: se avessi scritto questo articolo su un blog, anziché sulla carta, avrei fornito i link a conforto della mia tesi. La considero una prova della superiorità mediatica dei blog.
La Casta ha venduto oltre 800.000 mila copie in pochi mesi. Questo purtroppo non significa che gli italiani abbiano cominciato improvvisamente ad interessarsi ai libri. Gli italiani sono in fondo alle classifiche europee di lettura di libri. Questo è un dato. Si potrebbe dire, qualcuno - mi sembra di sentirlo - potrebbe dire:
“E tu che vuoi? Ti lamenti se 800.000 persone acquistano un libro? Andiamo bene! Dovresti ringraziare invece, cogliere in questo un segnale del mondo che cambia, una tendenza che si inverte, una scintilla che si accende in un popolo stremato da una classe politica ipertrofica e inamovibile.”
Forse dovrei.
E tuttavia dubitare che il successo clamoroso di un saggio sui guasti della politica in Italia possa significare qualcosa per la crescita della passione per la lettura negli abitanti della penisola è un po’ come dubitare che il grande successo del V-day di Beppe Grillo significhi qualcosa nel panorama della nuova comunicazione in rete. Che e’ poi quello che mi appresto a fare in questo lungo post.
Si parla molto in questi giorni di come il successo del blog di Grillo e dell’iniziativa di aggregazione del malcontento popolare del comico genovese siano fenomeni mediati da Internet. Ma come La Casta non trasforma gli italiani in feticisti della lettura cosi le migliaia di contatti del blog di Beppe Grillo e le successive concretizzazioni nella vita reale di questa audience (dai primordiali acquisti di pagine sui quotidiani alle ultime manifestazioni di piazza) non fanno dei fans di Beppe Grillo la nuova onda della comunicazione in rete che si fa “azione politica”.
Lasciamo perdere le analisi che giungono da fuori della rete, non ci interessano, tanto sono lontane da una comprensione minima delle cose (e in molti casi in questi mesi la stampa italiana su Grillo ha mostrato davvero il peggio di sè) e riferiamoci solo ad alcune delle analisi che abbiamo letto in questi giorni sul web.
Il blog di Beppe Grillo, senza volerne sminuire il grande successo popolare, non fa parte di nessuna nuova dinamica comunicativa di rete. E’ comunicazione convenzionale con le ballerine del web 2.0 attorno. Beppe Grillo fa sul suo sito la stessa cosa che fa da un palco dei suoi tanti spettacoli in giro per l’Italia. Internet non aggiunge un grammo a queste modalità note e sperimentate. I fenomeni aggregativi che avvengono a margine del suo blog, quelli sì invece usano la rete ed il passaparola per dar segno di sè, ma hanno con Grillo il medesimo rapporto che Grillo ha con i suoi fan fuori dal teatro. Buono o cattivo che sia nulla di nuovo all’orizzonte.
Se questo è vero si capisce bene come invocare il passaparola o gli strumenti della rete (il potere di Internet scrivono in molti) come la spiegazione di questo grande successo giunto fino alle piazze d’Italia, sia una affermazione abbastanza vuota di senso. Grillo ha successo, le sue campagne incontrano l’attenzione del pubblico e riempiono le piazze in virtù del suo talento (o della sua irresistibile guittezza) e non perchè sacri contenuti sono stati applicati ad uno strumento comunicativo nuovo che ne ha moltiplicato la risonanza. Internet insomma non c’entra molto.
Anzi paradossalmente Internet è stata usata da Grillo (come per la verità fanno in molti) per verniciare di nuovo vecchi meccanismi aggregativi che hanno in passato ottenuto uguale successo di pubblico per altre vie. Grillo per esempio da tempo straparla di blog e del loro grande potere ma si capisce bene, ascoltandolo, che si sta riferendo al proprio blog e a null’altro. Perchè null’altro forse conosce. Da questo punto di vista la definizione di “leghista ripulito” che alcuni miei caustici commentatori hanno ritenuto di dargli, non è poi cosi totalmente assurda: racconta di un massimalismo con platea plaudente che assomiglia molto ad una certa retorica celodurista oggi fortunatamente quasi passata di moda (a parte Borghezio ma questa e’ un’altra faccenda).
Questo punto di vista appena espresso forse aiuta anche a comprendere, come mai i blog più popolari in Italia – come scrivono alcuni - abbiano snobbato la causa di Grillo quasi completamente per dedicarsi come al solito allo struscio reciproco (una domanda che anche Stefano Vitta si poneva nel suo talk al Romagnacamp qualche giorno fa). Scrive per esempio Kit ancora dai commenti del mio blog:
Come mai ad ogni languido sospiro di Luca Sofri (il cui sito leggo volentieri, ma che continuo a non considerare un blog) molti dei suddetti primi dieci di classifica accorre con link, pensieri e parole di vago (ma leggermente neh?) strisciante affetto?.... Si può ignorare uno che raccoglie ad un post quasi 1400 commenti?
Forse, dico forse, Grillo è volontariamente fuori da qualsiasi dinamica di rete. Emette ma non riceve, parla ma non risponde, Grillo forse usa Internet bene (ben consigliato, andrebbe detto) ma non abita la rete. E come lui la grande maggioranza dei suoi commentatori e lettori. E questo nelle dinamiche di nicchia della rete stessa fa di lui un estraneo, che può essere magari citato in giro quando scrive scemenze in un post, ma che nella blogosfera riceve mediamente la stessa attenzione dei grandi emettitori generalisti (le Tv, i quotidiani ecc): vale a dire poca. Contano le migliaia di commenti? Poco anch’essi. La gestione dei commenti del blog di Grillo e forse l’errore più grande della fortunata gestione Casaleggio (alla quale si potrebbe anche imputare la leggerezza con la quale firmano “Beppe Grillo” post scritti da una redazione della cui esistenza le migliaia di lettori del blog nulla sanno), uno spazio aperto al commento di chiunque (ah la democrazia!) ma totalmente abbandonato all’inevitabile rumore di fondo di un sito web ad alto traffico. Vedi alla voce “partecipazione” polverizzata in pochi istanti in inutile “confusione”.
Il passaggio successivo del ragionamento è scontato e suona più o meno così. “Grillo almeno si dà da fare per cambiare le cose mentre voi ve ne state qui nei vostri blogghetti ininfluenti a citarvi l’un l’altro in una sorta di circolo di grandi obesi dell’informazione ombelicale”.
Obiezione accolta. Non tutti possono cambiare il mondo. Anche se qualcuno può pensare (io per esempio lo penso), senza per questo essere tacciato di ignominia, che le reti di relazioni sociali che oggi Internet consente siano “lo” strumento principe per rendere migliore l’informazione in Italia. Un passettino alla volta. Poi alla fine non funzionerà (banalmente perchè non ci sono abbastanza persone che amano questa sorta di microesposizione personale, mentre ce ne sono assai di più capaci di comporre per qualche ora un grande movimento di massa ad uso e consumo dei TG) ma certamente un movimento verso la consapevolezza del peso della opinione piccola di ciascuno espressa liberamente su un mezzo elettronico ha qualche chance in più rispetto al momentaneo vaffanculo della grande folla.
Il potere di Internet se esiste è quello della esposizione di ciascuno singolarmente a formare un unico ecosistema, non della grande marea umana aizzata come diceva Gaber “a colpi di musica e di rivoluzioni”. Il potere di Internet se darà segno di sè (ma accadrà mai?) lo farà solo quando una massa critica di singole individui inciderà personalmente con il proprio pensiero sulla superficie delle cose. Quando accadrà, se accadrà, oggi certamente non accade, nessuno di questi nuovi cittadini sarà disposto a raccontare sè stesso dentro il millesimo commento del post di un comico di talento dai modi incerti e dalle tematiche forti, ma preferirà farlo utilizzando strumenti comunicativi individuali. Internet è il grande aggregatore. E il passaparola vale fra pari. In casi esemplari come quello di Grillo ha invece un altro nome: si chiama propaganda. E la propaganda si sa in rete funziona poco o nulla.
Ma se il rapporto tra Beppe Grillo e internet è stato molto equivocato, come ha scritto ieri Massimo Mantellini su Europa, esiste invece una relazione, un'influenza, una qualche spintarella imposta alla politica e al dibattito politico da parte dei blog, questa grande rivoluzione culturale e comunicativa del terzo millennio?
Mah.
Andiamo con ordine e decidiamo subito da quale angolazione guardare il bicchiere. Cominciamo da sotto. I blog, lo si ricorda sempre, in quanto strumenti di espressione accessibile a tutti, sono potenzialmente una nuova coscienza critica della politica tradizionale, e un mezzo di informazione libero: in questo si aggiungono al ruolo dei media tradizionali, che già dovrebbero essere quello, no? “Sentinella”, eccetera, come ripetono gli editoriali nel giorno dell'anniversario della fondazione o dell'insediamento del nuovo direttore. E ormai ci sono casi diventati di scuola per il ruolo dei blog nell'esplosione di questioni rumorose della politica americana: Trent Lott, Dan Rather, qualche altro meno noto qui. Ma se guardiamo il bicchiere da sopra, sempre quelli sono: si contano sulle dita di una mano.
C'è poi una particolarità italiana piuttosto deludente. In Italia c'è stato uno sviluppo dei blog piuttosto precoce rispetto al resto del mondo, e un'evoluzione molto approfondita del dibattito sul loro senso, la loro efficacia, la loro crescita. A cui però - se ne discute da tempo - non è mai corrisposta una crescita rispettabile dei blog di politica e attualità. Mentre negli Stati Uniti sono ormai alcune decine i bloggers col peso e il seguito di un opinionista di quotidiano, qui da noi non ne esiste neanche uno. Non esiste un autorevole blog di giornalismo o commento politico.
