Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!
Il primo è quello di parlare di meno e sempre male del Nano cioè del Cavalier Silvio Berlusconi. Sì, ma solo se torna ad indossare il suo classico e consueto gessato da gangster con la cravatta e la smette di mettersi la sciarpetta di seta blu a pois bianchi con quella stupida maglietta sotto la giacca.
Il secondo è quello di parlare di meno e sempre male di quel leccacelo di Emilio Fede. O di giornalisti come Vespa. Specie da quando ho letto che l’informazione americana non sta tanto meglio di noi. Un esempio? Volete sapere che cosa scrivono i giornalisti americani a proposito della corsa alla Casa Bianca?
Hugh O'Hara, columnist dell' 'Indianapolis News', spiega così la situazione: “Attualmente sono in lizza una donna, un negro e un italiano. Ci manca solo una checca e siamo al completo”.
Non sono milanese, ma questo articolo di Moni Ovadia, secondo me, i milanesi dovrebbero leggerlo…
La più celebre canzone milanese è sicuramente «O mia bela madunina» scritta dal grande Giovanni Danzi nel 1935. I suoi primi versi recitano così: «O mia bela madunina/che te brilet de luntan/ tüta d’ora e picinina/ti te dominet Milan...». La canzone dà orgogliosamente conto di una città laboriosa e aperta, pronta ad accogliere senza remore chi venga a cercare lavoro e prosperità. Per molte ragioni, fra le quali l’istituzione dei «martinitt» e le buone amministrazioni dei suoi sindaci socialisti - quando la parola socialista era onorata - , Milano si gloriava spavaldamente di avere «el coer in man» (il cuore in mano). Come sono tristemente lontani quei tempi. Il tessuto culturale ed umano della capitale meneghina si è progressivamente degradato a misura che le amministrazioni di centrodestra hanno tenuto il governo. Anche le forze del centrosinistra, si sono conseguentemente infiacchite e non hanno trovato la convinzione per esprimere un’opposizione progettuale convincente, da quattro lustri infatti non elaborano proposte che sappiamo sollecitare la partecipazione dei cittadini. La parte migliore dei suoi abitanti si è ritratta e vive la città con un senso di crescente estraneità, la sua intellighenzia, verosimilmente disarma già il giovedì sera o al massimo venerdì a mezzogiorno per trascorrere il fine settimana in località amene per trovare riposo e per sfuggire alla sempre più insensata bolgia del sabato sera con l’incubo dei suoi ingorghi stradali. L’unica eccellenza che è rimasta alla capitale «morale» è quella finanziaria ma essa non ha alcuna ricaduta sulla vita culturale ed etica del suo tessuto sociale. L’esemplare rinascita innescata da alcuni dei momenti più alti della Resistenza antifascista, della grande cultura operaia e della borghesia progressista, aveva fatto di Milano una fucina di idee e di progetti. Fino alla fine degli anni Settanta la capitale lombarda, è stata guardata con ammirazione e interesse dagli osservatori internazionali per la qualità della sua vita sociale e culturale. Con la svolta degli anni Ottanta - segnata dalla scalata rampante di una borghesia incolta e arrivista con il mito del denaro facile, con il diffondersi della corruzione come norma e lo slogan nefasto della «Milano da bere» dietro la patina dei facili successi - la città - ha iniziato il suo inesorabile declino morale e culturale e l’evento di Tangentopoli, non trovando una classe politica all’altezza della sfida, ha dato la stura all’arrembaggio berlusconiano che ha devastato sì l’intero Paese, ma in particolare la ricca Milano oramai sufficientemente involgarita, palestrata e lampadata al punto tale da lasciarsi sedurre senza ritegno fino a ritrovarsi con un’amministrazione razzista.
Non è un’iperbole: l’attuale amministrazione milanese è razzista, razzista, razzista. È arrivata l’ora di restituire alle parole la loro responsabilità morale. Come definire altrimenti chi vuole escludere dalle scuole materne, dei bambini colpevoli solo di essere figli di immigrati irregolari? Solo degli ignobili razzisti possono concepire un’infamia così indecente! Criminalizzare dei bambini, criminalizzare essere umani incolpevoli solo perché manca loro uno stato burocratico certo. Nessun sindaco, nessuna giunta municipale aveva trascinato così in basso la nostra Milano.
Io sono un ebreo agnostico, ma credo che se oggi ci avvicinassimo alla Madonnina che sormonta il Duomo con la sua esile figuretta, scorgeremmo che essa non brilla più e che forse, pensando alla sua desolata città, qualche lacrima di sconforto le sia spuntata a fior di ciglio. Fortunatamente fra le voci che si sono levate contro questa porcheria, c’è la Curia milanese che si è sempre distinta per la sua sensibilità sociale. In questo il cardinale Tettamanzi e i suoi collaboratori rilanciano quello che è stato il magistero del cardinale Martini.
