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lunedì, novembre 30, 2009
Pensavate di esservi risparmiate una risposta? Vi sbagliavate. Ho letto il commento di Alderaban e concordo anche io con lui che, a sua volta, concorda con Nuvola: la cosa più importante in una partita a due è il pallone (non tanto le squadre o l’arbitro o l’allenatore). L’importante è non prenderselo e andare via, dicendo: “il pallone è il mio e ci gioco solo io!”. Avevo pensato di rispondere ai commenti di Nuv e Frà, scritti nel post precedente, ma ne è venuta fuori una risposta lunghissima e quindi meglio farne un post lunghissimo. Amore o convivenza? Sia Nuvola che Fraleforever si schierano a favore della “coppia quotidiana convivente” in contrapposizione a quelli (come me) che rifiutano questo clichè di stare assieme nel modo tradizionale e che non ritengono che la routine possa aiutare a valorizzare l’amore, quanto piuttosto a demolirlo. Ahivoglia a dire che “la coppia va riscoperta giorno per giorno”, con il tempo, l’amore convivente si trasforma in una grigia consuetudine. La cosa più strana (ma anche un po’ imbarazzante) in questo “dibattito” a tre è che, se da una parte, io divento quello allergico al matrimonio ed il fautore dello scoppiamento della coppia (il solito idealista incoerente, si dirà…); dall’altra, Frà ricorda il “suo drago“, mentre Nuv ricorda il suo “ex marito“. Una parla - con affetto - del difetto del suo ex di essere in eterno ritardo agli appuntamenti, mentre l’altra ne ricorda - con rimprovero - l’attaccamento alle convenzioni sociali che nulla avevano a che fare con il suo insopprimibile desiderio di essere “semplicemente” amata. Entrambe, però, pare siano a favore della coppia, non tanto del matrimonio, quanto della convivenza, del vivere assieme nel quotidiano. Tutti e tre sembriamo reduci da esperienze laceranti. Tutti e tre sembriamo paladini della chiusura di un rapporto malato. Il punto sul quale non riusciamo a capirci (credo) è quello in cui si confondono i concetti di “indipendenza” ed “autonomia”. Siamo tutti indipendenti, perché in grado di mantenerci economicamente, ma non siamo tutti autonomi, cioè, affrancati da obblighi. Faccio un esempio, per rendere meglio l’idea. Tizio lascia la casa paterna e va a vivere da solo. Ha un buon lavoro, va in giro con gli amici, si diverte, intesse relazioni saltuarie ed occasionali con donne, ma continua a farsi lavare i panni sporchi dalla madre, che poi glieli stira anche. E’ indipendente, ha libertà di movimento, ma non è autonomo, perché continua a mantenere quel cordone ombelicale con la sua famiglia. La realtà è veramente complessa e spesso si generalizza e si semplifica. Ma ci sono sempre mille sfumature ed un’inesauribile varietà di modi di vedere le stesse cose. Aspetti anche contrapposti che possono coesistere, sfidando le leggi della logica e la coerenza del discorso. C’è la spinta verso il cambiamento? C’è la solitudine. C’è l’abbandono. C’è un vago senso di scontento. C’è il ricatto affettivo. Il ricordo di progetti sognati e mai realizzati. La voglia di uscire dalla gabbia delle convenzioni che ci tiene imprigionati. In tutto questo ci sono le recriminazioni di coloro che sostengono di amarci e che si riassumono in un’unica accusa: se vuoi essere indipendente è perché non mi vuoi più bene o non mi ami abbastanza e te ne vuoi andare per la tua strada. E’ un argomento potente, che spazza via anche i più fantasiosi tentativi di giustificazione. E’ un argomento che riesce facilmente a suggestionarci. Secondo questa teoria: amare significa condividere tutto, sacrificare molte delle nostre aspirazioni oppure farsi venire l’impulso di mettere il naso fuori dal nostro rassicurante orticello. Bisogna chiedersi: quando mai l’amore concepito così riesce a diventare benessere? Io, con questi presupposti, ho visto solo fallimenti. Sono questi i guasti dell’amore: amore come imposizione, come condizionamento, come controllo della vita altrui. Amare, secondo me, significa rispettare l’individualità dell’altro, stabilire dei confini tra gli spazi personali, tollerare la diversità e la distanza. Favorire la libera espressione dell’altro. Ma questo principio non vale solo per i legami d‘amore, dovrebbe valere anche tra gli amici, con i genitori, tra i coniugi, per gli