La classifica dei più popolari blog italiani ritenuta più attendibile è quella gestita dal sito Blogbabel: al primo posto si trova Beppe Grillo, blogger di notorietà e successo pregressi e anomali. Nelle successive cinquanta posizioni non c'è una sola testata che possa essere riconosciuta non dico da una persona “normale”, ma neanche dalla quasi totalità dei politici o dei commentatori italiani. E la colpa non è tanto dell'indubitabile indifferenza dei secondi, ma è ripartita tra la scarsa propensione di professori universitari, intellettuali, appassionati di politica, a farsi commentatori politici con un proprio blog (come i loro simili americani) e l'altrettanto timida inclinazione dei giornalisti tradizionali a fare del blog uno strumento centrale del loro ruolo e del loro rapporto con i lettori.
Detto questo, se è vero che il panorama dei blog italiani è povero di figure autorevoli e capaci di pesare nel dibattito (anche per la pigrizia e la chiusura degli attori tradizionali del dibattito, siano essi politici o direttori dei giornali), lo stesso panorama gode invece di una grande vitalità “di rete”, come accennava Mantellini.
Diversi blog che si occupano di politica e attualità hanno ormai alcune migliaia di lettori al giorno: un numero che fa concorrenza a quello dei lettori di un articolo su alcuni quotidiani nazionali. Ma soprattutto, su alcuni blog liberi da dipendenze economiche, da indolenze corporative, da sindromi da conventicola, è ospitata oggi tutta quella critica credibile al funzionamento della politica italiana, che sulla quasi totalità delle pagine dei giornali è ormai del tutto inattendibile.
Che il disastro della politica italiana e l'alienazione dei suoi protagonisti dalla realtà siano in gran parte responsabilità dell'informazione tradizionale, che ne è stata complice, sobillatrice e avvoltoio, non lo troverete certo scritto sui giornali stessi. È questo il grande rimosso del dibattito di oggi sulla “casta” e l'”antipolitica”: che a farsi paladini dello scandalo siano gli stessi giornali che l'hanno creata, la casta (con l'entusiasta collaborazione della stessa, e il dissenso di pochissimi). Ed è probabile che a differenza della politica - che ha nei media la sua “sentinella” - la casta autoindulgente del giornalismo italiano non possa venir scossa da nessuno: non ha la sentinella.
Per ora ha invece alcuni blog che con equilibrio e misura cercano di ricordarle - ignorati nelle redazioni, ma apprezzati su internet - come si dovrebbe fare: ma dietro l'angolo c'è un Beppe Grillo anche per loro, e il prossimo potrebbero non riuscire a mangiarselo.
(*) il video non c'entra nulla con la discussione, ma ascolto solo Paul Weller in questi giorni.
Quando sto scoglionato così come ora, l’unica cosa che mi tira un po’ su è questa musica…adrenalinica, sudaticcia, che si muove con il corpo e le parole cantate e mezze urlate, casciarona da box che rompe nel condominio, con il crescendo della batteria, dei fiati, delle tastiere con gli effetti speciali e di quella tipa che si vede sullo sfondo, sulla destra, laccata nei capelli, appena uscita dal parrucchiere, con il ciuffo scolpito con il martello come una statua, mentre sorride, muove la testa come a dire "sì, sono contenta, io sto qui e mi sto divertendo un casino!", mi fa morire, mentre aspetta il suo turno e poi inizia ad agitarsi sfregiando l'archetto sul contrabbasso....mi piace questa musica, quando sto così... con le chitarre elettriche che esplodono sulle corde...un grande Paul Weller che ho scoperto da poco, yeah!.
PS: prima di far partire il video, consiglio di bloccare il player sopra in alto a sinistra, quella musica vale solo per il post precedente...
Sto giù. Mi sento triste. Sembra che tutto mi vada storto. Non c’è verso di tentare di invertire la mia rotta. Sono controvento. Inutile ribellarsi. Il mio baricentro si è capovolto. Sono a testa in giù e piedi per aria. Le mie montagne russe con quel maledetto motore ed il suo perverso meccanismo si sono rimesse a girare. Mi portano in giro, mi spingono a destra e sinistra e così io continuo a fare l'aquilone sbattuto dalle correnti d'aria. Ma sento che sto precipitando, come se avessi una zavorra legata al collo che mi trascina in un abisso senza fondo. Me ne accorgo. Me ne rendo conto. Sono perfettamente cosciente. Sembro mio padre col pigiama e la flebo al braccio, chè pure lui si sente così depresso da pensare di avere qualcosa e invece non ha niente. Proprio come me…entrambi (apparentemente) non abbiamo un cazzo di niente. Sarà colpa di questo settembre dal cielo blu, pieno di vento, caldo e freddo allo stesso tempo e così strano? Chissà...alla fine della fiera, la sostanza è che stiamo tutti e due di merda. E continuiamo a pedalare assieme su una bici, stanchi, sudati e affannati, lui padre e io figlio, lui avanti e io dietro, come in un tandem su una pista ciclabile, aspettando che la pista finisca o che qualcuno ci chieda di scendere, perchè siamo arrivati al capolinea...
Provo a distrarmi. Nel lavoro, ho una lucidità che pare che il mio cervello sia così caldo come un panino appena sfornato da un forno. Brillante come un bicchiere di cristallo appena lavato da una lavastoviglie. Intelligenza acuta. Intuito. Destrezza. Finto buon umore. Esco per strada e mi sento uno straccio pronto per lavare i vetri sporchi e polverosi ai semafori.
Per fortuna, ho trovato questo libro. Credo che rispecchia il grado dell’attenzione del mio stato d’animo. Racconta del Tunnel de l'Alma, a Parigi. Quell’incidente d'auto opportuno e misterioso che uccise Lady Diana d'Inghilterra, Dodi Al Fayed, e il loro autista, il capo dei servizi di sicurezza del Ritz Hotel, Henri Paul.
Il libro non narra solo della tragica fine della principessa Lady D. Su di lei tutti hanno pianto e commentato. Assolti dalla giustizia i paparazzi, il padre del “povero” (si fa per dire) Dody insegue ancora disperato trame segrete ed oscure che vorrebbero portarlo alla casa reale inglese. Si dice che Lady Diana sia morta a causa del proprio autista, Henri Paul, ma forse è vero proprio il contrario. Lui era solo un anonimo lavoratore al servizio dei potenti, sul cui sangue s'è subito mentito, dicendolo ubriaco per spiegare il disastro e farlo espiare a lui, "capro espiatorio" perfetto, figlio di gente comune, ammutolito dalla morte.
Scrive l’autore del libro (Beppe Sebaste): “Scoprii dentro di me una sollecitazione e una simpatia verso la persona di Henri Paul, sola figura interamente, banalmente umana di quella tragedia divenuta gioco mondiale di tarocchi”.
"La simpatia dell’Autore evolve fino ad una ricostruzione dell’identità dell’altro che diventa identificazione. Il libro racconta, così, di due uomini, l’autore e il personaggio, soggetto e oggetto dell'indagine messa in moto dal più letterario di tutti i sentimenti: la compassione" (prefazione al libro di Lidia Ravera).
"Il problema non è mentire, così come la soluzione non è la verità. Il problema è come ci si sente. Siamo quello che di noi vedono gli altri. Anche se sappiamo di essere altro. Ma non potendo descrivere la nostra esistenza, siamo condannati ad accettare le descrizioni degli altri - amici. Quelli che ci riflettono. Domanda: quand’è che una relazione si raffredda e poi muore? Quando qualcuno non si riconosce più nello sguardo che l’altra persona porta su di lui. Quando sentiamo di non appartenerci perché non riusciamo più ad immaginarci l’un l’altro, ma ci sentiamo altrove. Se l’amicizia può ancora sopportare questa distanza, l’amore di certo non sopravvive al freddo. Finchè non avremo di nuovo bisogno di un altro sguardo che ci lascia esistere, e così via, perché una cosa è certa, aneliamo ad essere guardati, compresi, contenuti. Contenti".
Siamo letteralmente inondati e bombardati dall’informazione. Basta digitare una parola su “Google” e immediatamente appaiono decine di migliaia di risposte. La domanda è: quanto sono di utilità queste risposte alle nostre questioni? Quanto può essere vero quello che sentiamo dire oggi?
”Giri di Walter” di Marco Travaglio
(su “La Repubblica”)
"Hanno già fatto tutto: Craxi a Palazzo Chigi e Andreotti, forse, al Quirinale. Impediamo con il voto che questo patto tra Dc e Psi si realizzi. Le loro decisioni recenti sono una autentica buffonata elettorale". (Walter Veltroni, Ansa, 11 gennaio 1992).
"Nella sinistra abbiamo passato 15 anni in uno scontro violento. Ci sono state molte colpe, tutti dovremmo fare autocritica, ma per gran parte quanto è successo è stato per colpa della linea politica del Psi di Craxi. Per 15 anni Craxi ha reso impossibile l'unità e la convergenza a sinistra, ha negato alla sinistra una proposta comune e ha reso il Psi subalterno alla Dc. Ha usato la forza del Psi non per favorire, ma per frenare un'innovazione sociale". (Walter Veltroni, Ansa, 5 settembre 1992).