Ci sono cose che vanno a tre, cose che funzionano in due e cose che devono essere singole …Vissute da soli.
In questo momento, riesco solo ad ascoltare la voce e la musica di Jeff Buckley… e a riscrivere quello che scriveva Capossella sulla sua scomparsa.
Jeff Buckley era il figlio di Tim Buckley, un folk-singer insofferente che lasciò moglie e figli, per girare il mondo e scrivere canzoni. Finì per essere distrutto dalla sue stesse debolezze. Il piccolo Jeff decise di seguire la orme di suo padre. Fino a quel tragico giorno del ‘97. In cui si immerse nelle acque del fiume Mississippi, vestito e con le scarpe. Il suo amico che era con lui lo vide allontanarsi dalla riva sempre di più. Morì così Jeff Buckley.
[…]
Questo soltanto avevo intorno, e nessuno mi aspettava o sospettava. Nessuna ironia da battaglione, nessuna spiegazione. Scomparire. Come nell’acqua era scomparso Jeff Buckley, due giorni prima, senza lasciare notizie certe attorno a sé.
Scomparire…
Il genio…la fiamma intravista, illuminante, incombustibile.
Scomparsa in un porto chiuso del Mississipi, e senza lasciareindicazioni, senza sapere cosa pensare. La giovinezza magnifica e immolata, tutto sentivo.
Allontanarsi nuotando dalla fiamma, dall’amore, dalla devastazione.Allontanarsi a nuoto, come Kurz sparito nel continente in un rivolo del fiume amazzonico, così lo immaginavo allontanarsi da tutti e diventare una divinità per una follaindigena dell’interno, ma non nel Tennessee…non per una congestione…per un paio di stivali…
Come poteva la morte attenderlo lì, in quell’acqua, chiamarlodentro a cantare?
Si buttò a nuoto, così, cantando. Lasciando dietro il disco da fare, la ragazza, l’inquietudine, e cantando gli si riempì la bocca, i denti e gli stivali…
Morire con gli stivali pieni d’acqua, con la bocca piena d’acqua del Mississipi, con tutte le parole che aveva ancora da dire. Ognuno cammina sempre vicino alla morte, ma andarsene così...
Avevo nuotato anch’io una volta nella luce della luna in un’acqua d’esilio, sentendo freddo, battendo i denti, mentre tutt’intorno era notte, ed ero già clandestino.
E adesso andavo sbattendomi, scaraventandomi sulla carrozza, verso est, scomparendo.
I pensieri erano batteri nella coltura dell’immaginazione dello scompartimento caldo. Mi riportavano d’acqua. L’acqua profonda del fiume, limacciosa, fangosa, forse. Un porto chiuso, com’è un porto chiuso?
Il segreto delle grandi giovinezze…com’è?
La strada ci era sembrata a tutti più degna di essere percorsa, sulle ali di Grace, della sua voce che si impenna…a lungo…e poi cade in un singhiozzo…un sussulto…schianta il respiro e le ossa come se il fiato e il corpo gli avessero ceduto.
Ma sono queste cose che si dicono, si urlano in macchina da soli. Si urlano disperati e mistici, come le cose di cui si afferra la grandezza, quelle che lasciano innamorati come i sogni. Innamorati e orfani. E ne parlo così adesso scrivendo da solo in una stanza piena di borse da viaggio a cui non so perché, ma sono tornato.
Se a Natale volete fare un regalino (o un regaletto o un regaluccio uccio uccio) ai vostri net-amici, eccovi una bella idea. Potete mandarglielo via e-mail.
caricare le foto delle facce dei vostri amici (o dei vostri nemici) sulle figurine degli elfi e il gioco è fatto. Il risultato è il video che vedete sotto (più o meno).
PS: Quella che maraman ha fatto a nuvola e me non la posso far vedere, perché mi vergogno…ah ah!
In questi giorni, così strani, girando su Internet, vedo fare auguri su tutti i blog (tra post e commenti). Non leggo altro. Mi chiedo perché dovrei fare qualcosa di diverso. Non sono un anticonformista, fino a questo punto.
Quindi…
Buon babbo natale a tutti.
PS: Va detto, però, che, se credete ancora a babbo natale e avete da un pezzo superato la maggiore età, allora vuol dire che siete proprio dei fessi…
(il titolo originale era S.b.) Stopper bottle o bottle stopper?
Il mio primo regalo per questo natale che trovo quasi del tutto insignificante. Me lo ha regalato un avvocato di Bari. Ci ho messo tre quarti d’ora a capire cos’era e a che cosa serviva.
In un primo momento, pensavo fosse uno scherzo. Tipo un soprammobile d’autore oppure una supposta fatta a mano.
Domani metto il titolo per esteso. L’aiutino ve l’ho già dato.
