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sabato, marzo 29, 2008

Con l’ora legale, sento pure l’odore della Primavera.
Sto in menopausa.
Questo blog resta aperto perché ho messo a stendere i panni.Così, si asciugano prima.
Mi piace sentire quel buon profumo di bucato...
PS: Voi lo usate Coccolino?
Trimonato da BaroneAgamennone | 11:46
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Odio Vasco Rossi.
Sì, è vero. Lo dico da sempre. A me, Vasco sta sul cazzo. Ma davvero pure tu, nuv, mi hai rotto le palle. Non capisci una mazza di niente di quello che ti dico e che cerco di spiegarti. Mai. Parti in quarta come quel tir che, mentre frenava, mi stava ammazzando l’altro giorno. Io capisco la gelosia, la capisco benissimo, perché sono geloso da matti anche io di te. Ma tu pensi sempre che nella mia testa ci sia qualcun’altra. O che inciuci con altre donne. In realtà, nella mia testa, nel mio cuore, dentro il mio cazzo, in quell’anima che ho (se ce l’ho) ci sei sempre e soltanto tu. Ma se questo non lo capisci, se non riesci a capirlo nemmeno quando te lo dico, allora, non posso farci niente. E non è colpa mia. Spero solo di dimenticarti presto.
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:10
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martedì, marzo 25, 2008
Identità di Vincenzo Cerami
Cosa significa smarrirsi? Viviamo in un tempo confuso, stralunato. Non sappiamo chi siamo. Pare che la causa del delirio sia la nostra società, divenuta indistinta e omogeneizzata. Il sentimento di mancanza d’IDENTITÀ (è la parola di oggi) ci fa somigliare all’innamorato che non capisce più niente. Nell’amore, infatti, il rischio di perdere se stessi è fatale: da sempre chi "sbrocca" per amore è un fantasma che insegue come un automa l’altra metà della sua vita. Noi, nel Duemila, siamo "sbroccati" senza essere innamorati. Ci domandiamo chi siamo.
In proposito vengono in mente i rami intrecciati della quercia che dalla tomba di Tristano, traversato il tetto della cappella, ricadono sulla tomba di Isotta. La loro storia ebbe gli stessi intrighi. Tristano, dicono i più, fu mortalmente ferito da un nemico chiamato anch’egli Tristano. E mentre, morente, aspettava che giungesse la sua Isotta, l’irlandese dalle chiome d’oro, arrivò in sua vece la legittima moglie Isotta, la bretone dalle bianche mani, che egli non amava ormai più da tanto tempo.
Finalmente irruppe la bionda innamorata, ma lo trovò morto. E morì anche lei, di crepacuore, baciandolo sulla bocca. Tanto strazio del cuore ci ricorda che tra le canzuni baresi de lo tiempo antiquo si può trovare questo ritornello: «Mamma, mamma… chiudi la porta, non voglio vedere più nessuno. Faccio finta che sono morta per far piangere qualcuno».
Non sappiamo quanto hanno in comune il non-essere nell'amore e la carenza d'identità nella globalizzazione. Comunque è meglio essere smarriti in due che da soli.
Pubblicato il: 24/3/2008 su l’Unità.it
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:18
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Come si cambia…
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:11
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Lo spettacolo (innanzitutto).
Nella triste storia di Alfredino (il bambino caduto nel pozzo di Vermicino), in questa immagine del tiggì dell’epoca, la cosa che mi fa più impressione sono quei due giornalisti che prendono la madre per un gomito (mentre sta di spalle e parla disperata con uno dei soccorritori) e la costringono a farla girare verso le telecamere…
ALFREDO - Baustelle
Un pezzetto bello tondo di cielo d’estate sta
sopra di me.
Non ci credo.
Lo vedo restringersi.
Conto le stelle.
Ora.
Sento tutte queste voci.
Tutta questa gente ha già capito che
ho sbagliato.
Sono scivolato.
Son caduto dentro il buco.
Bravi, son venuti subito.
Son stato stupido.
Ma sono qua gli aiuti.
Quelli dei pompieri.
I carabinieri.
Intanto Dio guardava il Figlio Suo.
E in onda lo mandò.
A Woytila e alla P2.
A tutti lo indicò.
A Cossiga e alla Dc.
A BR e Platini.
A Repubblica e alla Rai.
La morte ricordò.
Scivolo nel fango gelido.
Il cielo è un punto.
Non lo vedo più.
L’Uomo Ragno mi ha tirato un polso.
Si è spezzato l’osso.
Ora.
Dormo oppure sto sognando,
perché parlo ma la voce non è mia.
Dico Ave Maria.
Che bimbo stupido.
Piena di grazia.
Mamma.
Padre Nostro.
Con la terra in bocca.
Non respiro.
La tua volontà
sia fatta.
Non ricordo bene.
Ho paura.
Sei nei cieli.
E Lui guardava il Figlio Suo.
In diretta lo mandò.
A Woytila e alla P2.
A tutti lo mostrò.
A Forlani e alla Dc.
A Pertini e Platini.