"Mi sono ribellato all'idea che il problema del Pds sia mettere insieme gli eredi di Berlinguer e quelli di Craxi". (Walter Veltroni, Ansa, 11 luglio 1996).
"Per spiegare che cos'è la politica ho pensato di costruire un modello nuovo, che alternasse testi, immagini, spezzoni di film. Ci sono cose molto diverse, da Charlie Chaplin a Gandhi, da Martin Luther King a Craxi, e poi c'è una scena da 'Bobby', un film bellissimo su Robert Kennedy... Il Craxi di Sigonella, quello che difende l'autonomia del nostro Paese, di una politica che assume un respiro internazionale. Non a caso l'ho messo accanto a De Gasperi". (Walter Veltroni, Corriere della Sera-Bologna, 8 febbraio 2006).
"Il mio futuro personale dopo l'esperienza di sindaco di Roma? Prevedo la chiusura della mia esperienza di politica attiva ed istituzionale. L'Africa o qualcosa di simile: l'importante, per me, sarà continuare una missione civica. E non ridurre la vita a una carriera politica. Sono affascinato, quasi ossessionato, da un'idea: una bellissima uscita di scena" (Walter Veltroni, "Che tempo che fa", Rai3, 8 gennaio 2006).
"Non penso affatto di propormi come il futuro leader del centrosinistra. Fare il sindaco di Roma è una esperienza esaltante e continuerò a fare quello. Io successore di Romano Prodi alla guida del centrosinistra? Posso senz'altro escluderlo, anche perché stiamo parlando di una cosa che riguarda un futuro lontano, da qui a cinque anni. Non ci penso affatto, anzi: fra cinque anni io avrò concluso la mia esperienza politica" (Walter Veltroni, ibidem).
Sei uno di quegli amici a cui ho sempre parlato di tutto e non ho mai nascosto niente di me e della mia vita, senza mai vergognarmi di niente. Tu non mi hai mai guardato come un marziano sbarcato dalla Luna. Forse, perchè certe cose le senti anche tu. Non mi hai mai tradito e non mi hai mai sputtatanato (nè in privato e nè in pubblico). Quello che ti dicevo te lo sei sempre tenuto per te. E così ho fatto io con te. Credo che sia tutta qui l'amicizia, quella vera, il resto sono solo cazzate. Blandizie, convenevoli, piaggerie, stupidi modi di fare e di atteggiarsi. Finzioni del momento. Ridere abbiamo riso e ridiamo ancora. Perchè la vita non è mai una cosa davvero seria. E' tutto un gioco. Ce lo diciamo anche con un po' di rassegnazione, ogni volta, che ne parliamo. Forse, per questo motivo, tu non ti lasci coinvolgere in questi mondi, hai altri mondi. Non esisti qui nemmeno quando ti dico che ci sto versando del sangue. Nemmeno se ti dicessi che sto facendo un colpo di Stato o che sta per esplodere la bomba atomica, ti turberesti. L'unico blog che hai, ce l'hai, perchè te lo facemmo noi, ci abbiamo scritto due-tre cazzate e poi ci siamo scordati la password e, così, è morto lì. Ah ah! Che coglions...Conservo le tracce inossidabili della nostra complicità. Credo che potrei confidarti qualsiasi mio segreto e qualsiasi problema. Soprattutto se si tratta di questioni sentimentali. In base alla tua teoria delle anime belle, non lo so e non ho mai capito cosa valga la pena davvero in questa porca vita. Ma, poi, penso che nemmeno tu abbia le idee così chiare sulla tua vita e sui tuoi amori. Anche se cerchi di farmelo credere. Altrimenti non ci berremmo tanta birra ogni volta che ci vediamo…
Spero che molti abbiano letto il discorso pronunciato da David Grossman all'apertura del Festival della letteratura a Berlino, che “La Repubblica” ha pubblicato nel numero di mercoledì 5 settembre.
E' un testo di grande significato e di grande stile. Che andrebbe letto e riletto. E’ un testo che tocca, tra le tante altre cose, anche il tema dei mass media, della società di massa e della riduzione dell'individuo a massa. Lo schiacciamento dell'individuo, il suo divenire succube di slogan inventati per imporli a lui che inconsapevolmente li adotta e se ne compiace. E’ un testo un po’ lungo e occorre avere un po’ di tempo a disposizione per leggerlo, ma è uno sforzo che, secondo me, vale la pena fare. In un momento come questo in cui tutto sembra andare così di fretta da non concederci mai il tempo per fermarci a guardare le cose, non dico per capirle, ma per tentare di capirle. Giorni in cui la cosa più naturale, salutare e divertente da fare sembra quella di scendere in piazza e mandare tutti ‘affanculo. La politica e l’antipolitica, la deriva dei partiti e della società, del pensiero, dei sentimenti, delle relazioni, della tolleranza verso i più deboli di noi.
Su “La Repubblica” 5/9/2007
Raccontare una storia per salvare gli uomini
di DAVID GROSSMAN
Essere uno scrittore israeliano che apre il festival della letteratura di Berlino è per me un grande onore. Questa frase sarebbe stata impensabile e impronunciabile fino a pochi anni fa e ancora oggi non posso essere indifferente riguardo al suo significato.
Nonostante tra Germania e Israele - e tra israeliani, ebrei e tedeschi - si mantengano relazioni strette, una frase come questa non è né neutra né ovvia. C' è un posto nella coscienza, nel cuore, in cui certe frasi devono passare attraverso le lame affilate del tempo e della memoria, come un raggio di luce, per scomporsi in una miriade di suoni e di colori.
E qui, a Berlino, non posso che cominciare il mio discorso con queste parole, che si scompongono dentro di me attraverso le lame affilate del tempo e della memoria.
Sono nato e cresciuto a Gerusalemme, in un quartiere, in una famiglia, dove la gente non era nemmeno in grado di pronunciare la parola "Germania". Faticava persino a dire "Shoah". Parlava di "ciò che è successo laggiù".
È interessante notare che in ebraico, in yiddish, o in qualsiasi altra lingua parlata da ebrei, la Shoah è per lo più "qualcosa che è successo laggiù", diversamente da "ciò che è accaduto allora" per i non ebrei.
C' è una differenza abissale tra laggiù e allora. Allora è un avverbio di tempo che indica un passato che non esiste più. Laggiù è un avverbio di luogo e allude al fatto che da qualche parte, in un qualche posto, ciò che è successo ancora cova sotto le ceneri, si rafforza, e potrebbe tornare a esplodere.
Non è una cosa finita. Di certo non per noi ebrei. Da bambino sentivo molto spesso parlare della "belva nazista" ma quando domandavo agli adulti chi fosse, loro si rifiutavano di spiegarmelo.
Dicevano che ci sono cose che un bambino non deve sapere. Più tardi scrissi in Vedi alla voce: amore di Momik, figlio di sopravvissuti all' Olocausto al quale i genitori non rivelano ciò che è avvenuto laggiù. Momik, pieno di paura, immagina la belva nazista come un mostro che domina un paese chiamato laggiù, maltratta le persone a cui vuole bene, fa cose che lasciano ferite indelebili e nega loro la possibilità di avere una vita normale, serena. (...)
La mia generazione, quella dei nati nei primi anni Cinquanta in Israele, viveva in un silenzio carico di presenze, densamente affollato.
Nel quartiere in cui abitavo c' era gente che ogni notte aveva incubi, urlava. Più di una volta, quando entravamo in una stanza in cui degli adulti raccontavano episodi della guerra, la conversazione si interrompeva. Ma di tanto in tanto riuscivamo a captare frammenti di frasi: "L'ultima volta l'ho visto in Himmlerstrasse, a Treblinka"; "Ha perso i due figli durante la prima retata". (...)
Quando avevo sette anni si è tenuto a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann e allora abbiamo cominciato ad ascoltare le descrizioni delle atrocità anche durante la cena. La mia generazione ha perso l'appetito, e non solo per il cibo.
Lo ha perso per qualcosa di più profondo che noi bambini, allora, naturalmente non capivamo e che ci si è chiarito in seguito.
Forse era la perdita dell'illusione che i nostri genitori potessero proteggerci da ciò che ci faceva paura, o della convinzione che noi ebrei potessimo un giorno vivere sicuri e sereni come gli altri popoli.
Ma forse, più di tutto, percepivamo la perdita della nostra naturale fiducia di bambini negli altri, nella bontà del prossimo, nella sua compassione.
All'incirca vent' anni fa, quando mio figlio maggiore aveva tre anni, nella scuola materna che lui frequentava fu celebrata, come tutti gli anni, la giornata della memoria per le vittime della Shoah. Lui non capì molto di quello che gli venne spiegato. Tornò a casa. Confuso e spaventato. "Papà, cosa sono i nazisti? Cos' hanno fatto e perché?". Io non volevo dirglielo. Io, che ero cresciuto in un silenzio che mi aveva provocato ansie e incubi, che avevo scritto un libro su un bambino che era quasi impazzito a causa del silenzio dei genitori, capii all'improvviso perché i miei e quelli dei miei amici avevano taciuto. Sentivo che se avessi raccontato a mio figlio ciò che era avvenuto laggiù, se glielo avessi accennato, pur con enorme delicatezza, qualcosa della sua purezza di bambino di tre anni sarebbe stato contaminato.
Sentivo che nel momento in cui quelle possibilità crudeli si fossero formulate nella sua coscienza innocente, lui non sarebbe mai più stato lo stesso bambino. E non sarebbe più stato un bambino.