Ps: grazie a nuv, il giochino è durato meno di un …minutino ah ah!
Oggi a Virgin radio parlavano dei Cure di Robert Smith. Genere post punk? Dark? Goth rock? Mah…Era un gruppo nato nella metà degli anni settanta che suonava musica con suoni e atmosfere tristi e decadenti. Sosteneva che anche la malinconia, in fondo, è una forma di felicità.
Mi sono ricordato del film “il Corvo”. Non tanto per il film, che era una cosa tetra, nera e pallosissima, quanto per il fatto che credo sia stata l’unica volta che sono andato al cinema con D. (lo chiamo D. anche se tutti lo chiamavamo U.)
La banale storia del film era di due giovani pulzelli in procinto di sposarsi, ma che, per la sfortuna e la cattiva sorte, vengono uccisi da una banda di balordi. Lui vola via dalla finestra e lei, seviziata dagli aguzzini, muore dopo ore di atroci sofferenze in ospedale. Un anno dopo lui resuscita e la vendica, grazie all’aiuto di un corvo.
D. era ed è un gran testa di cazzo. Egoista e marpione. Ma si era appena separato e si era fissato che voleva pedinare la sua ex. Lei lo stava già tradendo con un altro. Lui stava impazzendo di gelosia. Noi due, di sera, facevano gli appostamenti sotto casa sua. Io mi rompevo i coglioni. Se avessimo avuto un corvo, forse, D. lo avrebbe scoperto prima e io non mi rompevo i coglioni…
Una sera convinsi D. ad andare al cine. E c’era ‘sto cazzo di corvo. Pessimo film e pessimo posto a sedere. Sedute dietro di noi c’erano due sgallettate che non fecero altro che dire “madò, quanto è bbono…madò quanto è bbono…” per tutta la durata del primo e del secondo tempo. Ovviamente, non si riferivano né a me e né a D., ma all’attore protagonista del “Corvo”: Brandon Lee. Figlio del più famoso e saltante re delle arti marziali, Bruce Lee. Credo…
Peccato che quel film finì male. Infatti, Brandon Lee morì ammazzato davvero. Nella scena dei balordi che irrompevano in casa dei pulzelli, gli spararono con una pistola a salve, ma pulita male dall’armiere e così partì una scheggia di proiettile che fece fuori il povero Brandon. Il film dovettero completarlo con il computer e con la controfigura.
Per una tragica ironia anche Brandon Lee avrebbe dovuto sposarsi dopo la fine della registrazione di quel film.
Un ragazzo americano si è fotografato tutti i giorni, con la stessa posa, dal '98 al 2006. In un video rimette gli scatti tutti in fila. Ecco il risultato.
Su “La Repubblica” sostengono che la battuta di Luttazzi su Ferrara (a causa della quale sarebbe stato sospeso il suo programma “Decameron” su La7 – ndr) sarebbe un plagio di un comico americano.
L’audio del video (se si vede) che sarebbe stato plagiato da Luttazzi è questo:
Il testo del video americano riportato su "Repubblica":
L'attore americano in questione è Bill Hicks e prese di mira Rush Limbaugh, anche lui un commentatore tv conservatore. Ecco le sue parole:
"Speaking of Satan, I was watching Rush Limbaugh the other day. Doesn't Rush Limbaugh remind you of one of those gay guys who likes to lay in a tub while other men pee on him? Am I the only one? Can't you see his fat body in a tub while Reagan, Quayle and Bush just stand around pissing on him? His little piggly wiggly dick can't get hard, 'Uhh... uhh... I can't get hard. Reagan, pee in my mouth!...".
"Limbaugh non ti fa pensare a uno di quei tipi gay a cui piace giacere in una vasca con altri uomini che gli fanno pipì addosso? Sono io l'unico? Non riesci a vedere quel grasso corpo con Reagan, Quayle e Bush che gli fanno la pipì addosso? Il suo piccolo cazzo non diventa duro, 'Uhh, uhh... non mi diventa duro. Reagan, ti piscio in bocca in bocca" .
Leggo su Repubblica.it dei blog che mi avrebbero " smascherato ": la mia battuta su Ferrara si ispira a una celebre battuta di Bill Hicks. Hicks in realtà si ispirava a sua volta a Rabelais, e quando lo accusavano dicendo che la sua non era satira, Hicks replicava:-Neanche Rabelais è satira?- Memore del suo insegnamento, così ho fatto io: a chi ha chiuso il mio programma perchè la mia non era satira, adesso posso dire:- Neanche Hicks e Rabelais sono satira?- :-)
Post scriptum:
la battuta su Ferrara è mia ed è originale perchè il significato di quella battuta è mio ed è originale. Una battuta è più della somma dei suoi componenti. Uffa.
