Qui scriverò tutte le cose che mi verranno in mente. Quando ne avrò voglia, quando avrò tempo, quando starò - come oggi - senza voglia di fare un cappero. Lo prometto. No, anzi. Lo giuro!





 
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giovedì, agosto 27, 2009

Quando i piccioni fanno “oh…”.

 

 

 

A volte, sono così strani i meccanismi delle reazioni umane. Esiste, credo, in ogni uomo l’orgoglio (specie se ferito), la faccia, l’onore, la volontà di far prevalere le proprie ragioni attraverso la forza, ed esiste spesso o sempre, immancabilmente, lo strano rapporto uomo-donna che si incunea in queste combinazioni. Ma esiste spesso anche il pubblico, gli spettatori che, anche solo guardando, amplificano la scena e moltiplicano i gesti ed i comportamenti. Come, ad esempio, la scena di una sfida, di una provocazione. Probabilmente, ci sono episodi che se rappresentati in un deserto non avrebbero lo stesso identico epilogo che possono o potrebbero avere in una pubblica piazza.

 

E lo scenario di questa storia è proprio la piazza (la “piazzetta”, anzi). Ore 22 circa, un paio di giorni fa. E’ sera. Una di quelle calde ed afose sere, in cui la gioventù cittadina si riversa per le strade e si raggruppa nel consueto posto di ritrovo. Tra i pub ed i tavolini per bere una birra fresca, o mangiare un panino, oppure solo per fare due chiacchiere o due risate con gli amici. Nelle piazze si va per questo, ma anche per broccolare con le ragazze. Per fare nuovi incontri. Per darsi nuove possibilità di vita.

 

Nascono amori o amicizie nelle piazzette. Nascono anche antipatie. O indifferenze. Nascono decine o centinaia di strane situazioni e di episodi apparentemente innocui. Come il caso di quel diciasettenne contorniato dai suoi amici che inizia a sfottere un paio di ragazze sedute ad un tavolo vicino. Per farsi bello, o per fare lo spaccone, o il conquistatore, il play-boy da quattro soldi, o per farsi grande con i suoi compagni. Ma non sempre gli riesce. O non sempre gli riesce molto bene. La strafottenza o la spavalderia non attecchiscono, a molte donne non piacciono. Quando magari lo “spaccone” si accorge che le sue tecniche di “conquista” non funzionano e non riscuotono il successo che si aspetta, cambia tattica. Il ragazzo non si arrende e fa come la volpe con l’uva: inizia ad insultarle (anche pesantemente). Le ragazze infastidite si allontanano. Lo spaccone le insegue con i suoi strali, trova, casualmente, per terra, un colombo morto. Lo lancia in aria in direzione delle ragazze. Con un gesto quasi allegorico. In quello strano volo lugubre di uccello morto, il piccione “atterra” proprio sulla testa di una di queste ragazze che si spaventa, forse piange, forse si irrita, forse ha una crisi isterica. Gli amici dello “spaccone”, al tavolo, invece, si stanno “spaccando” dalle risate. Lo spaccone - anche se respinto - ha ristabilito il suo ruolo da leader nel suo branco di balordi. Il suo orgoglio è salvo.

 

Le ragazze, risentite ed oltraggiate, incontrano nella loro “fuga” un amico, al quale riferiscono l’episodio increscioso. L’amico delle ragazze ha diciannove anni e lavora con il padre come idraulico. La sua amica piangente è furiosa, gli racconta del piccione morto, in qualche modo, in quel momento, gli  chiede di intervenire per lavare l’onta. Scatta in lui l’orgoglio protettivo dell’uomo verso la donna, o quello del maschio coraggioso che deve insegnare il rispetto ad un altro maschio vigliacco (forse). Scatta la molla del “vendicatore” che deve dare una lezione allo “spaccone”. Lo va a cercare e lo affronta. Le parole sono subito forti e si incalzano rapidamente. Gli insulti reciproci crescono e montano la rabbia. Intorno a loro si crea “il pubblico” che non si chiede chi abbia torto o chi ha ragione, ma solo chi dei due è il più forte e chi di loro riuscirà a dimostrarlo con un’azione (si spera, violenta). Non si ragiona più, in quei momenti. Ci sono anche le ragazze offese che assistono alla scena ed al confronto tra i due. Si chiedono : chi vincerà in quel duello rusticano che sta nascendo. I due iniziano ad alzare le mani e a spintonarsi. Volano schiaffi e pugni. Nasce una colluttazione. Qualcuno interviene e li separa. I due stanno per allontanarsi. Ma interviene il destino, come se la cosa non potesse finire lì, in quel modo. Come se quel piccione morto fosse rinato, tornato sui suoi passi e rimessosi al suo posto con il suo collo flaccido. Il piccione ricompare sulla scena. Lo “spaccone” diciasettenne prende il volatile inerme tra le sue mani e lo lancia sul viso del “vendicatore”, in un ennesimo gesto di sfida e di disprezzo profondo. Il vendicatore, a quel punto, perde completamente il senno. Qualcuno sta ridendo di lui e della sua magra figura. Le ragazze sono deluse, sconfitte anche loro e per la seconda volta, come se avessero perso l’onore. Il vendicatore sente di avere qualcosa in tasca, infila la mano e tira fuori un coltello a serramanico, lo usa spesso nel suo lavoro da idraulico con il padre. Non se ne separa mai. Lo porta con sè anche quando fa la "movida" in piazzetta. In un attimo, il "vendicatore", con uno scatto fulmineo, si scaglia contro quell'aria da spavaldo che ancora ride, mena un fendente e lo colpisce all’addome. Il sorriso dello "spaccone" si spegne in una strana smorfia, mentre il suo corpo si accascia per terra in un lago di sangue. E' in piazza del Lago. Il piccione era già morto. Lo spaccone morirà, poco dopo, facendo “oh…”.