Dopo che fu pubblicato “Vedi alla voce: amore” in Israele alcuni critici scrissero che appartenevo alla "seconda generazione della Shoah", che ero figlio di "sopravvissuti all'Olocausto". Non lo sono.
Mio padre arrivò nella terra di Israele dalla Polonia nel 1936. Mia madre è nata in Palestina, prima della fondazione dello Stato.
Eppure sono figlio di "sopravvissuti alla Shoah" perché anche a casa mia, come in tante altre case israeliane, era teso un filo carico di angoscia che potevamo toccare in qualsiasi momento. E anche se stavamo molto attenti e non facevamo movimenti bruschi, avvertivamo un costante fremito di insicurezza nella possibilità di esistere, di sospetto nei confronti degli altri e di cosa questi altri potessero farti quando meno te lo aspettavi. (...)
Chi come me è nato nell'Israele del dopo Shoah si porta dentro la sensazione - di cui ci era proibito parlare allora e che forse non eravamo nemmeno in grado di esprimere a parole - che noi ebrei intratteniamo un dialogo diretto con la morte.
Che la vita, anche quando è piena di energie e di speranze e della fertilità di una nazione giovane, in rinnovamento, è più che altro uno sforzo enorme, costante, di sfuggire alla minaccia della morte.
Nell' Israele degli anni Cinquanta e Sessanta, non solo in momenti di disperazione ma anche in quelli in cui l'esaltazione per la "creazione di una nazione" si affievoliva soltanto di poco, in cui ci sentivamo un po' stanchi della nostra formidabile rinascita, in quegli attimi di malinconia, privata e nazionale, potevamo percepire la morsa di gelo che ci stringeva il cuore e ci sussurrava con voce sommessa ma perentoria: la vita svanisce così in fretta, tutto è talmente fragile. Il corpo, la famiglia.
La morte è reale, tutto il resto è un'illusione.
Nel momento in cui ho capito che sarei diventato uno scrittore, ho capito anche che avrei scritto della Shoah.
Penso che queste due consapevolezze siano nate in me simultaneamente. Forse anche perché fin da giovane ho avuto la sensazione che tutti i libri che avevo letto sulla Shoah non rispondessero a domande semplici, vitali, che dovevo pormi e alle quali dovevo rispondere da solo.
E più il tempo passava più sentivo crescere in me la sensazione che non sarei stato in grado di comprendere la mia esistenza in Israele come uomo, padre, scrittore, israeliano, ebreo, fintanto che non avessi scritto della vita che non avevo vissuto laggiù, durante la Shoah, e cosa mi sarebbe successo se fossi stato una vittima, o uno degli assassini.
Perché volevo sapere entrambe le cose. Non mi accontentavo di una.(...)
Volevo sapere cosa avrei fatto per contrastare questo tentativo di annientamento.
Quale scintilla di umanità mi sarebbe rimasta dentro in una realtà il cui unico obiettivo era spegnerla.
A una domanda come questa ognuno deve rispondere da sé. Ma forse posso dare un suggerimento.
Nella tradizione ebraica c' è una leggenda, o una credenza, secondo la quale in ogni uomo esiste un ossicino chiamato "luz" - "nocciolo" in ebraico - sistemato in cima alla colonna vertebrale. Questo ossicino racchiude l'essenza dell'anima ed è indistruttibile.
Anche se l'intero corpo dovesse disintegrarsi o bruciare, il nostro "nocciolo" rimarrà intatto, preserverà la peculiarità che c' è in ciascuno di noi, la radice del nostro essere.
Ed è a partire da questo ossicino che l'uomo si ricreerà nel giorno della resurrezione dei morti.(...)
* **
La seconda domanda che mi sono posto mentre scrivevo Vedi alla voce: amore è correlata alla prima e in un certo senso scaturisce da essa.
Mi sono chiesto come una persona normale - come lo erano molti nazisti e loro sostenitori - possa entrare a far parte di un meccanismo di distruzione di massa.
In altre parole cosa devo reprimere, offuscare, rimuovere, uccidere di me per poter collaborare a un genocidio programmato, per essere in grado di uccidere un altro essere umano, per volere lo sterminio di un popolo intero, o accettarlo in silenzio.
Forse però dovrei affinare la domanda: in questo momento sto forse collaborando - coscientemente o inconsapevolmente, attivamente o passivamente - a un processo il cui scopo è danneggiare un altro uomo o un gruppo di persone?
"La morte di un uomo è una tragedia", ha detto Stalin, "ma quella di milioni è statistica".
Parliamo per un attimo di come una tragedia si trasforma in statistica.
Non dico, naturalmente, che siamo tutti degli assassini. È ovvio che no.
Eppure la maggior parte di noi sembra quasi indifferente alla sofferenza di popoli interi, vicini e lontani, o a quella di centinaia di milioni di esseri umani poveri, affamati, ammalati, sia nelle nostre nazioni che in altre parti del mondo.
Impariamo a non curarci del dolore di estranei che lavorano per noi, del patimento di popoli che vivono sotto occupazione - nostra o di altri -, o in un regime dittatoriale o in condizioni di schiavitù.
Con stupefacente facilità creiamo meccanismi che hanno il compito di farci prendere le distanze dalla sofferenza altrui.
Riusciamo, nella nostra coscienza e a livello emotivo, a ignorare il nesso causale che esiste fra la prosperità economica delle nazioni occidentali e la povertà altrui; tra il nostro benessere e le vergognose condizioni di lavoro di altra gente; tra la qualità della nostra vita, i nostri condizionatori d' aria e le nostre automobili, e le sciagure ecologiche che si abbattono su altri.
Questi "altri" vivono in condizioni talmente terribili che per lo più non hanno nemmeno la possibilità di porre domande come quelle che pongo io ora.
Non è solo il genocidio ad annientare il "nocciolo" di un essere umano. Anche la fame, la povertà, le malattie, l'esilio spengono e uccidono gradualmente l'anima del singolo, e talvolta di un popolo intero.
Noi non vogliamo assumerci nessuna responsabilità personale per le cose terribili che avvengono a poca distanza da noi. Né mediante azioni dirette né limitandoci a esprimere solidarietà.
Ci fa comodo - quando si parla di responsabilità personale - far parte di una massa indistinta, priva di volto, di identità, e all'apparenza libera da oneri e colpe.
E probabilmente è questa la grande domanda che l'uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento, io divento "massa"?
Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé.
E siccome noi siamo uomini di letteratura, ne sceglierò una conforme ai nostri interessi.
Ho l'impressione che ci trasformiamo in "massa" nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico, e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri.
Io mi trasformo in "massa" quando cesso di formulare con le mie parole compromessi e scelte morali che sono disposto a compiere.(...)
***
Ricorro alla figura dello scrittore ebreo polacco Bruno Shultz per illustrare l'incontro tra un singolo che possedeva un linguaggio estremamente peculiare e un "linguaggio di massa" l'incontro tra la tragedia e la statistica.
Mi riferisco alla vicenda del suo assassinio durante la seconda guerra mondiale, nel ghetto della sua città, Drohobycz. La storia è nota, e forse non è neppure vera, è una leggenda, un aneddoto sul quale negli anni si è costruito "il mito di Shultz" fra i suoi estimatori in tutto il mondo. Ma anche se fosse un aneddoto, tocca un punto profondo, vero. "Gli aneddoti sono sostanzialmente fedeli alla verità" scrive Ernesto Sabato, "proprio perché sono finzioni, inventati in dettaglio per adeguarsi con grande precisione a una certa persona".
E infatti, anche se questa particolare storia sulla morte di Shultz non è vera, ciò che essa esprime è sostanzialmente fedele alla verità ironica e tragica di quest' uomo, all'orrore del possibile incontro tra il "singolo" e la "massa", e quindi la racconterò così come l'ho sentita la prima volta.
Nel ghetto di Drohobycz, durante la guerra, un ufficiale delle SS aveva costretto Shultz a dipingere un affresco a casa sua. Un avversario di quell'ufficiale, che aveva litigato con lui a causa di un debito di gioco, incontrò per caso Shultz per strada, estrasse la rivoltella e gli sparò, per vendicarsi dell'uomo per il quale lui stava lavorando. Stando alle voci l'assassino si recò poi dal suo rivale e gli disse: "Ho ucciso il tuo ebreo". E quello rispose: "Benissimo, e ora io ucciderò il tuo".
Venni a conoscenza di questa storia subito dopo aver finito di leggere per la prima volta il libro di Bruno Shultz. Ricordo che chiusi il volume e uscii di casa. Girai per ore come immerso in una nebbia. Ero in uno stato in cui, per dirla con semplicità, non volevo più vivere. Non volevo continuare a esistere in un mondo in cui potevano accadere cose come questa, in cui ci sono persone come quegli ufficiali nazisti che pensavano cose come queste. In cui esiste un linguaggio che permette a mostri simili di pronunciare frasi quali "Ho ucciso il tuo ebreo" e "Benissimo, ora io ucciderò il tuo".
Scrissi Vedi alla voce: amore per restituire a me stesso, fra le altre cose, la voglia di vivere, l'amore per la vita.
E forse anche per guarire dall'offesa che provavo - a nome di Bruno Shultz - per il modo in cui il suo assassinio era stato descritto e "spiegato". Una spiegazione disumana, "di massa".
Come se gli esseri umani fossero pedine di scambio, o rotelle di un meccanismo, o accessori che si possono sostituire con altri, o soltanto parte di una statistica.