A chi mai dentro di sé il Vuoto misurò.
Baustelle, Amen (2008)
Trimonato da BaroneAgamennone | 19:44
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sabato, marzo 22, 2008
è bello avere
la testa tra le nuvole
quando hai i piedi
nella giusta direzione.
scopriti più sicuro.
scopriti più nokia
Nokia 6110
il Navigator
Trimonato da BaroneAgamennone | 15:47
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venerdì, marzo 21, 2008
Se Enrico Ghezzi su raitre ha inventato l’asincrono, in cui la voce non coincide con le immagini (o viceversa), allora Joe Cocker ha reinventato i Beatles...
Trimonato da BaroneAgamennone | 21:26
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Nessun dorma? Seee, magari…
Trimonato da BaroneAgamennone | 21:20
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Come si usava dire (una volta) nelle radio (libere).
Da doretta a nuvola con tanto (ma tanto ) affetto…E’ così che nascono i nuovi amori…
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:05
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martedì, marzo 18, 2008

Ciao, Ninni.
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:02
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lunedì, marzo 17, 2008
Oggi, alla radio, ho sentito per la prima volta questa canzone dei Negroamaro e, a tratti, mi venivano dei brividi che mi facevano accapponare la pelle…
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:21
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mercoledì, marzo 12, 2008
Evolution of dance.
Un po’ di tempo fa, dopo un corso sulla comunicazione, mi venne in mente di parlare del linguaggio. Delle parole, soprattutto. Di come siano legate alla storia. Ma anche di come vengano condizionate (costrette) dalle relazioni che abbiamo con gli altri. Guardando questo video, invece, non mi sembra che la danza sia molto cambiata. O forse sono io che non me ne accorgo. Forse il tipo che balla dovrebbe semplicemente cambiare abito…E’ l’abito che fa la musica? Come al monaco? I gesti non bastano più.
Trimonato da BaroneAgamennone | 22:10
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Colours
Giallo
Itterico, sole giallo come un girasole
Sorriso luminoso di qualcuno che ti guarda
Verde
Prato, campagna dentro l’orto, pace profonda e profumo
Marrone
Cacca di cane, scarpe sporche, il calore di un camino acceso
Blu
Mare, onde che sommergono e soffocano
Fucsia
Bambole con i vestitini, decorazioni su una torta
Rosso
Amore, cuore, sangue, tante rose mandate ad una donna che si ama
Beige
Una maglietta intima che non metto mai
Sabbia calda
Il colore della fine qual è? Il nero, forse. O il bianco.
Trimonato da BaroneAgamennone | 00:12
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lunedì, marzo 10, 2008
Rapid Eye Movement.
Il primo aprile, uscirà il prossimo album di Michael Stipe e della sua band: i R.E.M. Alla radio stanno già passando il singolo “Supernatural superserious”, un pezzo estremamente rock, lontano dalle delicatezze solite del gruppo statunitense. Su YouTube si può trovare il videoclip che hanno girato in un negozio di biancheria intima.
Il pezzo che ho messo in sottofondo sul blog è quello che dà il titolo all’album: “Accelerate”. Si sente malissimo, lo so, ma visto che in Italia uscirà solo il prossimo mese, è davvero un’anteprima.
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:29
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domenica, marzo 09, 2008
Mi sono scocciato di essere sempre incazzato e nervoso. In atteggiamento di difesa bellica. Non cerco nessuna felicità. E nessuna guerra. Voglio soltanto stare rilassato e in pace con il mondo intero. Questo blog torna in modalità peace & love. Ma non rompetemi più i coglioni, per favore.
Trimonato da BaroneAgamennone | 12:02
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sabato, marzo 08, 2008

Cocca-oca. Coca-cola. Cocchina cara.
Io potrei averlo un uomo, oppure no. Chi lo sa? Io sono solo? Forse sì, forse no, chissà chi lo sa? L’uccellin della campagna, forse, un giorno, ce lo dirà…
Io non lo dico certo qui se mi sono sfidanzato & rifidanzato. Lo troverete pubblicato su “Oggi” o su “Gente”. Magari sulla “Gazzetta Ufficiale”. Ma certamente non qui.
Io non faccio come certi mariti. La botte piena e la moglie ubriaca. Mentre lui se la spassa, caldo e affettuoso, in un pomeriggio noioso (che non ha un cazzo da fà), lui le consiglia di spassarsela e di lasciar perdere le cose inutili, noiose e lunghe. E lei, nel frattempo, per contraccambiare, gli consiglia di spassarsela. Magari gli passa pure qualche numero di telefono. E, in effetti, sia lui che lei se la spassano alla grande. Lei pure nella piazzola di una pompa di benzina.
Io ho smesso di parlare da tempo delle mie cose private ed intime. Non ve lo dico solo per discrezione. Ho un tumore al seno, ma passerà. Non vi preoccupate. Un giorno tornerò. Con le tette rifatte, però.