amanti. Gli altri, in genere, invece, sono abituati ad amare di noi l’immagine corrispondente alle loro aspettative. Gli uomini (anche quelli che vogliono far credere di avere una vita autonoma, ma solo in apparenza) non sanno fare a meno delle donne, neppure quando vivono da soli. Ci sono sempre, accanto o sullo sfondo, una madre, una moglie, una fidanzata, un’amante. C’è sempre almeno una donna, meglio se più di una contemporaneamente. Potendo, gli uomini rimanderebbero all’infinito le definizioni relazionali. Potendo, cercano di conciliare gli affetti intra ed extra familiari. Sono le donne che spesso li costringono a scegliere, esasperate dai loro tentennamenti e dalle loro menzogne, che coprono la loro tipica difficoltà a rinunciare anche ad una sola delle “loro donne”. Se i mariti decidono di lasciare la moglie è perché hanno già trovato una nuova compagna. Altrimenti, è difficile che l’abbandonino, anche se non l’amano più: scendono a compromessi talvolta umilianti, ma non si risolvono ad andarsene finchè non sono costretti a farlo. Ma non tollerano di essere, a loro volta, traditi ed abbandonati. Molti divorziati (recidivi) tendono a rifarsi una famiglia e risposarsi. Cercando sempre queste relazioni di dipendenza. Mentre, da una parte, c’è questa difficoltà maschile a saper vivere da soli, dall’altra, se si pensa alla vedovanza, si comprende che c’è una migliore capacità di adattamento e di intraprendenza delle donne. Amiamo i difetti dell’altro. C’è chi ha detto che l’amore è un accordo reciproco basato sul sopravvalutare l’altro. Finchè qualcuno ci ama, immaginiamo di volerci bene anche noi. Quando qualcuno trova incantevole la nostra gobba sul naso e adora o trova seducente la nostra indecisione, vuol dire che è innamorato. Questa cosa di imparare ad amare/accettare i difetti dell’altro/a, secondo me, non è un’ovvietà, ma è semplicemente un motore propulsivo per l’autostima dell’altro; perché, quando si è innamorati, si è accecati e non si ha una visione “reale”, ma direi quasi immaginaria, delirante o comunque distorta dei fatti. Non so se è come dice Alderaban, e quella è solo “passione travolgente con scatto biennale”, ma certo è che quegli stessi difetti che amiamo, d’un tratto, ci diventano odiosi con il disamore. Una certa lucidità si assume anche quando si è incazzati, o risentiti con e verso l’altro/a. O quando ci si vive troppo addosso. Lasciare o essere lasciati? Lasciare o essere lasciati è un po’ come il gioco di colpevolizzare l’altro oppure, in alternativa, di colpevolizzarsi. Si cerca, a tutti i costi, il responsabile della causa della fine di un amore. Ma esiste davvero un artefice unico? In una coppia ci sono sempre due persone e c’è sempre (come negli incidenti automobilistici) un “concorso” di colpe. Con percentuali diverse, certo, a chi spetta il 10% e a chi il 90%. E quindi? Siamo sempre due in uno. O una cosa sola. Le due metà della mela. Sul fatto che chi lascia cerca di giustificare la propria decisione, distruggendo l’immagine dell’ex, affrancandosi con alibi sulle storture dell’altro/o può essere vero, non lo so, perché non mi è mai successo. A giudicare da Enrico VIII, dovrebbe essere proprio così, lui ha lasciato sei mogli e poi, dopo averle lasciate, le faceva decapitare, per togliersi il...pensiero… Conosco molto meglio l’essere e il sentirsi lasciati. Chi è stato lasciato, all’inizio, soffre, si sente uno stupido, pensa di aver sbagliato tutto, vive il suo lutto e cerca di odiare l’altro per seppellirlo, per dimenticarlo. Cerca di focalizzare la propria attenzione e i ricordi su quanto poteva essere “mostruoso” continuare a stare con l’altro (ma lo fa in modo quasi “curativo”, per alleviare le sue pene). Anche in questo caso credo che scatti quel meccanismo di distruzione (che funge anch’esso da autotutela) dell’immagine e della percezione dell’altro. Se, poi, si viene lasciati perché è subentrato un altro/a al nostro posto, alla sofferenza si aggiunge la rabbia, dettata dalla gelosia: il fatto che altri ci abbiano portato via il “nostro” amore (qui scatta il senso del “possesso”, come se l’altro fosse una cosa nostra, che ci appartiene per sempre), scippandocelo, togliendocelo dalle mani; si biasima l’ex perchè ha pensato di sostituirci con qualcuno che viene considerato migliore di noi (qui scatta l’orgoglio, il sentirsi sempre migliori degli altri). Il tradimento (avvenga prima, durante o dopo, non ha importanza) fa venir meno la fiducia, la stima, l’amore per l’altro. Riusciamo a capire perfettamente questi pensieri, quando vediamo l’ex con il nuovo partner. Vi è mai capitato di dire: “ ’azzo, questo suo nuovo boyfriend si che è ganzo/a e moooolto migliore di me!” ? Penserete piuttosto, “ ‘azz, mi ha rimpiazzato/a così in fretta e per questo cretino/a?”