Questa non la sapevo…La Cassazione ha condannato a un anno un fiorentino che aveva creato un indirizzo di posta spacciandosi per un'amica.
ROMA - A questo punto a rischiare la galera sono milioni di italiani. La Cassazione fissa i paletti per regolare il mondo di internet: non ci si può spacciare, creando una mail di posta elettronica falsa, per un’altra persona magari di sesso diverso, ingannando gli utenti della rete: si rischia fino a un anno di reclusione. È quanto affermato dalla Suprema Corte che, con la sentenza n. 46674 ha confermato la condanna per sostituzione di persona nei confronti di un 37enne fiorentino che aveva creato un indirizzo di posta elettronica spacciandosi per una sua amica e intrattenendo sotto mentite spoglie rapporti con gli utenti della rete.
LA SENTENZA - In particolare i giudici della quinta sezione penale nel confermare la violazione dell’articolo 494 del Codice penale hanno precisato che «oggetto della tutela è l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali. E siccome si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia di un determinato destinatario, così il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome». Così ragionando il collegio di legittimità ha ravvisato che in questo caso concreto si configurasse il reato. Il ragazzo si era difeso motivando la possibilità per chiunque di attivare un account di posta elettronica recante un nominativo diverso dal proprio, anche di fantasia. I giudici della quinta sezione penale, pur ammettendo che questo è «pacificamente vero» hanno sottolineato l'esistenza del reato perchè «nel caso in esame il soggetto indotto in errore non è tanto l'ente fornitore del servizio di posta elettronica, quanto piuttosto gli utenti della rete i quali, ritenendo di interloquire con una determinata persona, in realtà inconsapevolmente si sono trovati ad avere a che fare con una persona diversa». La Corte ha evidenziato inoltre che non è affatto irrilevante che i messaggi contenuti nelle e-mail erano spediti non solo da un soggetto diverso da quello che «appariva offrirli» ma per di più era anche di sesso diverso. In altre parole il ragazzo non solo ha recato danno alla persona di cui usava l'identità (la ragazza inoltre aveva iniziato a ricevere anche telefonate da uomini che le chiedevano incontri a scopo sessuale) ma ha ingannato gli utenti e quindi ha leso la fede pubblica, per cui in base all'articolo 494 del Codice penale rischia sino a un anno di carcere.
Mia cuGGina, oggi, mi ha mandato una mail con questo appello e mi ha chiesto di farlo girare. Siccome, mi secca mandarlo in posta a tutta la mia rubrica, chè poi pensano che io mando le catene di Sant’Antonio (chè poi tutti cancellano e nessuno le legge), lo metto qui. Qualcuno, se vuole, copia e incolla il testo e continuerà a far “girare” questa lettera di Alex Zanotelli a Prodi.
Presidente,
ci dia una mano a salvare l’ Africa, già così malmessa, da un nuovo cappio al collo, gli E.P.A.( Economic Partenarship Agreements - Accordi di Partenariato Economico) che dovranno sostituire entro il 31 dicembre 2007 il vecchio Trattato di Cotonou con i paesi impoveriti dell’A.C.P ( Africa- Caraibi-Pacifico ).
Oggi Lei è a Lisbona per il Vertice dei Capi di Stato Africa- Unione Europeo : un appuntamento importante sia perché l’unione Europea non ha mai avuto una seria politica estera verso quel martoriato continente, sia perchéavviene in un momento critico nelle trattative per i negoziati EPA.
Infatti i negoziati che dovevano essere conclusi già a novembre ,sono fortunatamente ancora in alto mare. Sia perché molti Stati africani come gli stati dell’ Africa occidentale (ECOWAS –CEDAO ) sotto pressione dalle organizzazioni contadine si sono rifiutati di firmarli , sia perché le organizzazioni popolari di base europee hanno montato una forte campagna contro gli EPA.
Noi avversiamo con forza l’idea di questi accordi economici centrati su un approccio liberista sotto la spinta dell’ Organizzazione Mondiale del Commercio (W.T.O ) che porterebbero l’Africa alla fame ! Infatti chiedere ai paesi impoveriti di togliere i loro dazi e le tariffe ( mercato libero ), vuol dire obbligare ad aprire le porte al dumping
(sversamento ) europeo dei nostri prodotti agricoli ( un’ agricoltura quella europea sostenuta da 50 miliardi di Euro all’anno! ). Altro che mercato libero!
E Le ricordo che l’ Africa è al 70% agricola !
Le siamo grati, Presidente , perché il governo italiano ha sollevato con forza in sede di Consiglio Europeo la necessità di rivedere l’ approccio negoziale seguito dalla Commissione Europea per il Commercio con l’ Estero. ( E questo grazie soprattutto alla Vice- Ministra degli Esteri, Patrizia Sentinelli ).