Stasera, pensavo di portarmi a letto uno conosciuto in un pub. Ma nell’oscuro segreto della sagrestia di un vescovo, mentre ne parlavo, a me, sembrava una persona tanto per bene. Tranne quando mi ha preso la mano e me l'ha poggiata sul suo pene eretto. Io, ovviamente, mi sono messo a ridere o a piangere (ora non mi ricordo bene). Ma era alto, bello, ricco (soprattutto libero) quasi coerente come il Tettamanzi. Come Fini, come Berlusconi e come Casini che parlano (convintissimi) della blasfemia delle separazioni e delle famiglie di fatto. Ne parlano con molta discrezione e tatto (proprio come il Tettamanzi), mentre lasciano mogli e figli, si separano e trombano allegramente in secondo letto. Sollevando la toga color porpora in un confessionale. Tirando fuori un libricino di barzellette su Totti durante l’intervallo tra la coerenza e la contraddizione. Tanto per farci su due risate.
Con rispetto e discrezione (mumble mumble) torno a fare il mio lavoro solito: spiare i commenti anonimi sui blog (poi li pubblico qui, appena li scovo). Basta bugie è troppo da vili. Ciao. Grazie, prego, scusi, tornerò.
Barone
Trimonato da BaroneAgamennone | 19:50
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Madò, emmenomale che hai chiuso il blog! Sembra che tu stia scolpendo le dieci tavole di Mosè...
Trimonato da BaroneAgamennone | 02:38
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giovedì, marzo 06, 2008
Un’onda grande. Ma davvero grande grande grande. Grande, insomma.
Vi ricordate lo tsumani? Ecco, quello. Uno sta in spiaggia a prendere il sole e arriva la tempesta. Inaspettata. Impensabile. Ma arriva, con il suo vento carico di morte e di distruzione. In vacanza non ci si aspetta la fine.
Grazie, nuvola, ci sei riuscita. La tua capacità distruttiva è incredibile. Arrivi dove nessuna mente umana diabolica arriva. Quella tua arroganza, quella tua aggressività. Rivendicando quello che non sta scritto da nessuna parte. In nessun libro. In nessun codice. Quella stessa libertà di pensiero e di movimenti che tu rivendichi per te stessa sempre, è la stessa che neghi agli altri. Quel tuo modo di essere pervicacemente invasiva, fingendo di essere la vera vittima dei destini umani del globo terrestre. Lamentandoti, poi, di essere stata violentata dallo stupratore di Boston.
Arrivi con il tuo carico di chiacchiere insulse e poi ti incazzi se qualcuno ti risponde o ti prende per il culo. Aveva ragione quella pazza che ti ha incontrato per un minuto in un commento e poi ti ha aperto un blog, dedicandotelo, per farti capire che non puoi investire come un tir autosnodato, se qualcuno non ti ha raccolto il fazzoletto, mentre le sputavi sul viso.
Non puoi avere sempre ragione tu. Non puoi rivendicare sempre diritti, se quegli stessi diritti non sai riconoscerli a nessuno che non ti bacia la pantofola.
Riesci a ferire sempre le persone sensibili. Con me non ci sei riuscita, tranne qualche volta. Ma io ormai ti conosco. Non ci casco più. Con altri ci riesci benissimo. E questo mi dispiace. Mi dispiace per te che non riesci a capire mai quando è arrivato il momento ed il motivo di smetterla e mi dispiace per chi viene travolto dalla tua irruenza da panzer bellico.
Il problema di questo mondo è che siamo troppo deboli. Troppo fragili...
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:32
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Sogni d’oro.
Ci sono giornate fredde e piene di pioggia, con il cielo plumbeo, in cui non ho voglia di fare nulla. Nemmeno di uscire. Mi piace oziare tutto il giorno. Questa è una di quelle.
Mi piace dormire…
Sì, va bene, però, ci sta questo qui che a me non mi vede proprio…
Trimonato da BaroneAgamennone | 19:33
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Io ostento, tu ostenti, noi ostentiamo.
#1 09:37, 06 marzo, 2008
siete davvero ridicoli, sapete? fate ridere, dico davvero. tutti quanti.
cosa volete fare, ostentare?
MentaPiperita
#2 09:53, 06 marzo, 2008
ma come ti permetti?
barone, che sei diventato lo zimbello del web, beh
ostentate ostentate pure, a me fate ridere.
ostentare tutto questo ridicolume
bar. se vuoi evitare prossime incursioni, evita di ostentare
MentaPiperita
#3 09:54, 06 marzo, 2008
la responsabilità è sua. soltanto sua.
perciò ostenta pure, mio caro barone.
che ridicoli.
ostentare per ingannare
MentaPiperita
#4 10:17, 06 marzo, 2008
almeno abbi il buon gusto di tenere le tue porcherie nel vostro blog privato e smettila di ostentare
MentaPiperita
infine. oggi ho la biopsia bar.
Trimonato da BaroneAgamennone | 11:44
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Cuore blu.
In principio la vita dell'uomo era regolata da due fattori: la notte e il giorno, l'oscurità e la luce.
