Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!
«Se Obama mi chiamasse a Washington? Andrei subito»
(Sean Penn decide di partire per un viaggio in Venezuela e Cuba per incontrare i due presidenti. Insieme a lui partono Douglas Brinkley, storico conduttore della rete televisiva Cbs, e Chirstopher Hitchens giornalista di Vanitiy Fair )
Poco prima di divenire il vice presidente degli Stati Uniti, parlando in un comizio alle truppe, Joe Biden disse: «Non possiamo più dipendere per la nostra energia dall'Arabia Saudita o da dittatori venezuelani». Bene mi sono detto, so di che cosa parla quando dice Arabia Saudita, ma essendo stato nel 2006 in Venezuela, dopo aver visitato a lungo il paese e frequentato il presidente mi sono chiesto a chi si riferiva il senatore Biden. Hugo Chavez Frias è il presidente democraticamente eletto del Venezuela (per democraticamente eletto intendo dire che si è più volte presentato agli elettori, vincendo anche larghe maggioranze, e che in un sistema che presenta irregolarità e buchi, ha permesso ai suoi oppositori di batterlo in diverse occasioni, vedi il referendum dello scorso anno o alle recenti regionali di novembre).
S. Penn
"Quando arriviamo all'aeroporto di Caracas Fernando è lì ad aspettarci. Ci accompagna in un terminal privato dove aspettiamo l'arrivo di Chavez che ci porterà con lui nel tour elettorale per le elezioni regionali sull'isola Margherita.
Passeremo due giorni in sua compagnia, con l'opportunità di avere numerosi incontri privati. Sul suo aereo privato scopro che quando si parla di baseball, Chavez parla un ottimo inglese. Ma quando Brinkley gli chiede se la dottrina Monroe* dovesse essere abolita, Chavez, che vuole scegliere le parole con attenzione, ci risponde in spagnolo, per meglio spiegare la sua posizione su una teoria che è servita a giustificare per oltre due secoli gli interventi americani in America Latina. «La dottrina Monroe deve essere spezzata - ci dice - Ci siamo imbrigliati da oltre 200 anni. Si torna sempre al vecchio scontro: Monroe contro Bolivar. Jefferson usava dire che l'America avrebbe dovuto inghiottire una alla volta le repubbliche del Sud. Il paese dove siete nati - dice guardandoci - è nato con una attitudine imperialistica».
I servizi segreti venezuelani lo hanno informato che il Pentagono avrebbe pronti i piani di invasione.`«Lo so che stanno pensando di invadere il Venezuela - dice Chavez che vede l'eliminazione della dottrina Monroe come pietra di paragone del suo destino - Nessuno può venire qui, prendersi le nostre ricchezze e portarsele via». E' preoccupato dalla reazione che gli Usa potrebbero avere alle sue dichiarazioni sulla dottrina Monroe? Chavez ci risponde citando una frase di Jose Gervasio Artigas, noto combattente uruguiano per la libertà : «Sinceramente, non offendo e non ho paura».
Hitchens sta in silenzio e prende appunti. Chavez vede un lampo di scetticismo nei suoi occhi. «Hitchens, avanti, fammi una domanda dura». I due si sorridono. Hitchens chiede: «Che differenza c'è tra te e Fidel?» e Chavez : «Fidel è un comunista. Io no. Sono un social democratico. Fidel è un marxista-leninista. Io no. Fidel è un ateo. Io no. Un giorno abbiamo discusso di Dio e di Cristo. Ho detto a Castro che sono un cristiano. Credo nel messaggio sociale dei vangeli di Cristo. Lui no. Semplicemente non crede. Più di una volta Castro mi ha detto che il Venezuela non è Cuba e che non siamo più negli anni '60. Vedi - prosegue il presidente - il Venezuela deve avere un socialismo democratico. Castro è stato un insegnante per me. Un maestro. Non in ideologia ma in strategia».
