Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!





 
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domenica, dicembre 28, 2008

 

 

 

 

La Bustina di Minerva

L’Espresso 24 dicembre 2008

 

Pensieri virtuosi per Natale

di Umberto Eco

 

 

La scorsa Bustina parlavo del vezzo ormai troppo diffuso di 'chiedere scusa', prendendo a pretesto la richiesta di scuse per l'Iraq da parte di Bush pentito. Fare una cosa che non si dovrebbe e poi limitarsi a chiedere scusa non è sufficiente. Bisogna, tanto per cominciare, promettere di non farlo più. Bush non invaderà l'Iraq una seconda volta perché gli americani lo hanno gentilmente sollevato dall'incarico, ma forse se potesse lo farebbe ancora. Molti, che gettano il sasso e nascondono la mano, chiedono scusa proprio per continuare come prima. È che chiedere scusa non costa niente.

Un poco come la storia dei pentiti. Una volta chi si pentiva delle sue malefatte anzitutto riparava in qualche modo, poi si dedicava a una vita di penitenza, si rifugiava nella Tebaide a percuotersi il petto con sassi appuntiti, andava a curare i lebbrosi nell'Africa Nera. Oggi il pentito si limita a denunciare i suoi ex compagni, poi o gode di particolari cure con nuova identità in confortevoli appartamenti riservati, o esce in anticipo dal carcere e scrive libri, concede interviste, incontra capi di Stato e riceve lettere appassionate da fanciulle romantiche.

Sappiate che su 'http://www.sms-pronti.com/sms_scuse_3.htm ' trovate un sito dedicato alle 'Frasi per chiedere scusa'. La più lapidaria è 'S.C.U.S.A. Sono Chiaramente Uno Stronzo Ameno'. Su http://news2000.libero.it/noi2000/nc63.html, intitolato 'L'arte di chiedere scusa' (in effetti dedicato solo alle scuse per tradimento amoroso) si legge: "La regola più importante, quella universale, è di non sentirsi mai perdenti quando si chiede scusa. Chiedere perdono non è sinonimo di debolezza, ma di controllo e di forza, vuol dire tornare subito dalla parte della ragione, spiazzando il partner che si trova così costretto ad ascoltare. Ammettere i propri errori è anche un gesto liberatorio: aiuta a portare all'esterno le emozioni senza reprimerle e a viverle più intensamente". Come volevasi dimostrare: chiedere scusa è prender forza per ricominciare da capo. 

Il problema è che, se chi ha fatto qualcosa di male è ancora vivente, chiede scusa di persona. Ma se è morto? Quando Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per il processo a Galileo ha indicato la strada. Anche se l'errore l'aveva commesso un suo predecessore (o il cardinal Bellarmino), le scuse le chiede il legittimo erede. Ma non sempre è chiaro chi erede legittimo sia. Per esempio, chi deve chiedere scusa per la strage degli innocenti? Il colpevole è stato Erode, che governava a Gerusalemme: quindi l'unico suo legittimo erede è il governo israeliano. Invece, contrariamente a quanto ha finito col farci credere san Paolo, i veri e diretti responsabili della morte di Gesù non sono gli infami giudei, bensì il governo romano, e ai piedi della croce c'erano i centurioni e non i farisei. Scomparso un Sacro Romano Impero, unico erede rimasto del governo romano è lo Stato italiano, e pertanto sarà Napolitano a dover chiedere scusa per la crocifissione.

Chi chiede scusa per il Vietnam? È incerto se il prossimo presidente degli Stati Uniti o qualcuno della famiglia Kennedy, magari la simpatica Kerry. Per la rivoluzione russa e l'assassinio dei Romanov non ci sono dubbi perché l'unico vero fedele e legittimo erede del leninismo e dello stalinismo è Putin. E per la strage di San Bartolomeo? È la Repubblica francese in quanto erede della monarchia, ma siccome all'epoca la mente di tutta la faccenda era stata una regina, Caterina de' Medici, oggi il compito di chiedere scusa toccherebbe a Carla Bruni.