Nella notte l'uomo fermava ogni azione, si rifugiava nella sua caverna e si avvolgeva nella sua pelliccia, aspettando l'alba. All'arrivo del giorno ricominciava ad agire, si metteva di nuovo in viaggio, alla ricerca di cibo.
La notte portava passività, immobilità, calma. Il giorno portava con sè la possibilità dell'azione, l'energia, lo stimolo. I colori che rappresentano questi due ambienti sono il blu scuro del cielo notturno e il giallo lucente della luce del giorno.
Il blu scuro rappresenta la completa calma, porta alla tranquillità, alla soddisfazione di essere in pace, alla gratificazione libera da tensione. Così, il blu rappresenta i legami che si sviluppano intorno a sè, l'unificazione e il senso di appartenenza.
Il blu è la lealtà, la profondità dei sentimenti, la vulnerabilità. E' empatia, esperienza estetica e acutezza meditativa.
Schelling usa il simbolismo del blu puro nella sua "Filosofia dell'arte" quando dice: "Il silenzio è la più giusta condizione della bellezza, come la pace del mare calmo".
Il blu corrisponde simbolicamente all'acqua calma, al temperamento quieto, alla femminilità. La sua percezione sensoriale è la dolcezza, il suo contenuto emotivo è la tenerezza, l'amore, l'intimo affetto.
Ha profondità e pienezza e rappresenta gioia e soddisfazione. E' la soddisfazione dei più alti ideali dell'umanità, dell'unione con Geo, la madre terra.
Il blu è il vero, la fiducia, la dedizione, la resa e la devozione, i valori durevoli.
L'eternità dell'amore.
Dor
Trimonato da BaroneAgamennone | 02:08
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martedì, marzo 04, 2008
Si apre (e si apra) la campagna elettorale…













 























Trimonato da BaroneAgamennone | 20:59
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Se epi leggesse ancora questo blog, forse, potrebbe riuscire a spiegarmi perché la pasta al burro negli ospedali mette tristezza e i tortellini con il sugo rosso, invece, no. Pare che mettano quasi allegria all’ospedalizzato…In fondo, deve esserci una specie di disposizione benevola dell'anima nei confronti dei colori...
Trimonato da BaroneAgamennone | 00:12
| commenti (5)
lunedì, marzo 03, 2008
One - U2
Is it getting better?
Or do you feel the same?
Will it make it easier on you now?
You got someone to blame
You say
One love
One life
When it's one need
In the night
One love
We get to share it
Leaves you baby if you
Don't care for it
Did I disappoint you?
Or leave a bad taste in your mouth?
You act like you never had love
And you want me to go without
Well it's
Too late
Tonight
To drag the past out into the light
We're one, but we're not the same
We get to
Carry each other
Carry each other
One
Have you come here for forgiveness?
Have you come to raise the dead?
Have you come here to play Jesus?
To the lepers in your head
Did I ask too much?
More than a lot?
You gave me nothing,
Now it's all I got
We're one
But we're not the same
Well we
Hurt each other
Then we do it again
You say
Love is a temple
Love a higher law
Love is a temple
Love the higher law
You ask me to enter
But then you make me crawl
And I can't be holding on
To what you got
When all you got is hurt
One love
One blood
One life
You got to do what you should
One life
With each other
Sisters
Brothers
One life
But we're not the same
We get to
Carry each other
Carry each other
One
One
Uno
Ti senti meglio ?
o ti senti uguale ?
diventerà più facile per te ora?
ora che hai qualcuno da odiare
Tu dici
un amore
una vita
quando è solo un bisogno
nella notte
é un amore
che dobbiamo condividere
che ti lascia
se tu non te ne preoccupi
Ti ho deluso?
o ti è rimasto l'amaro in bocca?
ti comporti come se non fossi mai stata amata
e vuoi che io ne faccia a meno
bene, è troppo tardi
questa notte
per tirare in ballo il passato
per portarlo alla luce
noi siamo uno,
ma non siamo più gli stessi
Sei venuta a chiedere perdono?
sei venuta a riportare in vita ciò che è morto?
sei venuta qui per comportarti come Gesù?
verso i lebbrosi che pensi di avere nella tua testa?
Chiedo troppo?
più di quanto sia dovuto?
Tu mi hai dato niente
ed ora è tutto ciò che ho
noi siamo una cosa sola
ma non siamo più gli stessi
ci feriamo a vicenda
e poi lo rifacciamo ancora
Tu dici
l'amore è un tempio
l'amore è la più nobile delle leggi
l'amore è un tempio
l'amore è la più nobile delle leggi
mi hai chiesto di avvicinarmi
ma poi mi hai fatto strisciare
ed io non potevo continuare a sopportare
il modo in cui ti comporti
se l'unico modo che conosci è ferire
Un amore
un solo sangue
una vita
devi fare ciò che devi
una vita
insieme
come sorelle
come fratelli
una vita
ma noi non siamo più gli stessi
Trimonato da BaroneAgamennone | 20:26
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sabato, marzo 01, 2008

Carissima Nuvola,
ho letto il tuo ultimo post pieno di stizza, ripicca, veleno e risentimento. Da vera guardona curiosa che spia dal buco della serratura per cercare di capire come proseguono le vite altrui. Ora spero che tu sia soddisfatta.