. Non riusciamo, quasi mai, ad essere particolarmente altruisti. Non pensiamo alla felicità dell’altro, perché pensiamo alla nostra infelicità. In ogni caso, non accettiamo l’idea di essere secondi al nuovo amore che ci ha rimpiazzati. L’extatite o il matrivorzio? Il tempo sana ogni ferita. Passerà. Soltanto quando tutti questi “sentimenti” tumultuosi si placano, soltanto quando tutte queste acque si saranno calmate, subentrerà la serenità del giudizio a distanza. A freddo e non a caldo. Si riescono a vedere (e ricordare) i momenti belli, quanto amore ci ha dato l’altro, quanto è riuscito a farci crescere e come è riuscito a farci stare bene. In alcuni casi, si può aver voglia anche di tornare con l’ex. C’è l’attimo di nostalgia, l’sms mandato a distanza di tempo, per ricordare i bei tempi (ricordi) andati. Così, scatta l’extatite che porta a due conseguenze: l’extatite di tipo A o di tipo B (come l’epatite). Va dalla depressione al desiderio di far fuori l’altro, passando per un ritorno improvviso di fiamma. Non sono d’accordo sul fatto che la “quotidianità alla pastasciutta” (chiamiamola così) alimenterebbe l’amore. Mi pare tanto una favoletta a cui ci hanno abituato i polpettoni hollywoodiani. Questa storia di vedere l’altro in pigiama, ciabattare in canotta macchiata di sugo o l’altra vestita sciattamente con i bigodini in testa, con l’alito puzzolente del primo mattino non è affatto edificante. E’ inutile prenderci in giro. Io lo chiamerei il “matrivorzio”. Ho avuto modo di constatare che un rapporto dura più a lungo se ci si vede poco o se ci si vede per scelta, non per abitudine, o per convivenza forzata. Si deve stare con l’altro solo quando si ha davvero bisogno e voglia di stare con l’altro. Non perché si vive sotto lo stesso tetto. Per far durare più a lungo una coppia, bisognerebbe vivere in due case separate. Avere due vite separate. Questo non vuole dire non aver voglia di fare un viaggio, una cena, o vedere la televisione o andare al cinema, o condividere dei momenti assieme. Non vuol dire nemmeno sottrarsi a quei cicci-cicci e pissi-pissi, a quei passerottini, trottolini amorosi e cucciolini, nè a quei micetti e coccolini, e a quella insulsa miriade di soprannomi che abbiamo e che ci diamo nei momenti di tenerezza, quando tiriamo fuori il nostro lato regressivo tenero-morbidoso-infantile. Allora da dove nasce tutta questa voglia di vincolarsi? (diciamocelo pure: ma chi ne ha voglia?). Il non voler essere lasciati soli? Il senso di sicurezza? La compagnia? Il sesso regolare? Il fatto che è bello dividere il letto con qualcuno? Il doppio stipendio? Le vacanze al mare? L’anello al dito? Corsi e rincorse storiche. Poi, arriva un giorno e l’altro/a ti dice che è finita. La persona con cui credevate di trascorrere il resto della vita fa le valige e chiude la porta alle sue spalle (e sul vostro sguardo lacrimevole e inebetito, tipo quello che ha la mucca mentre vede passare un treno sui binari). Probabilmente, lui o lei hanno già un’altra o un altro. Ti senti umiliato. Defraudato. Se avete figli, avete perso anche un genitore. A quel sentimento di amarezza, dolore e disperazione di quando una storia d’amore finisce, si aggiunge il senso del tradimento, l’offesa, la voglia di vendetta. Non accettiamo l’idea di essere la perlina di una lunga collana. Lo seguiamo e inseguiamo (lo pediniamo anche) quell'amore che fugge. Ma dove va senza di noi? Poi ci fermiamo. Ci pensiamo un attimo sopra e, poi, riprendiamo a rincorrerlo (o ri-pedinarlo per scoprire la tresca) oppure a correre in un'altra direzione. E il tic continua, perché ricadremo negli stessi errori e riprenderemo a fare, comporre e ricomporre coppie conviventi. Perché così fan tutti, perché è così che si fa. Chi la pensa diversamente o cerca qualcosa di diverso da questo clichè