 

Sipario.

 

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 18:17 | commenti (13)

domenica, agosto 23, 2009

Trimonato da BaroneAgamennone | 11:22 | commenti (3)

lunedì, agosto 10, 2009

Oggi notavo su Facebook che ci sono alcuni che hanno diverse centinaie di “amici” tra i propri contatti. Mi è sorta qualche perplessità sull’amicizia “virtuale”. Probabilmente, sul web scambiamo "amicizia" con tutti (o quasi), ma non conosciamo la faccia del nostro vicino di casa. Forse, sono solo degli anonimi “contatti” con i quali condividiamo barzellette, gruppi, fotografie, video e cazzatelle varie.

 

Una cosa che mi fa tanta tristezza è il fatto di non avere più amici. Amici “veri”. Quelli che ti parlano, che ti cercano quando hanno bisogno e che cerchi quando hai bisogno tu. Quelli che ti trasmettono quello “stramaledetto” calore umano.

 

Gli amici che avevo e con i quali sono cresciuto li ho persi tutti cambiando casa e quartiere. Quelli di scuola, cambiando scuole. All’Uni, mi sono isolato per studiare. I compagni di lotta li ho persi abbandonando il militarismo permanente (era il momento del riflusso, in cui si tornava a guardare meno il politico e sempre più sé stessi o esclusivamente sé stessi). I vari tentativi "facebookiani" di riallacciare vecchi rapporti sono falliti tutti alla seconda uscita. Alla fine, mi sono ritrovato solo. Mi sono anche chiesto se il problema nasca da me. Probabilmente, la colpa è mia. Sono troppo complicato. Troppo esigente. Troppo scostante. Troppo tutto, insomma.

 

Gli amici che ho ora sono solo “occasioni” temporanee, sporadiche, momentanee. Mi manca il branco che viene a salvarmi, quando mi perdo. Come se fossi un animale ferito. Ad esempio, un elefante viene circondato dai suoi simili che lo avvolgono nel branco e lo proteggono dall’esterno.

 

In realtà, mi rendo conto che il malessere non aggrega. Specie se non si hanno veri amici. Proprio come in natura, in alcuni casi, il branco scappa. Si fa il vuoto intorno. Gli altri fanno come se niente fosse. I primi giorni, magari, si fanno sentire, anche troppo. Con poca presenza fisica e tanta sollecitudine virtuale: mail, telefono, sms. Poi, velocemente, l’attenzione scema senza essere di reale aiuto. Minimizzano, trascurano il fatto che non sei ancora uscito dal tuo tunnel depressivo e fanno come se niente fosse. Si rimuove la situazione. Oppure si spaccia per pudore verso chi soffre la poca voglia di essere coinvolti: “Sai, in questi casi, non sai mai come ci si deve comportare”.

 

Il dolore è scomodo. Per te che lo vivi e per gli altri che dovrebbero lenirlo. In questo individualismo così diffuso ed esasperato (io mi metto in cima alla piramide), si preferisce pensare che ognuno deve essere in grado di cavarsela da solo. La condivisione della sofferenza altrui, alla lunga, costituisce un problema. Un limite alla propria felicità. Hai la sensazione che se non ti fai passare quel muso da cane bastonato, quel magone che quasi ti paralizza e quella faccia smunta e cadaverica, nessuno ti aspetterà. Perché tutti corrono, inseguono, cercano altro. Devono proseguire nel loro cammino verso il proprio destino che li aspetta. E, in fondo, è stupido interrogarsi su queste cose in questo periodo ferragostano, nel quale tutti sono a bagnarsi il costume, schizzarsi con gli spruzzi d'acqua o giocare a palla nei prati in montagna e le città sono deserte con le serrande abbassate alla vita di tutti i giorni. 

 

A quel punto, cerchi di scrollarti rapidamente di dosso quella faccia vittimistica. Capisci che devi smetterla di piangerti addosso. Ma capisci anche che fingere diventa controproducente, così come è stupido raccontare tutti i cazzi tuoi al primo che passa. Capisci anche che non è realistico aspettarsi una mobilitazione generale della piazza se sei caduto e ti sei sbucciato un ginocchio. Capisci anche che è inutile aspettare di essere salvato. Tu non sei l’unico che sta affogando e gli amici non sono dei bagnini.  Nessuno potrà prendere in mano la tua vita.

 

Ti sorge quella paura ancestrale e quell’intima ansia del “se non funziono come devo, non verrò più nemmeno amato”. Cerchi un gruppo di ascolto. A volte, si decide di andare dallo strizzacervelli proprio per essere ascoltati da qualcuno. Io ti pago, così tu mi ascolti, mi capisci ed io non mi sento più incompreso. Confrontarsi in modo maturo con qualcuno (e non con tutti) è fondamentale, perché accellera il tuo processo di guarigione e di riequilibrio. Ma è paradossale pensare che, in un mondo in cui “condividere” è tra le parole più cliccate su Internet, non si riesca più a condividere uno straccio di niente di vero.

 

Trimonato da BaroneAgamennone | 12:53 | commenti (6)

grazie a Pia per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).