Spero che tu sia contenta di esserti intrufolata nella mia vita privata e di aver scoperto quello che speravi di scoprire. Ti ha sorpreso? Stupito? Che ti aspettavi? Me lo hai detto proprio tu. In quelle lunghissime mail piene di ottimismo da Toro forzuto. Uno deve andare avanti. Lo deve fare perché non nasciamo oggi e non si muore in un solo momento.
Visto che ormai abbiamo messo il filo spinato dentro di noi (oltre che qui dentro e fuori di noi stessi), credo sia arrivato il momento – per me - di postare, quello che ho scritto, tempo fa, su di te e per te, ma che non ho mai avuto il coraggio di dire. Per rispetto di noi e della nostra bella storia d’amore.
Io la porcata che hai fatto oggi, non ho avuto il coraggio di farla, ieri, a suo tempo, quando hai giocato sporco tu con me. Mentre eravamo assieme. Ma tu sì, lo hai fatto. Non ci hai pensato nemmeno un minuto a tentare di tradirmi.
Ora. hai dimenticato e perso anche il rispetto dell’altro. Di me. Lo hai perso quel rispetto, nuv. Lo hai perso perché non senti più in mano lo scettro del comando e del controllo. Anche se hai sempre detto che quel potere ce lo avevo io. In realtà, volevi averlo tu. Forse, era questo il nostro vero problema. Tu vuoi sempre decidere tutto della tua vita, ma anche della vita degli altri, non riesci a capire che arriva il momento in cui gli altri possono decidere della propria.Indipendentemente da te.
Ti arrabbi perché ti senti presa in giro. Ma mi viene il sospetto che non hai mai avuto, salvo che in rari momenti, la sensazione che sia tu a prendere in giro gli altri. Non lo capisci perché ti senti coerente. Onesta. Decisa. Ferma nelle tue decisioni che riguardano la salvaguardia del tuo benessere. Ma hai pensato che quando pensi al tuo benessere non pensi più a quello degli altri? Quando dici che una storia è finita e che hai il diritto di andare oltre a cercare l’abbraccio umano altrui, lo senti legittimo. Io questo l’ho capito. Ti ho dato persino ragione. Sei tu che non capisci che quell’abbraccio caldo lo cerchiamo tutti. Anche io lo cerco. E credo di avere il diritto di averlo come ce lo hai tu.
Ora sembri aver perso ogni ritegno. Eppure ti assicuro che quel ritegno serve. Non tanto per rispetto delle mie cose personali. Ma per la tua dignità di donna che crede di essere sempre forte e coerente con le sue idee. Questa lettera che leggi qui sotto l’ho scritta il giorno in cui ti sei portata a casa uno sconosciuto. Allora non sapevo ancora che, in seguito, andasti a casa sua per tentare di farci una trombata cic tù cic.
Non me ne volere, nuvoletta. Ma tu ci hai provato a fare sesso "sporco" con un altro. Io ancora no. Non ancora, almeno. Ma spero che mi accada presto. Senza di te.
domenica 02/12/2007 – 06.15
Forse il dolore e la rabbia sono le molle che più mi ingiungono di scrivere. Spero che scrivendo, un po’ di questo dolore a forma di cuore sgonfio malessere misto a rabbia si plachino e poi passino. E che male ci potrà mai fare la lettura di una lettera? Anche il nemico legge gli scritti inviatigli dal nemico. Dovrebbe essere così. In genere, è così. Ma, in realtà, non so se mi piacerà scrivere quello che sto per scrivere. Non so nemmeno se piacerà a te leggermi qui. Ma dovrai leggermi fino in fondo ugualmente. Se un giorno passerai ancora di qui, non riuscirai a smettere di leggere. Perché tu sai che sto parlando a te e di noi. Non puoi impedirmi di scrivere. Così come io non riesco ad evitare di pensare a quello che sto pensando di scrivere. Questa lettera è una di quelle tante che non ho mai spedito. E, come tutte le cose mai dette, dirà quello che ho immaginato. E dirà la verità. Certo, è una verità che appartiene a me, ma in ogni singola verità c’è una parte che appartiene a tutti, una volta pronunciata. Quindi, appartiene anche a te.
Magari ti irriterà leggermi qui e non nella tua posta personale o in un sms o in una telefonata. Ma sai come vanno a finire i nostri sms e le nostre telefonate…O forse penserai che la mia è solo voglia di ostentare i miei sentimenti o di esibirmi sul blog. Qualunque sia il motivo che mi spinge a scrivere qui, lasciami almeno questa ultima piccola rivincita, visto che mi ha sempre dato fastidio leggere, pubblicati da te, i cazzi miei, senza il mio consenso, solo per dispetto, ripicca e vendetta. Ma se questo non è grave: che male potrà mai farti la lettura di una lettera? Fai conto che il titolo di questa lettera sia il titolo di questa canzone che sto ascoltando adesso (“Letter to myself”; poi, ho messo “Serve to the Ego” e poi ho cambiato altre cinque-sei volte).