è una persona volubile che non ama le relazioni stabili, è un nevrotico, un incapace che non sa mantenere le promesse. Scansafatiche. Senza palle. Gente che sceglie la via più facile. Che non sa assumersi delle responsabilità. Che non sa vivere e non sa amare. E’ un modo di “pesare” l’amore che si basa su surrogati. Si cerca di sostenere che l’amore è riconoscibile dal bisogno di condividere tutto, dall’intensità del desiderio di stare insieme, dal grado di sofferenza che il distacco procura. Invece, io penso che l’amore è direttamente proporzionale alla capacità di tollerare la distanza, di rispettare lo spazio dell’altro, di accettare la sua autonomia. Che non invalida, ovviamente, la capacità di godere della presenza dell’altro/a e della condivisione profonda dei momenti di intimità e delle esperienza della vita di coppia. Il piacere di dividere qualcosa con altri. Ma la nostra vita non può, però, essere confusa con una totale identificazione. La diversità e la distanza che separano gli spazi comuni da quelli personali sono, per le relazioni umane, anche per quelle sentimentali, garanzia di rinnovamento continuo e arricchimento. Indipendenza e autonomia. Vedo già i vostri nasi arricciarsi, l’ombra del sospetto salire, la naturale diffidenza verso chi, davanti all’amore, cerca di salvaguardare l’autonomia reciproca, forse, perché si pensa che l’altro/a voglia solo preservare occasioni di libertà dal partner. C’è in questo anche un modo diverso di vedere le cose, tra uomini e donne. Non c’è parità tra i sessi. C’è un pregiudizio culturale di una società maschilista. Le donne pensano sempre a quello che possono perdere; gli uomini a quello che possono guadagnare. Gli uomini sono dei latitanti naturali e formidabili. Spesso, si auto-esentano dalle faccende domestiche. Le donne hanno il senso della casa e della maternità. In questo, con l’educazione che danno le mamme alle figlie femminucce, insegnano alle bambine a preparasi, lavarsi, ad essere autonome ed autosufficienti. Insegnano loro che devono darsi da fare per farsi amare. Mentre, le mamme con i maschietti, hanno un senso di protezione maggiore, li fanno sentire dei privilegiati, contribuendo ad alimentare la discriminazione femminile. L’educazione dei figli maschi è improntata più ad un modello permissivo, anche se condizionante, che favorisce la dipendenza emotiva dalla madre. Così, i maschi crescono perlopiù crogiolandosi nella convinzione che l’amore che ricevono è un atto dovuto. Ma, così facendo, non imparano ad apprezzare il valore dell’autonomia. In questo modo, con queste disparità di crescita e di educazione, le donne pensano che l’esclusione da qualche zona del territorio dell’altro è un supplizio inevitabile da subire per evitare il rischio di rottura di un rapporto. Ma una parziale esclusione non equivale ad una perdita dell’intimità o, addirittura, a una estromissione dalla vita della persona amata. Equivale, invece, secondo me, ad un assorbimento di aria nuova, a una ricarica di energie fresche che rivitalizzeranno e rafforzeranno il legame di coppia. Eppure, quando si parla di questo, si diventa subito paladini della convivenza “forzata”. Che, con il tempo, diventa un vissuto sterile che inaridisce il rapporto, lo fa diventare scontato e, molto spesso, oppressivo. Alla voglia di spazi, spesso, si risponde con richieste sempre più assillanti, nel tentativo di tamponare un vuoto che diventa una voragine. L’amore esclusivo rischia, così, di diventare un amore dispotico che prevarica e non rispetta l’individualità delle persone, esige tributi ingiustificati, fagocita e calpesta l’altro. Questo tipo di rapporto ci fa sentire un ostaggio dell’altro. Diventa lo stesso identico amore delle madri per i loro figli: quello che diventa possesso, bisogno di controllare, invasione totale. Si spaccia per amore ciò che non è; è più facile vincolare emotivamente e suscitare sensi di colpa. Anche con il sesso funziona così. In un appagante spazio di condivisione con un’altra persona, che riconosce i bisogni dell’altro, può realizzarsi una straordinaria armonia che risolve un paradosso: sentirci svincolati da costrizioni, mentre diamo contemporaneamente una risposta ai nostri bisogni e a quelli dell’altro, ci fa venire voglia di stare con l’altro/a e non di andare con