Ironicamente JFK è il presidente americano che Chavez ammira di più. «Ero un ragazzo, Kennedy era la forza riformatrice che guidava l'America». Hitchens, sorpreso da quanto dice su Kennedy, interrompe e parla del piano economico di Kennedy per l'America Latina: «Allora l'Alleanza per il Progesso era una cosa buona?». «Sì - dice Chavez - l'Alleanza per il Progresso era una proposta politica per migliorare le condizioni. Puntava ad abbattere le differenze sociali tra le due culture».
La conversazione tra noi quattro prosegue sui bus, ai comizi e a tutte le inaugurazioni nel nostro viaggio sull'Isola Margherita. Chavez è instancabile. Parla a ogni nuovo gruppo per ore sotto un sole soffocante.
Al massimo dorme 4 ore per notte, appena si sveglia si dedica alla lettura delle notizie dal mondo. E una volta in piedi è inarrestabile nonostante il caldo, l'umidità e le pesanti camice rosse che indossa.
Sono tre le ragioni che mi hanno spinto a questo viaggio: unire la mia voce a quella di Brinkley e Hitchens, approfondire la mia conoscenza di Chavez e del Venezuela, allenare la mia penna, e cercare il sostegno di Chavez al fine di riuscire ad incontrare i fratelli Castro all'Havana.
Al nostro terzo giorno in Venezuela ci troviamo all'Aeroporto dell'Isola Margherita dove salutiamo e ringraziamo Chavez per il suo tempo. Brinkley ha un'ultima domanda per il presidente, e anch'io. Brinkley chiede: «Signor presidente se Barack Obama sarà eletto presidente degli Stati Uniti lei accetterebbe un invito ad andare a Washington per incontrarlo?» Chavez risponde senza esitazioni «Sì». Arriva il mio turno: «Signor presidente per noi è molto importante incontrare i Castro. È impossibile raccontare la storia del Venezuela senza citare Cuba, così come è impossibile raccontare Cuba senza parlare dei fratelli Castro». Chavez ci promette che chiamerà il presidente Castro appena salirà sull'aereo. Ma ci avverte che sarà difficile incontrare il grande fratello Fidel che in questo periodo sta scrivendo molto e vedendo veramente poche persone.
La mattina dopo partiamo per l'Havana. Per onestà e verità di cronaca: l'aereo su cui viaggiamo è messo a disposizione dal ministero dell'Energia e Petrolio del governo venezuelano. Se qualcuno vuole interpretare questo come una specie di tangente siate benvenuti. Ma quando prossimamente leggerete un articolo di un giornalista in volo sul'Air Force One (l'aereo del presidente degli Usa) o a bordo di un aereo militare, siate così gentili di scartare anche quell'articolo. Abbiamo apprezzato il volo comodo e lussuoso verso Cuba, ma i nostri articoli non ne saranno suggestionati".
Be’, qualche post fa, io l’avevo detto che Vladimir nel reality dell’Isola dei Famosi avrebbe fatto parlare di sé. A dire il vero, su questo blog, avevo messo soltanto un video uscito su Youtube, nel quale alcuni concorrenti si stavano pisciando sotto dalle risate per le sue battute in dialetto foggiano, ma vabbè…se un trans ha vinto con il 56% dei televoti sulla fascinosa Belen, sul piangente bidello Capponi e sul campione di nuoto Tumiotto, se non vorrà dire che è un simbolo trasgender, allora anche il neo-presidente afro-americano della Casa Bianca è solo un“simpatico giovanotto abbronzato” (come ha detto il Nano). Per mero campanilismo, più che a Luxuria contro la mignottopoli della Carfagna, mi piace pensare – come ha scritto oggi il quotidiano “Liberazione” – a Vladimir come Obama.