Certo, questa lettera potrà fare male, ma meno di quello che ho provato io, stanotte, mentre pensavo che ti portavi a casa un altro. Stavo per dire “a letto”. Ma poi mi sono corretto. In fondo, quando un uomo entra per la prima volta in casa di una donna, tra le tante cose che trova, mentre gira tra le stanze, guarda anche il suo letto. Lo guarda e pensa: “chissà come farà l’amore questa donna?”. Magari si chiede da quale parte lei dorma (se a destra o a sinistra). Tu dormi a destra. Ma è normale, per una donna di destra dormire su quel lato.
Ho immaginato voi due a letto, senza vedervi. Ero una specie di guardone a distanza, con il cannocchiale lungo della fantasia. Ho immaginato la tua voce al buio, il tuo sguardo, i tuoi capelli. Ti ho immaginata bagnata tra le gambe. Quella voglia che sa solo di sesso. Ho immaginato quella stanza da letto. Non credo che l’abbiate fatto in cucina o sul divano. Oddio, forse sì, tutto può succedere, dopo tanta “astinenza”... Ho immaginato una bottiglia di vino stappata, i bicchieri sul tavolo, le mani che cercano le sigarette, il colore dei tuoi occhi mentre guardano al buio. Le risate, le confidenze e le chiacchiere che si esauriscono, quando arriva quel momento in cui bisogna decidere se lui dormirà sul divano al piano di sopra o nel tuo letto al piano di sotto. Lui che si fa avanti e tu non sai se respingerlo. Forse, ci provi anche, ma quell”astinenza” preme e i tuoi gesti sono poco convinti… Non sono serviti a nulla, in quel momento, quei due-tre milioni di parole d’amore che ci siamo scritti e detti in questi ultimi anni. Non sarebbero serviti a nulla nemmeno se te li fossi ricordati. Sarebbero serviti solo a farci cadere sopra delle lacrime. Forse, volevi provare a vedere come si sta “dopo”. Forse, sono io che ti concedo tanti scrupoli e magari ti volevi proprio togliere uno sfizio. E, anche ora, mentre io mi straccio i maroni di cazzate, voi due state facendo i grilli che saltano allegri sul letto. E io (coglione), stanotte, vedevo solo gocce di vino che diventano gocce di sperma. E cenere di sigarette che diventava la cenere del nostro amore. Vedevo le sue mani che si allungavano sotto i tuoi vestiti. E morivo di gelosia. Morivo di dolore…Ma non era un dolore che urlava… era un pugno secco allo stomaco che ti stende e ti lascia per terra.
Non so come le donne scelgano gli uomini. Non so come decidano che a quello sì, e all’altro invece no. Alcune scelgono in base a puri e semplici criteri estetici. Altre scelgono per la simpatia. Ho sentito tantissime donne dire di un uomo: “mi fa ridere”. Che strano pensare che dopo tanto ridere, si possa trovare la nota tragica dell’amore. Anche nel sesso ci può essere tenerezza e ruvidità. L’amore e il sesso sanno travestirsi, convincerti di essere qualcos’altro.
Tutto questo si rivela a distanza di anni, in gesti che credevi di avere rimosso, in lacrime che pensavi di aver perduto, in volti che credevi di poter dimenticare. E ogni volta, diventa qualcosa di diverso dalla prima volta.
Anche quando ti sveglierai, domani, e troverai al tuo fianco quell’uomo tra le lenzuola del tuo letto, mentre dorme, penserai chissà chi cazzo è questo? E che cosa diventerà? E’ questo il momento più terrificante di ogni incontro d’amore. Che duri una notte oppure anni, l’inizio è comunque sempre spaventoso. Dimenticherai il momento in cui ti sei abbandonata a lui, o forse cercherai di scoprire qualcosa di lui – forse tutto – e lui farà lo stesso con te. Ma ancora non sai niente di lui. E neppure lui sa niente di te. Ma saranno momenti belli. O brutti? Dimmelo tu.
Ad un certo punto, agli inizi di una storia d’amore che duri un po’ più di una notte, ci si racconta dei propri padri e delle proprie madri, dei fratelli e delle sorelle (se ci sono). Accade sempre. E’ inevitabile. Il carattere di famiglia. I nonni, gli antenati, indietro fin dove si riesce a risalire. A entrare nel passato e nella vita dell’altro. Magari non gli dirai che passi ore a scrivere commenti da matta sul mio blog. O che ti diverti a scassare la minkia al prossimo, a triturare le palle a tutte quelle blogger che passano di qui e si avvicinano un po’ troppo, più che a me, ad invadere quello spazio di territorio che hai delimitato con il tuo odore e i tuoi umori. Come fanno i tuoi cani, quando vanno a pisciare.