altri/e. E’ questa, secondo me, la ricetta segreta di uno “scambio” che amplia l’orizzonte di autonomia dell’altro/a e di entrambi i componenti di una coppia. Grazie a questo magico potere dell’amore, possiamo riuscire ad essere così in sintonia da non avere bisogno di sacrificare le esigenze dell’uno per realizzare quelle dell’altro. Questo delicato equilibrio, però, presuppone due partner che siano entrambi “cresciuti” e che hanno imparato sulla propria pelle a non confondere l’amore con la pretesa infantile di essere al centro dell’universo affettivo della coppia. Devi aver imparato, cioè, a valorizzare equamente le dimensioni del dare e del ricevere. Detto questo, la questione rimane sempre aperta e se ne può discutere all’infinito (quasi quanto la lunghezza di questo post).
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:12 | commenti (8) domenica, novembre 22, 2009
Post per Nuvolettarossa. Perché? Perché le cose non vanno mai come dovrebbero andare? Perché non vanno mai come vorremmo che andassero? Perché ci sono certi aspetti della vita, certe zone che non riusciamo mai a controllare? Siamo tutti talmente condizionati dalle convenzioni? Mi hanno detto che molti (o alcuni) si divertono, anche molto, delle mie continue litigate con Nuvoletta. Il nostro continuo amarci, odiarci, azzannarci, sbranarci, insultarci sui blog, lasciarci, per poi, alla fine, riprenderci. Forse, perché pensano che il nostro sia un ostentare l’amore, una specie di esibizione plateale. E’ vero, a volte, certe cose vanno risolte nel privato e non spiattellate in pubblico. I panni sporchi vanno lavati in famiglia. Ma questo luogo, per me, non è “un pubblico”. C’è una platea qui che applaude, che ride, che fa il tifo, che tira i piedi, che sciacalla, che non paga il biglietto? Ma chi se ne frega? I veri amanti non tendono a scomparire. Non vogliono essere prevedibili. Se ne fregano di tutto e di tutti. C’è l’amore che parla, l’amore che coccola, l’amore che cucina, l’amore che lotta per sopravvivere. In fondo, a parte tutto, io so solo che le giornate diventano lunghe senza di lei. Quando se ne va, non so mai se tornerà. Divento furibondo, non perché se ne va, ma perché se ne va perché dice che non l’amo abbastanza. Ma questo non è vero. Io vorrei essere l’uomo verso cui corre e non quello dal quale scappa. Non so se potrò mai essere l’uomo, il compagno che potrà starle accanto a tempo pieno, seguitando a vivere la mia vita. E’ come la storia delle dodici principesse danzanti. Andavano a letto la sera, da brave ragazze, ma l’indomani mattina il cuoio delle loro scarpine era tutto consunto, perché avevano ballato tutta la notte. Il mio sentimento per lei è così. Posso condurre la vita più morigerata, ma l’amore che provo per lei mi tradisce, si vede e si legge sul mio viso che cosa provo, come sto, se sto bene o se sto male, se sto con lei o se mi ha appena lasciato. La mia faccia è come quelle scarpine dalle suole consunte. Me lo ha detto chi mi vede ogni giorno: il mio sguardo è come un libro aperto. Si legge. Si vede. Se sto bene o se sto male. Poi, Nuvoletta mi fa le pippe (stupide) sui miei “contatti” su Faccialibro o sul Messenger. Ma io le voglio bene lo stesso, anche se è gelosa (questo la farà incazzare, ma è così, anche io sono stupidamente geloso di lei). Lei è fatta cosi ed io l’amo ugualmente. Abbiamo imparato a conoscerci in questi anni. E’ una storia che non ha fine. Non so se è la prima volta che scrivo di lei, non perché mi ha lasciato, ma perché resta con me (nonostante tutto). Se lei comparisse ora, in questo momento, e mi accarezzasse, io verrei di nuovo stregato e attratto da quella foresta, in quella laguna, in quella sarabanda. Ora, grazie a lei, ho capito che non è vero che la passione dura solo pochi istanti. La passione può durare anche molti anni. E questo è bellissimo da scoprire. Perché ti fa sentire vivo. Allontana la tua morte. Tiene distanti le brutture e le storture della vita. La passione deve serbarsi scevra dagli impicci della vita ordinaria per poter restare passione. La vita quotidiana tende a prevalere e a cacciar via la passione. La vita ordinaria è la più tenace di tutte le erbacce (intanto, infatti, mi è caduta la cenere della sigaretta sulla tastiera del piccì e devo cercare qualcosa per pulirla).