da”Liberazione” del 25/11/2008
di Angela Azzaro
“Ciao, Vladimir, ti andrebbe di collaborare con noi di Liberazione?”. Inizia così, la nostra passione per Luxuria, con una telefonata. Anche un po’ timida, perché pensavamo ci dicesse di no. Invece, il giorno dopo, era qua, in redazione, pronta a scrivere. Era vestita con un paio di jeans e un maglione. Niente lustrini, niente trucco. Un po’ ci rimanemmo male, l’ultima volta che l’avevamo vista era sul carro del Pride e sul palco di Muccassassina assolutamente meravigliosa. Forse a noi di Liberazioneci voleva riservare la parte più seriosa?! Non fu così, da subito. Il primo articolo che firmò era sull’omosessualità nel mondo animale. Ce ne fu per tutti. I lustrini e lo splendore erano lì, nella sua scrittura, nella sua capacità di dire cose importanti con leggerezza, ironia, con pungente sarcasmo. Da quel momento Vladimir c'è stata vicina in tutte le nostre battaglie. Battaglie spesso scomode, non amate da una parte consistente del partito. Insieme con noi per dire che i diritti di gay, lesbiche e trans non sono secondi a nessuno. Per dire che la libertà è un valore grande e fondamentale quanto l'uguaglianza. Scrisse una lettera dura, precisa, anche quando l'inserto Queer fu preso di mira perché aveva pubblicato un articolo di Aldo Nove sul piacere anale. Quella volta però scherzò poco.
Poi ce l'hanno "rubata". E' stata eletta come deputata con Rifondazione comunista. Siamo stati felici per lei, ma anche un po' tristi perché non poteva più scrivere come prima. Insomma, c'è mancata ma sapevamo che era nel posto giusto per costruire quello in cui ha sempre creduto, la sua presenza nelle istituzioni era un bene per tutti noi. Eppure quella elezione non è stata pacifica. Non tutti l'hanno gradita. Come una trans in Parlamento? Una trans che rappresenta i comunisti? Che vergogna! Quante obiezioni, quanto moralismo. Ma lei è andata avanti. Con fierezza, preparazione, capacità di comunicare anche ai cittadini che la pensano diversamente. E' andata avanti senza omologarsi, nascondersi. Ha fatto diventare la sua scelta di vita come una bandiera di libertà. Lei, nata uomo, che transita verso un altro genere. Lei Vladimiro che diventa la Vladimir che oggi ammiriamo ne L'Isola dei famosi .
Ma scusate questo non è già un successo, non è già una vittoria? Essere quello che si vuole, a prescindere dal fattore biologico e dalla nascita, a prescindere dal moralismo e dal bigottismo? E' nota la storia delle critiche giunte a Liberazione quando lei ha deciso di partecipare al programma di Simona Ventura. Non doveva accettare di andare in una trasmissione "borghese", senza valori, non doveva legittimare un brutto programma. Invece è andata e ha trionfato. Ha detto ciò che pensava, è stata se stessa, si è fatta amare dal pubblico.
Il “Riformista” l'ha sbeffeggiata quando il padre in trasmissione ha detto: «Ciao, bello». Ma come? Doveva dirle: «Ciao, bella». E' proprio questo il segreto di Vladimir, il transito, l'attraversamento tra il maschile e il femminile, in una società che fonda il potere degli uomini sulla divisione netta tra i ruoli, i generi, tra etero da una parte e gay e lesbiche dall'altra. Luxuria, partecipando e trionfando all' Isola , ha spiegato a milioni e milioni di italiani che la realtà è diversa e che anche questa realtà deve godere degli stessi diritti della presunta maggioranza.
Vladimir come Obama? E' un po' esagerato, ma fatecelo dire. Con il primo presidente afroamericano che va alla Casa Bianca si rompe il pregiudizio che per più di un secolo ha tenuto un popolo lontano dalla più importante istituzione americana, con Vladimir all' Isola si rompe il tabù dell'eterosessualità a tutti i costi.
E a questo punto, oltre ad aspettare Luxuria per festeggiare, diciamo grazie anche a Simona Ventura che con Vladimir ha tirato su gli ascolti (è l'edizione più vista dell' Isola ) ma anche il nostro morale.