Che farai poi? Metterai l’accappatoio azzurro dopo la doccia? Ti farai un caffè? Fumerai una sigaretta? Aspetterai che lui si alzi? E mentre penserai a come dirmelo e se è meglio non dirmelo, lui ti chiamerà tra le lenzuola per averti di nuovo? Quella che pensavo, stanotte, eri tu, lì, in quel letto, dietro quella porta chiusa, il tuo corpo sopra o sotto le lenzuola. Nuda oppure svestita. Levarsi i vestiti, toccarsi è la parte più facile. Affrontare la possibilità del piacere è un rischio che la carne ci spinge a fare. Scoprire la disillusione è molto più difficile.
Sono giornate di freddo terribili. Lo erano anche tutte le volte che sei salita sopra quel treno che ti riportava alla tua vita.
E lui? Com’è lui? Che sia bello, ricco e intelligente (e soprattutto “libero”), me lo hai già detto. E’ venuto con la valigia? Aveva lo spazzolino da denti? Rasoio e schiuma da barba? Mutande e calze di ricambio? Un tagliaunghie? Chissà se si sarà chiesto quanti uomini hai avuto in quel letto? Ti ha chiesto di tuo marito? Hai notato se aveva già i profilattici? Se li aveva pronti all’uso in tasca, penso che una mezza idea di scoparti già se l’era fatta prima di incontrarti. Salvo che non se li porti sempre con sé, anche quando va a messa, a giocare a tennis o a lavare l’auto all’autolavaggio.
Quanti suoni diversi sono stati prodotti nel corso del tempo nello spazio sonoro di quelle tue pareti? I letti e le stanze sono come la nostra vita: stratificazioni di materiali diversi che puntualmente qualcuno, il giorno dopo, magari una cameriera del Tobogo, viene a raccogliere, spolverare, spostare, rimuovere.
Così, ogni mattina, la stanza torna ad essere neutra e impersonale. Come una stanza d’albergo. Con quei suoni di docce, radio o televisioni che provengono dalla stanza accanto, squilli di telefono, parole ovattate dalla notte e svegliate dal giorno, odori di moquette bruciacchiata da cicche di sigarette e ascensori che ripartono con un campanello che suona. Chissà se stamattina hai trovato nel tuo letto uno sconosciuto. Come quelli che trovi nei corridoi o all’ora della prima colazione nella sala di un albergo. Separati da sottili pareti di cartongesso. Vicini, contigui, quasi pelle contro pelle, ma senza sapere nulla gli uni degli altri, nemmeno il loro nome, senza sapere nemmeno che faccia hanno. Oppure incrociandoli nella hall, sapendo che quei visi non li ritroveremo più per il resto della nostra vita.
Scommetto che mi dirai che è stato solo sesso. Una notte di sfogo e di follia. Come se una ferita aiutasse a sopportare meglio la morte. Oppure mi dirai che una donna come te non può stare tre mesi senza fare l’amore. Una volta ne conobbi una che mi disse che per lei potevano passare anche due anni senza fare l’amore e non avrebbe fatto nessuna differenza. Certo, ognuno è diverso dall’altro. Anche gli ormoni non devono essere uguali. Io, ad esempio, vado avanti a trimoni. Chissà se lui è entrato nella tua casa e nella tua vita pensando di uscirne il giorno dopo il più in fretta possibile con la scusa che aveva da sistemare il serbatoio della sua auto. Oppure, appena varcata la soglia si è tramutato in una comparsa, l’archetipo di una storia. Come un portiere di notte. Gli inizi raccontano già tutto, a saperli e volerli guardare.
Gli amanti vorrebbero sparire carne nella carne, pensieri dentro pensieri, vorrebbero diventare e farsi liquidi e invece diventano di sasso. O di sesso. Hanno però la libertà di potersi sempre girare da un’altra parte e cominciare a camminare senza voltarsi indietro mai più. Chiudendosi la porta alle spalle.
Eravamo amanti anche noi. Ricordi? Poi sembrava diventata una storia d’amore. Forse lo è stata davvero. Guardavamo avanti, e non indietro, c’erano speranze, e la promessa di altri giorni che sarebbero venuti dopo quelli. Sembravamo un libro aperto a metà.
Quand’è stato il momento preciso nel quale abbiamo iniziato ad odiarci, a farci del male? Quando ci siamo resi conto che non c’era futuro, forse. Che non c’erano speranze. Non c’è un momento preciso, è uno stillicidio di momenti. Quando avevi deciso di venire a vivere qui e io ho detto che era meglio di no? Quando hai capito che io non mi sarei mai trasferito da te? Quando hai capito che non poteva esserci un “noi”. Ma solo un “tu”. O solo un “io”. O solo un Me + Te, un Io + Tu. Scostanti, improvvisati, con momenti fatti di attimi rubati al tempo. E’ il progetto a contare, la costruzione, come i materiali poggiano gli uni sugli altri, come si amalgamano. Quando si aprono quelle distanze terribili e infinite tra due persone, sembrano voragini assurde, terra spaccata da un terremoto. Quelle crepe così profonde che a sporgersi e a guardarci dentro, non riesci a vedere altro che nero e buio. Arrivati a quel punto quel progetto d’amore crolla, come se fosse stato costruito in cemento armato, ma avesse i piedi di argilla che si sfaldano in fiumi di lacrime. Troppo pesante da reggere, con una base così fragile per sostenere quello sforzo.