Trimonato da BaroneAgamennone | 06:30 | commenti (9) sabato, novembre 07, 2009
Non riesco a dormire. E’ una notte insonne questa. E quando non hai niente di meglio da fare, è meglio scrivere. E’ il “motivo fondatore” di questo blog: scrivere, quando non hai un cappero da fare. Una domanda che, prima o poi, tutti devono farsi nella vita (specie quando non riesci a dormire) è comprendere le cose che ci hanno fatto star bene, quelle che ci hanno fatto star male e le cose che ci hanno invece tarpato le ali. Se penso a quella domanda che mi facevano da piccolo: che cosa vuoi fare da grande? Io, da piccolo, non lo sapevo e, in fondo, credo di non averlo capito nemmeno da grande. Presumevo che ci sarebbe stato un posto, nel mondo, per me. Che mi aspettavano grandi cose e che avrei guadagnato un mucchio di soldi. Insomma, tutti i bambini di otto o nove anni pensano di diventare ricchi e famosi. E soprattutto pensano di essere migliori degli altri. Non si rendono conto che gli viene la stessa cacarella come a tutti. Vincere gli scoraggiamenti non era un problema. O, forse, sì? Se hai una madre che ti presenta un’amica che ha un cugino che fa il venditore di pentole e ti prospetta l’idea di fare un door to door come se fosse l’apice di una carriera “brillante”, allora, sì, dirle di “no, non mi interessa”, può sembrare facile. In un primo momento, lo è. Ma se poi passano gli anni e ti viene l’ansia di non riuscire a fare nemmeno quello, allora, quando incroci lo sguardo di tua madre, non sei più sicuro che riuscirai a fargliela vedere a quel tale venditore di pentole. Il bello era quando nostra madre, dimentica dei suoi continui sguardi smorzanti o di rimprovero, spingeva me e mio fratello ad ascoltare i suoi consigli di donna saggia che ha conosciuto le avversità della vita: “Non fate come me, io son rimasta fregata, mia madre mi teneva sotto e io mollai tutto! Ma sarei diventata un’attrice di teatro, se avessi continuato …”. Mia madre era una specie di ossimoro: una che tiene sotto i suoi figli (o che tenta di tenerli sotto), ma li induce a ribellarsi a questa sorte di tirannia. Forse, il mio errore fu pensare ed avere delle ambizioni troppo alte, troppo smisurate. Qualsiasi cosa avessi ottenuto, mi sarei sentito un fallito. Questo si impara a casa e si impara anche a scuola. Mio fratello ed io sempre a pieni voti. Bravi nei compiti in classe. Insomma, due bravi figlioli. I problema era che noi ci aspettavamo dalla scuola che ci dicesse se ciò che avevamo appreso in famiglia fosse giusto o sbagliato. Purtroppo, la scuola spesso rafforza i peggiori pregiudizi: c’è quella perniciosa tendenza a stabilire delle graduatorie, come se l’intelligenza fosse quantificabile. Ma è il mondo del lavoro che poi, in realtà, ti insegna ad ingoiare definitivamente un bel po’ di rospi. All’inizio, ti ribelli, ti agiti, poi, ti abitui a mangiare merda, come se fosse un pasto quotidiano. Sarà per questo motivo che poi mi sono messo a cercare semplicemente una professione ed ho abbandonato il mio spirito di difesa che mi portava a schierarmi al fianco di quelli che venivano messi sotto i piedi. E' così che si impara ad essere diseguali, ma, a pensarci bene, gran parte di tale apprendimento te lo porti dentro dalle tue radici e dalla tua adolescenza fatta piena di “no”. La mia incapacità a leccar stivali però mi ha ostacolato in questo processo coprofago. E me lo ha reso più disgustoso. Ci sono uomini (intesi come persone: uomini e donne) che sono ben lieti di collaborare, perché ottengono briciole di potere. In questo modo, ottengono vantaggi e benefici, ma il problema vero non è questo. Quanti di quelli che gravitano attorno a loro hanno il coraggio di ribellarsi e di dire: "Guarda, lasciami stare, mi farebbe schifo essere