Il nuovo articolo che ho scritto su Giornalettismo ha troppi richiami giuridici e legislativi. Rileggendolo, mi è apparso troppo tecnico. Mi sono rimproverato ed ho deciso che mi devo correggere (in questo senso). Se riuscite a saltare la campana (io, una volta, da piccolo, ci giocavo alla campana, con le amichette al mare), però, è possibile leggerlo.
Cercavo un video di Ascanio Celestini sui neofascisti di Governo che lanciano il sasso e nascondono la mano (e poi allungano il braccio). Dovrebbe essere l'ultimo monologo fatto nella trasmissione televisiva della Dandini. Ma non sono riuscito a trovarlo.
Ho trovato, però, quest'altro video sulle divise che non siprocessano. E' il giusto commento alla sentenza sul G8 di Genova e sul macello poliziesco nella scuola Diaz.
Se negli USA, Obama ha vinto le elezioni ed ora abbiamo l'uomo più potente del mondo che ha il colore della pelle uguale (o quasi) a quello dei neri bistrattati, degli emarginati, dei derelitti, in Italia è uscito un mio nuovo articolo su "Giornalettismo"!
Non so qual è - tra le due -la notizia più di rilievo.
Apriamo un sondaggio?
Cliccate sulle crocette qui in basso e se vince il secondo si potrebbe pensare di andare al ballottaggio con Obama:
x Obama ha battuto un reduce del Vietnam (sono molto contento/a!)
x Barone ha scritto l'ennesima trimonata, non gli bastava scriverle qui?
In questi giorni, si parla tanto (troppo) di “studenti” e di riforme scolastiche e ci si dimentica che quegli studenti sono anche (soprattutto) “figli”. Le statistiche e i sondaggi dicono che nove figli su dieci vorrebbero un padre diverso da quello che hanno. Per i maschi, i padri sono sempre una delusione, finchè non lo diventano a loro volta. Allora sono costretti ad ammettere che i loro “vecchi”, in fondo, non erano così malaccio…
Niente di nuovo sotto al sole, insomma. Ma la vera novità non è questa. Tutti i figli (anche quando lo eravamo noi), da che mondo è mondo, hanno sempre contestato i propri genitori. La vera novità sta nelle motivazioni. Un tempo contestavamo i nostri padri perché erano o troppo assenti o troppo presenti ed incombenti. Comunque, erano troppo qualcosa.
E oggi? Oggi non è più così. Oggi i figli rimproverano ai loro padri di essere troppo poco: ricchi, potenti, famosi. In una società sempre più debole economicamente e perennemente in crisi finanziaria, i figli cercano certezze e stabilità.
Al Dustin Hoffman di Kramer contro Kramer preferiscono il Berlusconi di Porta a Porta. L'uomo al dopobarba "Denim": quello che non deve chiedere mai. Non importa quante bugie debba dire e quanti culi debba leccare, un brillante in carriera sarebbe sempre meglio di un grigio impiegato delle Poste che mette timbri sulle buste. Perché i gggiovani d’oggi non vogliono genitori con una presenza assidua, ma la garanzia di un presente agiato e di un futuro senza gavetta.
Una volta essere “un figlio di papà” era considerato un insulto. Oggi, se provi a vedere una puntata del “Grande Fratello”, sembra che questa parola sia diventato un privilegio invidiabile. Non ci si vergogna più nemmeno di esserlo, nè di ostentarlo.
Ma non basta dire che stiamo crescendo dei mostri. Bisognerebbe iniziare a chiedersi quali modelli alternativi abbiamo proposto ai nostri figli. Li abbiamo abituati a vedere questo modello di “caste” senza più scandalizzarci. Gli abbiamo insegnato che la raccomandazione familiare conta anche di più di quella politica. Che la flessibilità e il precariato sono rischi che corrono solo gli spiantati. Chiunque ha un privilegio tende a trasmetterlo, facendo sempre prevalere i diritti di sangue su quelli di merito.
Io spero che questa ragazzi che sono scesi in piazza, in questi giorni, contro la Gelmini siano diversi...