E così non si perdona più niente. Non si può mai perdonare niente a nessuno che dica di amarci. E l’amore così passa. Finisce. Prima illude e poi delude. Corrode. Evapora. E’ come un liquido fatto di umori corporei. Dolcezze che diventano cattiverie. Credi che sia finito, ma poi torna, per poi andarsene di nuovo. Come un gioco di maree. Nuvole che vanno a coprire il sole. All’inizio sembra così indistruttibile, ma poi diventa neve che si scioglie al primo sole, in un logorio lento.
Ora, invece, viviamo a metà, tra blog e litigi sempre più furiosi. Al punto che mi chiedi se puoi “usare” un uomo per farmi eccitare. Usi lui o usi me? O sono io che uso te? Soddisfi le tue voglie, pensando di soddisfare anche le mie? E’ solo un altro cazzo che si gonfia per poi svuotarsi. Benzina che entra nel serbatoio al posto del gasolio e poi ingolfa il motore. Sangue che affluisce e poi defluisce. Sentimenti che si mischiano alla gelosia, fino a farti male e che si trasformano in un desiderio insoddisfatto. Umiliazione che diventa potere. Non riuscivo a capire queste cose. Ora, forse, sì. Proverò a spiegartele adesso, adesso che sei lontana e che posso scriverti senza la paura di essere frainteso e subito mutilato. Forse volevo dirti cose diverse con le mie fantasie: dimostrarti che un amore non può essere turbato nemmeno da questo, da un’altra presenza, da un altro corpo. Volevo vedermi. Vedere me. Come un uomo sconosciuto, un corpo sconosciuto, un corpo qualunque che poteva essere il mio. Vedermi da fuori, per comprendermi. Riversarmi nella pelle di un altro, riempirla con le mie sensazioni, fare della sua pelle la mia, del suo sesso, il mio. Allontanandomi da me, finalmente sapere qualcosa di me. Uscire da te, attraverso l’altro.
Pensavo fosse così. Ora, invece, mi sento un gatto che va in giro nella notte a urlare il suo dolore e la sua voglia. Pensando alla sua tempia che si caricava di sangue, mentre ti era sopra (o tu eri sopra di lui?), con le braccia puntate sul letto. Mentre vi sentivate, mentre i corpi si muovevano a quel ritmo solito e gli occhi entravano negli occhi dell’altro. E questi pensieri tagliavano i miei. Come una lama affilata. Schegge impazzite che esplodono come una bomba, frammenti, chiodi e detriti che colpiscono il mio corpo da tutte le parti. E lo flagellano. Lo martirizzano. Lo fanno a pezzi come un kamikaze dentro di me che salta in aria.
Questi pensieri sono atroci, scritti davanti a un monitor. Sarebbe meglio un cuscino da abbracciare. Ma dormire è difficile con questi pensieri. Resti con gli occhi sbarrati nel buio a contare le pecore, a pensare ad ogni dettaglio delle stanze della tua casa. Ai soprammobili che restano inerti a sentire i tuoi sospiri mentre vieni o lui viene e tu no. Sento il vuoto e il freddo di questa domenica che diventerà lunga.
Come è meglio vivere? Meglio vivere così, come vivo io ora, come ho sempre vissuto, senza squarci, senza niente di troppo vicino agli organi vitali, oppure morire dissanguati? L’amore non accetta le vie di mezzo. Vuole tutto e subito, anche a rischio di estinguersi.
E la nostra storia finisce così. Queste forse sono le ultime parole che le sopravvivono. Nient’altro. Come sabbia che ci scivola di mano. Come tutti gli avari avremmo voluto di più, poi di più e ancora di più, poi ti sei accorta che non avevamo niente e quel tanto che sembrava esserci si è trasformato in troppo poco. Ti sei sentita a mani vuote. Avevi tutto anche la libertà di scegliere, ma non avevi me, ed era come se non avessi avuto più niente.
Be’, ora, hai un nuovo fidanzato. Uno “libero”. Vuoi che non ti faccia gli auguri?
Vedi come sono le lettere? Volevi per forza che te la scrivessi e ora te l’ho scritta. Ma non so se te la spedirò. Sembra un bollettino di guerra. Lo schema di una battaglia finita in una disfatta. Come in quelle scene di quei film in cui si vedono solo le bandiere svolazzare, fumo, cavalli che girano da soli come fantasmi e montagne di cadaveri accatastati con le frecce dietro la schiena. In un lago di sangue. E’ il momento degli avvoltoi e degli sciacalli, questo.
Ora io sono in questa stanza. Al centro di una stanza. Al centro di una città lontana. Al centro esatto di una solitudine immensa. E ti scrivo. Io che non ho niente da offrire a una donna. Non posso darti niente. Non posso dare niente a nessuno. A te, non posso offrire nemmeno la mia amicizia.
Trimonato da BaroneAgamennone | 01:53
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