come te"? Ci fu un sindacalista che ha reso popolare la frase “vogliamo il pane e anche le rose”. Questo cazzo di pane ormai è diventato l'unico obiettivo. Le rose sono diventate superflue come i peli. In queste settimane, nell’azienda in cui lavoro (che, peraltro, ha in corso un processo appena avviato di fusione), sta scoppiando un forte contrasto tra il management e le varie sigle sindacali. Il tavolo delle trattative si è rotto, ma continua a colpi di botte e risposte (lettere, comunicati, mail) molto dure, violente ed offensive nel linguaggio scritto. Mi chiedo che cosa accadrà nella prossima assemblea, nella quale i sindacati dovranno spiegare e convincere i lavoratori che trecento euro "una tantum" non erano “né tanto né poco” (come hanno sostenuto i vertici aziendali), ma solo altra merda da ingurgitare per farti leccare ancora altri stivali. Sento i commenti e gli umori dei colleghi attorno a me. Sono tristi, perché il contratto integrativo non si concluderà e si è persa un’altra occasione utile. In tempi di magra, come questi, nei quali non senti che parlare di crisi economica, disoccupazione dilagante e licenziamenti in aumento – dicono –, bisognerebbe baciare per terra. Certo, baciare per terra, baciare le mani a voscienza, leccare stivali e mangiare altra merda. Siamo votati per questo. Il nostro destino non può essere che questo. Alcuni hanno persino scritto ai vertici, rispondendo che quei trecento euro di aumento li prenderebbero volentieri, anche individualmente e chi se ne frega se i sindacati non sono d’accordo? Tutto questo non fa che confermarmi quella vecchia teoria, secondo la quale i membri di un gruppo minoritario tendono a sfogare la loro aggressività gli uni contro gli altri, anziché contro i comuni nemici oppressori. Il padrone non c’è, o, meglio c’è, ma è solo una generosa mano tesa (pronta a darti un ceffone oppure un piatto di lenticchie). Noi odiamo più noi stessi e il nostro essere schiavi diventa un fatto naturale. Per certi versi, una fortuna che ti sottrae a cose che senti essere più grandi di te. Responsabilità che è meglio evitare, per dormire tranquilli e sbarcare il lunario. Dovremmo, quindi, essere fieri di avere una mano da baciare che ci passa, ogni tanto, anche un po’ di merda da mangiare. Fieri di averla mangiata, non già vergognarcene per averlo fatto. Se l’inferno sono gli altri, come diceva Sartre, ebbene noi siamo all’inferno. Il mondo diventa così una bocca famelica, divorante. Tu sei dentro e devi solo lasciarti inghiottire. Non importa cosa mangerai lì dentro quello stomaco e se passerai dentro quegli intestini e se verrai espulso, alla fine. Un mangiatore di merda non può fare lo schifiltoso se diventa merda anche lui. Non voglio spararmi una pippa più grossa delle altre questa notte. Ma credo che il motivo della morte del comunismo o della ricerca delle uguaglianze e del rispetto dei propri diritti sia stato anche questo: la perdita di consapevolezza, graduale, lenta, strisciante della propria forza e di sé stessi. Del proprio essere parte di un tutto che, preso singolarmente è debole, ma che unito ad altri può diventare forte ed invincibile. I partiti di sinistra, i sindacati e tutti quelli che avrebbero dovuto impedire che ciò accadesse hanno vissuto e stanno vivendo la stessa crisi. Omologandosi, uniformandosi, soggiacendo, chinando il capo e smettendo di ribellarsi con fermezza a quelle scelte decisive del potere che voleva piegarli ed emarginarli, mettendoli da parte. Alla fine, riducendo anche i mangiatori di rose a mangiare della merda.
Trimonato da BaroneAgamennone | 04:03 | commenti (7) domenica, novembre 01, 2009
Trimonato da BaroneAgamennone | 23:17 | commenti (1) |
grazie a Pia per "la testata" (che non mi ha mai dato in testa).