Tutto questo è per noi motivo di grande gioia poiché significa che quando la società civile si organizza in rete , a nord come a sud , si ottengono risultati notevoli.Oggi infatti la Commissione Europea per il Commercio , guidata dal laburista inglese P. Mandelson è sotto forte pressione da parte di vari governi europei e da parte di tanti stati africani.Ma Mandelson è deciso a continuare le trattative con i singoli paesi, distruggendo così il principio di trattare con blocchi di stati.
I ricatti da parte dei funzionari di Bruxelles nei confronti dei loro omologhi dei paesi più impoveriti dell’Africa si susseguono in questi giorni nelle segrete stanze dove avvengono i negoziati. C’è in atto anche il ricatto di tagliare gli aiuti europei per coloro che non firmeranno in tempo come documentato ampiamente in testi confidenziali resi di dominio pubblico negli ultimi mesi. E così tanti stati africani si trovano costretti ad accettare un accordo capestro “ad interim” limitato soltanto al commercio dei beni con il rischio di vedere scomparire i termini preferenziali di accesso al mercato europeo di cui hanno goduto fino ad oggi. E il tempo stringe : Mandelson infatti vuol chiudere gli accordi entro il31 dicembre!
Tutto questo è una pura follia che sarà pagata cara dai popoli neri dell’ Africa.
Presidente, noi critichiamo la presenza cinese in Africa , come interessata a fare solo affari . Ma noi Europei siamo forse differenti? Non badiamo anche noi solo a fare affari in Africa?
Noi sentiamo un senso di vergogna nell’essere cittadini di una tale Europa e rappresentati da tali funzionari europei , la cui agenda riflette un’ ideologica liberista fallimentare e intransigente che costerà la vita a milioni di contadini africani.
Presidente, aiuti i suoi pari in Europa a concedere un’alternativa dignitosa a quei governi che non vogliono firmare oggi gli accordi perché sono i loro popoli a chiederglielo con forza. Glielo chiediamo anche noi che in Italia ci siamo dati da fare, dal Forum Mondiale Sociale di Nairobi ( gennaio 2007 ) ad oggi, perché si soprassedesse a questi accordi capestro e non si cedesse alle pressioni del WTO.
Presidente , le chiedo che, in nome del suo amore per il Sogno Europeo , si adoperi da subito, soprattutto a Lisbona , dove ora è , perché i negoziati EPA vengano posticipati per evitare accordi capestro che significheranno tante morti per fame in un’ Africa già strangolata.
Presidente, mi appello alla sua coscienza, alla sua tradizione etica da cui proviene.
Presidente, dato che Lei conosce bene la burocrazia di Bruxelles e ha molte conoscenze nei gangli del potere europeo, Le chiediamo una mano : la deroga di almeno un anno perché sia UE che ACP, possano continuare a dialogare per arrivare a un trattato più giusto e più equo per i paesi impoveriti.
Ci faccia questo dono di Natale ! I poveri lo aspettano!
Si è rotta la caldaia. E fa un freddo cane (cazzo).
Il titolo non c’entra quasi niente. Ma l’ho messo, perché stasera sono andato dai miei. E quando vado dai miei vecchi, provo sempre delle sensazioni tra il caldo e il freddo.
Telefonata con mio padre.
Io: Papà?
Papà: Sì? Chi è?
Io: Ma come “chi è?” Sono io. Tuo figlio!
Papà: Ah, ciao, come stai?
Io: Bene e tu? Posso venirvi a trovare?
Papà: Sì.
Io: Tra cinque minuti sono da voi. Sono già sotto casa vostra.
Ascensore che sale. Campanello che suona. Luce al neon fioca, quasi lampeggiante e triste durante quell'attesa. Un po' d'ansia. Sempre quella. Sempre la stessa, quando sono su quel pianerottolo che mi ha visto ragazzo con i libri di scuola. Mi rivedo correre, sempre di fretta, sempre in ritardo (o, forse, solo con la sensazione di esserlo). Ed ora, ogni volta che sono lì, ho la stessa voglia di correre e di fuggire via. Come allora. Sento i passi di mio padre ciabattare dietro la porta. Rumore di chiavi. Porta che si apre in dentro. Cancello che si apre in fuori (gli chiedo sempre di richiudere tutto, quando vado via, come se questo rumore di ferro, mandate e chiavi mi tranquillizzasse, in qualche modo). Entro. Sento il caldo e i vapori. Odore di cucina e di casa che non mi ha ripreso. Non mi ha voluto e rispedito come un pacco postale al mittente. Bacio-abbraccio una montagna di lana. Lo stringo a me. E' mio padre: una stufa umana. Vecchia e malandata, ora. Ma che non posso più cambiare. Vorrei. Ma non si può tornare indietro. Non si può fermare il tempo. Nè per lui e nè per me. Ora è come se fossi io suo padre e lui fosse mio figlio. E non mi vengono i ricordi di quando lui era così forte, grande e sicuro di sè. Poche parole sempre. Solo il necessario, l'essenziale. Così diverso da mia madre. Tante chiacchiere insulse e poca sostanza. Lui è sempre stato la roccia. Il punto fermo da cui partire. Il faro che ti illumina la strada. Ed io ero e mi sentivo così piccolo e così niente rispetto a lui. No. Ora sono io che lo abbraccio e me lo bacio. E lui chissà che cosa pensa di me? Ed ora che scrivo e riscrivo in questo post, sento lo stesso freddo. Sarà per via della caldaia rotta?