Ci sarebbero poi casi imbarazzanti. Chi chiede scusa per i guai combinati da Tolomeo, vero ispiratore della condanna di Galileo? Se, come si dice, è nato a Tolemaide che è in Cirenaica, lo scusante dovrebbe essere Gheddafi, ma se è nato ad Alessandria dovrebbe essere il governo egiziano. Chi chiede scusa per i campi di sterminio? Gli unici eredi viventi del nazismo sono i vari movimenti naziskin e questi non hanno proprio l'aria di volersi scusare, anzi, se potessero lo rifarebbero di nuovo.

E chi chiede scusa per l'assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli? Il problema è chi siano oggi i 'veri' eredi del fascismo, e confesso che la questione m'imbarazza.

Trimonato da BaroneAgamennone | 16:10 | commenti (11)

sabato, dicembre 20, 2008

 

E’ uscito un mio nuovo articolo su Giornalettismo!

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 15:34 | commenti (5)

sabato, dicembre 13, 2008

Aridateci Daniele!

La censura è odiosa e mi fa incazzare parecchio: al pensiero unico non piace la satira, e allora la fanno fuori. Decidono loro per tutti noi. Non è giusto, e infatti la Costituzione tutela la satira. La satira è arte, intrattenimento e critica. Con la censura alla satira imbavagliano le opinioni non omologate. In questo modo, la tv diventa l’anestetico perfetto.

La satira non è roba per signorine. Per sua natura, procura il secondo sorriso: quello che appare quando una gola viene tagliata. Origina dalla rabbia: ride addossando responsabilità, fa nomi e cognomi. Io ho un gusto tutto mio per il grottesco, che riesce a esprimere meglio l’ambiguità del potere e la sua natura mortifera. Ma con Decameron il pubblico attraversa tutto lo spettro comico possibile, dalla satira all’umorismo surreale. Una battuta come “Dentro siamo tutti rosa” è un puro tuffo nell’inconscio. Qualcosa di inspiegabile, che tale deve restare: è il mistero dell’arte.

Con la satira esprimo la mia rabbia. Con la musica, le emozioni di altro segno: l’amore, la commozione. C’è una intimità che esprime la dolcezza d’uno sguardo sul mondo. La satira come tecnica è chiaramente agli antipodi, è impietosa. Sto ben attento a non confondere i territori dell’immaginario. Certe cose puoi dirle solo con la musica. Se le dici in un altro modo, stoni.

Siamo a una pagina drammatica di involuzione della nostra democrazia. Berlusconi dice adesso che farà di tutto perché la tv, pubblica e privata, sia meno ansiogena. Semplicemente perché quando la tv racconta la realtà, il suo governo cala nei sondaggi. Si vede che la realtà è comunista.

(dal blog di Daniele Luttazzi)

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 13:53 | commenti (2)

lunedì, dicembre 08, 2008

 

Un post Araba Fenice.

Su Badoo mi ritrovo iscritto e non so perché. Ho provato con MySpace e mi sono annoiato dopo una settimana. Ho provato anche con Facebook, macchè. A dirla tutta, anche i blog mi hanno stufato. Ma ormai chiunque incontri o conosci sta su Facebook o su MSN. Sembra quasi che essere “in” o “out” dipenda solo da quello. La realtà sta diventando troppo caotica, troppo confusa, troppo complicata e i nostri fiumi di parole di lamentele e di scazzi devono necessariamente finire in quel mare. Oggi su Facebook mi è arrivato un invito all’amicizia di uno che frequentavo tempo fa. Non mi ha trovato con il mio nome vero (non poteva trovarmi con quello, perché non c’è il mio nome vero su Fb). Ha fatto proprio una “ricerca”. Curioso, eh…Anche i colleghi mi chiedono “Ci sei su Facebook?” e poi si girano e se ne vanno. Che è come dire: “E’ inutile perdere tempo qui. In ufficio, sul marciapiede, con le macchine che passano, i clacson che non ci fanno parlare, il telefonino che squilla, la fretta…”. Ma anche su Facebook si scrivono due fesserie e poi si sparisce, inghiottiti nel mare della Rete. Per strada sono sempre di corsa. Su Fb sono di fretta. A volte, parli di qualcuno e ti dicono che l’avevano incontrato su Facebook. Come se questo servisse a riconoscerci meglio. Un compagno di scuola, un professore dimenticato, un ex vicino di ombrellone. Pare che pure Obama abbia vinto la corsa alla Casa Bianca grazie a Facebook.