Negli scritti di Bruno Shultz ogni frammento di realtà ha una propria personalità. Ogni nube passeggera, ogni mobile, ogni manichino di sarto, ogni ciotola di frutta, ogni cagnolino, ogni raggio di sole, ogni oggetto, anche il più banale, possiede una propria individualità, una propria essenza, un proprio carattere. E in ogni sua pagina, in ogni suo brano, esplode la vita, ricca di contenuto e di significato.
Una vita che all'improvviso merita questo nome. Un'opera enorme che avviene simultaneamente in tutti i substrati del conscio e dell'inconscio, dell'illusione, del sogno, dell'incubo, dei sensi, dei sentimenti, di un linguaggio ricco di sfumature.
Ogni riga è una ribellione contro ciò che Shultz definisce "il muro fortificato che grava sul significato"; è una protesta contro la desolazione, la banalità, la routine, la stupidità, gli stereotipi, la tirannia del semplicismo, della massa. (...)
Quando terminai di leggere il libro di Shultz capii che lui mi dava, con la sua scrittura, una chiave perché io potessi scrivere della Shoah.
Non di morte e di sterminio ma della vita, di ciò che i nazisti avevano distrutto meccanicamente, in maniera industrializzata, di massa.
Ricordo anche che, con l'arroganza del giovane scrittore, dissi a me stesso che volevo scrivere un libro che tremasse sullo scaffale. Che fosse vitale come un battito di ciglia nella vita di un uomo.
Non una "vita" tra virgolette che trascorre fiacca, ma una come quella che Shulz ci insegna.
Una vita vera, al quadrato, nella quale non dobbiamo accontentarci di non ammazzare il prossimo ma dobbiamo fare in modo che esso viva, così come il momento appena trascorso, le visioni viste, le parole pronunciate migliaia di volte, e te, e me.
* * *
La realtà in cui viviamo oggi non è forse crudele come quella creata dai nazisti ma certi suoi meccanismi hanno leggi di fondo molto simili che offuscano l' individualità dell'uomo e lo portano a rifiutare obblighi e responsabilità verso il destino degli altri.
E una realtà sempre più dominata dall'aggressività, dall'estraneità, dall' incitamento all'odio e alla paura; dove il fanatismo e il fondamentalismo sembrano farsi più forti ogni giorno mentre altre forze perdono la speranza di un cambiamento.
I valori e gli orizzonti del nostro mondo, l'atmosfera che vi si respira e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo mass media, un'espressione coniata negli anni Trenta del secolo scorso quando i sociologi cominciarono a parlare di "società di massa".
Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Di quale processo i mass media abbiano subìto? Ci rendiamo conto che gran parte di essi non solo convogliano un tipo di comunicazione destinata alle masse ma trasformano i loro utenti in massa?
E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un'atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo kitsch tutto ciò che toccano: le guerre, la morte, l'amore, l'intimità.
A un primo sguardo sembra che questo tipo di comunicazione si incentri sul singolo, sull'individuo, non sulle masse. Ma è una suggestione pericolosa.
I mezzi di comunicazione di massa pongono il singolo in primo piano, lo consacrano persino, incanalandolo sempre più verso se stesso. Anzi, in fin dei conti, esclusivamente verso se stesso: verso i suoi bisogni, i suoi interessi, le sue aspirazioni, le sue passioni.
In mille modi, palesi o nascosti, liberano l'individuo da ciò di cui lui è in ogni caso ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni.
E nel momento in cui lo fanno ottenebrano la sua coscienza politica, sociale e morale, lo trasformano in un materiale docile alle manipolazioni da parte di chi controlla i mezzi di comunicazione e di altri. In altre parole lo trasformano in massa. (...)
È questo il messaggio dei mass media: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni a essere significative e importanti ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano.
Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo zapping.
* * *
La letteratura non ha rappresentanti influenti nei centri di potere globali che ho appena descritto, e fatico a credere che sia in suo potere apportarvi qualche cambiamento.
Può però proporre un diverso modo di vivere: secondo un ritmo interno, una coerenza personale più adatta ai nostri bisogni spirituali e naturali di quanto ci venga prepotentemente imposto da apparati esterni.
Io so che quando leggo un buon libro qualcosa dentro di me si chiarisce.
La mia percezione di essere una creatura particolare si fa più netta.
La voce precisa, distinta, che mi giunge dall'esterno risveglia in me altre voci, alcune delle quali erano mute in precedenza.
E anche se migliaia di altre persone leggono lo stesso libro nel momento in cui lo sto leggendo io, ognuna lo vive in modo diverso.
Per ognuno quel libro è una cartina tornasole di tipo particolare.
Un buon libro - e non ce ne sono molti perché la letteratura, naturalmente, è sensibile alle lusinghe e ai trabocchetti della comunicazione di massa - fa sì che il lettore si distingua dalla massa. (...)
* * *
Quando finii di scrivere Vedi alla voce: amore capii di averlo scritto per dire che chi annienta un uomo, qualunque uomo, a conti fatti distrugge un'opera geniale, unica nel suo genere, specifica e infinita che non si potrà mai più ricreare, né mai ve ne sarà una simile.
Negli ultimi quattro anni ho scritto un romanzo che intende dire la stessa cosa, ambientato però altrove, in una realtà diversa.
La protagonista è una donna israeliana di circa 50 anni, madre di un soldato che parte per la guerra. La sua preoccupazione per il figlio la porta a presagire la tragedia in agguato, e lei cerca con tutte le sue forze di scongiurarla lottando contro il destino che attende il ragazzo.
Compie una lunga marcia, percorrendo quasi la metà di Israele e raccontando senza posa del figlio. È così infatti che cerca di proteggerlo, facendo l'unica cosa che è in suo potere per rendere l'esistenza del figlio più viva e concreta: raccontare la storia della sua vita.
E un giorno, sul piccolo quaderno che porta con sé, scrive: "Migliaia di attimi e di ore e di giorni, milioni di azioni, un'infinità di gesti, di tentativi, di errori, di parole e di pensieri. Tutto per creare un unico essere umano".
E poi aggiunge: "Un essere umano che è così facile distruggere".
Non ricordo quando l’ho visto fare per la prima volta. Forse, ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In ogni caso, l’ho notato sicuramente molto tempo prima di quelli di Pavarotti. Anche se erano, sono e rappresenteranno, per me, due morti molto diverse nella forma e nella sostanza. E non mi venite a dire che un tenore stramiliardario, con residenza a Montecarlo che ha tentato di evadere il Fisco potrà mai essere considerato un eroe nazionale al punto di meritare le frecce tricolori nel cielo. L'altro lo hanno mandato a morire in Sicilia e non ricordo frecce tricolori. Forse non si usavano allora. Solo applausi. Solo era anche lui. Per fortuna, che c'era una donna al suo fianco che lo amava molto, mentre gli sparavano.
A parte queste polemiche di bottega (già discusse sul blog di Vaniglia), che qualche giorno fa avrebbero irritato il senso comune del pudore e anche di questa insulsa e stupida spettacolarizzazione della morte, solo recentemente, mi sono chiesto perché si battono le mani ai funerali. Quando il feretro esce dalla chiesa. Prima, per un lutto nazionale (o personale), si piangeva in silenzio. Contriti con il capo chino. Al massimo, si applaudiva ai matrimoni, dopo lo scambio delle fedi e il bacio tra gli sposi. E invece ora?
Applausi alle commemorazioni e a chi va in pensione. Anche al Governo dopo aver firmato con i sindacati confederali un contratto di merda per il lavoro precario, mentre i metalmeccanici della Fiom fischierebbero incazzati con i visi rossi e gli occhi pieni di lacrime e sangue tra lanci di monetine, chiavi inglesi e bulloni sporchi di grasso. Applausi nelle strade se uno fa una sparata con l’auto o con la moto (in senso ironico). Applausi negli stadi (quando la squadra ospite ha dato spettacolo). Applausi per ricordare le due Torri e l'11 settembre. Applausi al Papa dopo la benedizione domenicale. Si fa un applauso anche dopo aver osservato un minuto di silenzio che non è più un silenzio. Il silenzio induce a piangere lacrime autentiche o spinge addirittura a pensare. L’applauso fatto così è meno di niente.
Rimpiango quel silenzio che era anche un segno di rispetto e ora viene interpretato come indifferenza. Qualcuno, un bel giorno, ha voluto sovvertire il significato dei gesti. Si è alzato in chiesa, mentre il prete benediva la bara e si è messo ad applaudire. E gli altri gli hanno fatto eco. Si fischia per approvare o disapprovare. Posso capire il tenore che è abituato ai lanci dei fiori sul palco e nei teatri, ma che cazzo c’entra un applauso festante in onore di uno che è morto ammazzato dalla mafia? Dicono che si applaude perché è un segno di saluto, di assenza d’illusioni. Forse chi applaudiva Luciano Pavarotti, mentre se lo portavano via (e le vedove si preoccupavano di cosa avesse detto al notaio il de cuius nell’ultimo testamento), si beava di quell’ennesimo bagno mediatico. Voleva applaudire ad ogni costo per illudersi che morte e vita siano la stessa cosa. Illudersi di contare qualcosa, di esserci, di sentirsi vivi, far sentire la propria presenza. Poter raccontare ai propri nipoti: “Quella volta, io c’ero”. Mentre l’altro finiva sotto un paio di metri di terra.