Papà: Sono contento chè sei venuto, siediti, sai che tra un po’ viene anche tuo fratello?
Io: Ah, bene così facciamo la sacra corona famiglia unita…
Papà: Siediti, vuoi mangiare qualcosa?
Io: No, non voglio niente, grazie, pà. Non preoccuparti e poi non trattarmi come se fossi un ospite. Papà, ti devo andare a pagare l’ICI domani? Ricordi?
Papà: Ah, sì.
Arriva mia madre.
Mamma: Ah, ciao, sai che tra un po’ arriva anche tuo fratello? Ha telefonato poco fa.
Io: Sì, me lo ha detto papà. Ma non stava in India?
Mamma: Infatti, sono preoccupata, avrebbe dovuto tornare sabato. Chissà perché ha anticipato…Sarà successo qualcosa?
Io: Mannò…
Passano venti minuti buoni e mio fratello non arriva.
Io: Scusa, papà, ma che ti ha detto?
Papà: Niente, ha detto che stava sotto casa e che tra cinque minuti sarebbe salito.
Io: Papà, ma quante telefonate hai ricevuto?
Papà: Una.
Io: Ma allora ero io al telefono!
Papà: Ah, eri tu? E tuo fratello dove sta?
Io: In India, credo. Non so…
Mamma: Ma allora eri tu al telefono? E io che mi stavo già preoccupando…
Io: Essì…
Squilla il telefono. Era mio fratello dall’India.
Mia madre gli ha chiesto se anche lui deve pagare l’ICI.
Che magnifica giornata ho trascorso oggi…C’erano tanti uccelli…Ammiravo i tetti delle case e la cappella..soprattutto la cappella…che bella la vita quando riesce a ridarti il sorrisch…volevo dire il sorriso…scusate, avevo la bocca impegnata…
Quando si scrive “continua” alla fine di un post si prende come una specie di impegno. Più con sé stessi che con gli altri. Non perchè mi interessi fare un tuffo nel passato per sfuggire il presente. Ecco perchè continuo il racconto delle mie ex ex ex. Mi imbarazza un po' ‘sta cosa di fare il ragazzino fragile e tignoso che ancora rosica per il rifiuto di Lucia e Màrika in seconda media. Non va bene. Poi sembra che sia di queste due donne bimbe che io voglia vendicarmi. Quando poi i migliori analisti dicono sempre che la colpa è della mamma.
A che serve parlare di Domi? Adesso che ha sette figli e a me, invece, per farmi toccare un po’ le tette, mi faceva sudare sette camicie e poi mi dava pure gli schiaffi. E quell’altra? Che pure mi scriveva le poesie al corso? Che fine avrà fatto Caterina? Io che le scrivevo lunghissime lettere d’amore battute a macchina con la mia Olivetti82 e lei che non mi rispondeva mai (nemmeno in forma manoscritta). Machecaz…
Ormai la mia vita sociale è diventata così intensa che nella cassetta delle lettere ha fatto nido un merlo e non mi mettono più nemmeno le offerte dell’Ipercoop. Nella mia e-mail, invece, mi arrivano solo le catene di Sant’Antonio e le offerte di Viagra. Vabbè , che la mia vita sessuale è ridotta sotto i minimi sindacali, ma stì stronzi che mi vogliono dare il Viagra non sanno che servirebbe pure una donna per usarlo? Tra un po’ compirò gli anni. Un'altra decina di giri di boa e mi metto sessualmente in pensione. Così il Viagra non mi servirà più.