 

Di Facebook ne sentivo parlare un po’ da tutti e ho provato. Ho messo la mia foto, ho scritto qualche sciocchezza sul mio mestiere e sulle mie passioni. E quando si è aperto il mio Facebook, mi è sembrato come aprire una specie di loculo, una tomba con la foto che guarda in faccia i passanti, che, appunto, passano e se hanno voglia lasciano dei bigliettini, cambiano l’acqua dei fiori. All’inizio, arrivavano molte “richieste di amicizia” e io le ignoravo perché non sapevo chi fossero queste persone. Poi ho riconosciuto gli amici di sempre: bloggers, compagni di chat persi nel web, qualche amico in real life. Poi mi hanno spiegato che la regola di Facebook era di accettare le “richieste di amicizia”, e che dunque la mia condotta di rifiutare amicizie era una condotta antisociale, da snob. Così, da quel momento in poi, ogni volta che mi è arrivata una richiesta io ho accettato. Così, sono diventato amico anche di persone di cui non sapevo nulla. Andavo a visitare i loro loculi e loro venivano a visitare il mio.

 

Per fortuna, non ho trovato i miei compagni delle scuole elementari, né delle medie e né delle superiori. Ma mi hanno spiegato che se avessi messo il mio nome vero, mi sarebbe accaduto anche questo. Se penso a tutti gli anni che ci ho messo, per riuscire a dimenticare come ero e come eravamo. Se avessi messo il mio nome vero, probabilmente, sarebbero saltate fuori le mie fidanzate di quando mi stava crescendo la barba, e quelle mi avrebbero detto: “Ti ricordi?”. O amici di amici di amici che, a ragione, sono stati relegati in un passato lontano.

 

Ho ricevuto inviti ad unirmi a gruppi di ogni tipo, dall’Obama party al movimento “Antibombaminkia”. Sembrerebbe un movimento importante questo della Antibombaminkia, perché occupa il proprio tempo libero a manifestare dissenso nei confronti dei seguaci del Tokio Hotel. Poi, se entri in un gruppo, arrivano le segnalazioni di quelli dei gruppi opposti che ti dicono “No al Bomba Minkia su Facebook!” e allora ti vengono dei dubbi atroci e inizi a chiederti se ti sei schierato dalla parte giusta. E allora cerchi qualcosa che medi tra le due fazioni opposte: “No al bomba minkia, ma lottiamo assieme per un mondo migliore!”. Alla fine, dici di sì a qualsiasi cosa e ti associ a tutto: pedalate sociali, pensatori sulla rivoluzione maoista, inaugurazioni di negozi, sagre della porchetta, compro-vendo ciddì usati.

 

Passato un mesetto, ti stufi anche di Facebook. Ti viene una tristeSSa infinita a stare in quel loculo, con gli occhi sbarrati, le mani attaccate a quella inferriata, le braccia appese a rimestare nell’aria. Ed è stato lì, dietro quella grata, che mi sono ricordato di un vecchio libro di Michel Foucault che mi diedero da leggere all’uni, “Sorvegliare e Punire”, in cui si parlava del Panopticon (il carcere ideale progettato nel 1791 da Jeremy Bentham). L’idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio - un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento.

 

“Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti a ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti alle finestre. Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno dalla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede.”

 

“E’ un sistema – dice Foucault – che ha un effetto sicuro: indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere perché l’essenziale è che egli sappia di essere osservato”.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 13:59 | commenti (4)

grazie a Pia per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).