E allora vai con un bell’applauso, riflesso condizionato della civiltà del sonoro, del rumore, del cuore asciutto e dei polpastrelli caldi. Con lo speaker (con la voce roca) che commenta commosso gli applausi ai funerali del Papa vecchio. Applausi per la fumata bianca del Papa nuovo. Applausi sui maxischermi collegati in diretta in tutta Italia con Beppe Grillo che manda ‘affanculo l’altra metà dell’Italia, di chi ha dato delega e di chi li rappresenta.
Se Gesù, oggi, tenesse un discorso durante un concerto in uno stadio o da una montagna, quanti applausi prenderebbe? Quanti fischi? Se non lo sputasse in faccia più nessuno, non potrebbero scrivere più la Bibbia, non ci sarebbero più né Pasquae né Natale, nè la gioia di rinascere e né il dolore di affrontare la morte, perché invece di metterlo in croce, lo porterebbero in braccio come la nazionale di calcio quando ha preso Lippi dopo la vittoria nella finale dei mondiali. Ma poi Cristo chi se lo ricorderebbe più? Nessuno.
Riviste di Centro Destra sulla Politica Richiedi Copia Omaggio
Visto_che_della_Rete_parliamo_con_la_Rete_finiamo_d el V-day_di_Beppe_Grillo_h anno_parlato_già_in_troppi_e_quindi_non_aggiungo_altro_date_le_difficoltà_oggettive_per_scrivere…
Epi, stà cosa che hai scritto mi ha fatto rivivere l’incubo che ho appena vissuto a casa dei miei, poco fa…
“Pronto, mamma, come va? Siete tornati?”
“Ah, ciao, sì, ma corri subito qui” (click)
“Eh?”
Tu tu tu…(telefono)
Din don (porta di casa dei miei)
“Papà, mamma, ma che è successo?”
“Dio santo! Figlio mio, siamo stati derubati!” (vedo mia madre e mio padre, con lo sguardo nel vuoto ed il viso sconvolto, le braccia penzoloni). Due zombies che vagano nelle ombre della notte dei morti più buia.
“Come derubati? Quando?” (io spaventato)
“Non sappiamo ancora bene da chi, ma ci manca una borsa!”
“Cazzo! Ma come?”
“Abbiamo dei sospetti...”
“Chi?!”
“Siamo tornati oggi dal mare, ci hanno aiutati a scaricare la roba dall’auto e ora ci manca un sacchetto bianco, uno importante, abbiamo perso tutto, capisci? Ora non abbiamo più nemmeno i soldi per mangiare…”
“Vabbù, stasera, ci faremo la pizza…Capisco…ma, ora vediamo di cercare stò sacchetto, lo avrete messo da qualche parte. Non drammatizziamo, spiegatemi bene come sono andate le cose…”
Iniziano le ricerche per tutta la casa…Arriva pure fratimo, come il 113…Ma forse era meglio il 118 (mio padre stava quasi per venire meno). Lo facciamo accomodare su una poltrona.
Insomma, a sirene blu spiegate, apriamo valige, borse, buste di plastica, sacchetti dell’immondizia, scatolette di tonno nel frigo…Sembriamo la scientifica in collaborazione con i RIS dopo il delitto di Cogne…Siamo in pieno panico di caccia alla volpe…o, meglio, a caccia del pelo del buco del culo della coda della volpe…si trattava di muoversi con circospezione, rilevare i passi, le mosse, ogni gesto, ricostruire la scena del delitto, prendere pure le impronte, i resti organici, il DNA, tutto…dovevamo scoprire il colpevole di questa grande porcata fatta a danno dei nostri vecchi!
Potrei continuare per un’altra buona mezz’ora di dialogo e racconto, epi, tra ricerche infruttuose, disperazione e sudori freddi, in un senso sconsolante di tristezza e impotenza sul mondo cattivo, avverso, ladro e vorace, ma, per fartela breve, riassumo come sono andate le cose: i miei tornano dal mare, scaricano la roba dall’auto e la portano in casa, mia madre nasconde (inconsapevolmente, diciamo così) il “sacchetto bianco” (importante), ma poi (fatalmente) se ne dimentica…Rimuove e cancella tutto dalla sua memoria. Fa control alt canc! Deleta proprio il gesto! Dopo un po’, inizia a sistemare la roba e a cercare ‘sto cazzo di sacchetto, non lo trova, parte l’isteria e inizia a sospettare il furto. Quando lo abbiamo trovato (nascosto dietro ad una poltrona in camera da letto), l’unica cosa che è riuscita a dire è stata: “Ma che volete da me? Io sono vecchia, faccio le cose e poi me ne dimentico…”.
La vecchiaia è davvero una brutta cosa, epi, e chi vuole bene ai suoi vecchi non sempre ce la fa a sopportarli, perché davvero non sa come affrontarla questa cappero di cosa e nemmeno sa in quale verso prenderla…Bisognerebbe essere preparati e informati. Degli esperti del settore geriatrico, insomma. Occorrerebbe avere il senso della fine della vita. Ma non sempre uno ci riesce e, a volte, si diventa anche po’ ridicoli e stupidi di fronte a queste cose…
ti ringrazio per la simpatica “letterina” che mi hai scritto. Sono qui che ti rispondo, mentre le lacrime mi cadono sulla tastiera. Non so bene se per le risate o per il dispiacere. Non ho molto tempo per entrare nei dettagli, perché mi sta partendo il treno, vado piuttosto di fretta e quindi cercherò di essere breve. E’ una scusa, non è vero che mi sta partendo il treno, ma ho paura che non mi vengano le idee che mi servono per spiegarti e raccontarti e questo mi capita spesso quando sono davanti al computer. Mi succedeva spesso anche a scuola: iniziavo a fissare il foglio bianco e poi mi mettevo a guardare le gambe delle mie compagne di classe. Ora invece, quando cerco di scrivere, inizio a fumare una sigaretta dopo l’altra…Ecco, vedi? Avevo detto che volevo essere breve e invece mi sto già perdendo in chiacchiere…Ti racconterei volentieri la storia della mia vita, ma non penso che ti interessi. Sono un giovane scrittore, anche se non posso definirmi un giovane scrittore, considerato che non ho ancora scritto nè pubblicato niente. Venuto a Milano dal Meridione in cerca di fortuna. Ma esiste, la fortuna? Dopo anni di vita qui a Milano comincio a dubitarne. Fino a qualche tempo fa, mi guadagnavo da vivere come cameriere in un ristorante notturno dalle parti della Stazione Centrale. Ma poi ho perso il posto e così, quando non ho niente da fare, vado su Internet. Mi collego da un Internet Point, anche perché nella casa dove sto in affitto e condivido con due nigeriane, è già tanto se c’è il frigo. Meno male che ci sono le nigeriane che mi aiutano economicamente e mi fanno compagnia. Se non ci fossero loro, sarei rovinato. Anche se hanno degli orari assurdi e lavorano tutta la notte fino all’alba, quando tornano a casa, stanno molto attente a non svegliarmi e a non accendere la luce nel corridoio. Una volta, una di loro è pure inciampata nel mio borsone che avevo dimenticato lì distrattamente, dopo una partita di bocce al dopolavoro ferroviario, e si è rotta un femore. Ma non si è arrabbiata. Si è persino scusata per avermi svegliato. Poi, in verità, mi sono incazzato io, perchè con il gesso alla gamba, ho visto che guadagnava un po' di meno rispetto alla media...
Io non è che ce l’ho con le nigeriane. Quelle si fanno un mazzo tanto e portano a casa un sacco di soldi, quando vanno a battere. Io ce l’ho solo con i negri. L’altro giorno ero sull’autobus e mi ha dato fastidio vedere un negro seduto ed una signora anziana in piedi che lo guardava. Allora io mi sono alzato ed ho offerto il mio posto alla signora, ma quella voleva sedersi per forza al posto del negro. Così abbiamo iniziato a discutere (io e la signora anziana, il negro non so se ci capiva). A dire anche cose giuste e che cioè ormai non si può più vivere con tutti questi negri che vengono dall’Africa a rubare il lavoro a noi bianchi ed anche i posti alle signore anziane sugli autobus. Poi, è arrivato il controllore e il negro è sceso alla fermata, ma, siccome ero senza biglietto, sono sceso anche io e l’ho seguito. Così ho visto che andava a lavare i vetridelle macchine ferme al semaforo vicino porta Garibaldi. Allora io mi sono seduto su una panchina, siccome era il mio giorno libero, e mi sono messo a guardarlo. Ed ho visto che quel negro era più svelto di una scimmia! Puliva il vetri davanti e quello dietro quasi contemporaneamente e l’automobilista non faceva in tempo a rendersene conto che già lui era lì con la mano tesa e quel sorriso da negro che le persone non sanno dirgli di no. E allora ho pensato che non è giusto che lui si fa un sacco di soldi e io no. Così, mi sono avvicinato e gli ho chiesto gentilmente di darmi la metà dei suoi guadagni, visto che lavora nel mio Paese e in fondo stava rubando mezzo posto di lavoro anche a me. Ma lui nemmeno mi ha risposto, ha preso il secchio, si è girato dandomi le spalle e se n’è andato. Ma io non mi sono arreso. L’ho seguito ed ho visto che si infilava nel cimitero della Moiazza e poi si è messo a rubare i fiori dalle tombe. Ho cercato di spostarmi, per fargli una foto con il telefonino. Avrei voluto farlo arrestare. Ma, intanto quello era già sparito tra i cipressi e le tombe. Così, ho lasciato perdere. Ma, l’altra sera, stavo lavorando al ristorante e chi ti vedo apparire? Il maledetto negro che sorrideva e vendeva quei fiori rubati ai morti. E il bello era che ne stava vendendo un fottìo, facendo un sacco di altri soldi, oltre quelli che fa ai semafori. Allora, sono esploso e così giustamente ho cominciato a gridarlo a tutti i clienti del ristorante da dove aveva preso quei fiori! Ho anche detto che se non reagiamo noi italiani con questi negri che vengono qui a rubarci il lavoro e i posti sull’autobus alle signore e le corone dei morti, non si sa dove andremo a finire! Allora, le donne che avevano in mano i fiori li hanno buttati via subito e gli uomini che li avevano pagati si sono infuriati un bel po’ sia con lui che glieli aveva venduti sia con me perché secondo loro non avrei dovuto dirglielo che i fiori erano dei morti e rovinargli la cena. Insomma, è scoppiata una maxi rissa tra i tavoli del ristorante, il padrone mi ha cacciato via ed ha chiamato la polizia che ci ha arrestati (a me e al negro). Ma io sono innocente, Barone! Sono stato provocato da una maledetta scimmia negra che va in giro a sorridere e a fare soldi alle nostre spalle. Ho reagito perché se qui non si fa qualcosa con tutti questi negri che vengono dall’Africa a rubarci il lavoro a noi che abbiamo studiato, non ci ruberanno solo i posti sugli autobus! Mi sono fatto una settima in cella, per fortuna eravamo in due celle diverse, ma io lo sapevo lo stesso che cosa stava facendo quello sporco negro. E lo sai che cosa stava facendo quel negraccio? Dopo un giorno che stava in carcere, già lavorava allo spaccio e andava in giro per le celle dei detenuti a vendere sigarette, caffè e cioccolate calde. Lui sempre svelto come una scimmia a fare soldi pure in carcere. Ed ha avuto pure la faccia tosta di venirmi a portare una bibita fresca. Capisci? Mi sorrideva pure con quella faccia da scimmia! Mi provocava ancora!