Diciamolo, io sono sempre stato uno sfigato con le donne. Le uniche che mi hanno detto di “sì”, sono state quelle che avevano voglia di punirsi. Se torno indietro al passato, tra i miei ricordi di quindicenne, ci sta pure una certa Cristina che conobbi al mare. Fu la mia prima dichiarazione studiata a memoria, per una settimana, parola per parola, gesto per gesto, sguardo per sguardo. Lei si mise a ridere e mi disse che doveva prima chiedere a suo fratello se poteva fidanzarsi con me. Al che, risi di pancia pure io e le chiesi se non era meglio tornare a fare il nostro castello di sabbia a forma di vulcano con il fumo. Poi (sempre quell’estate), ci fu Consuelo, che mi sorrideva dall’altalena. Io mi avvicinai, dissi due fesserie e diventammo grandi amici. Mentre andavamo a farci il bagno, un pomeriggio particolarmente romantico con il sole che calava nel mare, le chiesi se potevo darle un bacio e lei si limitò a dire: “Scordatelo”. Tornato in città, ci provai pure con Cinzia che abitava sul mio pianerottolo, che pure mi sembrava fosse sempre stata disponibile (almeno per il caffè o lo zucchero) e invece mi disse un regolare “no”. A sedici anni, ci fu un vero colpo di sceMa. Lei era molto carina, biondina con gli occhi azzurri e tanti capelli. Si chiamava Paola. Ascoltò con attenzione la mia dichiarazione, rimase zitta e concentrata, riflettendo sulla proposta. Solo dopo tre quarti d’ora di silenzio, mi accorsi che aveva il walkman sulle orecchie e stava ascoltando i Police.
La mia condotta in amore ha sempre dimostrato il mio rincoglionimento totale. Strafatto di frasi come “un rapporto si reinventa ogni giorno”. Sono di quelli che al lunedì dice alla morosa: “Ti amo”, al martedì: “Dobbiamo lasciarci”, al mercoledì: “Facciamo un figlio”. Seguono nell’ordine: “Diventiamo amanti saltuari”, “Compriamo casa assieme”, “Facciamo lo scambio di coppia”, “Non vediamoci mai più” e “Ti amo”. Al che, lei dice: “Ma va’, è di nuovo lunedì?”. Sono di quelli che arriverebbe anche a proporre alla morosa, passando anni a convincerla, di andare in un club privè. Poi, quando finalmente ci sono riuscito, mi sentirei fottere, perché lei commenterebbe: “Che posto squallido”. Anche se lei, nel frattempo, si è fatta due camionisti calabresi ed ha capito alcuni concetti significativi del sesso che prima, grazie a me, le sfuggivano.
A me piaceva tanto quello spot pubblicitario vecchissimo: “Gli incontentabili”, con il mitico Giampiero Albertini che diceva: “Non mi preoccupo”. Sono di quelli a cui non va mai bene niente, lo ammetto, ma non mi preoccupo.
Lasciarsi con la morosa è sempre una cosa tristissima. Essere lasciati è ancora peggio. E’ sempre meglio lasciare che essere scaricati, insomma. Vabbè, questa è una stronzata grossa banalità… è come se uno dicesse che è sempre meglio trombare che farsi i trimoni.… come diceva sempre quello? Una volta si prende e una volta si dà.
In fondo, i diari li hanno inventati per questo, no? Per sfogarsi nei momenti peggiori della vita. E il diario io ce l’ho. E c’ho pure il tormento di questi quattro fornelli a gas che mi bruciano dentro (lo stomaco).
Quando ero un ragazzo, una mia cuGGina più grande, un giorno, mi spiegò che il diario non serve tanto al momento, quanto piuttosto nel momento del bisogno. Vale a dire che il diario servirà da supporto in seguito, quando dovrà fornire un solido valido aiuto per dopo. Fra tre, sei, dieci anni. Quando un’altra lei dovesse eventualmente decidere di farti risoffrire, o di tradirti, oppure decidesse di farti precipitare nella tromba delle scale in quel profondo abisso nero di sofferenza. E' in quel momento che serve davvero il diario! Serve andare a rileggere, dopo molti anni, quello che abbiamo scritto a quindici anni. Non ho mai seguito i consigli di mia cuGGina, purtroppo.
E, allora, infatti, il diario non ce l’avevo. Ma ricordo benissimo quando ho avuto il cuore spezzato. Allora, pensavo che non lo avrei mai avuto più spezzato di così e mai sarebbe stato più doloroso di quel momento.
La mia prima “lasciata” fu una “mai presa”. Nel senso che Lucia non sapeva che io l’amavo da morire molto. L’avevo conosciuta nel mio quartiere. Abitavamo a qualche isolato di distanza. Ed andavamo alle elementari assieme. Però, quando lei tornava a casa, all’uscita di scuola, invece di farsi riaccompagnare da me, preferiva Roberto, un mio compagno di classe molto antipatico (almeno io lo vedevo “molto antipatico”, lei non credo). Così, ero costretto a tornare a casa, triste, sconfitto e solo e, per la delusione e la rabbia, incidevo sulle scale con un chiodo: “Lucia, ti amo, però sei un po’ stronza”. Visto che l’anno scolastico era piuttosto lungo, per variare un po’ il tema, qualche volta scrivevo soltanto “Lucia, ti amo” oppure, altre volte, solo “Sei davvero una stronza”. Credo che fu da allora che il chiodo divenne il simbolo mitologico dell’uomo che non riesce ad avere la donna che ama. Infatti, anche ai giorni nostri, quando una donna ti dà buca, da queste parti, si dice: “Ti ha fatto il chiodo”. Oppure “Ti ha chiodato” (con l’avvento dei moderni utensili domestici, si è poi passati al trapano elettrico “Black and Decker” e ora, infatti, si dice “Ti ha trapanato”). Il problema divenne un serio problema, quando i condomini si lamentarono con i miei, perché occorreva rifare la tinteggiatura della scalinata, a causa delle mie innumerevoli scritte che si erano sovrapposte sulle pareti. Io, ovviamente, negai di amare Lucia. Lei confermò di amare Roberto (la stronza) e il presunto colpevole (io) venne assolto per insufficienza di prove. Così, l’assemblea condominiale decise democraticamente di ripartire equamente la spesa alla voce “Lucia” “rifacimento scale” in base ai parametri della tabella millesimale. Abitando al quinto piano, la spesa della mia famiglia fu un po’ superiore a quella degli altri, ma vabbè…
La mia seconda delusione amorosa fu al primo superiore (alle medie, ci fu un po’ di penuria sessuale, come nei tempi evangelici delle vacche magre). Lei si chiamava Màrika (con l’accento sulla “a”), perché se la chiamavi Marìka (con l’accento sulla “i”), si incazzava come una bestia. Si faceva chiamare così, perché il suo vero nome (Maria Margherita) non le piaceva. In classe, tutti si erano accorti che Marìka (lo scrivo così, per farla incazzare anche ora, se mi legge...ah ah!) mi faceva gli occhi dolci. Tutti tranne me. La cosa iniziò a darmi un po’ di fastidio, devo dire, quando se ne accorsero anche i prof che, per forza, ci volevano interrogare assieme. A me, in realtà, piaceva la sua compagna di banco, Tonia, che però era già fidanzata con uno grande (era “grande”, perché lui l’accompagnava a scuola con la moto). Questa strana circostanza (non la moto, ma Tonia), mi distraeva. Mi impediva di concentrarmi sul vero obiettivo (Màrika). Quando, finalmente, mi rassegnai e quello “grande” (il ragazzo di Tonia) mi disse che se non la smettevo di fare il coglione con la sua ragazza mi avrebbe rotto il culo, allora mi decisi a mollare la presa. Màrìka (a questo punto, di accenti ne metto due, perché se li merita) fu molto carina, perché capì il mio dolore e tentò di consolarmi. Un giorno, lesse sul mio diario scolastico le mie pene d’amore atroci. Avevo scritto, più o meno, così: “Vorrei spezzarmi a una a una le vene giugulari anche se non so di preciso quante ne ho. E comunque non prima di aver squartato le gomme della moto di quel bastardo! Vorrei scomparire, essere inghiottito da una pianta carnivora… Sabato si fa sciopero perché i termosifoni sono sempre rotti e in classe fa troppo freddo (sul diario, annotavo anche i miei impegni sindacali, perché ero rappresentante di classe). Senza T. la vita non ha più senso. So che non amerò più nessuna, che non riuscirò più a studiare una riga, che sarò bocciato o rimandato in tre materie. Anche perché la prof. di matematica non mi capisce… Una sofferenza così…”eccetera eccetera. Capii che Màrika aveva letto, perché, in fondo alla pagina, mi disegnò un cuoricino con un pennarello rosso con una “emme” dentro e una freccia da pellerossa che lo trafiggeva. All’inizio, in verità, pensai che era stato quello scemo di Mastronunzio che faceva sempre gli scherzi stupidi. Ma alla prova grafologica Mastronunzio risultò negativo e quindi, esclusa la Manzillotti (chè si diceva fosse lesbica), capii che era stata Màrika. La cosa andò un po’ per le lunghe, troppo per le lunghe, perché quando mi decisi a chiedere a Marìka se voleva mettersi con me (glielo chiesi ad un’assemblea di istituto, durante una pausa), quella si era già stufata e mi disse che, le dispiaceva ma, si era già messa con un altro.
Nel motore di un’auto a benzina non si può mettere il diesel, neanche per sbaglio, per il semplice motivo che la pompa del gasolio è troppo grossa e, quindi, non riesce ad entrare nel collo del serbatoio…Nemmeno se insisti.
Il contrario, invece, può accadere. A me, infatti, è successo…
E’ incredibile pensare che da una semplice pompa ti crolli tutto il distributore. E’ logico, però, prevedere che poi il motore si ingolfi in entrambi i casi.
Il Ministero della SanitàSalute sta promuovendo una campagna pubblicitaria informativa sull’uso del preservativo contro l’AIDS.
Lo spot che ho messo sotto non è quello che vede come testimonial Ambra Angiolini, né quello fatto dalla regista Francesca Archibugi. Però, è più divertente.