Scusami se ti racconto questa mia brutta storia, ma, sai, mi è dispiaciuto molto quello che ti è accaduto, l'altra sera, per causa mia. Mi sento un po' in colpa. L’altra sera, non so bene che cosa sia successo qui sui blog, perché le nigeriane erano andate in trasferta a Linate con dei clienti che venivano da non so dove e io mi ero fatto un paio di birre con gli amici e quindi stavo un po’ scapricciatiello. Anche se ho detto che sono astemio. Ma tanto chi le controlla le nostre parole e le nostre vite qui sui blog…a parte NuvolaVola che sembra uscita dal KGB russo (ma non lo avevano sciolto?). Scusa, io non sapevo che era la tua ragazza… non mi sarei mai permesso...avevo lasciato un commento qui da te di mezzo rigo e poi è scoppiato l'inferno...sembrava come quella volta in quella rissa al ristorante con il negro e i fiori delle tombe che volavano in aria da tutte le parti...non voglio offendere nessuno, ma tutta questa storia mi sembra talmente assurda che mi pare difficile crederci.
Ma, sai, quando NuvolaVola ha iniziato a dirmi che io ero te e che tu eri me, pensavo volesse giocare ed io non mi tiro mai indietro davanti a questa cose. Ormai, sono disoccupato e come lo devo passare il tempo? Sai come diceva Sylvester Stallone in quel film? Quando il gioco si fa sporco, i duri iniziano a giocare… Non so se era proprio così…Non ho molta memoria e in fondo non ha nemmeno molta importanza…
Insomma, non so come dirtelo, caro Barone, io l’altra sera stavo scherzando. Pensavo che fosse un gioco, non so tu, ma io l’ho trovato divertente. Ho letto quello che ha scritto NuvolaVola sul tuo conto e ci sono rimasto male. Io lo so che tu sei innocente! Del mio blog, in fondo, non mi importa niente. Non so se lo hai letto. Devo ammettere però che mi lusinga essere stato scambiato per un altro. NuvolaVola ci può scrivere quello che vuole sul mio blog, tanto, nessuno si offenderà. Io meno degli altri. Però devo dire che questa storia mi ha portato un po’ di aumento negli accessi che, tra ieri e oggi, hanno avuta una sensibile impennata. Mi spiace averti creato dei problemi, Barone. Se vuoi, per farmi perdonare per il disturbo che ti sto arrecando, potrei passarti i numeri di telefono delle mie amiche nigeriane…sono molto brave sai? E poi con le parrucche biondo-platino lisce non sono malaccio anche se sono un po' sovrappeso... Ma se dici che ti mando io, ti fanno pure lo sconto. Che ne pensi? Scrivimi e fammi sapere.
Non so cos’altro dirti Barone e quindi ti saluto, ciao!
Probabilmente, questo sarà un post poco letto. Immagino qualcuno che apre questa pagina, vede la foto sopra e cambia blog (facendo scongiuri e grattandosi gli zebedei, nel caso di uomini o le…che si grattano le donne, in questi casi?). Vabbè, confesso che pure io ho scritto tutto il post con le palle in mano…
L’argomento sarà anche sgradevole e di cattivo gusto, ma, come dice il mio amico P., al terzo elemento, scatta il segnale. Non sono così vecchio da iniziare a pensarci seriamente e non sono nemmeno così poco superstizioso al punto di scherzare sulla morte. Infatti, non ho alcuna intenzione di scherzarci sopra. E non sono nemmeno così colto o religioso da fare un discorso “filosofico” sulla vita e di cosa potrà mai aspettarci dopo l’ultimo respiro.
Il fatto è che mi sono accaduti tre o quattro episodi, in questi ultimi giorni. Li ho messi in fila, uno dietro l’altro e, stanotte, ho avuto l’illuminazione. Tant’è che mi sono svegliato di colpo. Come se avessi realizzato un incubo da sveglio. E, quindi, eccomi qui, insonne e preoccupato, a scriverne.
L’altro giorno, vado al distributore a fare rifornimento di carburante e trovo davanti a me un’auto funebre (con la bara dentro) a fare la fila. Lo so che il mio è stato un gesto stupido, ma, ho dato una sterzata e me ne sono andato. Ieri, ero con un collega per strada e, mentre camminavamo, mi sono sentito tirare via per un braccio! Era il collega che voleva passare dall’altra parte della strada, per evitare di restare su quel lato del marciapiede. Stavamo passando davanti ad un’officina meccanica e c’era un carro funebre in riparazione (senza bara dentro, ovviamente). Mi sono chiesto che avrà mai detto o pensato quel meccanico, quando si è visto di fronte i due becchini vestiti di nero che gli chiedevano di dare una controllatina allo spinterogeno e alle fasce elastiche. Oggi, durante la pausa pranzo, mentre guidavo per tornare al lavoro, un gatto nero ci ha attraversato la strada. Mi sono dovuto fermare, perché quelli che erano con me mi hanno chiesto di accostare e di aspettare che passasse un’altra auto. Ma la giornata (nera) non era ancora finita.
Torno in ufficio e mi passano da leggere l’inserto mensile del Sole “24-Ore” con una pagina su un articolo già aperto. Mentre penso di trovare le quotazioni della Borsa o qualchealtra interessante notizia economica, mi accorgo che era solo uno scherzo. L’argomento? Lo devo proprio dire? Su “Ventiquattro Magazine” di questo mese (a pag. 104) c’è un articolo su un giovane imprenditore napoletano, tale Osvaldo Di Lorenzo. Sconosciuto ai più, ma pare cha abbia aperto un forno crematorio a sud di Roma. Il suo slogan pubblicitario è: “A Napoli u’ muort non more mai”.
Non è che devo iniziare a preoccuparmi? Vabbù, intanto, provo a tornare a letto, così cerco di addormentarmi in un sonno non troppo profondo. A domani (spero). Anche se non serve, io, comunque ce lo metto lo stesso...
firmato: Machovil…ops…Barone (madò, stavo sbagliando pure a firmarmi…sapete com’è? la forza dell’abitudine…)
Ho sempre ammesso che la poesia non mi piace. Ogni volta che mi è capitato un libro di poesie tra le mani, provavo a leggere i versi ma mi annoiavo, già dopo la seconda pagina (a volte, anche dopo il secondo verso) e lo rimettevo, lì, dove lo avevo trovato. In realtà, non è un problema di “piacere”, ma è un problema di “capire”. Così, come non mi piace e non capisco l'opera e l'operetta. La lirica. Per la musica classica e il jazz sono come un bambino: ai primi passi. Sono una mezza bestia, insomma. Ma la poesia andrebbe (va) capita. E io non la capisco. Non l’ho mai capita e non mi sono mai sforzato di capirla. Ora, non voglio fare lo scoop da blog e annunciare che, da oggi, capisco la poesia e recito i versi di Montale, mentre mi rado la barba, canticchio "figarò qua e figaro là" ed ho la "Traviata" in sottofondo. Non voglio dire che, stamane, mi sono alzato di bozzo buono, mi sono messo d’impegno ed ho iniziato a capire la poesia. No. Però, oggi, girando sul web, mi è capitato di leggere questo articolo (tra l’altro, scritto da un critico francese che nemmeno conosco) ed ho fatto un passetto avanti. Ho capito chi capisce la poesia. Ho capito perché c’è chi riesce ad amarla. Quando c’è passione, si ama. Quando non c’è passione, arriva la noia. E’ già una cosa e non è mai tardi per capirla.
Per amare la poesia sforzatevi di conoscerla. di Jules Romains (traduzione di Marco Dotti)
Una persona, incontrata in questi giorni, mi ha confidato: «Certo, per intendersi di poesia non è necessario avere diplomi. La sensibilità naturale, l'attenzione, l'amore sono molto più efficaci. In fondo, sono le cose che si conoscono profondamente quelle che più si amano. Ma vorrei suggerire una idea che non mi sembra così stravagante, anche se altri l'hanno sicuramente espressa prima e meglio di me. Non è vero, forse, che nove volte su dieci per apprezzare qualcosa bisogna cominciare col conoscerla, poco o tanto che sia?
Farò un esempio: ancora poco tempo fa, nulla mi appariva più futile e meno degno di interesse dei gioielli. Non vedevo in essi che una manifestazione molto stupida del lusso o, al massimo la sopravvivenza di una certa sauvagerie. Durante la guerra, mi capitò di avere come vicino di letto, in ospedale, un piccolo antiquario che si era specializzato nel campo dei gioielli antichi. La vicinanza e la sua gentilezza ci inducevano spesso a discuterne. Portava su di sé alcuni gioielli veramente belli, ma anche molto discreti. Gioielli di grande valore che custodiva per gusto personale. Sua moglie - che, malgrado la guerra, cercava di mandare avanti il negozio - la domenica gli portava dei pezzi molto rari che dovevano essere valutati, prima di procedere a un acquisto azzardato. I gioielli a poco a poco divennero l'argomento principale delle nostre conversazioni. Il mio compagno aveva talento, il talento non comune di riuscire a parlare con tanta precisione e semplicità degli argomenti che conosceva meglio. Non si accontentava di dirmi: «Ecco un bel anello. Può valere millecinquecento franchi», parole che mi lasciavano a bocca aperta. Mi metteva l'anello in mano e attaccava con un discorsetto di una semplicità, di una lucidità e di una ricchezza meravigliose Ne apprezzava la forma, richiamava la mia attenzione sulla curvatura dell'anello, sulle proporzioni, l'affinità fra pietra e metallo. Mi invitava a girare l'oggetto, a guardarlo più di una volta sotto determinate angolature. Mi passava infine una lente e mi insegnava a distinguere il tipo di montatura, il periodo e lo stile del più piccolo ornamento. Con me, non si comportava più da commerciante, né da banale esperto. Lasciava da parte le questioni di autenticità e il valore economico delle materie utilizzate per concentrarsi sulla qualità del lavoro, la scelta degli elementi, l'armonia dell'insieme. All'inizio, era soprattutto lui a divertirsi. Assaporava il delizioso piacere di illustrare ciò che amava, senza nessun retropensiero di quelli che si indirizzano alla concorrenza o al lucro. Io rimanevo zitto e inerte, ma imparavo molto. Lui alimentava il mio interesse con delle piccole prove, chiedendomi: «che cosa ne pensi di questo braccialetto? A che periodo risale? Quanto lo valuteresti?». In poco tempo diventai un esperto. Non certo come quei celebri appassionati che collezionano gioielli da più di cinquanta anni, ma facevo la mia parte, in modo onorevole. Capivo subito perché un certo anello di fidanzamento, esposto a diecimila franchi nella vetrina di un boulevard, fosse di un orrore rattristante, mentre un vecchio anello, comprato per venti lire sul Ponte Vecchio di Firenze, potesse risplendere di tanta grazia, di tanto ingegno e creatività.
Ecco come dalla competenza nasce l'amore. Finii per ricavare una grande gioia da tutti questi oggettini, cominciavo a pormi determinate questioni, ad avanzare critiche... La nostra compagnia, all'ospedale, non durò più di otto settimane, ma mi lasciò in dono una passione che conserverò fino alla fine dei miei giorni. Ora sono io a fermarmi davanti alle vetrine, non mia moglie!».
Mi complimentai con il mio amico per il suo racconto e lui aggiunse: «credo che la stessa cosa accada per la poesia. I versi mi lasciano generalmente freddo, e cerco di non leggerne spesso. Ma sono convinto che si tratti di una disposizione d'animo derivata dalla mia scarsa conoscenza dell'argomento. Credo inoltre che una poesia serbi dentro di sé più misteri di un qualsiasi gioiello. Peccato non avere un poeta come compagno di ospedale!
Talvolta ho letto articoli di critica, dove un tizio invitava il lettore a credergli sulla parola. «Questo è un bel libro, questo invece è assurdo, l'arte è questa cosa qui, la poesia è quest'altra cosa» e via discorrendo. Non mi ricordo, però, che il mio compagno gioielliere mi abbia mai detto cose simili riguardo alla materia in cui era maestro». Ecco, se io e il mio amico passassimo tre o quattro mesi in un letto di ospedale, proverei a rispondere proprio a queste domande e, forse, potremmo anche ricavarne qualcosa di utile.
Non penso certo di propinare ai lettori le risposte che avrei dato al mio amico, comunque qualcosa sull'argomento lo potremmo anche dire. Credo sarebbe del tutto onorevole per un critico formare attorno a sé una schiera di sinceri appassionati, piuttosto che perdere tempo a riempire il cervello altrui di giudizi e di commenti generali, fossero pure sublimi. Penso a una frase che le persone che leggono molto, per passione o per dovere, ripetono spesso: «per sapere se vale davvero la pena di leggere un romanzo, basta prenderne tre pagine a casaccio. Per un libro di poesia, bastano quattro versi».
Certo, è solo una battuta. Da qualche parte, Leibnitz sostiene che gli esseri umani sono diversi dalle macchine, e che una macchina può facilmente essere divisa in più parti senza che queste parti diventino macchine a sé, mentre un organismo vivente si scompone in parti che sono esse stesse meccanismi e organismi. La poesia possiede un privilegio simile. Un romanzo di primordine può contenere una pagina che, presa da sola, non offre né motivi di interesse né particolarità di stile, e si giustifica soltanto nelle sue relazioni con il tutto. Ma una poesia resta sempre una poesia anche nelle sue parti più piccole. La necessaria subordinazione dei dettagli a tutto l'insieme non impedisce che il dettaglio valga anche se preso a sé. Potrei persino aggiungere che ogni frammento poetico, soprattutto se è opera di un grande artista, conserva riflessi e tracce quasi inafferrabili dell'abilità di chi l'ha creato. Mi sconforterebbe il fatto che queste mie parole potessero essere lette come un invito alla pigrizia o alla presuntuosa leggerezza del critico.
Certo, non bastano quattro versi per articolare un giudizio: e sappiamo bene quante letture servano e quanti anni di studio siano necessari per accostarsi all'opera dei grandi autori. Ma non c'è esercizio più vantaggioso, per ciò che definirei «la formazione del dilettante», che lavorare su quei quattro versi. Prendere quattro versi, osservarli sotto tutti gli aspetti, rivoltarli in ogni senso, trarne tutti i segreti, costringerli «a confessare». Non è forse la stessa abitudine imparata dall'appassionato che, ridendosela dei giudizi troppo generici, fa girare l'anello fra le sue dita?
Possiamo fare un esperimento insieme. Magari sbaglieremo, ma credo che un errore preciso sia sempre più fecondo e interessante di una verità vaga.
Prendo un libro senza guardarne il titolo, lo apro a caso, ne traggo dei versi. «Il terzo giorno, poiché non diceva niente / io che non avevo mai conosciuto un chiacchierone migliore di lui sulla terra / mi avvicinai e gli dissi, “che c'è, è la guerra?”». A prima vista sono versi mediocri. (...) Sono molte le imperfezioni che potremmo sottolineare ma, se osserviamo da vicino, i dettagli che infastidiscono sono le cacofonie, le ripetizioni non giustificate da alcuna ragione apparente. Non c'è simmetria, in questi versi, ma scarsa inventiva, monotonia, impotenza. Il contenuto? C'è forse una immagine, una idea o una evocazione che faccia perdonare tutti gli altri difetti? Non credo. C'è solo una banale e inutile indicazione. Un buon poeta se la sarebbe cavata con tre parole, e non avrebbe perso il suo tempo in questo modo.
Ho aperto il libro a caso. Lo apro in un altro punto ed è ancora peggio. Non conviene insistere. Ma l'autore? Non lo nominerò, visto che è uno scrittore molto noto, e se lo nominassi potreste credere che il mio sia un discorso malizioso e interessato.
Prendiamo un altro libro, apriamolo sempre a casaccio. «Il tempo canta sui propri ormeggi,/ tra fazzoletti agitati,/ e la mia vita somiglia agli attracchi di mare,/ quando finisce l'estate». Ecco, in questo libro la qualità dei versi sembra migliore. Non servono grandi sforzi per capirlo. Prima ancora di analizzarne la forma, sono perlomeno attratto dallo slancio della strofa. Il primo verso è oscuro, certamente, ma bello. Non è necessario un grande ingegno per capire che la nostra vita è paragonata a quella di un vascello: ecco allora che una visione si costruisce in noi, una visione che i tre versi successivi si guardano bene dal contraddire o distruggere. Anzi, quei versi la arricchiscono e la prolungano. Ma il dettaglio resiste all'analisi.
L'autore di questi versi? Roger Allard. Il titolo del libro? L'Appartement des jeunes filles. Anche se non conosco i meriti di questo poeta, posso stare tranquillo. Una strofa come quella che ho citato mi rassicura sugli incontri che potrò fare nel resto dell'opera. Ma lascerò ai miei lettori il divertimento, ormai possono partire da soli, all'avventura, per familiarizzarsi con la poesia moderna.